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Full text of "The Life of Lorenzo de' Medici, called the Magnificent"

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LIFE 



OF 



LORENZO DE' MEDICL 



VOL. III. 



THE 



LIFE 



OF 



./ 



LORENZO DE' MEDICI. 

CALLED 

THE MAGNIFICENT. 



BT WILLIAM ROSCOE. 



THE FIRST AMERICAN, 

FROM THE FOURTH LONDON EDITION, CORRECTED, 

IN THREE VOLUMES. 

VOL. III. 




PHILADELPHIA : 

PRINTED FOR BRONSON llf CHAUNCEY. 
1803. 



POESIE 



DEL MAGNIFICO 



LOREJ^ZO DE' MEDICI, 



TRATTE DA TESTI A PENNA 



BELLA LIBRERIJ MEDICEO-LAURRNZIAXA. 



VOL. III. 



INDICE. 

AMBRA, FAVOLA, • • . 1 

LA CACCIA COL FALCOJVE^ 16 

ELEGIA, 31 

AMORI DI VEJVERE E MARTE, ...... 36 

LA COJVFESSIOJVE, 41 

LE SETTE ALLEGREZZE n^AMORE, ... 42 

CAJVZOJVE, Prenda Plata, 46 

CAJVZOJ^E, Con tua promesse, 47 

CAJVZOJVE, lo iirego Dio, 48 

CAJVZOJVE, lo ho d" amara dolcezza, 49 

SOJVETTO, Se come Giove, 51 

SOJVETTO, Fugiendo Loth, 52 

SOJVETTO, Segui anhna divota, 53 



A SUOI COMPATRIOTTI, 

AMATORl DELLA BELLA FAVELLA ITALIANA, 

Z' Editor e, 

NeL darvi a leggere questi poemetti, die il mio caro 
amico, e concittadino, il Sig. Guglielmo Clarke, accu- 
ratamente trasse dagli original! esistenti nella Libreria 
MediceO'Laurenziana^ d'altro non occorre avvertirvi, se 
non, che per darvi un saggio della lingua Toscana, nel 
secolo del 1400, I'antica ortografia e stata, per quanto fu 
possibile, conservata. 



AMBRA. 



FAVOLA. 



Fug IT A e la stagion, ch' avea conversi 
E liori in pomi gia maturi, e colti ; 
In ramo piu non pub foglia tenersi, 
Ma sparte per li boschi assai men folti 
Si fan sentir, se avvien clie gli attraversi 
II cacciator, e pochi paion molti : 
La fera, se ben P orme vaghe asconde, 
Non va secreta per le secche froncle. 

Fra gli arbor secchi stassi '1 lauro lieto, 
E di Ciprigna P odorato arbusto ; 
Verdeggia nelle bianche Alpe P abeto, 
E piega i rami gia di neve onusto ; 
Tiene il cipresso qualche uccel secreto ; 
E con venti combatte il pin robusto ; 
L'umil ginepro con le acute foglie, 
Le ii\an non piigne altrui, che ben le coglie, 

L' uliva 



2 POESIE 

L' uliva, in qualche dolce piaggia aprica, 
Secondo il vento, par or verde, or bianca 
Natura in questa tal serba, e nutrica 
Quel verde, che nell' altre fronde manca : 
Gia i peregrin! uccei con gran fatica 
Hanno condotto la famiglia stanca 
Di la del mare, e pel cammin lor mostri 
Nereidi, Tritoni, e gli altri mostri. 

Ha combattuto delP imperio, e vinto 

La notte, e prigion mena il breve giorno : 
Nel ciel seren d' eterne fiamme cinto 
Lieta il carro stellato mena intorno ; 
Ne prima surge, ch' in oceano tinto 
Si vede P altro aurato carro adorno ; 
Orion freddo col coltel minaccia 
Phebo, se mostra a noi la bella faccia* 

Seguon questo notturno carro ardente 
Vigilie, escubie, sollecite cure, 
E 'I sonno, c benche sia molto potente, 
Queste importune il vincon spesso pure, 
E i dolci sogni, che ingannon la mente, 
Quando e oppressa da fortune dure : 
Di sanita, d' assai tesor fa festa 
Alcun, che infermo e povero si desta. 

O miser quel, che in notte cosi lunga 
Non dorme, e '1 disiato giorno aspetta ; 



Se 



DI LORENZO DE' MEDICI. 3 

Se avvien, che molto, e dolce disio il punga, 
Quale il future giorno li prometta ; 
E benche ambo le ciglia insieme aggiunga, 
E i pensier tristi escluda, e i dolci ammetta ; 
Dormendo,o desto, accioche il tempo inganni, 
Gli par la notte un secol di cent' anni. 

O miser chi tra 1' onde trova fuora 
Si lunga notte, assai lontan dal lito ; 
E '1 cammin rompe deila cieca prora 
II vento, e freme il mar un fer mugito ; 
Con molti prieghi e voti P Aurora 
Chiamata, sta col suo vecchio marito : 
Numera tristo, o disioso guarda 

I passi lenti della notte tarda. 

Quanto e diversa, anzi contraria sorte 
De' lieti amanti nell' algente bruina, 
A cui le notti sono chi are, e corte, 

II giorno oscuro, e tardo si consuma. 
Nella stagion cosi gelida, e forte, 
Gia rivestiti di novella piuma, 
Hanno deposto gli augelletti alquanto, 
Non so s'io dica, o lieti versi, o pianto. 

Stridendo in ciel e gru veggonsi a lunge 
L' acre stanipar di varie, e belie forme ; 
E P ultima col coUo steso aggiunge 
Ov' e quella dinanzi alle vane orme ; 

E poiche 



4 POESIE 

E poiche negli aprichi lochi giunge, 
Vigile un guarda, e P altra schiera dorme 5 
Cuoprono i prati, e van leggier pe' laghi 
Mille spetie d' uccei, dipinti, e vaghi. 

L' Aquila spesso col volato lento 

Minaccia tutti, e sopra il stagno vola, 
Levonsi insieme, e caccionla col vento 
Dellc penne stridenti, e se pur sola 
Una fuor resta del pennuto armento, 
L' uccel di Giove subito la invola : 
Resta ingannata misera, se crede 
Andarne a Giove come Ganimede. 

Zefiro s'e fuggito in Cipri, e balla 
Co' fiori ozioso per P erbetta lieta ; 
L' aria non piu serena, bella, e gialla, 
Borea, ed Aquilon rompe, ed inquieta : 
L' acqua corrente e querula incristalla 
II ghiaccio, e stracca or si riposa cheta : 
Preso il pesce nelP onda dura e chiara, 
Resta come in ambra aurea zanzara. 

Quel monte, die s'oppone a Cauro fero, 
Che non molesti il gentil fior cresciuto 
Nei suo grembo d' onor, ricchezze, e 'mpero, 
eigne di nebbie il capo gia canuto ; 
Gli omer cadenti giu dal capo altero 
Cuoprono i bianchi crini, e '1 petto irsuto 

L' orribil 



DI LORENZO DE' MEDICI. 5 

L' orribil barba, ch' e pel ghiaccio rigida : 
Fan gli occhi, e '1 naso un fonte, c '1 ciel lo 
'nfrigida. 

La nebulosa ghirlanda, die eigne 

L' alte tempie, gli mette Noto in testa ; 
Borea dalP Alpe poi la caccia, e spigne, 
E nudo, e bianco, il vecchio capo resta y 
Noto sopra P ale umide, e maligne 
Le nebbie porta, e par di nuovo il vesta ; 
Cos! MORE LLC irato, orcarco, or lieve, 
Minaccia al pian subietto or acqua, or neve. 

Partesi d' Etiopia caldo e tinto 

Austro, e sazia le assettate spugne, 
NelP onde salse de Tirreno intinto, 
Appena a' destinati luoghi giugne, 
Gravido d' acqua, e da nugoli cinto, 
E stanco stringe poi ambo le pugne ; 
I liumi lieti contro alle acque amiche 
Escono allor delle caverne antiche. 

"Rendono grazie ad Ocean padre adorni 
D'ulve, e di fronde iluvial le tempie; 
Suonan per festa conche, e torti corni, 
Tumido il ventre gia, superbo sempre* 
Lo sdegno concepnto molti gioriii 
Contro alle ripe timide s'ademple ; 

VOL. III. . c Spiimoso 



6 POESIE 

Spumoso ha rotto gia 1' inimic' argine, 
Ne serva il corso deiP antico margine. 

Non pervietorte, o per cammino oblico, 
A guisa di serpenti, a gran volumi 
Sollecitan la via al padre antico ; 
Congiungo V onde insieme i Ionian fiumi, 
E dice P uno all' altro, come amico, 
Niiove del suo paese, e de' costumi : 
Cosi parlando insieme in strana voce, 
Ciercon, ne truovon, la sm:irrita foce. 

Quando gonfiato, e largo si ristrigne 
Tra gli alti m.onti d' una cliiusa valle, 
Stridon frenate, turbide, e maligne 
L' onde, e miste con terra paion gialle : 
E gravi petre sopra petre pigne, 
Irato a' sassi dell' angusto caile ; 
L' onde spumose gira, e orribil freme i 
Vede il pastor dall' alto, e sicur teme.; 

Tal fremito piangendo rende trista 

La terra dentro al cavo ventre adusta ; 
Caccia col fumo fuor iiamma, e acqua mista 
Gridando, clie esce per la bocca angusta ; 
Terribile agli orecchi, et alia vista : 
Teme vicina il suono alta, e combusta 
Vol TERR A, e i lagon torbidi, che spumano, 
E piova aspetta se piu alto fumano. 

Cosi 



DI LORENZO DE' MEDICI. 7 

Cosi crucciato il fer torrente frende 
Superbo, e le contrarie ripe rode ; 
Ma poiche nel pion largo si distende, 
Quasi contenta, allora appena s' ode : 
Incerto se in su torna, o se pur scende, 
Ha di monti distanti fatto prode ; 
Gia vincitor, al cheto lago incede, 
Di rami, e tronchi pien, montane prede. 

Appena e suta a tempo la villana 
Pavida a aprir alle bestie la stalla ; 
Porta il figlio, che piange nella zana ; 
Segue la figlia grande, et ha la spalla 
Grave di panni vili, lini, e lana : 
Va P altra vecchia masseritia a gaila : 
Nuotano i porci, e spaventati i buoi, 
Le pecorelle, che non si toson poi. 

Alcun della famiglia s'e ridotto 
In cima della casa, e su dal tetto 
La povera ricchezza vede ir sotto, 
La fatica, la speme, e per sospetto 
Di se stesso, non duolsi, en non fa motto ; 
Teme alia vita il cor nel tristo petto, 
Ne di quel ch' e piu car par conto faccia ; 
Cosl la maggior cura ogni altra caccia. 

La nota, e verde ripa allor non frena 
I pesci lieti, che han piu ampj spazj : 

L'antica 



8 POESIE 

L' antica, e giusta voglia alqiiaiito e piena 
Di veder nuovi liti ; e noii ben sazj 
Questo nuovo piacer vaghi li mena 
A vcder le ruine, e i grandi strazj 
Degli edificj, e stotto 1' acqua i muri 
Veggon lieti, ed an cor non ben sicuri. 

In giiisa allor di piccola isoletta, 

Ombrone, amante superbo, ambra eigne; 
Ambra non meno da lauro diletta, 
Geloso, se'l rival la tocca, e strigne ; 
Ambra Driade a Delia sua accetta, 
Quanto alcuna che stral fuor d' arco pigne ; 
Tanto bella, e gentii, eh' al fin le noce, 
Leggier di piedi, e piu ch' altra veioce. 

Fu da' primi anni questa Nyncipha amata 
Dal suo LAURO gentii, pastore alpino, 
D' un casto amor, non era penetrata 
Lasciva fiamma al petto peregrino ; 
Fugiendo il caldo un di nuda era entrata 
Nelle onde fredde d' ombron, d' Appenino 
Figlio, superbo in vista, e ne' costumi, 
Pel padre antico, et cento frati fiumi. 

Come le membra, verginali entrorno 
Nelle acque brune e gelide, sentio, 
Et, mosso da leggiadro corpo adorno, 
Delia spelonca usci P altero Dio, 

Dalla 



DI LORENZO DE' MEDICI. 9 

Dalla sinistra prese il torto corno, 
E nudo il resto, accieso di disio, 
Difende il capo inculto a' phebei raggi, 
Coronato d' abeti, e montan faggi. 

E verso il loco ove la Nympha stassi, 
Giva pian pian, coperto dalle fronde ; 
Ne era visto, ne sentire i passi 
Lasciava il mormorio delle chiare onde ; 
Cosi vicin tanto alia Nympha fassi, 
Che giimger crede le sue treccie bionde, 
E quella bella Nympha in braccio havere, 
E nudo, il nudo e bel corpo tenere. 

Sicome pesce, alhor che incauto cuopra 
El pascator con rara et sottil maglia, 
Fuggie la rete qual sente di sopra, 
Lasciando per fuggir alcuna scaglia ; 
Cosi la Nympha, quando par si scuopra, 
Fuggie lo dio, che adosso se le scaglia ; 
Ne fu SI presta, anzi fu si presto elli, 
Che in man lasciolli alcun de' suoi capclii. 

E saltando delP onde strigne il passo, 
Di timor piena fuggie nuda, e scalza ; 
Lascia i panni, e li strali, et il turcasso ; 
Non cura i pruni acuti, o P aspra balza ; 
Resta lo Dio dolente, afflitto, e lasso. 
Pel dolor le man stringe, al ciel gli occhi alza, 

Maladisce 



10 POESIE 

Maladisce la man crudele, e tarda, 
Qiiando i biondi capelii svelti guarda. 

E seguendola alhor, diceva, o mano 
A vellere i bei crin presta, e ferocc, 
Ma a tener quel corpo piu che humano, 
E farmi lieto, ohime, poco veloce : 
Cosi piangendo il prhno errore iiivano, 
Credendo almeno aggiugner con la voce 
Dove arrivar non puote il passo tardo, 
Gridava, o nympha, un fiume sono, et ardo ; 

Tu m'accendesti in mezzo alle fredde acque 
El petto d' uno ardente desir cieco ; 
Perche, come nelP onde il corpo giacque, 
Non giace, che staria meglio, con meco ? 
Se P ombra, e P acqua mia chiara ti piacque, 
Piu belle ombre, piu belle acque ha ilmio speco; 
Piaccionti le mie cose, e non piaccio io ? 
Et son pur d' Appenin figliuolo, et Dio. 

La Nympha fuggie, e sorda a' prieghi fassi, 
A' bianchi pie aggiugne ale il timore ; 
Sollecita lo Dio correndo i passi, 
Fatti a seguir veloci dalP amore ; 
Vede dapruni et da taglienti sassi, 
I bianchi pie ferir con gran dolore ; 
Crescie el desio, pel quale aghiaccia, e suda, 
Veggendola fuggir, si bella, e nuda. 

Timida, 



DI LORENZO DE' MEDICI. H 

Timida, e vergognosa ambra pur corre, 
Nel corso a' venti rapidi non cede ; 
Le leggier piante sulle spighe porre 
Potria, e sosterrieno il gentil piede ; 
Vedesi ombrone ognor piu campo torre, 
La Nympha ad ogni passo maiico vede, 
Gia nel plan largo tanto il corso avanza, 
Che di giugnerla perde ogni speranza. 

Gia priaper li monti aspri, e repenti 
Venia tra sassi con rapido corso, 
I passi alti, manco espediti, e lenti, 
Faceano a lui sperar qualche soccorso ; 
Ma giunto, lasso, giu ne' pian patenti, 
Fu messo quasi al fiume stanco un morso, 
Poi che non puo col pie, per la campagna 
Col disio e cogli occhi P accompagna. 

Che debbe far 1' innamorato Dio, 

Poiche la bella Nympha piu non giugne ? 
Quanto gli e piu negata, piu desio 
L' innamorato core accende, e pugne ; 
La Nympha era gia presso ove arno mio 
Ricieve ombrone, eP onde sue congiugne, 
Ombrone, arno veggiendo, si comforta, 
E surge alquanto la speranza morta. 

Grida da lungi ; o arno, a cui rifugge 
La maggior parte di noi fiumi Toschi, 

La 



12 roEsiE 

La bella Nympha, che come ucciel fiigg^? 
Da me seguita in tanti moiiti, e boschi, 
Sauza alcuna pietate, il cor mi strugge, 
Ne par, ciie amor il duro cor conoschi ; 
Rendimi lei, e la speranza persa; 
E il legier corso siio rompi, e'ntraversa. 

lo sono CM B RON, chc le mie ceriile onde 
Per te racogiio, a te tutte le serbo, 
E fatte tue diventon si profoiide, 
Che sprezzi e ripe, e ponti alto e superbo ; 
Questa e mia preda, e queste treccie bionde,^ 
Qiiali in man porto con dolore acerbo, 
Ne fan chiar segno ; in te mia speme e sola -y 
Soccorri presto, che la Nympha vola. 

Arno udendo ombrone, da pieta mosso, 
Perche el tempo non basta a far risposta, 
Ritenne P acqua, e gia gonfiato, e grosso, 
Da lungi al corso della bell' ambra osta ; 
Fu da nuovo timor freddo, e percosso 
II Ycrgin petto, quanto piu s' accosta ; 
Drieto ombron sente, e inanzi vede un lagOy 
Ne sa che farsi el cor gelato, et vago. 

Come fera cacciata, e poi difesa, 
Dei can fuggiendo la bocca bramosa, 
Fuor del periglio gia, la rete tesa 
Veggiendo inanzi agli occhi paiirosa, 

Quasi 



DI LORENZO DE' MEDICI. 13 

Quasi gia certa d' haver esser presa, 

Ne fuggie inanzi, o indrieto tornare osa ; 
Teme i can, alia rete non si fida, 
Non sa che farsi, e spaventata grida. 

Tal della bella Nympha era la sorte, 
Da ogni parte da paura oppressa, 
Non sa che farsi, se non desiar morte ; 
Vede 1' im fiume, e P altro, che s' appressa ; 
E disperata alhor gridava forte : 
O casta Dea, a cui io fui concessa 
Dal caro padre, e della madre antica, 
Unica aita all' ultima fatica. 

Diana bella, questo petto casto 
Non maculo giammai folle disio, 
Guardalo hor tu, perch' io Nympha non basto 
A duo nimici, e P uno e P altro e Dio ; 
Col desio del morir m' e sol rimasto 
Al core il casto amor di lauro mio ; 
Portate, o venti, questa voce estrema 
A LAURO mio, che la mia morte gema. 

Ne eron quasi della bocca fuore 

Queste parole, che i candidi piedi 
Furno occupati da novel rigore, 
Crescierli poi, e farsi un sasso vedi; 
Mutar le membra, e'l bel corpo colore, 
Ma pur, che fussi gia donna, ancor credi ; 
VOL. III. D Le 



14 POESIE 

Le membra mostron, come suol figura 
Bozzata, e non finita in petra dura. 

Ombrone pel corso faticato, e lasso, 
Per la speranza della cara preda, 
Prende nuovo vigore, e strigne il passo, 
E par, che quasi in braccio haver la creda ; 
Crescier veggiendo inanzi agli occhi un sasso, 
Ignaro ancor, non sa d' onde proceda ; 
Ma poi veggiendo vana ogni sua voglia, 
Si ferma pien di maraviglia, e doglia. 

Come in un parco, cerva, o altra fera, 
Ch' e di materia, o picciol muro chiuso, 
Soprafatta dai can, campar non spera, 
Vicina al muro e per timor la suso 
Salta, e si lieva inanzi al can leggiera, 
Resta il can dentro, misero e deluso, 
Non potendo seguir ove e salita, 
Fermasi, e guarda il loco onde e fuggita. 

Cosi lo Dio ferma la veloce orma, 

Guai'da piatoso il bel sasso crescente ; 
II sasso, che ancor serba qualche forma 
Di bella Donna, e qualche poco sente ; 
E come amore e la pieta P informa, 
Di pianto bagna il sasso amaramente ; 
Dicendo : o ambra mia, queste son P acque, 
Ove bagnar gia il bel corpo ti piacque ; 

lo 



DI LORENZO DE' MEDICI 15 

lo non harei creduto in dolor tanto, 
Che la propria piata vinta da quella 
Delia mia Nympha, si fuggissi alquanto, 
Per la maggior pietad' ambra miabella; 
Questa non gia mia, move in me il pianto : 
E pur la vita trista, e meschinella, 
Anchorche eterna ; quando meco penso 
E' peggio in me, che in lei non haver senso. 

Lasso, ne' monti miei paterni eccelsi 
Son tante Nymphe, e sicura e ciascuna, 
Fra mille belle la piu bella scelsi, 
Non so come ; et amando sol quest' una, 
Primo segno d' amore, i crini svelsi ; 
Et cacciala delP acquafresca e bruna, 
Tenera, e nuda ; e poi, fuggiendo esangue, 
Tinge le spine e i sassi sacro sangue. 

Et finalmente in un sasso conversa. 
Per colpa sol del mio crudel disio : 
Non so, non sendo mia, come 1' ho persa, 
Ne posso perder questo viver rio ; 
In questo e troppo la mia sorte avversa, 
Misero essendo et immortale Dio ; 
Che s'io potessi pur almen morire, 
Potria el giusto immortal dolor finire. 

lo ho imparato come si compiaccia 

A Donna amata, et il suo amor guadagni ; 

Che 



16 POESIE 

Che a quella che piu ami, piu dispiaccia. 
O Borea algente, che gelato stagni, 
L' acqua corrente fa s'induri, e ghiaccia, 
Che petrafatta la Nympha accompagni ; 
Ne Sol giammai co' raggi chiara e gialli 
Risolva in acqua i rigidi cristalli. 



LA CACCIA COL FALCONE. 

Era gia rosso tutto 1' oriente, 

E le cime de' monti parien d' oro ; 
La passeretta schiamazzar si sente ; 
El contadin tornava al suo lavoro ; 
Le stelle eron fugite, gia presente 
Si vedea quasi quel, ch' amb P alloro ; 
Ritornavansi al bosco molto in fretta 
L' alocho, el barbagianni, e la civetta. 

La volpe ritornava alia sua tana ; 
El lupo ritornava al suo diserto. 
Era venuta e sparita Diana, 
Pero egli saria suto scoperto : 
Havea gia la sollecita villana 
AUe pecore, e i porci I'uscio aperto ; 
Netta era I'aria, fresca, e cristallina, 
Et aspettar buon di per la mattina. 



Quando 



DI LORENZO DE' MEDICI. 17 

Quando fui desto da certi romori 
Di buon sonagli, et allettar di cani : 
Hor su aiidianne presto, ucellatori, 
Perche gli e tardi, e i luoghi son lontani : 
El canattier sia '1 primo ch' esca fuori ; 
Almen die sian de' cavalli stamani ; 
Non ci guastassi di can qualche paio ; 
Deh vanne innanzi presto, capellaio. 

Adunque il capellaio nanzi camina, 

Chiama Tamhuro, Pezuolo, e Martello, 

La Foglia, la Castagna, e la Guerrina, 

Fagiano, Fagianin, Roca, e Capello, 

E Friza, e Biondo, Bamboccio, e Rosina, 

Ghiotto, la Torta, Viola, e Pestello, 

E Serchio, e Fuse, e '1 mioBuontempo vecchio, 

Zambraco, Buratel, Scaccio, e Penecchio. 

Quando hanno i can di campo preso un pezzo, 
Quattro segugi van con quattro sparvieri ; 
GuGLiELMo, die per suo antico vezzo 
Sempre quest' arte ha fatto volontieri ; 
Giovanni Franco, e dionigi il sezzo, 
Che innanzi a lui cavalca il fogla amieri; 
Ma perche era buon' ora la mattina, 
Mentre cavalca dionigi inchina. 

Ma la fortuna, die ha sempre piacere 

Di far diventar brun quel, ch' e piu bianco, 

Dormendo 



18 POESIE 

Dormendo dionigi fa cad ere 
Appiinto per disgrazia al lato manco ; 
Si che cadendo adosso alio sparviere, 
Ruppegli un' alia, e macinnolli il fianco, 
Questo li piacque assai, benche nol dica, 
Che gli par esser fuor di gran fatica. 

Non cade dionigi, ma rovina, 
E come debbi creder toccb fondo, 
Che com un tratto egli ha preso la china, 
Presto la truova com un sasso tondo ; 
Disse fra se meglio era stamattina 
Restar nel letto, come fe gismondo, 
Scalza, e in camiscia sulle pocce al fresco ; 
Non c' mciampo mai piu, se di quest' esco. 

lo ho avuto pur poco intelletto 
A uscire staman si tostofuori, 
Se mi restavo in casa nel mio letto. 
Per me meglio era, e per li uccellatori ; 
Messo harei '1 disinar bene in assetto, 
, E la tovaglia adorna di bei fiori ; 
Meglio e stracar la coltrice, e '1 guanciale, 
Che il cavallo, e '1 famiglio, e farsi male. 

Intanto vuol lo sparviere impugnare, 

Ma gli e si rotto, che non puo far V erta; 
Dionigi con la man 1' osa pigliare, 
E pur ricade, e di questo s' accerta, 

Che 



DI LORENZO DE' MEDICI. 19 

Che d' altro li bisogna procacciare ; 
Nei rassettargli la manica aperta 
Le man ghermilU, e lui sotto se '1 caccia, 
Saltolii adosso, e feime una cofaccia. 

Dov' e '1 CORONA ? ov' e giovan simone ? 
Dimanda, braccio, ov' quel del gran naso ? 
Br AC c 10 ripose; a me varie cagione 
Fatto han eh' ognun di loro sia rimaso ; 
Non prese mai il corona uno starnone, 
Se per disgrazia non P ha preso, o a caso ; 
Se s' e lasciato adunque non s' ingiuria : 
Menarlo seco e cattiva auguria. 

LuiGi PULci ov' e, che non si sente ? 
EgU se n'ando dianzi in quel boschetto, 
Che qualche fantasia ha per la mente, 
Vorra fantasticar forse un sonetto ; 
Guarti corona, che se non si pente, 
E' barbotto staman molto nel letto, 
E sentii ricordarli te corona, 
Et a cacciarti in frottola, o in canzona. 

Giovan simone ha gia preso la piega 
D' andarne, senza dire alii altri addio ; 
Senza licenzia n' e ito a bottega, 
Di che gran sete tiene, e gran desio ; 
LuiGi quando il fiero naso piega, 
Cani, e cavalli adombra, e fa restio ; 

Per 



20 ' POESIE 

Per questo ognun che resti si contenta, 
Cio che lo vecie fuggie, e si spaventa. 

Restono adunque tre da uccellare, 

E drieto a questi andava molta gente ; 
Chi per piacere, chi pur per guardare ; 

BaRTOLO, et ULIVIER, BRACCIO e il 

pAtente, 
Che mai noii vidde piii starne volare ; 
Et io con lor mi missi parimente, 

PlETRO ALAMANNI, C il PONTINAR GIO- 
VANNI 

Che pare in siilla nona un barbagianni, 

Strozzo drieto a costor, come maestro 
Di questa gente, andava scosto un poco ; 
Come quello che v' era molto destro 
E molte volte ha fatto simil gioco ; 
E tanto cavalcamo pel silvestro, 
Che finalmente fumo giunti al loco 
Piii bel, che mai vedesse creatura : 
Per uccellar 1' ha fatto la natura. 

E si vedea una gentil Valletta, 
Un fossatel con certe macchie in mezzo, 
Da ogni parte rimunita, e netta, 
Sol nel fossato star possono al rezzo ; 
Era da ogni lato una piaggetta, 
Che d' uccellar facea venir riprezzo 

A chi 



DI LORENZO DE' MEDICI. 21 

A chi non avessi occhi, tanto e bella ; 
El mondo non ha una pari a quella. 

Scaldava il Sole al monte gia le spalle, 
E '1 resto della valle e aricora ombrosa ; 
Quando giunta la gente in su quel calle, 
Prima a vedere, e disegnar si posa, 
E poi si spargon tutti per la valle ; 
E perche a punto riesca ogni cosa, 
Chi va go' can chi alia guardia, al getto^ 
Sicome strozzo ha ordinato, e detto. 

Era da ogni parte uno sparviere 

Alto in buon luogo da poter gittare ; 

L' altro a capo n' era del canattiere, 

E alia brigata lo vorra scagliare ; 

Era BARTOLo al fondo, et uliviere, 

Et alcun altro per poter guardare 

A mezza piaggia ; e in una bella stoppia, 

El cappellaio ai can leva la coppia. 

Non altrimenti quando la trombetta 
Sente alle mosse il lieve barbaresco, ' 
Parte correndo, o vuo dir, vola in fretta ; 
Cosi i cani, che sciolti son di fresco ; 
E se non pur che '1 canattier gli aletta, 
Chiamando alcuni, et a chi squote il pescho, 
Sarebbe il seguitarli troppa pena ; 
Pur la pertica, e il lischio li rafrena. 

VOL. III. E Tira 



22 POESIE 

Tira buon can, su, tira su, cammina, 

Aiidianne, andianne, torna qui, te, torna ; 
Ah sciagurato Tamburo, e Guerrina, 
Abiate cura a Serchio, che soggiorna ; 
Ah bugiardo, ah pohron, volgi Rossina, 
Guata buon can, guata brigata adorna ; 
Te, Fagiano, o che volta fu mai quella; 
In questo modo il canattier favella. 

State avveduti, ah Scaccio, frulla, frulla ; 
E che leva cacciando 1' amor mio ? 
Ma io non veggo pero levar nulla, 
E n'ha pur voglia, e n' ha pur gran desio 
Guarda la Torta la che si trastulla, 
O che romor faranno, e gia '1 sent' io ; 
Chi salta, e balla, e chi le levera, 
Di questi cani il miglior can sera. 

Io veggo che Buontempo e in su la traccia. 
Ve' che le corre, e ie far a lev are, 
Habbi cura a Buontempo, che e' le caccia, 
Parmi vederle, e sentirle frullare, 
Benche e' sia vecchio assai, non tidispiaccia, 
Ch' io P ho veduto, e so quel che sa fare, 
Io so che '1 mio Buontempo mai non erra, 
Ecco, a te ulivier, guardale a terra. 

Guarda quell' altra all' erta, una al fossato, 
Non ti diss' io, che mi parea sentire ? 

Guardane 



DI LORENZO DE' MEDICI. 23 

Guardane una alia vigna, e 1' altr' allato, 
Guardane dua da me, guardane mi He ; 
Alia brigata prima havea gittato 
GiovAN FRANCESCO, et cmpicva le villc 
Di grida, e di conforti al suo uccello ; 
Ma per la fretta gitto col cappello. 

Ecco GUGLiELMO a tc uua nc viene, 
Cava il cappello, et alzerai la mano ; 
Non istar piu guglielmo, ecco a te, bene ; 
GuGLiELMo getta, e grida, ahi villano ! 
Segue la starna, e drieto ben le tiene 
Quello sparviere, e in tempo momentano 
Dette in aria forse cento braccia ; 
Poi cadde in terra, e gia la pela, e straccia. 

Garri a quel can, guglielmo grida forte, 
Che corre per cavargnene di pie ; 
E perche le pertiche erono corte, 
Un sasso prese, et a Guerrina die ; 
Poi corre giu, sanz' aspettar piu scorte, 
E quando presso alio sparvier piu e, 
Non lo veggendo, cheto usava stare. 
Per udir se lo sente sonaglare. 

E cosi stando gli venne veduto; 

Presto, grida, a caval, la prima e presa ; 
Lieto a lui vanne destro, et avveduto ; 
Come colui, che 1' arte ha bene intesa ; 

Preseli 



24 roEsiE 

Preseli il geto, e per quel 1' ha tenuto ; 
Dalli il capo, e '1 cervello, e non li pesa ; 
Sgermillo, e P unghia e '1 becco gli havea netto ; 
Poi rimisse il cappello, e torna a getto. 

GiovAN FRANCESCO intaiito havea ripreso 
II suo sparviere, e preso miglior loco ; 
Parli veder, che a lui ne venga teso 
Uno starnone, e come presso un poco 
Gli fu, egli ha tutte le dita esteso, 
E gitto come maestro di tal gioco ; 
Giunse la starna, e perche era vecchia, 
Si fe lasciare, e tutto lo spennecchia. 

In vero egli era un certo sparverugio, 

Che somigliava un gheppio, tanto e poco, 
Non credo preso havesse un calderugio ; 
Se non faceva tosto, o in breve loco, 
Non havere speranza nello indugio : 
Quando e' non piglia, e' si levava a gioco ; 
E la cagione che quell tratto e' non prese, 
Fu, clie non vi avea il capo, e non vi attese. 

Intanto venne uno starnone all' erta, 

Viddelo il fog la, e fece un gentil getto ; 
Lo sparvier vola per la piaggia aperta, 
E presegnene innanzi al dirimpetto ; 
Corre giu il fog la, e pargnene haver certa, 
Perb die io sparvier molto e perfetto ; 

Preselo 



DI LORENZO DE' MEDICI. 25 

Preselo al netto, ove non era stecco, 

E in terra insanguinoUi i piedi, e '1 becco. 

E questo fe die lo sparviere e soro, 
Et intanto ulivier forte griclava ; 
Chiama giu il cappellaio, chiama costoro, 
Guardate una n' e qui, cosi parlava, 
Tu lega i can, per 6 che basta loro 
La Rocca, che di sottera le cava ; 
Vien giu guglielmo, non ti star al rezzo, 
E tu, e '1 FOG LA la mettete in mezzo. 

Cosi fu fatto, e come sono in punto, 
II canattier dicea, sotto Rocca ; 
Qui cadde, ve', e se tu '1 harai giunto, 
Siesi tuto, corri qui, te, ponlibocca; 
Poi dice, havete voi giiardato a punto ? 
Et in quel lo starnon del fondo scocca ; 
Ecco atCFOGLA: c'IFogla grida, e getta, 
E' 1 simil fe guglielmo moltoin fretta. 

Lascib la starna andare lo sparviere, 

Et attende a fugir quel, che gli ha drieto ; 
Disse guglielmo, tu P hai, fogla amieri ; 

* * * 

Corri tu, che vi se' presso, ulivieri, 

Diceva il fogla, e guglielmo sta cheto ; 
Corse ulivieri, e come a loro e sceso, 
Vidde, che P uno sparviere ha P altro preso. 

Quel 



26 POESIE 

Quel del FOG LA havea preso per la gorga 

Quel di GUGLiELMo, e crede, che '1 suo sia ; 

Perche a guglielmo tal parole porga : 

La tua e stata pur gran villania, 

Non credo a starne lo sparviere scorga, 

Ma a sparvieri ; egli e troppa pazzia, 

A impacciarsi uccellando con fanciulli ; 

Quest! non son buon giochi, o buon trastulli. 

Guglielmo queto sta, e gran fatica 
Duraatener P allegrezza coperta , 
Pur con humil parole par che dica ; 
lo nonlo viddi, e questa e cosa certa, 
E questo piu, e piu volte riplica ; 
Intanto il fogla havea gia sceso P erta, 
E come alio sparviere e prossimano, 
Quel di guglielmo e guasto, il suo e sano. 

E getta presto il suo loghero in terra, 
Lo sparviere non men presto rispose, 
E come a vincitor in quella guerra, 
Vezzi li fa, et assai piacevol cose ; 
Vede intanto guglielmo, che lui erra, 
E guasto e il suo sparviere, onde rispose 
Al FOGLA ; tu se' pur tu ilvillano, 
Et alzo presto per darli la mano. 

Ma come il fogla s' accorse dellatto, 

Scostossi un poco, accioche non li dessi ; . 

Disse 



DI LORENZO DE' MEDICI. 27 

Disse GUGLIELMO al FOGLA, tu sc' itiatto, 
Se ne credi andar netto ; e s' io credessi 
Non far vendetta di quel, che m' hai fatto. 
Credo m' impiccherei, e s' io havessi 

MeCp MICHEL DI GIORGIO, o'l RANNUCINO, 

Attenderesti ad altro, cervellino. 

El FOGLA innanzi allafuria si leva, 
E stassi cheto, et ha pur patienza, 
E altro viso, e parole non haveva, 
Che quel, eh' aspettando in favor la sentenza, 
E poi subitamente la perdeva ; 
Disse GUGLIELMO ; voglio haver prudenza, 
TerroUa a mente insino all' hore extreme, 
E rivedremci qualche volta insieme. 

Gia il Sole, in verso mezzo giorno cala, 
E vien P ombre stremando, che raccorcia ; 
Da loro proportione e brutta e mala, 
Come a figura dipinta in iscorcia ; 
Rinforzava il suo canto la cicala, 
E '1 mondo ardeva a guisa d' una torcia ; 
L' aria sta cheta, et ogni fronde salda 
Nella stagion piu dispettosa, e calda. 

Quando il mio dionigi tutto rosso, 
Sudando, come fassi un novo fresco ; 
Disse, star piu con voi certo non posso, 
Deh vientene almen tu giovan Francesco ; 

Ma 



28 POESIE 

Ma venitene tutti per ir gi osso ; 
Troppo sarebbe fiero barbaresco, 
Chi volessi hor, quando la terra e accesa, 
Aspettar piu per pascersi di presa : 

E detto questo, die volta al cavallo, 

Senza aspettar giovan Francesco ancora ; 
Ciascnn si mette presto a seguitallo, 
Che '1 sole tutti consuma, e divora ; 
El cappellaio vien drieto, e seguitallo. 
I bracchi, ansando con la lingua for a ; 
Quanto piu vanno, il caldo piu raddoppia ; 
Pare appicciato il foco in ogni stoppia. 

Tornonsi a casa chi tristo, e chi lieto, 
E chi ha pieno il carnaiuol di starne ; 
Alcun si sta senza, et e tristo e cheto, 
E bisogna procacci d' altra carne ; 
GuGLiELMo viene dispettoso adrieto, 
Ne puo di tanta guerra pace fame ; 
Giovan Francesco gianon se ne cura ; 
Che uccella per piacere, e per natura. 

E giunti a casa, riponeva il cuoio, 
E i can governa, e mette nella stalla 
II canattier ; poi all' infrescatoio 
Rinovasi ognun co' bicchieri a galla ; 
Quivi si fa un altro uccellatoio, 
Quivi le starne alcun non lascia, o falla ; 

Pare 



DI LORENZO DE' MEDICI. 29 

Pare trebbiano il vin, sendo cercone, 
Si fa la voglia le vivande buone. 

El primo assalto fii sanza romore, 
Ognuno attende a menar la mascella ; 
Ma poi, passato un po' il primo furore, 
Chi d' una cosa, chi d' altra favella ; 
Ciascuno al suo sparvier dava 1' honore, 
Cercando d' una scusa pronta, e bella ; 
E chi molto non sa con lo sparviere, 
Si sforza hor qui col ragionare, e here. 

Ogni cosa guastava la quistione 

Del FOGLA con guglielmo, onde si leva 

Su DioNiGi con buona intentione, 

E in questo modo a guglielmo diceva : 

Vuoci tu tor tanta consolatione ? 

E benche il caso stran pur ti pareva, 

Fa che tu sia com son io discreto, 

Che averai il mio sparviere, e statti cheto. 

Queste parole, e questo dolce stile, 

Perche guglielmo P ama, assai li piace ; 
E perche gli era pur di cor gentile, 
Delibero col fog la far la pace ; 
Onde li disse con parole humile. 
Star piu teco non voglio in contumace, 
E voglio in pace tutto sofFerire ; 
Fatto questo ciascun vanne a dormire. 
vol. III. F E quel 



30 POESIE 

E cj'jel die si sognassi per la nolle, 
Quello sarebbe bello a poter dire ; 
Ch' io so, ch' ogiiiin rimettera le dotte, 
Insiuo a terza vorranno dormire ; 
Pol ce n' aiidremo insieme a quelle grotte, 
E qualche lasca farem fuora uscire. 
E cosi passo, compar, lieto il tempo, 
Con mlile rime in ziicchero, et a tempo. 



DI LORENZO DE' MEDICI. 31 



ELEGIA. 

ViNTo dalli amorosi empj martirj, 
Pill volte ho gia la mano a scriver porta, 
Come il cor viva in pianti, et in sospiri, 

Donna, per farti del mio stato accorta ; 
Ma poi, temendo non P haressi a sdegno, 
Ho dal primo pensier la man distorta. 

Cos! mentre die dentro il foco al legno 

E stato acceso, hora il disio m' ha spinto, 
Hor m' ha paura ritenuto al segno : 

Ma pill celar non puossi ; et gia depinto 
Porto el mio mal nella pallida faccia. 
Come chi da mal lungo e stanco, e vinto. 

El cor dentro avvampa hor, di fuor tiitto 
aghiaccia ; 
Onde convien, che a maggior forza io ceda — 
^ ^ ^ 

Speme, soverchio amor, mia fedeltate 

Questo laccio amoroso hanno al cor stretto, 
Et furato lor dolce libertate. 

Ben veggio il per so ben, ma perch' io aspetto 
Trovar, donna gentile, in te merzede 
Fa, che di ben seguirti ho gran diletto ; 

Che 



32 POESIE 

Che s* egli e ver quel ch' altri dice, o crede, 
Che persa e belta in donna sanza amore ; 
Te ingiuriar non vorrei, e la mia fede : 
Perche non cerco alcun tuo disonore. 
Ma sol la grazia tua, e che ti piacci, 
Che '1 mio albergo sia dentro al tuo core, 

Mostron pur que' belli occhi, e' non ti spiacci 
El mio servire ; e cosi amor mi guida 
Ognor piu dentro ne' tenaci lacci ; 

Ne restera giammai finche me occida, 
Donna, se tua pieta non mi soccorre, 
Che morte hor mi minaccia, et hor mi sfida: 

Ahi, folic mio pensier, che si alto porre 
Vuolse P effetto ; ma se a te m' inchina, 
Madonna, il cielo, hor me H posso opporre I 

Cosi mi truovo in ardente fucina 

D' amore, et ardo, e son d' arder contento, 
Ne cierco al mio mal grave medicina, 

Se non quando mancar li spirti sento ; 
Alhor ritorno al veder li occhi belli ; 
Cosi in parte s' acqueta el mio tormento. 

Talche se pur talvolta veder quelli 

Potessi, o in braccio haverti, o pure alquanto 
Tener le man ne' crispi tua capelli, 

Mancherian i sospir, P angoscia, el pianto, 
Et quel dolore in che la mente e involta, 
E in cambio a quel sai'ia dolcezza, e canto. 

Ma tu dalli amorosi lacci sciolta, 

Crudel, non curi di mie pene alhora, 
Anzi gli occhi mi ascoiidi, altrove volta. 

Li 



DI LORENZO DE' MEDICI. 33 

Li occhi tuo belli, lasso, ove dimora 
II pharetrato Amor ver me protervo, 
Ove suo dardi arruota, ove gP indora. 

Et cosi il mio dolor non disacervo, 
Ma resto quasi un corpo semivivo, 
Con piu grave tormento, et piu acervo. 
Ma fa quel vuoi di me per fin eh' i' vivo, 
lo t' amero, poiche al ciel cosi place ; 
Cosi ti giuro, et di mia man ti scrivo. 

Ne gesti, o sguardi, o parola fallace 

D' altra non creder dal tuo amor mi svella, 
Ch' al sine i' spero in te pur trovar pace. 

Solo a te pensa Palma, et sol favella 
Di te la lingua, e il cor te sol vorrebbe, 
Ne altra donna agli occhi mia par bella. 
Tanto amor, tanta fe certo dovrebbe 
Haver mossa a piata una Sirena, 
Et liquefatto un cor di pietra harebbe. 

Nata non se' di Tigre, o di Leena, 
Ne preso il latte nella selva Ircana, 
O dove il ghiaccio el veloce Istro affrena. 

Onde se quella speme non e vana, 

Che mi dan gli occhi tua, il occhi che ferno 
La piaga nel mio cor, ch' ancor non sana, 

Non vorrai. Amor, di me piu scherno. 
Cosi ti prego ^ * * 

Tua piata faccia il nostro amor eterno. 

Venga, se dee venir, tuo aiuto quando 
Giovar mi possa, et non tardi tra via, 
Che nuoce spesso a chi ben vive amando. 

Ma, 



34 POESIE 

Ma, lasso, hor quel mi duole e, ch' io vorria, 
II volto, e i gesti, e ilpianto ch' el cor preme, 
Accompagnassin questi versi mia ; 
^Ma s' egli avvien, che soletti ambo insieme, 
Posso il braccio teiierti al colla avvolto, 
Vedrai come d' amore alto arde, e geme. 

Vedrai cader dal mio pallido volto 
Nel tuo candido sen lacrime tante, 
Da' mia ardenti sospiri ^ * molto. 

E se la lingua pavida, e tremante 
Non ti potra del cor lo aiFetto aprire, 
Come intervien sovente al lido amante, 

Dagli baldanza * * * dire, 

Quando gran fiamma in gentil cor accenda 
Lo amor, la speme del iedel servire, 

Chi sia che tanta cortesia riprenda ? 
Anzi, perche mal puossi amor celare, 
Che altri dal volto, o gesti nol comprenda, 

Sovente io mi odo drieto susurrare, 
Quanto e dal primier suo esser mutato 
Questo meschin, per crudel donna amare. 

Non rispondo, anzi vergognoso guato 
A terra, come chi talvolta intende 
Quel, che a ciascun credea esser celato. 

La tua impieta te stessa, et me riprende, 
Che non bene tua bellezza accompagna, 
Et al mio bon servir mal cambio rende. 

Ne percio mai il cor di te si lagna, 
Ne si dorra sino alio extremo punto, 
Ma ben vorrebbe, e percio il volto bagna. 

Teco 



DI LORENZO DE' MEDICI. 35 

Teco V avessi il cicl, donna, congiunto ; 
In matrimonio : ah, che pria non venisti 
Al mondo, o io non son piu tardo giunto ? 

Che gli occhi, co' quai pria tu il core apristi, 
Ben mille volte harei baciato il giorno, 
Scacciando i van sospiri, e i pensier tristi. 

Ma questo van pensiero a che soggiorno ? 
Se tu pur dianzi, et io fui un tempo avanti 
Dal laccio coniugal legato intorno, 

Qual sol morte convien, che scioglia ^ ^ *- 
Puoi ben volendo, e te ne prego, e stringo, 
Ch' un cor, un sol voler sia tra due amanti. 

Ben t' accorgi. Madonna, che non lingo 
Pianti, sospiri, o le parole ardente ; 
Ma come Amor la detta, io la dipingo* 

Occhi belli, anzi stelle luciente, 
O parole soavi, accorte, e sagge, 
Man decor, che toccar vorrei sovente, 

Amor e quel, che a voi pregar mi tragge, 
Non sia. Madonna, il mio servire invano, 
Ne in van la mia speranza in terra cagge. 

Tu hai la vita, e la mia morte in mano. 
Vivo contento, s' io ti parlo un poco, 
Se non, morte me ancide a mano a mano. 

Fa almen, s' io moro, dell' extremo foco 
Le mia ossa infeiice sieno extorte, 
E poste in qualche abietto, e picciol loco. 

Non vi sia scritto chi della mia morte 
Fussi cagion, che ti saria gravezza ; 
Basta 1' urna di fuor stampata porte, 

'' Troppo in hii amor, troppo in altrui durezza.'' 



36 rOESIS 



AMORI DI VENERE, E MARTE. 



VENERE PARLA. 

SU Nymphe ornate il glorioso monte — 
Di canti, e balli, e resonanti lire ; 
Fate di fior grillande alme alia fronte, 

Che mi par Marte amico mio sentire ; 
E dalla plaga lattea su nel cielo 
Visto ho la stella sua lieta apparire. 

Spargete all' aura i crini avvolti in velo, 
E liete tutte nel fonte Acidalio 
Gratiose vi lavate il volto, e il pelo. 

Le sacre Muse dal liquor Castalio 
Di dolci carmi piene inviterete ; 
Stendete drappi, ornate il ciel col palio. 

Bacco, e Sileno mio liete accogliete, 
E se Cerer non e sdegnata ancora 
Per Proserpina sua, la chiamerete. 

Va, Climen nympha mia, dalP Aurora, 
Digli, che indugi alquanto il bel mattino, 
Lieta col suo Titon faccia dimora. 
Tu Clytia andrai nel bel monte Pachino, 
Tu nel Peloro, e tu nel Lilibeo, 

Guardate di Sicilia ogni confino, 

SI, 



DI LORENZO DE' MEDICI. 37 

Si, che Volcano mio fabro Pheteo 
Con Marte non mi trovi in adulterio, 
Donde fabula sia poi d' ogni Deo. 

Ascondi Luna il iucido cmisperio ; 
Voi per le selve non latrate, o cani, 
Sicche d' infamia non si scuopri il vero* 

Vien lieta notte, e voi profundi Mani 
Scurate P ora, o tu iigliiK)! Cupido, 
Mi do nelle tue braccia, in le tue mani. 

Con le tue fiamme dolce ardente rido, 
Fa lume a Marte, mio sposo, et signore, 
Tu me feristi, Amor, di te me fido. 

Marte, se oscure ancor ti paron i' ore, 

Vienne al mio dolce ospizio, ch' io t' aspetto ; 
Vulcan non v' e, che ci disturbi amore. 

Vien, ch' io V invito nuda in mezo il letto, 
Non indugiar, ch' el tempo passa, e vola, 
Coperto m' ho di fior vermigii il petto. 

Vienne Marte, vien via, vien ch' io son sola ; 
Togliete e lumi, el mio mai non Io spengo ; 
Non sia chi piu mi parli una parola. 



MARTE PARLA. 



Non qual nimico alle tue stanze vengo, 
Vener miabella, ma sanz' arme, o dardo, 
Che contro ai colpi tua null' arme tengo. 
VOL. III. G Altra 



38 POESIE 

Altra cosa e vedcre un grato sguardo 
D' un amoroso lume, ovunque e' vada, 
Che spada, o lancea, o vessillo, a stendardo. 

*' Amor regge suo impero sanza spada ;" 
Coperto no, ma vuole il corpo nudo, 
Dolce contento a seguir cio che aggrada ; 

Odir parlar, non dispietato, e crudo, 
Ma dolce in se, qiial di piata s' accolga ; 
E questa V arme sia, la lancia, e '1 scudo. 

Intorno al col suo bianca treccia avvolga, 
Deili ardenti amator dura catena, 
E forte laccio, che giammai si sciolga. 

Baciar la bocca, e la fronte serena, 
E dua celesti lumi, e '1 bianco petto, 
La iunga man d' ogni bellezza plena. 

Altra cosa e giacer nelP aureo letto 

Con la sua dolce arnica, et cantar carmi, 
Che affaticar il corpo al scudo, e elmetto. 

Gustar quel frutto, che puo lieto farmi. 
Ultimo fin d' un tremante diietto ; 
Tempo e d' amor, tempo e da spada, etarmi. 



APOLLO PARLA. 



Ingiuria e grande al letto romper fede ; 

Non sia chi pecchi, e di', chi '1 sapra mai ? 
Che '1 sol, le stelle, el ciel, la luna il vede. 

E tu 



DI LORENZO DE' MEDICI. 39 

E tu che lieta col tuo Marte stai, 

Ne pensi, il ciel di tua colpa dispone ; 
Cos! spesso un gran gaudio torna in guai. 

Ogni lungo secreto ha sua stagione ; 
Chi troppo va tentando la fortuna, 
Se allide in qualche scoglio, e ben ragione. 

Correte, o Nymphe, a veder sol quest' una 
Adulterata Venere impudica, 
E '1 traditor di Marte ; o stelle ! o luna ! 

Giove, se non ti par troppa fatica, 

Con Giunon tua gelosa, al furto viene ; 
Non pecchi alcun, se non vuol che si dica, 

Vieni a veder, Mercurio, le catene, 
Che tu riporti in ciel di quest' e quella ; 
Che nul peccato mai fu senza pene. 

Pluto, se inteso hai ancor questa novella, 
Con Proserpina tua lassa 1' inferno ; 
Ascendi all' aura relucente et bella. 

Alme, che ornate il bel paese eterno 
De' campi Ely si, al gran furto venite ; 
Convien si scuopra ogni secreto interno. 
Glauco, Neptuno, Dori, Alpheo correte 
Al tristo incesto, et Ino, et Melicerta, 
Con le Driade, e '1 gran padre d' Amphy- 

trite. 
Accio cho in terra, in mare, et in ciel sie certa 
Infamia tal d' una malvagia et rea, 
Et grave strupo, e inhonestate aperta. 

Vulcan, 



40 POESIE 

Vulcan, vieni a veder tua Cytherea, 
Come con Marte suo lieta si posa, 
Et rotta t' ha la fede, et fatta rea. 

Debbe al consortio tuo esser piatosa, 
Ad altri no ; ma gP e fatica grave 
Posser guardare una donna amorosa. 

Che sa la vuol, non fia chi mai la cave ; 

Tu dor mi forse, ma se ' 1 mio sono hai inteso, 
Vieni a veder di lei V opere prave. 

Lascia Sicilia, e '1 tuo stato sospeso ; 
Che patir tanta ingiuria honora te poco, 
Vendetta brama Dio d' un core ofFeso. 



VULCANO PARLA. 

Non basta havermi il ciel dall' alto loco 
Gittato in terra, et da sua mensa privo, 
Et fatto fabro, et Dio del caldo foco ; 

Che per piu pena mia ciaschedun Divo 

Cierchi straziarmi, et dimostrar lor prove ; 
Ma tanta ingiuria mai non la prescrivo. 

lo pur attendo a far saette a Giove, 
Sudando intorno alP antica fucina, 
Et Marte gode mie fatiche altrove. 

Venere, Vener mia, spuma marina, 
Tu Marte adulter, pena pagherete, 
Che grave colpa vuol gran disciplina. 
•^ * ^ 



DI LORENZO DE' MEDICI 41 



LA CONFESSIONE. 

DONNE, et fanciulle, io mi fo conscienzia 
D' ogni mie fallo, e vo' far penitenzia. 

Io mi confesso ad voi primieramente, 
Ch' io sono stato al piacer negligente ; 
Et molte cose ho lasciato pendente ; 
Di questo primo i' mi fo conscienza. 

Io havea lungo tempo disiato 

A una gentil donna haver parlato, 
Poi in sua presentia fui ammutolato ; 
Di questo ancora i' mi fo conscienza. 

Gia in un altro loco mi trovai, 
Et un bel tratto per vilta lasciai ; 
E non ritorno poi quel tratto mai : 
Di questo ancora i' mi fo conscienza. 

Ah, quante volte io me ne son pentito ! 
Presi una volta un piu tristo partito, 
Ch' io pagai innanzi, e poi non fui servito : 
Di questo ancora i' mi fo conscienza. 

Io mi ricordo ancor d' altri peccati ; 
Che, per ir drieto a parole di frati, 
Molti dolci piaceri ho gia lasciati : 
Di questo ancora i' mi fo conscienza. 

Dolgomi 



42 POESIE 

Dolgomi ancor, die non ho conosciuto 

La giovenezza, e '1 bel tempo che ho aviito, 
Se non hor, quando egli e in tutto perduto ; 
Di questo ancora i' mi fo conscienza. 

Dico mia colpa, et ho molto dolore 

Di vilta, negligentia, et d' ogni errore : 
Ricordi, o non ricordi, innanzi Amore 

Generalmente io ne fo conscienza. 

Et prego tutti voi, che vi guardiate, 
Che simili peccati non facciate ; 
Accio che vecchie non ve ne pentiate, 
Et in van poi ne facciate conscienza. 



LE SETTE ALLEGREZZE D'AMORE. 

DEH state a iidire giovane et donzelle 
Queste sette allegrezze, ch' io vo' dire, 
Devotamente, che son dolce, e belle, 
Che amore a chi Io serve fa sentire ; 
Io dico a tutte quante, et primo a quelle, 
Che son vaghe et gentile, e in sul fiorire ; 
Gustate ben queste allegrezze sante, 
Che amor ve ne contenti tutte quante. 

Prima AUegrezza, che conciede amore 
Si e mirar dua piatosa occhi fiso, 

Esciene 



DI LORENZO DE' MEDICI. 43 

Esciene un vago, bel, dolce splendore ; 
Veder mover la bocca un dolce riso, 
Le man, la gola, e modi pien d' honore, 
L' andar, ch' uscita par del paradiso ; 
Ogni atto, e movimento, che si faccia, 
Et cosi prima un cor gentil s' allaccia. 

La seconda allegrezza, che amor dona, 
E, quando ho gratia di toccarla mano 
Accortamente, ove si balla, o suona, 
O in altro modo stringnerla pian piano ; 
Et mentreche si giuoca, o si ragiona, 
Gittar certe parole, et non in vano ; 
Toccare alquanto, et stringner sopra a' panni 
In modo, che chi e intorno, se ne inganni. 

Terza allegrezza, qual Amor conciede, 
E quando ella unatua lettera accetta, 
E degna di rispondere, e far fede 
Di propria man, che el collo al giogo metta ; 
Bene e duro colui, che, quando vede 
Si dolce pegno, lacrime non getta ; 
Leggiela cento volte, e non si satia, 
Et con dolci sospiri amor ringratia. 

Piu dolce assai quest' allegrezza quarta, 
Se ti conduci a dir qualche parole 
A solo a solo, a far del tuo cor carta, 
Et dire a boccha ben dove ti duole ; 

Se 



44 roEsiE 

Se advicn, che amor le some ben comparta, 
Senti dir cose da fermare el sole : 
Dolci pianti, et sospiri, etmaladire 
Usci, et finestre, che ti pub impedire. 

Che pub gustar questa quinta allegrezza 

Pub dir, che amor, e il suo servitio piaccia, 
Se advien, che baci con gran tenerezza 
Un' amorosa, vagha, e gentil faccia, 
Le labra, et dentro ov' e tanta dolcezza, 
La gola, el petto, et le candide braccia, 
Et tutte P altre membre dolce, et vaghe, 
Lasciando spesso e segni delle piaghe. 

Questa sesta allegrezza, ch' io dico hora, 
E il venir quasi alia conclusion ; 
Et a quel fin, perche ogni huom s' innamora, 
Et si sopporta ogni aspra passione ; 
Chi 1' ha provato, et chi lo prova ancora, 
Sa che dolcezza, et che consolatione 
E quella, di poter sanza sospetto 
Tenere il suo signore in braccio stretto. 

Vien drieto a questa P ultima allegrezza ; 
Che amore in fin pur contentar ci vuole : 
Non si pub dir con quanta gentilezza, 
Con che dolci sospir, con che parole, 
Si perviene a questa ultima allegrezza, 
Come si piange dolcemente, e duole ; 

Fassi 



DI LORENZO DE' MEDICI. 45 

Fassi certi atti alhor, chi noii vuol fingere, 
Ch' un dipiiitore non sapre' dipingere. 

Queste sono allegrezze, che Amor da, 
O donne, a chi lo serve fedelmente, 
Perb gustile, e pruovile chi ha 
Bellezza, et gentilezza, eta florente, 
Che perder tempo duole a chi piu sa ; 
Queste allegrezze, ch' io ho detto al presente, 
Chi le dice, et prova con divotione, 
Non puo morire sanza extrema untione. 

Questo povero Cieco, quale ha detto 
Queste allegrezze, a voi si racomanda, 
Amor 1' ha cosi concio el poveretto, 
Come vedete, et cieco attorno il manda, 
Vorrebbe qualche carita in effetto, 
Almen la gratia vostra v' addimanda ; 
Fategli qualche ben, donne amorose, 
Che gustar possa delle vostre cose. 

El poveretto e gia condotto a tale, 

Che non ha con chi fare el Carnasciale. 



VOL. III. 



46 POESIE 



CANZONE. 

PRENDA piata ciascun della mia doglia, 
Giovane, et donne, et sia chiunche si voglia. 

Sempre servito io ho con pura fede 
Una, la qual credea fussi pietosa, 
Et che dovessi haver di me merzede, 
Et non, come era, fussi disdegnosa; 
Hor m' ho perduto il tempo, et ogni cosa, 
Che si rivolta, come al vento foglia. 

O lasso a me ! ch' io non credetti mai, 
Che sua occhi leggiadri, e rilucenti 
Fussin cagione a me di tanti guai, 
Di tanti pianti, et di tanti lamenti ; 
Ah crudo amore, hor come gliel consenti ? 
Di tanta crudelta suo core spoglia. 

O lasso a me! questo non e quel merto, 
Ch' io aspettava di mia fede intera, 
Questo non e quel, che mi fu oiferto ; 
Questo ne' patti nostri, Amor, non era ; 
Folic e colui, che in tua promessa spera, 
E sotto quelia vive in pianti, e in doglia. 

Cantato 



DI LORENZO DE' MEDICI. 47 

Cantato in parte vi ho la doglia mia, 

Che vi debba haver mosso haver piatate ; 
Et quanto afflitta la mia vita sia, 
Perche di me compassioiie habbiate ; 
Et prego Amor, che piu felice siate, 
Et vi contenti d' ogni vostra voglia. 



CANZONE. 



CON tua promesse, et tua false parole, 
Con falsi risi, et con vago sembiante, 
Donna, menato hai il tuo fedele amante, 
Sanza altro fare ; onde m' incresce, et duole. 

lo ho perduto drieto a tua bellezza 
Gia tanti passi per quella speranza, 
La quale mi die tua gran gentilezza, 
Et la belta, che qualunche altra avanza ; 
Fidomo in lei, et nella mia costanza. 
Ma insino a qui non ho, se non parole. 

Di tempo in tempo gia tenuto m' hai 

Tanto, ch' io posso numerar molti anni, 
Et aspettavo pur, di tanti guai 
Ristorar mi volessij et tanti affanni ; 

Et 



48 POESIE 

Et conosco hor, che mi dileggi, et inganni 
La fede mia non vuol da te parole. 

Donna, stu m'ami, come gia m' hai detto, 
Fa, eh' io ne vegga qualche sperantia ; 
Deh non mi tener piu in contanto aspetto, 
Che forse non haro piu patientia, 
Se vuoi usare in verso me dementia, 
Non indugiare, et non mi dar parole. 

Va canzonetta, et priega el mio Signore, 
Che non mi tenga piu in dubbio sospeso, 
Di, che mi mostri una volta il suo core, 
Et se e perduto il tempo, ch' io ho speso, 
Come io haro il suo pensiero inteso, 
Prendo partito, et non vo' piu parole. 



CANZONE. 

IO prego Dio, che tutti i mal parlanti 
Facci star sempre in gran dolor i, e pianti. 

E prego voi, o gentil donne, e belle, 
Che non facciate stima di parole, 
Pero che chi tien conto di novelle, 

D' ogni 



DI LORENZO DE' MEDICI. 49 

D' ogni piacer privare al fin si suole ; 
Honestamente, e liete star si vuole, 
Vivere in gioie, et in piaceri, e canti. 

Deh lasciam dir chi vorra pur mal dire, 
E non guardiamo al lor tristo paiiare ; 
Allegro si vuol vivere, e morire, 
Mentre che in giovinezza habbiamo a stare ; 
E chi vorra di noi mal favellm e, 
El cor per troppa invidia se gli schianti, 

Canzona, truova ciascheduno amante, 
E le donne leggiadre, alte, e gentile, 
Ricorda lor, che ciascun sia costante 
Al sno am ore con animo virile ; 
Perche il temer parole e cosa vile, 
Ne fu iisanza mai di veri amanti. 



CANZONE. 

r HO d' amara dolcezza ii mio cor pieno, 
Come amor vuole, e d' un dolce veneno : 

Nessuno e piu di me lieto, e contento, 
Nessuno merta maggior compassione ; 
La dolcezza, et dolor, che insieme sento. 



Di 



50 POESIE 

Di rider damni, e sospiri cagione ; 
Nori puo iiitender si dolce passione, 
Scusa non fo, chi non ha gen til core. 

Amore et honestate, et gentillezza, 
A chi misura ben, sono una cosa : 
Per me e perduta in tutto ogni bellezza, 
Ch' e posta in donna altera, et disdegnosa ; 
Chi riprender mi puo, s' i' son piatosa, 
Quanto honesta comporta, et gentil core ? 

Riprenderammi chi ha si dura mente, 
Che non conoschi li amorosi rai : 

10 prego amore, che chi amor non sente 
Nol faccia degno di sentirla mai ; 

Ma chi P osserva fedelmente assai, 
Ardali sempre col suo foco il core. 

Sanza ragion riprendami chi vuole, 
Se non ha cor gentil, non ho paura ; 

11 mio constante amor vane parole 
Mosse da invidia, poco stima o cura, 
Disposta son, mentre la vita dura, 

A seguir sempre si gentil amore. 



DI LORENZO DE' MEDICI. 51 



SONETTO. 



HERMELINO EQUO SU.'E PUELLJE UTENDUM MISSO. 

SE come Giove trasformossi in toro, 
Anch' io potessi pigliar tua figura, 
Hermellin mio, senza darti tal cura, 
Portare vorre' io stesso il mio thesoro. 

Non SI da lungi, ne con tal martoro, 
Ne pria nell' onde mai con tal paura 
Portato harei quell'Angioletta pura, 
Che hora m' e donna, et forse poi sia alloro. 

Ma poiche cosi va, Hermellino mio, 
Tu solo porterai soave, ei piano 
La pretiosa salma, e ' 1 mio desio ; 

Guarda non molestar col fren sua mano, 
Ubidisci colei, che ubidisch' io, 
Poiche SI tosto Amor vuole, che amiano. 



52 POESIE 



SONETTO. 

FUGIENDO Loth con la sua famiglia 
La citta, ch' arse per divin g-iuditio ; 
Guardando indrieto, et visto el gran supplitio, 
La donna immobil forma di sal piglia. 

Tu hai fuggito, et e gran maraviglia, 
La citta, ch' arde sempre in ogni vitio ; 
Sappi anima gentil, ch ' 1 tuo offitio 
E non voltare a lei giammai le ciglia. 

Per ritrovarti il biion pastore eterno 
Lascia el greggie, o smarrita pecorella, 
Truovati, e lieto in braccio ti riporta. 

Perse Eiiridice Orfeo gia in suUa porta, 
Libera quasi, per vol tarsi a quella ; 
Pero non ti voltar piii alio inferno. 



DI LORENZO DE' MEDICI, S3 



SONETTO. 

SEGUI, Anima divota, quel fervore, 
Che la bonta divina al petto spira, 
Et dove dolcemente chiama, et tira 
La voce, o pecorella, del pastore : 

In questo nuovo tuo divoto ardore 

Non sospetti, non sdegni, invidia, o ira, 
Speranza certa al sommo bene aspira, 
Pace, et dolcezza, et fama in suave odore. 

Se pianti, o sospir semini talvolta 
In questa santa tua felice insania, 
Dolce, et eterna poi la ricolta. 

'^ Populi meditati sunt inania" 

Lasciali dire, et siedi, et Cristo ascolta, 
O nuova cittadina di Bettania. 



IL FINE, 



TOL. III. 



^ 



APPENDIX. 



APPENDIX. 



NO I. 

^x adnotationibus Isf monmnentis Ang, Fabronii ad vitam 
Laur, Medicis fiertineiitibus, 

LN' libro perantiqiio inscripto : Notizie della Famiglia 
dei Medici : haec in prnemio leguntur. 

Al Nome di Dio mccclxxiii. di Gennajo. 

Al nome di Dio e della sua Santissima Madre Ma- 
donna Santa Maria e di tutta la corte del Paradise 
checcidia gratia di bene fare e di bene dire. 

lo Filigno di Chonte de' Medici veggendo le passate 
fortune di guerre citanesche e di fuori, e le fortunose 
pistolenze di mortalita, che Domenidio a mandate in 
terra, e che si teme che mandi, vigiendole a nostri vi- 
cini, faro memoria delle cose passate chio vedro, che 
possano essere di bisongno sapere a voi che rimarrete 
o verrete dietro amme, a cio che voi le troviate, se bi- 
songno fosse, per ciauno chaso : pregando voi che 
scriviate bene per loinanzi, e che conserviate quelle 
terre e chase, che troverete inscritte in questo libro, 

la 



58 APPENDIX, NO I. 

la maggiore parte aquistate per la dengna memoria del 
nobile chavaliere Mess. Giovanni di Chonte meo fra- 
tello, dopo la di cui morte io formo questo libro, 
levando del suo e daltri, e priegovi, che questo libro 
guardiate bene, e tengniate en luogho segreto, sicche 
ninvenisse a mano altrui, e si perche vi potrebbe 
essere de bisongno per lonanzi, come ora bisongna a 
noi, che ci conviene trovare carte di c. anni per cha- 
gioni, che nanzi troverete inscritto, peroche gli stati 
si mutano, e non anno fermezza. 

Ancora vi priego, che non solamente conserviate 
lavere, ma co iserviate lo stato aquistato pe nostri pas- 
sati, il quale e grande, e maggiore soleva essere, e 
comincia a manchare per carestia di valenti uomini 
chabbiamo, de' quale solevamo avere gran quantita. 

Ed era tanta la nostra grandigia, che si dicea, tusse 
com uno de Medici, e ogni uomo ci temea ; e anchora 
si dice, quaiido un cittidino fa una forza o ingiuria 
altrui, se gli el facesse uno de Medici, che si direbbe: 
anchora e grandissima e di stato d' amichi e di ric- 
chezza, piaccia a Dio conservarlaci. 

E oggi in questo d\, lodato Idio, siamo uomeni in- 
torno cinquanta. 

E' nota poi chio naqqui, sono niorti di casa nostra 
intorno a cento viomeni ; e di pochi e famiglia, e oggi 
siamo male a fanciuUi, cioe nabiamo pochi. 



I scivero 



APPENDIX. NO I. 59 

I scrivero in piu parti questo libro, e prima mettero 
note di charte, quanto potro sapere e dote, fini, com- 
promessi e altre, poi mettero tutte le compere, e chi 
fece le charte, poi mettero tutte le case e terre confinate 
coggi possediamo, &c. 



N« II. 

Jo. Lamii* Delicia Eruditoruniy v, xii. fi. 169. Flor. 1742. 

Copia di Parlamento dell' anno 1433. e. 34. levato da 
un libro di propria mano di Cosimo de' Medici, 
dove scriveva i suoi ricordi d' importanza ; e fu 
levata detta copia da Luigi Guicciardini. 

JxiCORDO come a di primo di Settembre entro all* 
Uffizio del Sig. Giovanni di Matteo dello Scelto, Do- 
nato di Cristofano Sannini, Carlo di Lapo Corsi, laco- 
po Berlingliieri, Mariotto di Mess. Niccolo Baldovi- 
netti, Bartolommeo di Bartolommeo Spini, Bernardo 
di Vieri Guadagni Gonfaloniere di Giustizia, e Berto 
di Messer Marco di Cenni Albergatore ; e quando fu- 
rono tratti si comincio a mormorare, che al tempo loro 
si farebbe novitti nella Terra ; e fummi scritto in Mu- 
gello dove era stato piu mesi per levarmi dalle contese, 
e divisioni, ch' erano nella citta, ch' io tornassi, e cosi 
tornai a di 4. II di medesimo visitai il Gonfaloniere, 
e gli altri, come insieme Giovanni dello Scelto, il 
quale, reputava miolto amico, ed erami obligato, e il 
simile degli altri ; e dicendo loro quello si deceva, ei 

prestamente 



60 APPENDIX. NO II. 

prestamente tutti lo negarono, e die fussi di buon 
animo, che volevano lasciare la Terra, come 1' avevano 
trovata. Ordinarono a' 5. una Pratica d' otto Citta- 
dini, due per quartieri, dicendo volevano con il con- 
siglio di quest! fare ogni loro deliberazione, e furono 
questi, Messer Giovanni Guicciardini, Bartolommeo 
Ridolfi, Ridolfo Peruzzi, Tommaso di Lapo Corsi^ 
Messer Agnolo Acciaioli, Giovanni di Messer Rinaldo 
Gianfigliazzi, Messer Rinaldo degli Albizi, ed io Co- 
simo. E benche per la Terra, come si e detto, fusse 
sparso dovessino fare novita, pure avendo da loro 
quello aveva, e reputandoli amici, non vi prestassi 
fede. Segui che a di 7. la mattina soto colore di 
volere la detta Pratica, mandarono per me, e giunto in 
Palazzo trovai la maggior parte, de compagni, e stando 
U ragionare, dopo buono spazio mi fu comandato per 
parte de Signori, che io andassi su di sopra, e dal Ca- 
pitano de' Fanti fui messo in una Camera, che si 
chiama la Barberia, e fui serrato dentro ; e sentendosi, 
tutta la Terra si sollevo. II di fecero consiglio de' 
Richie sti, e per lo Gonfaloniere fu detto, che quello 
avevano fatto di ritenermi, era per buona cagione, 
come altra volta sarebbe loro noto ; e che di questo 
non volevano consiglio, e licenziarono i Richiesti : e li 
Signori per le sei fave mi confinarono a Padova per un 
anno. Fatta questa azione fu -subito avvisato Lorenzo 
mio fratello, ch' era in Mugello, e Averardo mio cu- 
gino, ch' era a Pisa, e cosi fu fatto intendere a Niccolo 
da Tolentino Capitano di Guerra del Comune, ch' era 
molto mio amico. Lorenzo vennc il di medesimo in 
Firenze, e mandarono i Signori per lui che andasse a 
Palazzo, gli fu significato il perche, subito si parti, e 
ritornossi al Trebbio. Averardo si parti da Pisa pres- 
to, 



APPENDIX. NO II. 61 

to, che avevano dato ordine farlo pigliare Ik, e cosi se 
ci avessero preso tutti a tre, ci facessero male arrivare. 
Niccolo da Tolentino sentito il caso a dl 8. venne la 
mattina con tutta la sua Compagnia alia Lastra, e con 
animo di fare novita nella Terra, perche io fussi lasci- 
ato ; e cosl subito che si sentl il caso nell' Alpe di Ro- 
magna, e di piu altri luoghi, venne a Lorenzo gran 
quantita di fanti. Fu confortato il Capitano, e cosi 
Lorenzo a non fare novita, che poteva esser cagione di 
farmi fare novita nella persona, e cosl feciono ; e ben- 
che chi consiglio qiiesto fussino parenti, e amici, e a 
buon fine, non fu buono consiglio ; perche se si fussino 
fatti innanzi, ero libero, e chi era stato cagione di 
questo, restava disfatto. Ma tutto si vuol dire fussi per 
lo meglio, perche ne segui maggior bene, e con piu mio 
onore, come innanzi faro menzione. Non parendo agli 
amici miei si dovessi far novita, come ho detto, el Ca- 
pitano si torno indietro alle stanze, mostrando esser 
yenuto per altra cagione, e Lorenzo se n' ando a Ve- 
nezia coi miei figli, e portonne quello pote de' denari, 
e delle cos sottili. E Signori confinarono il detto Lo- 
renzo per un anno Venezia, e me a Padova per 5. anni, 
e Averardo a Napoli per 5. anni. Dipoi a di 9. feci- 
ono sonare a parlamento, e vennero in Piazza quelli 
ch' erano stati cagione della novita con fanti, avevano 
fatto venire de fuori ventitre Cittadini, e fu piccolo 
numero, e poco popolo vi si trovo, perche in vero il 
forte de' Cittadini n' erano mal contenti. 

Per Parlamento dierono Balia a' Cittadini, come si 

costumaVa in tali casi, e confinarono me per anni 10. a 

Padova, Lorenzo per anni 5. a Venezia, Averardo per 

VOL. m. K anni 



62 APPENDIX. NO IL 

anni 10. a Napoli, Orlando cle' Medici per anni 10. in 
Ancona, e Giovanni d' Andrea de Messer Alamanno e 
Bernardo d' Alamanno de' Medici a Rimini ; e fecero la 
mia famiglia de' Medici de' Grandi, eccetto i figliuoli di 
Messer Veri, perche Niccolo era Gonfaioniere ; eccetto 
ancora i figliuoli d' Antonio di Giovenco de' Medici, per- 
che Bernardetto era molto amato dal Capitano della Gu- 
erra, e per contemplazione del Capitano mostrarono ec- 
cettuare il detto Averardo e fratelli ; feciono piu ordini 
contro a nci, e massime che io non potessi vendere 
possessioni, ne denari di monte ; e ritennommi in 
Palazzo in sino a di 3. d' Ottobre. 

Sentendosi questo a Venezio, mandarono subito qui 
tre Ambasciatori, cioe Messer Luisi Storlando, Messer 

Tommaso Micheli, e li quali con ogni is- 

tanza proccurarono, e concordarono la mia liberazione 
con offerire tenermi a Venezia, e promettere non farei 
contro alia Signoria, e obbedirei a quello mi fussi com- 
mandato ; e benchc non facessono ottenere fussi libero, 
pure la venuta loro giovo assai, perche c' era di quelli 
confortavano fussi morto, e ebbono promissione non 
mi sarebbe fatto offensione nella persona. Per simil 
modo mando qui il Marchese di Ferrara Ser Gherar- 
dino da Sabiglia al Capitano della Balia, ch* era Messer 
Lodovico del Ronco da Modena, suddito del Marche&e, 
a comandargli, che se io gli fussi messo nelle mani, 
non ne facessi altro conto, che se fussi Messer Lionar- 
do suo ligliuolo ; e che se ne fuggisse m^eco, e non du- 
bitasse di danno, nc di nessuna altra cosa. 

Mi ritennero, siccome e detto, in sino a' 3. di Ot- 
tobre per due cagioni, la prima perche potessero otte- 
nere 



APPENDIX. NO II. 63 

Here nella Balia nell' ordinare la terra a loro modo ; 
die quando non si riceva, minacciavano che mi fareb- 
bono morire, e per qiiesta paiira gli amici, e i parenti, 
che si trovavano nella Balia, deliberavano quello era 
loro messo innanzi, La seconda fii, che credettono, che 
per tenermi in prigione, e aver fatto io non mi potessi 
valere del mio, farci fallire ; il che non riusci loro, che 
non per questo perdessimo credit© ; ma da molti Mer- 
catanti forestieri, e Signori, ci fu offerto, e mandato a 
Venezia gran somma di denari. In fine vedendo non 
riusciva loro il pensiero di farci fallire ; Bernardo 
Giiadagni, offertogli da due persone denari, cioe dal 
Capitano della Giierra fiorini 500. e dallo Spedalingo 
di S. Maria Nuova fiorini 500. i quali ebbe contanti, e 
Mariotto Balduinetti per mezzo di Baccio d' Antonio 
di Baccio fiorini 800. a di 3. d' Ottobre la notte mi 
trassero di Palazzo, e menommi fuori della Porta a S. 
Gallo : ebbono poco animo, che se avessero voluto 
denari, 1' averebbono avuti diecimila, o piu, per uscir 
di pericolo. 

A di 4. di Ottobre il di di S. Francesco arrival a 
Cutigliano nella montagna di Pistoia, e fui accom- 
pagnato da due degli otto della Guardia, cioe Francesco 
Soderini, e Cristofano . . del Chiaro. Dagli uomini 
della montagna fui presentato di biada e cera, come se 
fussi Ambasciadore. A di 5. mi partii, e venni a Fas- 
sano Terra del Marchese di Ferrara, e fui accom- 
pagnato da piu di 20. uomini della montagna. A di 
6. arrival a Modana, e il Governatore ch' era Messer 
Piero . . venne a me per parte del Signore, mi visito, 
e presento, e la mattlna mi fe dare compagnia, e guida. 
A di 7. arrival al Bondeno, e 1' altra mattlna per acqua 

andai 



64 APPENDIX. NO II. 

andai a Francolino ; stetti due giorni per aspettare An- 
tonio Uguccione d' Contrari, che per parte del Mar- 
chese mi fece molte offerte. A di 11. arrival a Vene- 
zia, dove mi venne incontro molti Gentiluomini nostri 
amici, insieme con Lorenzo ; e fui ricevuto, non come 
confinato, ma come Ambasciadore. La mattina se- 
guente visitai la Signoria, e ringraziaila di quelle aveva 
operato per la mia salute, mostrando riconoscere la vita 
da quella : fui ricevuto con tanto onore e tanta carita, 
che non si potrebbe dire, dolendosi delli affanni mia, 
& ofFerando la Signoria, la Citta, V entrata loro, per 
ogni mio contentamento, e la casa : da molti Gentil- 
uomini fui visitato, e presentato. A di 13. mi partj per 
andare a Padova, come m' era comandato, e in miia 
compagnia venne Messer lacopo Donato, e m' alloggio 
in una sua bella casa fornita di panni, e di letta, e di 
cose da mangiare per ogni gran maestro ; e stette meco 
per infino ritornai a Venezia, che furono circa a di 20. 
A Padova venne a casa a me a visitarmi per parte della 
Signoria di Venezia, offerendomi tutto quello potesse 
fare per loro in mia complacenzia. Ho voluto fare 
ricordo deil' onore che mi fu fatto per non essere in- 
grato in fame ricordo, e ancora perche fu cosa da non 
credere, essendo cacciato di casa, trovar tanto onore, 
perche si suol perdere gli amici con la fortuna ; fu re- 
plicato a Lorenzo 1' onore avevo ricevuto, e per via de 
mercanti, e per un m.azzieri de' Signori, che venne 
meco insino a Padova, al quale fu comandato non ne 
dovesse parlare. 

Dipoi del mese di Decembre chiedendo io di grazia 
a Signori di potere stare a Padova, e a Venezia, e per lo 
territorio della Signoria di Venezia essendo de' Signori 

Barto- 



APPENDIX. NO II. 6 5 

Bartolommeo de Ridolfi Gonfalonieri di Giustizia, fu 
deliberato, e ottenni di potere stare per il territorio 
Veneziano, non m' appressando a Firenze piu che 170. 
miglia ; e questo fecero ancora a complacienzia della 
Signoria di Venezia, la quale per loro Ambasciatore, che 
fu Messer Andrea Donate, ne richieseno la Citta ; 
bene appiccorono questa grazia sotto gran pene, non si 
potessi piu rimuovermi, o farmi grazia di confini, come 
appare per la declarazione fetta. 

Al tempo di questi Signori fu confinato Puccio, e 
Giovanni d' Antonio di Puccio, i quali erano miei prin- 
cipali amici ; e di poi al tempo de Priori seguenti, ch' 
era Gonfaloniere Mariotto Scambrilla, fu confinato Mes- 
ser Agnolo Acciaioli, per ccrte novelle aveva scritto a 
Puccio e a noi ; le quali in vero non erano d' importanza, 
nc da esserne cacciato. 

Ricordo che a di 1. Settembre 1434. entrarono de' 
Signori Gio. di Mico Cappone, Caca di Buonaccorso 
Pitti, Niccolo di Cecco Donati Governatore di Gius- 
tizia, Piero d' Antonio di Piero Feltriano, Toto Martini 
per artefici, Simone di Francesco Guiducci, e . . . . 
di Tommaso Redditi, Baldassarri d' Antonio di Santi, 
Neri di Domenico Bartoleni ; e come furono tratti tutti 
i buoni Cittadini, presero vigore, e conforto, parendo 
fusse tempo di uscire dal mal governo avevano, il che 
prima averebbono fatto, se avessero avuto Signori che 
avessono voluto attendere ; perche in vero tutto il Po- 
polo, e tutti i buoni Cittadini, stavano mal contenti ; e 
subito venne a me a Venezia Antonio di Ser Tommaso 
Masi, mandato da piu Cittadini, perche venissimo verso 
Firenze, offerendo, quando sentissono fussimo presi, 



66 APPENDIX. NO II. 

si solleverebbono, e metterebbonci dcntro ; e cosi da 
molti parenti, e amici eravamo continuo sollecitati. 
Parveci volere intendere 1' animo de' Signori con dire, 
non volevamo fare contro al volere della Signoria ; e 
per questo mandammo, da Venezia a Firenze Antonio 
Martelli, perche sentisse da' Signori la loro intenzione, 
da' quali ebbe buona risposta che venissimo, e cosi per 
fante proprio ci avviso per sua lettera ; la quale avuta 
ci partinimo da Venezia 29. di Settembre Lorenzo e io 
Cosimo; e Averardo rimase a Venezia ammalato di 
febbre, che non poteva venire, e a' 30. arrivamo al 
Ponte a Lago. Stemmo in casa dell' Magnifico Uguc- 
cione, il quale insieme col Marchese, a nostra richiesta, 
aveva ordinato gran quantita di Fanti nella montag- 
na di Modena, e del Frigano, e ancora 200. Cavalli 
aveva a suo soldo, perche venissono con noi, com' era 
prima ordinato ; e a di 1. d'Ottobre essendo la mattina 
a udir Messa, avemmo un Corrieri d' Antonio, Salutati 
con lettere, per le quali ci avvisava, come sentendosi per 
la Terra 1 'animo de Signori, e presentendosi la nostra 
venuta, i nostri nemici avevano preso 1' armi a di 26. cioe, 
Messer Rinaldo delli Albizi, Ridolfo Peruzzi, e piii altri 
in numero di 600 persone : di poi la sera mancando loro 
I'animo, e essendo mezzano d' accordo per parte del 
Papa, Messer Giovanni Vitelleschi allora Vescovo di 
Hecanati, e dipoi Arcivescovo di Firenze, e poi Cardi- 
nal e, il quale era molto mio amico, si ridussono a S. 
Maria Novella dove abitava il Papa ; e sentendo che gli 
amici nostri erano provvisti, e di gente, e d' armi, per 
tema di loro persone, Messer Rinaldo, e Ormanno suo 
figliuolo, e Ridolfo Peruzzi, si rimasero la notte la, e 
non vollero uscire ; e chi era con loro si parti chi in 
qua, e chi in la, e andaronsi a disarmare. II perche i 

Signori 



APPENDIX. NO 11. 6^ 

Signori fecero venire dentro gran numero di fanterie 
che solo di Mugello, e dell' Alpe, e di quello di Ro- 
magna, venne a casa nostra, piu di fanti 3000. e cosi 
fecero venire la compagnia di Niccolo da Tolentino ; 
e a di 29. il di di S. Michele fecero parlamento in su la 
piazza, dove fu tutto il Popolo armato, che fu numero 
grandissimo e bene in punto, dettero la Balia a 

Cittadini, e annullarono quello avevano 

fatto r anno passato, e il primo partito e deliberazione 
che fecero, fu che Cosimo e Lorenzo fussero restituiti 
ne' primi onori, e annullato tutto quello fusse fatto 
contra di loro, che non vi fu 4. fave in contrario, con- 
fortandoci per parte di tutti a venire presto. E letta 
detta lettera subito la mandammo a Venezia, dove se 
ne fece gran festa, e noi andammo a visitare il Mar- 
chese, il quale dimostro maggior allegrezza di noi ; 
ringraziammolo de' favori, che ci aveva prestati, e a dl 
2. ci partimmo di Ferrara, e a 3. fummo a Modana, 
dove fummo ricevuti con grand' onore in casa del 
Marchese, e venneci incontro il Governatore e il Po- 
desta, e molti Cittadini di Modana. A di 4. venimmo 
e per la via sempre ci fu fatto le spese dal Mar- 
chese, e per tutto trovammo fanti, che erano ordinati a 
venire con noi, i quali licenziammo, perche non era di. 
bisogno ; e a 5. venimmo a Cutigliano, e poi a Pistoia, 
e appunto in capo dell' anno in quel medesimo di, ciob 
a 5. d' Ottobre, e in quella medesima ora, rientramimo 
in su quello del Commune, e in quel medesimo luogo. 
Di questo ho fatto ricordo perch^ ci fu detto da piu 
persone devote, e buone, quando fummo cacciati, che 
non passerebbe 1' anno che saremmo restituiti, e torne- 
remmo a Firenze. Per la via trovammo molti Citta- 
dini, che ci venivano in contro, e a Pistoia tutto il Po- 
polo 



«8 APPENDIX. NO II. 

polo si fece alia porta per vederci cosi arraati, qiiando 
vi passammo, che non volemmo entrare dentro. Venim- 
ino a di 6. a desinare al nostro luogo a Careggi, dove 
fu gran gente ; i Signori bi mandarono a dire non entras- 
simo dentro, se non ce lo fecevano intendere, e cosi 
fecemo ; e tramontato il Sole mandarono a dire che 
venissimo, e cosi ci movemmo con gran compagnia, e 
perche tutta la via, si stimava facessimo in sino a casa 
nostra, era piena d' uomini, e di donne, Lorenzo, ed io 
con un famiglio, e un mazziere volgemmo lungo le 
niura, e venissimo dietro a' Servi, e poi dietro a Santa 
Reparata, e dal Palazzo del Podesta, e dal Palazzo dell' 
esecutore entrammo nel PaJazzo de' Signori, senza 
essere quasi veduti da persona, perche tutto il popolo 
era nella via larga, e da Casa nostra a aspettarci, e per 
questa cagione non vollero i Signori entrassimo di di 
per non far maggior tumulto nella Terra. Da Signori 
fummo ricevuti graziosamente, e ringraziatigli con quelle 
parole is richiedeva, vollero che insieme con piu altri 
Cittadini rimanessimo in Palazzo con le loro Signorie, 
e cosi fecemo. 

Trovammo prima che giugnessimo, era stato confi- 
nato Messer Rinaldo, e Ormanno suo figliuolo, Ridolfo 
Peruzzi, e molti altri Cittadini ; e la Terra era pacifi- 
cata, benche continuamente in Piazza, e in Palazzo 
stessono buon numero di fanti armati, per sicurta del 
Palazzo. 

Dipoi in Calendi Novembre si fecero i Priori a ma- 
no di la dair acqua, Sandro di Giovanni Biliotti, Piero 
di Bartolommeo del Benino in Santa Croce, Andrea 
Nardi, e Lodovico da Verrazzano, in Santa Maria 

Novella ; 



APPENDIX. NO II. 69 

Novella ; Giovanni Minerbetti Gonfaloniere di Gius- 
tizia, Brunetto Beccaio per Arcefice in S. Giovanni, 
Ugolino Martelli, e Antonio di Ser Tommaso Masi. 
Questi Priori coniinarono molti Cittadini, e cosl posarono 
a sedere molte famiglie sospette, e fecero molte cose in 
favore dello Stato; e a loro tempo spiro la Balia data 
a piu Cittadini, e finirono li squittini, e rimasero le borse 
per 5. anni in mano degli Accoppiatori, cioe le borse 
del Priorato ; E potranno de' Priori e Gonfaloniere di 
Giustizia, quelle vorranno fare a loro piacimento. E 
del naese di Gennaio prossimo fui il primo tratto delle 
borse dello squittino per Gonfaloniere di Giustizia, e 
al mio tempo non si confine, ne si fece male a persona. 
Ma Francesco Guadagni, e piu altri, i quali trovai nelle 
mani del Capitano della Balia, Sc avevano raffermo la 

lo operai in forma non morirono, ma furono 

condennati in perpetua carcere, e cosi al mio tempo 
feci levare certi fanti armati, die stavano alia porta del 
Palazzo, ridurre il Palazzo, e la piazza come solevano 
stare innanzi alia novita, e feci prolungare la leg a con la 
Signoria di Venezia per 10. anni. 



NO III. 

Ex M, S. sec, XV. ficnes auctorem, 

Leonardi Arethii Ejiistola ad Cosmum Medicem de conver- 
sione Rfiistolarum Platonis e Grceco in Latinum, 

INTER clamosos strepitus negotiorumque procellas, 

quibus Florentina palatia, quasi Euripus quidam, sur- 

sum deorsumque assidue restuant, cum singula non 

voi. ITT. L mode 



70 APPENDIX. NO in. 

modo drcta, sed verba etiam interrumperentur, tamen, 
ut potui, Latinas efTeci Piatonis epistolas, quas nunc 
tibi dono dedo atque mitto ; putans niulto pretiosius- 
quiddam ad te mittere quam si tantidem pondo auri 
dilargirer. A te certe longe carius gratiusque existi- 
mandum. Etenim aiiriim tibi abunde est, Sapientia vero 
nee tibi nee alteri cuiquam hominum abunde. Deinde 
quse comparatio justa esse potest aurum inter ac sapi- 
entiam 1 Ad quam non solum opulentia ista privato- 
rum eximia, verum etiam regum opes atque potentia, 
fascesque Sc imperia comparata vilescunt. Fragilia 
nempe bona, ac nescio an omnino bona sint existimanda, 
quse auferri nobis atque eripi possunt, £c quorum pds- 
sessio usque adeo imbecilla est Sc incerta, ut nemo 
exploratum habere queat ad vesperas usque esse dura- 
turam : sapientix vero ac virtutis stabilis est firniaque 
possessio. Neque enim eripi ab homine uila vi possunt, 
neque fortunse subjacent ictibus. Nee eas, ut philoso- 
phis placet, labefactat oblivio. Prjcterea cum homo 
constet ex animo & corpore, ac utriusque particulsi 
bona S;: quasi dotes qusedam existant, ut animi quidem 
sapientia, fortitudo, justitia, cjcteracque virtutes, cor- 
poris autem valitudo, forma, firmitas, patientia laborum, 
pernicitas, et hujuscemodi alia, nemini dubium esse 
potest, quanto animus corpori dignitate prsestat, tanto 
bona animi bonis corporis antecellere. Divitiai vero & 
opes, nee animi sunt neque corporis bona. Itaque ne 
nostra quidem ilia dicuntur, sed externa &; a corporis 
dignitate longe superantur. Itaque comparare divitias 
ad sapientiam, nihil est aliud quam infimi gradus 
bonum cum supremo conferre. Et de his quidem 
satis. Traductio autem harum epistolarum ita 
vehementer mihi jocunda fuit, ut cum Platone ipso 

loqui. 



APPENDIX. NO III. n 

loqui, eumque intueri coram viderer. Quod co rnagis 
in his mihi accidit quam in ceteris ejus libris, quia hie 
neque fictus est sermo, nee alteri attributus ; sed procul 
ab ironia atque figniento, in re seria actionem exigente, 
ab illo summo ac sapientissimo homine perscriptus. 
Saepe enim preestantes viri, doctrinam vivendi aliqviam 
prosecuti, multa prsecipiunt aliis, quae ipsi dum agunt 
prxstare non possunt. Ex quo fit ut ahter loquantur, 
aliter vivant. Cerno integritatem hominis incorrup- 
tam, libertatem animi, fidei sanctitatem. Inter hsec 
prudentiam eximiam, justitiam singularem, constantiam 
vero non protervam neque inhumanam : sed quae Sc 
consuli sibi Sc suaderi permittat. In amicos vero 
tantam benevolentiam, ut commoda sua propria illorum 
commodis posthabere videatur. Ad h^ec autem dii 
boni 1 quK consiliorum suorum explicatio, qux cir- 
cumspectio, qux observatio, qux modestia, jam vero de 
adeunda republica qux appetitio qux, ratio, qux consi- 
deratio, qux religio ! Fateor in his magnum &c absolutum 
quendam virum bonum mihi ad imitandum proponi. 
Imitatationes vero nonnunquam efficaciores sunt quam 
doctrinx, ut in oratoribus k histrionibus intueri licet ; 
quorum artes difficihus quidam addiscunt, facilius imi- 
tantur. Ego certe plus utilitatis lectione harum pau- 
carum epistolarum percepisse me intelligo, quam ex 
multis voluminibus antea perlectis : ita mihi viva hxc 
quodammodo Sc spirantia, ilia vero intermortua Sc um- 
bratilia videbantur. Qux enim in re agenda mihi am- 
biguitas esse queat, in qua videam Platonem ita fecisse. 
Tu igitur has epistolas multum lege quxso, ac singulas 
earum sententias inemorlx commenda, prxcipue vero 
qux de republica monent. Intelliges vero quid dicam 
si cuncta diligenter triteque perlegeri.s. Nee eo ista 

scribo 



72 APPENDIX. NO III. 

scribo quod tuje aut intelligeiitise aut voluntati diffidam, 
sed quod propositum tuum, auctoritate summi viri, 
confirmandum 8c corroborandum censeo. Vale, & 
munus hoc meum non tarn verbis, quam lectione operi- 
busque tibi non frustra collatum ostendas. 



NO IV. 

£a: Aug, Fabronii Monum, ad vitam Cosmi Med, 
Pius PP. II. Cosmo Medici. 

-DlLECTE fili, Salutem Sc Apostolicam benedic- 
tionem. Mors bonae memoriae Johannis filii tui, 
quam modo intellexerimus, molesta nobis plurimum 
fuit, non ob id solum, quia per naturam est immatura, 
sed quia aetati, 8c valetudini tuae multum adversa. 
Consolandus esses omnibus horis, Sc vita in dulcedine 
Spiritus protrahenda : sed hoc nos consolatur, quia 
sapiens es, 8c exercitatus in fortunae casibus, 8c mode- 
rari tuis sensibus potes. Ita rogamus te, Cosme, facias, 
Sc convertas ad Deum oculos, 8c iiii benedicas. &: in 
bonum omnia deputes. Ncque enim scimus arcana 
Dei ; novit illc solus quid nobis expediat, Sc quorum 
indigemus. Credamus nobiscum 8c cum illo actum 
misericorditer esse. Venturorum nee tu eras consciusj 
nee ille. Hortamur tuam nobilitatem, Fili, ut volun- 
tatem banc Domini patienter feras, sicut te ferre audi- 
mus, neque dolori indulgeas. Aetati tuae moeror non 
convenit, 5c valetudini contrarius est. Expedit nobis, 
patriae tuae, Sc toti Italiae, ut quam diutissime vivas. 

Johannem 



APPENDIX. NO IV. Tt 

Johannem fiiium bonis operibus, Sc piis prosequere. 
Aliud ex tota substantia tua non stetit, eleemosinae, 
devotio, Sc oratio sunt sua suffragia. Haec pauca ad 
te scripsimus, ut tristitiam nostram agnosceres, Sc de 
tua nos esse sollicitos intelligeres. Singula in partem 
caritatis accipito. Datum Romae apud Sanctum Pe- 
trum, sub anulo piscatoris die non. Novembris 14.63» 
Pontificatus nostri anno sexto. 

Pio II. S. P. Cosmus Medices. 

Videor te legens, Beatissime Pater, tanta est verbo- 
rum vis, Sc sapientia, eum vere audire me consolantem, 
cujus tu vere vicem geris. Quid enim melius, aut 
sanetius, Sc plane divinus scribi potuit ? Igitur hac 
consolatione tua, Beatissime Pater, id est effectum, ut 
qui prius utile esse, & laude dignum putarem quam 
minimum dolere (nam nihil baud possum) nunc etiam 
nefas aliter ac tu suadeas, facere existimem. Itaque do 
operam pro viribus, Sc pro iniirmitate animi mei, ut 
feram aequo anim.o tam adversum casum, ut mlhi qui- 
dem visum est. Sed Deus novit solus quid adversum 
sit. Nos nescimus, ut sapienter, religioseque scribis, 
Quanquam cum Johanne fiiio nunquam male actum 
putavi, qui non e vita, sed e morte migrasset ad vitam. 
Est enim mors haec, quam nos vocamus vitam. Ilia 
vere vita est, quae aeterna est. Si quid in ejus obitu 
mail videbatur, nobis, qui ejus, ut opinamur, indigeba- 
mus, id evenisse judicavi. Sed nos nescimus quid 
petamus. Coniido fore ut Deus misereatur etiam nos- 
tri, qui relicti sumus, secundum multitudinem mise- 
rationum suarum, quoniam suavis est Dominus, Sc 
multum Taisericors. De vita autem mea, quod Sum- 

mus 



74 APPENDIX. NO IV. 

mus Pontifex Christi Vicarius sollicitus est, etiam feli- 
citati ascribo. Curabo id quidem non his de causis, 
quibus tu pro divina humanitate tua curandam scribis. 
Quid enim jam nos possumus ? Aut quid unquara 
potuimus ? Sed ut Dei tarn excellens vivendi munus 
non neglexisse, aut tot, tantorumque beneficiorum di- 
vina pietate susceptorum oblitus fuisse videar. Tu, 
quo id facere possim, Beatissime Pater, velim pro me 
filiolo tuae Sanctitatis ad Deum preces porrigas. 



NO V. 

JExtat in Tabulario Mediceo : Copia d' una lettera scritta 
da Pietro di Cosimo, a Lorenzo e Giuliano de' 
Medici, da Careggi a Cafaggiolo il di 26 Luglio 

1464. 

OCRIPSIVI jer 1' altro, & avvisai come Cosimo era 
aggravato dal male, di poi mi pare che si vadi logorando, 
Sc questo pare a lui medesimo, in modo che Martedi 
sera voile che in camera non fossi, se non Monna Con- 
tessina et io. Comincio da principio a dire tutta la sua 
vita, dipoi entro sul governo della citta, e poi seguitando 
a quello de' trafichi, di poi alia cura familiare delle 
possessione et di casa, et sopra e fatti di voi due, con- 
fortando, essendo voi di buono ingegno, io vi dovessi 
ailevare bene, perche mi leveresti assai faticha, 8c che 
di due cose si doleva, 1' una di non haver fatto quanto 
arebbe voluto Sc potuto fare, 1' altra che essendo io mal 
sano mi lasciava con assai noia. Di poi desse non vo- 
lere fare testament© alcuno, perche mai non fu suo 

pensiero 



APPENDIX. NO V. 75 

pensiero di farlo, eziandio vivente Giovanni, perche 
sempre ci vide con buono amore 8c in buono accordo 
8c stima, & che quando Iddio facesse altro di lui, non 
voleva alcuna pompa, ne dimostratione nell' esequie, & 
come in vita altravolta mi aveva detto, mi ricordava dove 
voleva la sepoltura sua in S. Lorenzo; 8c tutto dissc 
con tanto ordine 8c con tanta prudentia, 8c con uno 
animo si grande, che fu una maraviglia, soggiungendo 
che era vissuto lunga eta, 8c in modo che si partiva 
molto ben contento, quando Dio lo volessi. Di poi 
jermattina di buon ora si fece levare, calzare 8c vestire 
di tutto, essendoci il Priore di S. Lorenzo, quel di S, 
Marco, e della Badia ; si confesso dal Priori di S. Lo- 
renzo 8c di poi fece dire la messa, alia quale tutta 
ripose come da sano. Dipoi domandato delli articoli 
della fede, a tutti rispose per lettera, fece la confessione 
lui medesimo, 8c prese il S. Sacramento con tanta devo- 
tione, quanto si potessi dire, havendo prima chiesto 
perdono a ciascuno. Le quali cose m' hanno fatto cres- 
cere I'animo 8c la speranza verso Messer Domenedio, 
Sc benche secondo il senso, io non sia senza dolore, 
pure veduto la grandezza dell' animo suo, la disposi- 
tione buona, sono in gran parte contento, che viene a 
' quel fine che tutti habbiamo a fare. Lui si stette jeri 
assai bene, 8c cosi questa nocte passata ; pure rispetto 
air eta grave non posso sperar molto del suo guarire. 
Fate fare per lui orationi ai Frati del Bosco, Sc fate dar 
elemosina come pare ad voi, pregando Iddio ce lo 
lasci ancora per un tempo, sendo per lo meglio. Et 
voi pigliate exemplo, che siete giovani, Sc con buono 
animo pigliate la parte vostra delle fatiche, poiche 
Messer Domenedio dispone cosi, 8c fate conto d' essere 

huomini. 



76 APPENDIX. NO V. 

huominij essendo garzoni, che cosi lo richiede lo stato" 
vostro 8c il caso presente, Sc sopra tutto attendete a 
quelle, che vi puo fare onore 8c utile, perche e venuto 
il tempo che bisog-iia che vol facciate sperientia di voi ; 
et vivete col timor di Dio, 8c sperate bene. Quello che 
seguira di Cosimo vi advisero. Noi attendiamo ognora 
un medico di Milano, ma ho piii speranza in Messer 
Domenedio, che in altri. Non altro al presente. Cha- 
reggi ai 26. Luglio 1464. 



NO VI. 



Ricordi di Piero de' 3Iedlci. 



RiCORDO che a di 1. d' Agosto 1464. a ore xxii 1. 
Cosimo di Giovanni d' Averardo de' Medici passo di 
questa presente vita, essendo stato pel passato molto 
vexato da dolore di giunture, benche d' ogni altro male 
fosse sano, salvo che in quest' ultimo fine della vita sua 
per spazio d' un mese fosse oppressato per difecto d' 
orina con al quanta febbre. Era d' eta d' anni d' lxxvii. 
i^-rande e bello uomo, e di perfecta natura, excepto e' 
mali sopradecti. Fu uomo di grandissima prudentia, 
e vie maggior bonta, el piOi riputato ciptadino, 8c di 
maggior credito che a\esse la nostra cipta per lunghi 
tempi ; e quello che ebbe maggior fede, 8c piii amato 
da tucto el popolo : ' ne si ricorda morire alcuno a 
questa eta con migliore grazia e maggior fama, e di 
cui piu dolesse a ciascuno ; e meritamente, perche non 
si trovo nessuno che con ragione si dolesse di lui : ma 

furono 



APPENDIX. NO VI. 77 

furono molti, e' quali da lui erano stati serviti, & 
sovvenuti, 8c ajutati ; di che piii si dilecto che alcun 
altro : e non solamente parent! e amici, ma gli strani, 
e ancora, che par difficile a crederlo, non che a farlo, 
chi non gli era amico : col quale laudabil modo si fece 
pill e piu persone, che per difecto loro e d' altri non 
gli erano amici, amicissimi. Fu molto liberale, cari- 
tativo, e misericordioso, e molte elemosine fece in sua 
vita ; e non solamente nella cipta e distretto, ma eziandio 
ne' luoghi molto lontani, in accrescimento di Religioni, e 
reparatione di Chiese, Sc generalmente d' ogni ragione di 
beni, che accadesse. Fu per sua sapientia molto extimato 
e creduto da tutti e' Signori e Potentie d' Italia, e fuori 
d' Italia. Fu onorato di tutti gli uficj degni nella nostra 
cipta ; di fuori non voile mai accettare alcuno oficio. 
Esercito le piii honorate et importanti legationi, che a' 
suoi tempi accadessero alia nostra Repubblica : & 
nella cipta fece ricchi molti uomini per mezzo de' 
traffichi suoi, oltre alia ricchezza che di lui rimase, 
nel quale esercizio fu non solamente savio, ma bene 
avventurato mercatante. Mori, come si dice, el di sopra 
decto, nella casa e luogo nostro da Careggi, avendo 
prima ricevuti tutti e Sacramienti di Sancta Chiesa con 
grandissima divotione, e riverentia : non voile fare 
testamento, ma liberamente el tutto rimise in me. Fu 
seppellito el di seguente nella Chiesa di S. Lorenzo in 
terra, e nella sepoltura innanzi per lui ordinata, senza 
alcuna honoranza, o pompa funebre, dove non voile 
altri che Calonaci & Preti di decta Chiesa, 8c Frati di 
S. Marco, e' Calonaci Regolari della Badia di Fiesole ; 
ne con piu e manco cera che a uno mediocre mortorio 
si richiede, perche cosi dispose per I' ultima sua pa- 
rola ; affermando, le limosine e altri beni doversi fare 
VOL. III. M in 



78 APPENDIX. NO VI. 

in vita, che giovano piu che di poi, come aveva facto 
lui. II perche non ostanta questa, volendo io satisfare 
al debito filiale verso la pieta paterna, feci fare quanto 
si richiedeva, Sc era conveniente a chi restava ; et ordi- 
nal le elemosine, 8c uficj, che nel presente libro segiii- 
ranno. 



N« VII. 

H O S P E S. 



jEdes CERNIS FAMA CELEBERRIMAS. PUL- 
CHERRIMAS ATQUE MAGNIFICAS. A 
COSMO MEDICE PATRE PATRIiL. MI- 
CHELOTIO ARCHITECTO ERECTAS A. S. 
PLUS MINUS CIO CCCC. XXX. IN QUIBUS 
MAGNUS ILLE SENEX SUCCESSORESQUE 
SUI IN R. P. FLORENTINA PRINCIPES. 
ET ALEXANDER DUX R. P. FLOR. PE- 
TRUS MEDICES COSMI I. TERTIUS FILI- 
US HABITARUNT. HIC A SENATU FLO- 
RENTINO COSMUS MEDICES DUX FLO- 
RENTI/E. PLENIS LIBERISQUE SUFFRA- 
GIIS CREATUS AD QUINQUE ANNOS SE- 
DEM SUAM AC REGIAM HABUIT. CAP- 
TIVOS MONTIS MURLI VICTORIiE TES- 
TES VIDIT. NUPTIAS CELEBRAVIT. RE- 
GIAM STIRPEM FELICITER HODIE REG- 
NANTEM FUNDAViT. VARUS TEMPORI- 
BUS ROMANI PONTIFICES. ROMANI IM- 
PERATORES. REGES. REGINiE ALIIQUE 

PRIN- 



APPENDIX. NO VII. 79 

PRINCIPES. INNUMERIQUE PROCERES 
HOSPITIO EXCEPTI. LEO X. P. M. IN ITU 
BONONIAM REDITUQUE CAROLUS V. 
IMPERAT. GUI ORATORES TUNETANI 
REGIS HIC SOLENNE TRIBUTUM SOL- 
VERUNT. CAROLUS VIII. GALLIARUM 
REX. CARLOTA CYPRI REGINA, ET SAR- 
MATI^ REGINA. THOM^ REGIS FILIA. 
FRIDERICUS PRINCEPS SALERNI. FER- 
RANDI REGIS NEAPOLITANI FILIUS ET 
MARIA HIPPOLYTA DUX CALABRIiE. 
GALEATIUS MARIA SFORTIA MEDIO- 
LANI DUX. HIC LITTERii. LATINS GRM- 
C^QUE RESTAURAT^. MUT^E ARTES 
EXCULT^. PLATONICA PlilLOSOPHIA 
RESTITUTA. ACADEMIA FLORENTINA A 
COSMO I. VERNACUL^ ETRUSCiE. LIN- 
GUAE CULTUI SACRATA. SEMPER HI 
PARIETES COLUMNiEQUE ERUDITIS VO- 
CIBUS RESONUERUNT. iEDES HASCE. 
TANT^ GLORIA VIX CAPACES, GAB- 
RIEL CHIANNI ET RIVALTI MARCHIO 
SENATORIS FRANCISCI RICCARDI F. A 
FERDINANDO II. M. E. D. A. CIO. 13 C 
LVIIII. COMPARATAS. IN POSTICA PAR- 
TE AUXIT. FRANCISCUS MARCHIO. COS- 
MI MARCHIONIS F. GABRIELIS SUPRA- 
DICTI. EX FRATRE N. ET HERES. VETUS- 
TAM ^DIUM MAGNIFICENTIAM ^MU- 
LATUS. ILLAS SACELLO SACRIS RELI- 
QUIIS REFERTO. BIBLIOTHECA. MUSEO. 
SIGNIS. SCALPTIS CiELATISQUE GEM- 
MIS. 



80 APPENDIX. NO VII. 

MIS. VETERIBUS NUMMIS. ANAGLYPHIS. 
PICTURIS INSTRUCTAS. INTUS FORIS^ 
QUE DUPLO AMPLIAVIT. VETEREM 
PARTEM IN MELIOREM FORMAM REDE- 
GIT. ORNAVIT. ORNAT. A. CIO. lOCC. 
XV. 

H O S P E S 

MEDICEAS OLIM jEDES. IN QUIBUS NON 
SOLUM TOT PRINCIPES VIRI. SED ET 
SAPIENTIA IPSA HABITAVIT. jEDES OM- 
NIS ERUDITIONIS. QUiE. HIC REVIXIT. 
NUTRICES. NUNC ETIAM AD ERUDITUM 
LUXUM ANTIQUITATIS ET ELEGANTIA- 
RUM THESAURUM. 

GRATUS VENERARE. 



NO VIII. 

£x Monum, jing. Fahronii, 

Laurentio de^ Medlcis Filio Carissimo^ Romae^ Petrus 
Medic es, Florentiae die 15. Martii 1465. 

lo mi ritrovo in tanta afflictione Sc dispiacere pel 
Hiesto 8c doloroso caso della morte dell' Illmo Duca di 
Milano, che io non so dove mi sia, 8c per tua discre- 
tione puoi giudicare quanto cimporta 8c publice Sc 
privatim, 8c parmi col suo M. Oratore che costi si 

truova. 



APPENDIX. NO VIII. 81 

truova, te ne debba per mia parte con lui cordialmente 
dolere, & te conforto a pigliarne pensiero 8c non ma- 
ninconia, la quale non giovaniente, Sc i pensieri alle 
volte sono utili, facendoli buoni. lo ancora che mi 
sia duro quanto puoi stimare, m' ingegno pigliarne 
partito meglio che posso, 8c spero, che quel che al 
presente non puole in me la ragione, ancorche difficile 
sia, lo fara el tempo. E ci sono poi lettere da Milano 
de' 9. 8c de' 10. le quali mando, perche tu intenda 
come le cose di la passano, che alia ventura andranne 
meglio che non era 1' oppinione 8c credentia di molti. 
lo scrissi di principio a N. S., il quale come capo 8c 
guida non solamente della Lega, ma di tucti e Chris- 
tiani, che facesse pensiero alia conserva di quello stato, 
che vi puo fare piii sua Beatitudine, che nessuno altro, 
8c quando non fosse per altro rispecto per mantenere 
ia pace 8c la quiete d' Italia, 8c benche io creda Sua 
Beatitudine esserci optimamente disposta, pure acca- 
dendo fame ogni opportuna opera, perche sai quel che 
richiede V oficio 8c debito nostro verso la felicissima 
memoria del S. passato e della Excellentia di Madonna 
8c de' suoi incliti figliuoli. Et appresso leverai via 
sonare d' instrumenti, o canti e balli, o simili altre 
cose d' allegrezza ; 8c della cagione, perche e venuto 
Malatesta, per ora lascia stare, 8c maxime in fino a 
Pasqua, 8c non ne ragionare, perche credo bisognera 
mutare proposito, 8c di quello che io deliberero saprai, 
Sc tu non ne parlare con nessuno, excepto non Gio- 
vanni 8c Malatesta. 

Per r ultima tua delli VIII. eri arrivato costi a sal- 
vamento che mi piace, 8c all' entrata tera stato facto 
grande honore, che tutto habbiamo a riconoscere 8c 

da 



82 APPENDIX. NO VIII. 

da Dio Sc dagli huomini del niondo, a chi siamo trop- 
po obligati, Sc ni fa pensiero di satisfare in parte al 
debito coir opere, Sc fare conto d' essere vecchio in- 
nanzi al tempo, che cosi richiede el bisogno. 

Deir altre cose che costi seguono alia giornata in- 
tenderati, come per altra to detto, con Giovanni (Tor- 
nabuoni.) Sc infrall altre metti el capo a intendere lo 
state di cotesta regione, e ne' termini che ella si truova, 
accio che al suo ritorno tu lo raporti chiaro ne' ter- 
mini, in che si truova. Ne altro al presente : Christo 
ti guardi. 

Erami scordato come jersera ci furono lettere da 
Mantova delli 11. Sc avvisono come quello Sig. avea 
capitolato 8c conchiuso, Sc restare soldato del Re Fer- 
rando, Sc questo per un passo e grande Sc utile ; cosi 
habbiamo questo di lettere similmente delli 1 1 . da Ge- 
neva, Sc raccontano come quelli cittadini universal- 
niente tutti come sono stati alia devozione della felice 
memoria del Signore passato, vogliono essere a Madon- 
na & alii figliuoli : Sc havevano facto octo cittadini, 
che col Governatore insieme circa tale effect© faces- 
sono quanto fusse di bisogno. 

Eidem, 

A questi di to scripto a bastanza. Ho di poi una 
tua de' 15, Sc per essa intendc, come costi era la 
nuova deila morte del Duca di Milano, el quale Dio 
habbi ricevuto a gratia, e delle provisioni facte costi 
del mandare a Milano Sc scrivere aitrove, Sc ultima- 
mente della determinazione havea fatto N. S. della 

conserva 



APPENDIX. NO VIII. 83 

conserva di quello stato, che molto e piaciuto univer- 
salmente a ciascuno. Noi qui per lo simile siamo in 
disposizione far tanto per quella lUma. Madonna 8c 
pe' suoi incliti figliuoli quanto per la liberta nostra che 
non manco cimporta, Sc potra essere che non sara a 
fare altro che dimostrationi, perche per infino a di 17. 
del presente, che sono 1' ultime, habbiamo da Milano> 
non v' era innovato cosa nessuna, Sc tutto passava in 
buona pace 8c quiete, 8c per quanto si sente a Vinezia, 
secondo le parole e le dimostrationi, quella Signoria 
mostrava volere vivere in buona pace Sc quiete con 
Madonna Sc con li figliuoli, come havevan fatto colla 
felice memoria del Padre. lo sono di quelli che lo 
credo, parendomi che la ragione lo persuada. Circa 
questa parte non mi distendo, havendotene per altra 
mia detto allungo, Sc perche rimando le lettere chio 6 
di la ma a ogni modo conosco essere grande profitto 
8c utilita, che la Sanctita di N. S. dimostri volere, che 
si conservi la pace Sc quiete d' Italia, 8c a questo effec- 
to credo concorreremo tucti ; Sc perchio sono certo 
Sua Beatitudine ce inclinata, 8c sempre na facto dimo- 
stratione, me ne passo di leggiere, sperando che per la 
gratia di Dio &: V opere di Sua Sanctita tucto habbi a 
succedere bene. 

Resto avisato come colla Sanctita del Papa eri 
stato Sc parlato della faccenda di Stefano da Osimo, 8c 
come Sua Sanctita restava contenta, che cosi porta la 
ragione pel bene commune deile parti Sc 1' universale della 
citta, 8c parmi N. S. lantcnda a buon verso 8c sapien- 
tissimamente che non si da tagliare, ma tenere in 
spalla, che non puo stare, se non per giovare, e po- 
trebbe essere, che la dispositione del tempo farebbe 

mutare 



84 APPENDIX. NO VIII. 

mutare proposito pure a me ; basta sentire che questo 
non sia motuproprio di Sua Beatitudine, ma daitri, &c 
vedi sopra tucto di fare che resti satisfacto Sc con- 
lento, perche quando fusse altrimenti, restarei mal 
quieto nell' animo. 

Non so quello harete eseguito dipoi circa la dis- 
positeria dello allume, la quale, come per altra ho dec- 
to, son contento che accept! in mio nome, Sc non du- 
bito ce ne governeremo in modo, che la S. di N. S. se 
ne terra ben servita 5c contenta ; circa di cio ti ristrig- 
nerai con Giovanni Tornabuoni, & di questa 8c dell' 
altre cose ne determincrete quello che crederete sia el 
meglio. 

Come per altra to decto delP andare tuo piu in la, 
mi pare da soprastare per insino facto la pasqua: in 
questo mezzo s' intendera tanto innanzi che c' inseg- 
nera deliberare el meglio. Facesti bene a incitare 
Messer Agnolo, el quale aspectiamo qui ogni giorno. 
Le lettere da Milano, ch' io ti mandai ne' di passati, 8c 
quelle che ti si mandano al presente, rimandale indrieto. 
Qui si actende ognora sentire dell' entrata dell' lUmo. 
Galeazzomaria. El Conte d' Urbino a di 18. fu alia 
Scarperia senza venire qui, che stimo lo facesse per 
non perder tempo : subitto doverra essere a Milano ; 
Sc simile el Sig. Alessandro : di quel che seguira sarai 
avvisato. El Sig. Gismondo era arrivato a Vinegia. 

Egle el vero che 1' Arcidiacono e stato in extremo 
di morte, di poi e migliorato in modo, che non si stima 
habbia a morire di questo male, e 1' inpensiero, che 

avevi 



APPENDIX. NO VIII. 85 

avevi facto di Pellegrino, lodo sommamente, et essendo 
accaduto el bisogno glarei dimostrato quanto desidero 
conpiacerlo Sc servirlo : quando tu vedi el Vescovo di 
Raugia, raccomandami alia Sua Signoria, & simile a 
Messer Lionardo Dati. Ne altro. Christo ti guardi. A di 
22. di Marzo 1465. 



NO IX. 

Lettcra di Luigi Pulci a Lorenzo de^ Medici, 
Tratta da testa a fienna nel archivio del Palazzo Vecchio a 
Firenze. 

Al nome di dio. a di 22 Apr. 1465. Caro mio Lo- 
renzo, tu ci lasciasti si sconsolati nel tuo partire, ch' 
io non credo ancora potere sostenere la penna a scri- 
verti questa lettera. Ho bene intesto da Braccio dili- 
gentemente del tuo cammino, et stimo al presente sia 
in Vinegia ; et accioche noi facciamo buono principio 
al mio scrivere, dico ch' io son tutto soletto, smarrito, 
afflitto senza te. D' altra parte io son molto contento 
della tua dipartita, pero ch' io la riputo avventurata 
per molte ragioni. Tu vedrai cose degne et varie, di 
die suole volentieri pascersi il tuo ingegno, Io quale io 
extimo prestantissimo di tutti gli aitri, excepto in una 
sola cosa, et cetera ceterorum. Et la tua consolazione 
non puo per alcuno modo essere senza mio gaudio. 
Et ancora ho chiamata piu volte felicissima questa tua 
partenza ; accioche tu non abbi commesso peccato, ad 
ajutare nelia sua petizione nuovamente afiermata, 
quello, con che i' amico di Valdarno del corno, voleva 
cntrare nelP orto del Borromeo per le mura ; overo 
VOL. III. N con 



SS APPENDIX. NO IX. 

con che egli pota le pergole, quando non v' agiugne 
clappie col suo pemiatuzzo. Non domandare s' ella ci e 
alzata tre braccia piu che quest' anno passato la neve ; 
ct io n' ho tanta havuta pel capo, e per gli occhi, che 
non sa se non a fare di me, come facemo in Miigello 
di pesci al salceto poi che furono morti. Et al tutto la 
mia buona diligenzia, la mia povera fatica in ricercare 
per ogni parte vocaboli accomodati al bisogno, per 
ritrovare V origine vero, andando personahnente, e 
perduta, e cassa, '^Moi f,iu non -uo cantar com? io solea^''^ 
&c. Se tu ci fiissi io farei mazze di sonetti come di 
ciriege in questo calendo di maggio. Io direi cose ch' 
el sole et la hma si fermarebbono, come a Josue, per 
udirle. Tuttavia n' o tra denti qualcuno per uscir 
fuori ; poi dico il niio Lorenzo non ci e, nel quale era 
veramente ogni mio refugio, et ogni speranza. Questo 
solo mi ripreme ; ma sia felice e presto il tuo tornare 
ch' io faro pure un tratto ridere il popolo tutto ; poi 
me n' andro in sul carre Delio ; et la mia patria sara 
dove Io stajo della farina valli pochi soldi, e dove s' 
infarinino i pesci, e funghi secchi, et le zucche, et non 
gl' huomini, &c. Vale — 

Ex M, S, in Pal, vet, FlorentiiS adservato, 

Xobilissimo atque Optimo adolescenti Laureniio Medici Petri 
Filio tanquam fratri suaviscimo—Peregrinus AUius 
S, D. 

Ne forte mireris hominem tibi deditissimum, in 
tuo a patria discessu, aniicorum ilia comnumia tibi 
minime prsstitisse, reddam, si ^potero, rationem per 
litteras, quas ne multum differam, facit incredibiie de- 
.siderium tui, pietasque in te nostra singularis. Ut 

enim 



APPENDIX. NO IX. 87 

cnim ii quibus forte vulnera resecantur vultus aver- 
tunt, neque Medici manus aspicere patiuntur, sic ego 
cum a me dimidium mei separatur, JEqiiiore animo 
absens tui quam prxsens extitissem. Accessit et alia 
cura quam nos dicendam in aliud tempus aifferemus ; 
sed profecto hoc vero afiirmare possum, inter tot caia- 
mitates quibus me fortuna vehementer exercuit, nihil 
mihi hac nostra disjunctione, his annis accidisse mo- 
lestius. Neque tamen ego is sum ut aliquis forte 
putaret malignus alienee voluntatis interpres, qui ut 
mel muscze, cadavera corvi sequuntur, sic fcenerator 
amicitias proposita metiar utilitate ; sed tanta certe ob 
singulares virtutes tuas et mores ingenuos exarsit in 
nobis benevolentias magnitudo, ut sine te ab ipsa pene 
humanitate destituti esse videamur. Et jam tam brevi 
paucorum dierum intervallo, tam diu videmur suavis- 
sima consuetudine tua caruisse, ut quin, aliquid ad te 
demus litterarum quibus tecum quasi coram colloqua- 
mur, facere nullo modo possimus. Qui enim aliter 
desiderium nostrum fallamus, atque orbitatem nostram 
consolemur? Atque in hoc illud nobis deesse senti- 
mus, illud. requirimus, illud omnibus votis expetimus, 
jocundissimas sermonum tuorum per litteras vices, 
quze quidem si cogitationibus nostris accesserint, mul- 
tum erit profecto de nostro desiderio diminutum. 
Videbimur enim nobis et tecum esse, et vivas, ut ait 
Maro, audire et reddere voces. Quam quidem rem 
facere tu profecto debes ; sive ut amicitise satisfacias, 
sive ut hac exercitatione aliquam dicendi facultatem 
consequaris ; est enim, ut ait Cicero, optimus ac prse- 
stantissimus dicendi effector ac magister stilus : quern 
prsEcipue adolescentes intermittere nullo pacto debent ; 
Frequens namque a teneris anufs faciendum pericu- 

lum, 



88 APPENDIX. NO IX. 

lum, atqiie altius agendze radices eoriim studiorum ex 
quibiis postea in provectiore setate maximam gratiani 
atqiie uberrimos friictus expectamus. Et quarum, ut 
inqiiit idem Cicero, laudum gloriam adamamus, quibus 
artibus ese laudes comparentur, in iis est potissimuni 
certe ab adolescentia laborandum. Usus prseterea et 
experientia omnibus in rebus dominatur, sine quibus 
profecto nedum res tarn ardua, tarn prseclara, sed ne 
minimse quidem et vilissimse artium perdiscuntur. 
Quod si ulla res est quae assidui usus ac sedulitatis in- 
diget, ea certe stilus est : qui ut frequenti exercitatione 
alitur, ita desuetudine obsolescit, atque intercidit. 
Neque solum in iis qui nondum jecerunt dicendi fun- 
damenta, sed et in iis qui multum in ea re perfecerunt, 
si intcrmittatur, scribendi languescit industria. Quare 
sive ob exercitationis utilitatem, sive ut amico tibi de- 
ditissimo rem gratam facias, scribe ad nos, quam scepis- 
sime, neve nos suavissima verborum tuorum vicissitudi- 
ne fraudes. Satis enim erit superque satis ejus aspectu 
carere, qui uno tantum obtutu (neque hoc te latet) ex 
maxima animi perturbatione ad summam tranquillitatem 
revocare potestatem habet. Vale et nos ama, nosque 
Gentili nostro commendato. Ex Florentia 4. Kalendas 
Novembris 1463. 



NO X. 

Ex Monum, Ang, Fabronii, 
Rex Siclliae Laurentio, 



M.AGNIFICE vir amice noster carissime. Amava- 
move prima si per le virtute vostre, si per li meriti 

paterni 



APPENDIX. NO X. 89 

paterni 8c aviti, ma nuovamente inteso con quanta pni- 
dentia virilita 8c animo vi siate portato in la reforma- 
tione del novo reggimento, £c quanta demonstratione 
habiate data de vui liberamente, havete tanto adiuncto 
all' amore ve portavamo, che e stata una moltiplicatione 
infinita. Congratulomene dunque al Magnifico Piero, 
che abbia ini si digno figliolo : congratulomene etiam al 
populo Fiorentino, che habia si notabile difensore de la 
sua libeita : 8c non mino ad nui medisimi, che abbiamo 
tale aniico, in lo quale la virtute con gli anni insiemc 
piglia ogne di manifestissimo augmento. Apparteneria 
forse ad nui excitarve ad le opere laudabili, ma la natura 
vostra generosa et prona ad le cose digne non ha bi- 
sogno de excitatore. Ultra di questo la memoria del 
vostro nobilissimo avo et lo exempio del patre, che 
havete avanti locchi, hanno in se tanta efficacia, che 
non rechedino exortatione ne conforto alcuno. Pur 
lamore, che ve portamo ne stringe a pregarve vogliate 
de continue producere tali fructi, quali havete comen- 
zato ad dare delle vostre digne opere con tanta laude 
de vui propri, gloria del vostro Magnifico Patre, 8c ex- 
pectatione de la vostra citta, 8c finalmente con lauda- 
bilissimo testimonio de Italia tutta, in notizia della 
quale e andata la virtu vostra. Seguitate dunque como 
havere comenzato, dando ogne di de' vui ali cit- 
tadini, Sc amici vostri maior speranza dela virtu pro- 
pria, 8c de haver ad esser digno successore della nota- 
bilissima casa vostra. Ad la qual cosa cosi como non 
ve mancano anche abundantemente, ve suppliscono tutte 
facultate ad cio necessarie, 8c de la cassa 8c de la cit- 
tate, cosi haverete etiam da lontano amici, che ve 

da ran no 



90 APPENDIX. NO X. 

daranno vera & eifectuoso evidentia de vera & perfecta 
amicitia, inter li quali have^rete nui per precipui. 

Datum in Castro novo Neapolis XXVIII. Sept. 1466. 

Rex Ferdinandus. 



- NO XI. 

Lettera di Angela Acciajoli a Pietro Medici, 
Siena 17. Settembre 1466. 

OPECTABILIS vir frater honorande. lo mi rido di 
quel ch' io veggio. Dio t' ha apparecchiato potermi 
cancellare tucte le ragioni che io ho teco, Sc non lo sai 
fare, e mi fu totla la patria 8c lo stato per tuo padre ; 
tu se' in termine che me lo puoi rendere : io 1' ajutai 
che non li fusse tolta la roba, ora e' tolgono a me & 
grani & certe miserie di masserizie ; tu me le puoi sal- 
vare ; non dormire piii in dimostrare che tu non vuoi 
essere ingrato ; io non dico questo per la roba, bench' 
io n' abbi bisogno, quanto io lo dico per rispetto tuo : 
raccomandomi a te. 

Risjiosta di Pietro Medici ec, 
Firenze 22. Settembre 1466. 

Magnifice eques tanquam pater honorande. II 
vostro ridere ha fatto che io non pianga, che pure avevo 
dispiacere di questa vostra fortuna. Ma voi usate el 

vostro 



APPENDIX. NO XI. 91 

Tostro consueto senno, die in simili casi h necessario. 
La vostra colpa, come per altra mia ve ho detto e mani- 
festa & tale, che la mia o altra intercessione non giove- 
rebbe. lo di mia natura volentieri dimentico Sc a voi 
Sc a ciascun altro, che contro di me ha havuto animo 
inimico 8c hostile. lo ho dimesso ogni ingiuria; la 
Repubblica non puo e non debbe per lo exemplo cosi 
de leggiere perdonare, come voi sapete meglio di me, 
che solete di queste cose vedere assai, & in pubblico 8c 
in privato predicarle. Scrivete che fusti cacciato per 
moi padre, Sc per salvargli la roba ; ricordate gli ob- 
blighi. Non niego essere stato sempre grande amicitia 
la vostra con mio padre, 8c con noi altri, la quale se- 
condo ragione mi vi dovea fare figliuolo, come io sem- 
pre mi vi sono reputato. Fusti cacciato con mio padre, 
fusti eziandio richiamato con lui, come piacque alia 
Repubblica, che di noi ha piena ^ libera potentia, nee 
redo 1' amicitia nostra con voi vi sia stata danno o ver- 
gogna alcuna, come chiaro si dimostra, Sc forse che la 
ragione oblighi 8c benefizj fra noi batte, e resta piu del 
pari, che non vi pare secondo el vostro scrivere, benche 
io certamente sempre mi vi riputai obligato ; ma voi 
me avete, se bene examinate la coscientia vostra, assai 
disobligo ; nientedimeno voglio restarvi obligato in quanto 
appartiene a me privatamente, che la ingiuria publica 
non posso, ne voglio ne debbo perdonare, ed in privato 
dimenticare el tutto, Sc dimettere ogni ingiuria, Sc restare 
quel figliuolo che debbo essere in verso di voi tal padre. 



92 APPENDIX. NO XII. 

NO XII. 

JRicordi dtl I'.IagniJico Lorenzo di Piero di Cosimo de* 
Medici, 

Cavati da due fogli scritti di sua jiroiiria mano. 

ESTRATTI DA UN CODICE DELLA PUBBLICA LIBRERIA 
MAG LI A EEC HI AN A. 

E stamjiati net nuovo Liinario dclla ToscanadeW anno 1775. 

NaRRAZIONE breve del corso di mia vita e d' alcune 
altre cose d' importaiiza degne di memoria per lume 
e informazione di chi succedera massimamante de' figli 
noslri cominciata questo di 15. Marzo 1472. 

Trovo per libri di Piero nostro padre, che io nacqui 
a di primo di gennaio 1448, ed ebbe detto nostro padre 
di Maria Lucrezia di Francesco Tornabuoni nostra madre 
sette ligli, quattro, maschi, e tre femmine, dei quali res- 
tiaiTio al presente quattro due maschi e due femmine, 
cioe Giuliano mio fratello d' eta d' anni . . . ed io d' 
anni 24. e la Bianca donna di Guglielmo de' Pazzi, e 
laNannina donna di Bernardo Rucellaj. 

Giovanni di Averardo, ovvero di Bicci dei Medici 

nostro bisavolo trovo che mori a di 20. Febbraio 1428. 

a ore 4. di notte senza voler far testamento, lascio il 

valsente di Fiorini 178. mila 221. di suggello come appare 

per un ricordo di mano di Cosimo nostro avolo a un suo 

libro segreto di cuoio rosso a c. 7. visse detto Giovanni 

anni 68. 

Rimase 



APPENDIX. NO XII. 93 

Rimase di lui due fig*li cioe Cosimo nostro avolo 
allora d' eta d' anni 40. e Lorenzo suo fratello d' eta di' 
anni 30. 

Di Lorenzo nacque Pier Francesco a di ... nel 
1430. che al presente vive. 

Di Cosimo nacque Piero nostro Padre a di . . e Gio- 
vanni nostro zio a di . . . 

A di . . . di Settembre 1433. fu sostenuto in Palazzo 
Cosimo nostro avolo con pericolo di pena e supplicio 
capitale. 

E a di 9. di Settembre confinato e relegato a Padova 
lui, e Lorenzo suo fratello, e a di 11. confermato per la 
Balia del 1433. 

E a di 16. di Dicembre 1433. allargato di potere stare 
in tutte le terre de' Veneziani, non piu presso a Firenze 
che fusse Padova. 

A di 29. di Settembre 1434. per il consiglio della 
Balia fu revocato nella Patria con grandissimo contento 
di tutta la Citta, e quasi di tutta Italia, dove poi visse 
insino all' ultimo de' suoi giorni Principale nel governo 
della nostra Repubblica. 

Lorenzo de' Medici fratello di Cosimo nostro avolo 
passo da questa vita a di 20. di Settembre 1440. d' eta 
di anni 46. in circa a Careggi a ore 4. di notte senza 
voler fare testamento, resto suo unico Erede Pier 
Francesco, suo figlio e trovossi alia sua morte il valsente 

VOL. III. o di 



94 APPENDIX. NO XII. 

di fiorini 235. mila 137. cli suggello come appare a detto 
libro segreto di Cosimo a c. 13. del qual valsente Cosimo 
sopradetto tenne a utile a beneiizio di detto Pier Frances- 
co figlio del detto Lorenzo, come di Piero, e Giovanni 
suoi figli insino che fu d' eta conveniente, come appare 
tutto particolarmente per i libri di detta Cosimo, dove e 
tenuto particolarmente conto di tutto. 

A di . . . di Dicembre 1451. sendo detto Pier Fran- 
cesco in eta si divise da noi per lodo dato M. Marcello. 
degli Strozzi, e Al am anno Salviati, M. Carlo Marsup- 
pini, Bernardo de' Medici, Amerigo Cavalcanti, e Gio- 
vanni Serristori, per il qual lodo gli fu consegnato la meta 
di tutti e nostri beni grassamente dandoli il vantaggio, 
ed i migliori capi, e di tutto fu rogato Ser Antonio Pugi 
Notaro. 

E nei medesimo tempo lo ritiro compagno per il terzo 
in tutti e nostri traffichi, dove ha avanzato piii di noi, per 
aver avuto manco spese. 

Giovanno nostro zio sopradetto mori a di primo di 
Novembre 1463. nella nostra casa di Firenze senza 
fare testamento, perche non aveva figli ed era in 
potesta paterna, non di meno fu inessa ad esecuzjone 
interamente la sua ultima volonta, ebbe di Maria Gi- 
nevra degl' Alessandri un figliuolo chiamato Cosimo 
che moii di Novembre 1461. d' etd, di anni 9. in 
circa. 

Cosimo nostro avoio uomo sapientissimo moii a 
Careggi a di primo di Agosto 1464. d' eta d' anni 76. 
in circa, molto lacerato dalia vecchiezza, e dalla gotta, 

con 



APPENDIX. NO XII. 95 

con grandissimo clolore, non solamente cli noi, e di tutta 
la Citta, ma generalmente di tutta Italia perche fu uomo 
famosissimo ed ornato di molte singolari virtu, mori 
in grandissimo stato quanto Cittadino Fiorentino, di 
cui sia memoria, fu sepellito in San Lorenzo, non 
voile far testamento ne voile pompa funebre, nondi- 
meno tutti i Signori d' Italia mandarono ad onorarlo, e 
a condolersi della sua morte, e infra gli altri la Maesta 
del Re Luigi di Francia commisse fusse onorato della sua 
bandiera, die per rispetto di quanto aveva ordinato, 
di non voler pompa, non voile Piero nostro padre die si 
facesse. 

Per decreto pubblico fu intitolato Pater Patriae, di die 
abbiamo in casa il privilegio o lettera patente. 

Dopo la cui morte seguirono molte sedizioni nella 
Citta, specialmente fu perseguitato per invidia nostro 
padre, e noi non senza gran pericolo, e degli amici, e 
dello Stato, e facolta nostre. Da die iiacque il Parla- 
mento e novita del 1466. die furono relegati M. Agnolo 
Acdaiuoli, M. Dietisalvi, e Niccolo Soderini con altri, e 
riformossi lo Stato. 

L' anno 1465. per la familiarita tenuta nostro avolo, 
e nostro padre con la casa di Francia, la Maesta del Re 
Luigi insigni e orno 1' Arme nostra di tre gigli d' oro 
nel campo azzurro, die portiamo al presente, di die 
abbiamo lettere patenti col suggello Reale pendente, 
die fu approvato, e confermato in Palazzo per 8. fave de' 
Priori. 

L' anno 



96 APPENDIX. NO XII. 

L' jinno 1467. di Luglio ci venne il Duca Galeazzo 
di Milano cli' era in campo contro Bartolommeo da 
Bergamo in Roniag-na che vessava lo Stato nostro, e 
alloggio in casa nostra, che cosi voile, benche dalla 
Signoria gli fusse stato apparecchiato in Santa Maria 
Novella. 

II medesimo anno 1467. circa il Febbraio, e Marzo, 
si compro Serezzana, o Serezzanello, e Castel-Nuovo 
da M. Lodovico, e M. Tommasino da Campo Fregosi 
per opera di Piero nostro padre, non ostante fussino nella 
guerre folta, e fecesi il pagamento a Siena per Frances- 
co S^ssetti nostro Ministro, e compagno in quel tempo 
degli Ufiziali del Monte. 

lo Lorenzo tolsi Donna Clarice figliuola del Sig- 
nore lacopo Orsino, ovvero mi fu data, di Dicembre 
1468. e feci le nozze in casa nostra a di 4. di Giugno 
1469 trovomi di lei insino a oggi due figliuoli una fem- 
mina chiamata Lucrezia d' eta d' anni . . . e un maschio 
chiamato Piero di .... mesi, e lei gravida, Iddio ce li 
presti lungamente, e la guardi lungamente da ogni peri^ 
colo, sconciossi de' altri due figli maschi di mesi cinque 
in circa, e vissero infino al battesimo. 

Di Luglio 1469. a richiesta dell' Illustrissimo Duca 
Galeazzo di Milano andai a Milano e gli tenni a batte- 
simo ii suo primogenito, chiamato Giovanni Galeazzo 
a nome di Piero nostro padre, dovi fui molto onorato, 
e piu ch' alcun' altro che vi fusse per si mil cosa, 
benche ve ne fussi de' piu degni assai di me, e per fare 
ii debito nostro donammo alia Duchessa una collano d' 



APPENDIX. NO XII. 97 

oro con un grosso Diamante die costo circa ducati tre 
mila. Donde e seguito ch' il prelato Signore ha Yoluto 
che battezzi tutti gli altri suoi figli. 

Per eseguire e far' come gli altri giostrai in suUa 
piazza di Santa Croce con grande spesa, e gran sunto, 
nella quale trovo si spese circa fiorini 10. mila di sug- 
gello ; e benche d' anni, e di colpi non fussi molto 
strenue, mi fu giudicato il primo onore cioe un elmetto 
fornito d' ariento, con un marte per cimiero. 

Piero nostro padre passo da questa vita alii 2. di 
Dicembre 1469. d eta di anni, . . . molto afflitto dalle 
gotte, non voile far testamento, ma fecesi 1' inventario, 
e trovammoci allora il valsente di fiorini dugento tren- 
tasette mila novecento ottanto nove, come appare a un 
libro verde grande di mia mano in carta di capretto a 
c. 31. Fu sepeliito in S. Lorenzo, e di continuo si fa 
la sua sepoltura, e di Gio. suo fratello, piu degna che 
sappiamo per mettervi ie ioro ossa. Iddio abbia avuto 
misericordia delle anime. Fu molto planto da tutta la 
Citta, perche era uomo intero, e di perfettissima bonta, 
e dai Signori d' Italia massimamente i principali fum- 
mo per lettere, e imbasciate, e condoglienze delia sua 
morte, e cosi offerito lo Stato Ioro per la nostiii 
difesa. 

II secondo di dopo la sua morte quantunque io 
Lorenzo fussi molto giovane, cioe di anni 21. vennono 
a noi a casa i Principali delia Citta, e dello Stato, a do- 
lersi del caso, e confortarmi, che pigliassi la cura delia 
Citta, e dello Stato, come avevano fatto 1' Avolo, e il 

padre 



98 APPENDIX. NO XII. 

padre mio, le qiiali cose per esser contro alia mia eta, 
di gran carico, e pericolo, mal volentieri accettai, e solo 
per conservazione degli amici e sostanze nostre, perche 
a Firenze si puo mal vivere senza lo Stato, delle quali 
infino a qui siamo riusciti con onore, e grazia, repu- 
tando tiitto, non da prudenza, ma per grazia di Dio, e 
per i buoni portamenti de' miei passati. 

Gran somma di denari trovo abbiamo spesi dall' 
anno 1434. in qua, come appare per un quadernuccio 
in quarto da detto anno 1434 lino a tutto 1471. si vede 
somma incredibile, perche ascende a fiorini 663755, tra 
muraglie limosine, e gravezze senza '1 altre spese, di 
che non voglio dolermi, perche quantunque molti giu- 
dicassero averne una parte in borsa, io giudico essere 
gran lume alio Stato nostro e pajommi ben collocati, e 
ne sono molto ben contento. 

Di Settembre 1471, fui eletto Imbasciatore a Roma 
per '1 incoronazione di Papa Sisto IV. dove fui molto 
onorato, e di quindi portai le due teste di marmo an- 
tiche delP Immagine di Augusto, e di Agrippa, le quali 
mi dono detto Papa, e piu portai la scodella nostra di 
Calcidonio intagliata con molti altri cammei, e medag- 
lie, che si comprarono allora fra le altre il Calcidonio. 



APPENDIX. NO XIII. 99 



NO XIIL 



Ex Band. Sjiec, Lit. Flor. v, up. HI. 

Christophori Landini Xandra^ Liber secundus, ad Petrmn 
Medicem. 

JN OSTRI certa salus Medices, quo sospite, nunquam 

Defuerunt sacrisp raemia virginibus, 
Quo Duce, Tyrrhenis deductum montibus Arnum 

Praeferet Aoniis turba canora iugis. 
Publica si quando cessant tibi munera, 8c audes 

Instaurare brevi seria longa ioco, 
Ne pudeat nostros percurrere Petre libellos, 

Et nugas hilari fronte probare meas. 
Magnos magna decent, fateor : tamen haec quoque 
fessos, 

Quae reparent animos, ne fugienda putes. 
Scipio nam quanlus cessit, cui punica virtus, 

Fortia cum Lybici contudit arma Ducis. 
Hunc tamen in placido viderunt ocia ludo, 

Ostrea Campano spargere lecta salo. 
Tristius in terris, quam Stoica dicta Catonis, 

Nil Danai, Latii nil meruere viri, 
Hie tamen ad multam convivia ducere noctem. 

Et solitus curas saepe levare mero. 
Sic Tu, quo magni populi flectuntur habenae, 

Dum legis haec, sanctum pone supercilium. 
Saepe tibi -reditus, Petre, ad maiora dabuntur, 

Si'reparas mentem, qua geris ilia, iocis. 

Ad 



100 APPENDIX. NO XIIL 



Ad Petrum Medic cm, 

Carminibiis nostris veniet tibi siqua voluptasy 

Ut reieves animum carmina nostra lege. 
Quod si nee salibus poterunt, uUove lepore, 

Te retinere Petre, tu tamen ilia leges. 
Sic Rex Peliacus quamvis non docta Poetae 

Suscepit laeta carmina fronte tamen : 
Et magis officium studiosi movit amici, 

Quod tardum vatis laeserat ingenium. 
Ergo non munus, sed dantis munera mentem 

Inspice 1 sicque libens carmina nostra leges. 
Non tarn magnificus, non est qui maxima donat, 

Quam qui parva libens sumere dona potest. 

Ad Petrum Medicem de suis, is' Moecciiatis laudibus, 

Pvrpureis semper vernent tibi busta rosetis, 

Inque tuum tellus sit levis usque caput, 
Ulla nee Elysios passim celebrata per agros, 

Quam tua Moecenas rideat umbra magis. 
Moecenas, inopes quondam miserate Poetas, 

Moecenas Phoebi, Pieridumque decus, 
Te duee grandisonans consurgit in arma, virumque, 

Olim qui denas vix cecinisset aves. 
Alter erat tenuis pauper praeconis alumnus, 

Cuius erat Lalagen dicere posse labor, 
Hie ubi Campanos a te deductus in agros 

Pauperiem verso sentit abire pede, 
Protinus heroum Lesboo carmine laudes, 

Et superum cecinit dulcia furta Deum ; 

- Nee 



APPENDIX. NO XIII. 191 

Nee mirum tristipulsis e pectore curis, 

Libera si tantum mens agitabat opus. 
Seel nunc Moecenas Tyrrhenis alter in oris 

Conspicitur, claris qui favet ingeniis. 
Vos modo sublimi vates eonsurgite versa, 

Qui cupitis sacra cingere fronte caput. 
Sive Sophocle's libet haec cantare cothurnis, 

Seu iuvat Aonii ludere more senis. 
Nam Medicum Fesulis stabunt dum fulta columnis 

Atria magnanirais concelebrata viris, 
Nee vos materies, nee merces carminis unquam 

Deseret, hoc virtus praestat utrumque Petri. 
Ille coiit musas, doctos colit ille Poetas, 

Unquam nee merita laude earere sinit. 
Nam novit quaeeumque armis, quaecumque togata 

Pace, gerant clari nobilitate viri, 
Ni fuerint magno Musarum fulta favore, 

Tendere in aeternum non reditura situm. 
Ergo colit doctos, doctorum &: carmina vatum, 

Quae sirit digna cani maxima facta gerit. 
Nusquam magnanimo gtnitus fortique parente, 

In coeptis gravibus degener ipse fuit. 
Nam tantum emicuit iuvenili in pectore quondam 

Consilium, quantum vix solet esse seni. 
Inque dies crevit virtus crescentibus annis, 

Se,que tulit gradibus accumulata novis. 
Unde Sc maturo gravior cum cesserat aetas, 

Non cuncta ex usu mens meliora facit. 
Quid mage jam sanctum, vei quid divinius unquam 

Lydius Etrusca vidit in urbe Leo ? 
Ergo agite, o vates, sublimi insurgite versu, 

Seu libeat natum dicere, sive patrem. 

VOL. TIT. p lam 



102 APPENDIX. NO XIII. 

lam canite altlsono Medicum pia carmine facta. 
Quels servata salus saepe fuit patriae. 

Et si vos patriae pietas tenet ulla parentis, 
lam Patriam, versa concelebrate novo. 



NO XIV. 

Ex Monum, Ang, Fabronii, 

PrivUegiuin Ludovici XI, quo Mcdiceis concessit aurca 
Gallormn Regis Lilia in suorum stemmata inserere^ 
extat in Filza VI. di document! originali, cstque 
hujusmodi, 

JL4OYS par la grace de Dieu Roy de France. Savoir fai- 
sons a tous presens Sc advenir. Que nous ayans en me- 
moire la grande louable £c recommandable renommee, 
que feu Cosme de' Medici a eue en son vivant en tous 
ses faits & affaires, les quels il a conduitz en si bonne 
vertu & prudence, que ses enfans Sc autres ses parens 
8c amis en doivent estre recomm^andez & eslevez en 
tout honneur. Pour ces causes Sc en obtemperant a 
la supplication & requeste, qui faite nous etre de la 
partie de notre ames, Sc leal Conseilleur Pierre de Me- 
dici filz de dit feu Cosme de Medici, avons de notre 
certaine science, grace especial, plaine puissance Sc 
auctorite Royal octroye Sc octroyons par ces presentes 

que le dit Pierre de Medici Sc ses heires 8c 

successeurs nez £c a naistre en loyal mariage puissent 
doresenevant a tousjours perpetuellement avoir 8c por- 
ter en leurs armes trois fleurs de lis en la forme 8c ma- 
niere qu' elles sont ici portraictes . . . . Et Icelles 

armes 



APPENDIX. NO XIV. 103 

armes leur avons donnees 8c donnons par ces dites 
presentes pour en user par tous les lieux & entre toutes 
les personnes que bon leur semblera & tant en temps 
de paix, que en temps de guerre sans que aucun em- 
peschement leur puisse etre mis ou donne ores ne poui 
les temps advenir en quelque maniere que ce faire au 
contraire. Et afin que ce soit chose ferme Sc stable ar 
tousjours nous avons fait mettre notre seel aux deux 
presentes sauf en autres choses notre droit, Sc 1' au- 
truy en toutes. Donne a Mont Lucon du moys de 
Mai r an de grace 1465. Sc de notre Regne le qua- 
triesme. 



NO XV. 

Ejc codice XLII. membranaceo in 8. Plutei XXXIX. 
Bibliothecae Mediceae iMurcntianae^ qui continet Ugo- 
lini Verird Flamjiiettam (pag. 41.) descriptum est «f- 
quens carmen eleglacum^ quod est XLII, Libri II, 

Ad Lucretiam Donatam, ut amet 
Laurentium Medicem. 

CrLORIA sis quamvis Tuscae, Lucretia, gentis, 

Aequiparesque ipsas nobilitate Deas ; 
Nee tua Tyndaridi concedat forma Lacaenae, 

Aethereo tantum fulget in ore decus ; 
Sis nive candidior, sis formosissima tota, 
Extet ut in toto pulchrius orbe nihil ; 
Sis facie insignis quamvis, & crine soluto 
Ipse tuis pulcher cedat Apollo comis. 

Sidereas 



104 APPENDIX. NO XV. 

Sidereas quamvis vincant tiia lumina flammas, 

Et tua sint astris aemula labra poli ; 
Vincat ebiir nitidum quamvis tua lactea cervix, 

Et superent roseae punica mala geiiae ; 
Os minimum, dentesque pares candore micantes, 

Et risum Juno vellet habere tuum ; 
Et Tyrio niveus perfusus rideat ostro 

Vviltus, nativus sit color usque genis ; 
Et planae scapulae, nihil ut sit rectius ilHs, 

Brachia non tacta candidiora nive ; 
Parva mamillarum niveo sit pectore forma^ 

Nee nimium pinguis, nee macileTita himis ; 
Tyrrhenas coUo superes tenus usqvie puellas, 

Nullaque ad exiguos vertice menda pedes ; 
Et quamvis victae cedant tibi voce Syrenae, 

Et Charites choreis, cedat & ipsa Venus ; 
Sit roseo vultu divina infusa venustas, 

Fecerit ut manibus Jupiter ipse suis ; 
Incessusque tuos quamvis soror ipsa Tonantis, 

Denique quidquid habes vellet habere tui ; 
Atque pudicitiae exemplar Lucretia cedat 

Cujus habes nomen, moribus ilia tuis ; 
Et ouamvis omni penitus sis parte beata, 

Ut te felicem quisque vocare queat ; 
Non tamen idcirco talem contemnere amantem 

Debes, sed magis hie ultro petendus erat. 
Si te uivitiae capiunt ditissimus hie est. 

Divitias moneo nulla puella velil. 
Divitiis periere viri, periere puellae, 

Alcmeonis mater testis avara mihi est. 
Si te nobilitas titulis insignis avorum 

Tanp-it, quis Mcdice est nobilitate prior? 



Non 



APPENDIX. NO XV. lOi 

Non fuit in populo generosior iilla Quiritum 

Stirps, neque tarn claris nobilitata viris. 
Si mores, si forma placet, juvenilis 8c aetas, 

Judice te, juvenis, pulcber, Sc ipse probus. 
Quin age non alius tota praestantior urbe 

Est juvenis, si non saevus adesset amor. 
Hunc quoque Castaliis Musae nutriere sub antris, 

Et totum bunc fovit Calliopea sinu. 
Hunc, saeva, immiti patieris amore perire ? 

Et quis te juvenis dignior alter erat? 
Hie te dilexit, salvo Donata pudore ; 

Et famam laesit fabula nulla tuam. 



NO XVI. 

Invc7itiva cP una imjiositione di 7nio'ca gravczza^ per 
Lodovico Ghetii, 

Tratta da testo a^fienna del Sccol. 27". 

x\CCIO cbe e sottcposti del magnifico commune di 
Firenze, et alconi altri m2.1ivoli d' essa communita, et 
con doglenza e ramaricbi non usino andare dicendo ne 
infamando che essi, con infinita gravezza, e stensioni 
incomportabili, sieno rubati et discrti da essa commu- 
nita, in avere, ct in persona ; et con queste cose in- 
citando e capitani et e tyranni di Italia, alchuna volta 
muoversi et fare imprese di guerra contro alia nostra 
citta di Firenze, sperando di fare ribellioni negli ag- 
ravati popoli, (et advengha dio cbe questa loro speranza 
sempre insino al di doggi sia loro fallata, non resta 
percio che la difesa sia suta sanza danni et pericoli et 

grande 



106 APPENDIX. NO XVI. 

grande spesa della detta citta e del suo paese,) et veduto 
che le terre d' Italia non sono atte a venire meno, ma di 
continuare, e crescere, et che la prefata nostra citta sia 
posta in sito che per salute della nostra liberta, quasi 
a tutte le predette guerre ci bisogni porre mano, et 
participare et riparare ; et che queste cose non si pos- 
sino fare sanza continova spesa, la quale come detto e 
di sopra, per molti si dice con grande doglenza non 
potersi sopportare, & che convenghono partirsi, le 
quali cose seguitando saria con grande danno, et biasi- 
mo, et pericolo della predetta nostra citta 

Adunque e da vedere, poiche la spesa e necessaria 
per salute della liberta e stato di Firenze, se si puo 
porre questa gravezza in forma et in modo si ugual- 
mente, che voluntaria da tutti possa essere sopportata, 
sanza biasimo, o lamento d' alchuna persona. 

E perche lo scriptore, avendo sopra di cio facta 
alcuna imaginatione, dilibera- dime il suo pensiero ; 
sempre siserbato migliore e piu giustificato modo. 

Et dicho cosi, accioche ciaschuno participi general- 
mente alia detta gravezza, laquale conviene essere tanta 
che supplischa al bisogno del commune, che ella si 
pongha a perdere. Lo decimo, per stima, sopra tutti 
i fructi che frutta il terreno sottoposto al commune di 
Firenze, cioe sopra grano, et biade grosse, et minute, 
legume d' ogni ragione, lo decimo del vino, et sopra lo 
fiTitto del bestiame grosso, et minuto, dogni genera- 
tione, lo decimo dell olio, et lino, canape, safforano, 
guadij robbia, di legne da fuoco, di fitti lavorj, et lo 

decimo 



APPENDIX. NO XVI. lor 

decimo di strame, di paschi d'erbe, et di fitti d' orti, et 
sopra la industria de detti che lavorano 1' orta. 

Ancora lo decimo de' fitti di mulina, o pigioni di case, 
di botteghe, et d' alberghi, et popra ogni altra cosa che 
pagasse fitti e pigioni. 

Ancora lo decimo sopra la rendita del monte. 

Ancora lo decimo sopra e salari, e soldi degli uffi- 
ciali, dentro alia Citta, e di fuori, et di loro giudici, et 
cavallieri, et sopra la pensioni de Castellani, tanto quegli 
che vanno di fuori della jurisdizione del commune di 
Firenze, quanto a quegli della Citta et distretto ; 
eccettuati gP ufficj forestieri quali non sieno tenuti a 
decimo. 

Ancora porre lo decimo sopra alia industria et gua- 
dagno delle sette maggiori arti, tanto di fuori della Citta 
et suggetti del commune, quanto dentro, et ancora 
sopra e salarj de' loro fattori grossi che avessono da 
Fl. 30 in su di salario, exceptuati quejli che lavorano di 
mano. 

Similemente sopra lo decimo della industria et gu- 
adagno sopra questc delle quattordici minori arti, cosi 
di fuori come di dentro, et e loro fattori e lavoranti, 
sieno de loro prezzi e salarj franchi, concio sia cosa 
che lavorino di mano, e quasi sono tutte povere per- 
sone. 

Et nota, che a tutti quanti questi decimi, verrieno 
a essere tenuti generalemente, ogni persona, tanto gli 

ecclesiastic!, 



108 APPENDIX. NO XVI. 

ecclesiastici, come e laici, et simile gP assenti, e fores- 
tieri abitanti, conciosiacosachc ciascuno dessi possiede 
col favore del commune, et beneficio della pace, et 
della giustizia, et cosi debbono debitamente participare 
agi' affamii, et se pure alchuni cierici, o terre exenti 
si ric'dsassi, la via et el modo e per le ragioni sopra dette 
a fargli acceptare voluntariamente. > 

Insino a qui, s' e detto di sopra, sopra a che sarebbe 
da mettere la impositione del decimo ; resta ora a di- 
cliiarare quanto gittasse. 

Et intorno a questo che a me pare, et per alcuni 
intendenti si dicie, che la Citta di Firenze, col suo ter- 
ritorio, facci huoraeni ottanta mila di -guardia ; che se 
COS! fusse, che si presume sia, seguiterebbe secondo 
naturale ragione, che ogni huomo di guardia, compu- 
tata la sua persona, facessi 1' uiio per 1' alto cinque bo- 
che, tra femmine, et fanciulii, et vecchj ; che verreb- 
bono a moltiplicare boche a quattro cento migliaja. 

Arebbesi ora a vedere queste boche quanto pane^ 
vino, olio, carne, vogliono 1' anno ; e per questa via si 
trovera quasi tutta la quantita de fructi, e quali, se non 
e qualche sterminata carestia, tutto eschono del territorio 
di Firenze, sicche appresso verro a dichiarare quanto^ 
vogliono le sopradette boche. 

Dicho adunque che quattro cento milli- 
aja di boche, aiutante la pichola coUa grande, 
et el cittadino col contadino lavoratore, vu- 
ole Staja XIIII. per bocha V anno, che 
monterd lo graiio, dugento trenta due mil- 

liaja 



APPENDIX. NO XVI. 109 

liaja di moggia, lo quale stimo a Fior 

el moggio monta Fior 111,815 

Et pur stimo che le dette boche, risto- 
rando 1' una 1' altra anchora del vino, avan- 
za oltre all' anno, quantunque a molti ne 
manchi, tutto arbitro che voglieno, Cogna 
CCC. m. lo quale stimo quello d' allungie 
con quello d' appresso, e buoni co' mezzani 
et manuali, che 1' uno per 1' altro vaglia Fio- 
rini tre e mezzo cioe Fl. 3i che monta a 
una miglione di Fiorini — el decimo Fl. . . . 100,000 

Et stimo che voglino sopra dette boche, 
tra per ardere e per mangiare, olio orcia 
cento migliaja, a fior 1^ 1' orcio, che monta 
lo decimo, fior 15,000 



E perche della carne non posso fare ap- 
punto per molti rispetti, nel conto piglo 
questo ordine, che io stimo che nel territo- 
rio di Firenze sia pechore, fra mezzane, e 
basse, et grosse, et montanine, circa ad uno 
miglione, alle quali 1' una per 1' altra metto 
per decimo 21 fi. fra V agnello, lana, et cac- 
cio ; et nota che tanto metto alle minute, et 
basse, quanto alle grosse, considerato che le 
grosse anno piu spesa per I' andata di ma- 
remma et che monti questo decimo fior. . . . 

Et stimo che nello detto territorio, tra 

allevare a mano, et in selva, s' alievi porci 

quaranti migliaja a quali si debba mettere, 

cioe alii allevati a mano, et in casa, stimo 

VOL. III. q_ sieno 



110 APPENDIX. NO XVI. 

sieno la meta grossi uno per porche, et agli 
della selva, considerato sta due anni a alle- 
varsi, pure uno grosso per anno ; inontino 
a e decimi in tutto, ridotti in somma fior. 2509 

A quegli che allevano e porci temporili, 
per rivendere, non gli metto per carne, ma 
per industria allerte inanzi. 

Ancora stinio, che fra vache, bufoli, et 
cavalle, sia che figlino nel territorio di Firen- 
ze, capi ventimila, e piu ; alle quali per lo 
decimo del fructo, metto uno quarto di fior. 
per capo, che monta fior 5000 



Ancora stimo che oltre alle sopradette 
boche sia nella citta, contado, et distretto di 
Firenze tra cortegiani, soldati a cavallo, et a 
pie, et marinai, et viandanti, et inendicanti, 
et altri forestieri, circa a boche XX m. le 
quali voglono molto piu roba che I' ordinarie 
boche ; stimo voglono 1' uno per 1' altro fior. 
XII. per uno, tra pane, vino, et carne, et 
oglo, che monti fior. 240,000 lo decimo sie 
fior 24,000 

Ancora fo, oltre al nostro bisogno, for- 
nite tutte le sopradette boche, per uno anno 
che e detto, che avanzi sopra la spesa, grano 
per quattro me si, che sarebbe alia ragione 
detta moggi ottanta mila di grano, lo decimo 
sarebbe otto mila chea fior. 5i per moggio 

sono fior 44,000 

Ancora 



APPENDIX. NO XVI. Ill 

Ancora slimo che in Firenze, e nel paese, 
fra cortigiani, et soklati, et di cittadini, muli, 
cavagli, somieri da soma, circa a venti quat- 
tro migliaja, cioe che mangino biada, le 
quali stimo V una per 1' altra mangino i di 
stajo el di\ che monta P anno circa a cin- 
quanta migliaja di moggia di biada grossa, 
che lo decimo sarebbe moggia 5000 a fiorini 
due et mezzo 1' uno anno per 1' altro el 
moggio, monta fior 12,500 

Ancora lo decimo del miglo, et saggina, 
e panicho, che stimo montera meglo che fior. 3000 

Ancora lo decimo di fave, ceci, e d' altri 
lagumi fructi meglio che fior 2000 

Ancora lo decimo del lino, canape, gua- 
di, robbia, zafferano, e fitti d' orti, fior. • 3000 

Ancora lo decimo di legname da edificj 
et d' altri lavori, e di quello da ardere fior. 3000 

Ancora lo decimo di strame, paglia, fie- 
no, e paschi di montagne, e di marina, fior. 5000 

Ancora lo decimo delle selve che si ven- 
dono, et ghiande, e lo decimo delle castagne, 
fior 1000 

Ancora stimo, che oltre al olio che e 
stimato adrieto, che bisogna per nostro uso. 



112 



APPENDIX. NO yVI. 



si tragha et consumi in arte di lana, che si 
fa nella citta, e distretto, oltre accio, quelle 
che avanza oltre al nostro uso, in tutto orcia 
sexanta migliaja che naonte a fior. li 1' orcio 
fior. novanta migUaja — lo decimo, fior. . 



9000 



Ancora stimo secondo lo macinato che 
voglono le boche in fitti de' Mulini coUo 
decimo che guadagna il mugnaio, frutti a 
decimo tra el padrone et el mugnaio pre- 
detto, fior. cinquanta mila 



5000 



Ancora credo e tengho, che fmcti la 
pigione delle case et di botteghe, et d' al- 
berghi di Firenze, et del suo territorio, e 
distretto, lo decimo fior 



5000 



Ancora credo che frutti lo decimo de' 
salarj de capitani, vicarj, et podesta, e de 
loro giudici et cavalierj, e castellani, 1' anno 
che sono uficj etiandio lo salario de gli ufici 
di dentro fior 



5000 



Ancora lo decimo della rendita del monte, 
chosi come detto abbiamo di interessi, cioe 
fior. dugento migliaja — fior. ...... 



20,000 



Ancora lo decimo della industria delle 
sette maggiori arti, e lo decimo de salarj de 
fattori loro — fior. 



50,000 



Ancora 



APPENDIX. NO XVI. 113 

Ancora la industria delle qualtordici 
minori arti, lo decimo fior. venticinque 
migliaj^. • 25,000 



Somma in tutto, fior. . . . 475,815 

Nota che io stimo per molti membri che anno le 
supradette arti, et maxime le minori, che si stendono 
nello distretto di fuori in grande numero, et sia molto 
maggioi-e quantita, che io non disegno di sopra. 

Ora qui e una difficulta contraria a questo disegno, 
cioe che nel sopradetto disegno se a d' inchiudere lo 
decimo della meta di fructi a lavaratori che lavorano a 
mezzo, e quali essendo gravati di soldi tre di stimo per 
testa, non potrebbono sopportare ancora lo decimo. 

A questo si dice non volendo guastare el numero 
delle taxxe, in che entrano el sopradette soldi tre per 
testa, et cogli dettl lavaratorj. Et nota che se del sala- 
rio non fusse excettuato persona, et da altri non fus- 
sino e riagravati piu che non potessono computare che 
si piglasse della sopradetta somma del decimo, tanto che 
si pagassi pegli detti contadini, la loro taxa, salvo et 
riservato a quegli che anno et lavorano lo terreno pro- 
prio, sicche sbattuta la quantita che tocha a detti lava- 
ratorj, et ancora a quello bischonto di non essere si 
grassa 1' entrata del decimo come si disegna, che la detta 
somma resterebbe in su quattro cento migliaja netti di 
fiorini 400,000. 

Et accio che questo decimo piu pienamente gittasse 
le sopradetti quantita di fiorini, credo che sarebbe buo- 

no 



114 APPENDIX. NO XVI. 

no providemento di fare per le genti che a ciascuno 
persona habitante a Pisa o nel paese, fusse lecito di 
lavorare in ciascuno terreno sodo di quello di Pisa> 
sanza alchuna contraditione di padroni o d' altri, pa- 
gando egli a padroni de terreni 1' usato convenevole 
araticho, et lavorando egli con quattro bestie, o bovine, 
o buffoline, o cavalline, et da indi in su potessi trarre 
per mare o per terra, la meta de grani o biade ricoglessi, 
pagando V usata tracta, con questo inteso, che el grano 
non passasse a Firenze, soldi venti lo stajo, et passando 
non si posse trarre. 

Seguiteranne che gli abitanti forestieri cresceranno 
a Pisa et nel contado ; et miglioreranno le gabelle per 
la tracta, et entreranno danarj assai contanti di fores- 
tieri in paese, pero che gnuna cosa che empia di danari 
piu maneschi uno paese quanto fa chi a a vendere 
grano. Ancora ne seguitera che sempre Pisa sara for- 
nita per quello • restera che sara grande quantita di 
grano. 

Ancora e da notare, che chi paghasse a ragione di 
lior. 5 |- lo moggio del grano, per la sopradetta imposi- 
tione del decimo, sara per questo necessario per la via 
della tratta, mantenere el grano in su soldi xx lo stajo, 
perche se valessi sol x per pagare lo detto decimo gli 
converrebbe vendere 2 stajo di grano per fare soldi xx, 
et a questo modo arebbe a pagare due decimi et cosi 
dell' olio et del vino. Non credo si potessi fare salvo, se 
non per una via cioe in tenerlo in su lior 5 I ; questo 
tengho in me per ora. 

Avete veduto come il mio disegno delle impositione 
del decimo soprastato gitterebbe fior. 400,000 o piii, e 

quali 



APPENDIX. NO XVI. 115 

quali si vorebbono per piu habilita pagare in tre ter- 
mine, et questo e che quella parte che tochassi a lavora- 
tori d' altrui, gP osti loro ne fussono tenuti, accio che 
in su la ricolta la rechassono al loco, sicche questa sus- 
tanza rimanessi a 1' oste e pagassi P oste se detto lavo- 
ratore eon pagasse al tempo. 

De detti fiorini cccc. m. a chiarire per sperienza 
ciascuna persona che non cl. m. di fiorini P anno, si 
puo mantenare et contentere cavagli 4000, fanti, 
1000 (a), siche abbi ad avvanzare della quantita fior 
ccL. m. e cosi con quegli si puo sdebitare el debito del 
monte, e poi resterebbono le rendite et el comune libero, 
colle quali si potra fare e mantenere piu gente bisog- 
nando. Et non sara di bisogno ne prestanza, ne bal- 
zello. Et sarebbesi fuori d' una grande pistolenza e 
malattia. Et seguiterebbe che ci ritornerebbe assai 
cittadini. Et molti danari uscirebbono fuori per ogni 
via. L' arti, el popolo, el paese, multiplicherebbe, e 
crescerebbe la riputatione, e non si direbbe pe' nostri 
vicini che fussimo falliti et in piegha. Et e tiranni 
non farebbono pensiero affare si leggiermente guerra, 
colle loro false speranze. 



ia) Piutosto, Cavagli looo. Fanti 4000. 



116 APPENDIX. NO XVII. 

NO XVII. 
Ex Otier, Ang, Politiani, Ed, Jldi, 1498. 
Ad Lauren, Medlcem, 

t/UM referam attonito Medices tibi carmina plectro, 

Ingeniumque tibi serviat omiie meum, 
Quod tegor attrita ridet plebecula veste, 

Tegmina quod pedibus sunt recutita meis ; 
Quod digitos caligas disrupto carcere nudos 

Permittunt cselo liberiore frui ; 
Intimabombycuni vacua est quod stamine vestis, 

Sectaque de cxsa vincula fallit ove ; 
Rid^t, et ignavum sic me putat esse poetam, 

Nee placuisse animo carmina nostra tuo. 
Tu contra effusas toto sic pectore laudes 

Ingeris, ut libris sit data palma meis ; 
Hoc tibi si credi cupis, et cohibere popellum, 

Laurenti, vestes jam mihi mitte tuas. 

Ad eitndem^ gratiarum actio, 

Dum cupio ingentes numero tibi solvere grates, 

Laurenti, a^tatis gloria prima tux, 
Excita jamdudum longo mihi murmure tandem 

Astitit arguta Calliopeia lyra ; 
Astitit, inque meo preciosas corpore vestes 

Ut vidit, pavidum rettulit inde pedem ; 
Nee potuit culti faciem dea nosse poetse, 

Corporaque in Tyrio conspicienda sinu : 



Si 



APPENDIX. NO XVII. 117 

Si minus ergo tibi meritas ago carmine grates, 
Frustrata est calammn Diva vocata meum ; 

Mox tibi siiblato modulabor pectine versus, 
Cultibus assuerit cum mea musa novis. 



NO XVIII. 
Aloysius Laurentio de^ Medicis, 

JVlAGNIFICE vir affinis noster carissime. Non pos- 
sumus non laetari summopere, cum bene valere vos Sc 
vestra omnia bene esse sentimus. Redivit nuper ad 
nos e Roma, dilectus consiliarius noster magister Lu- 
dovicus de Ambasia, qui cum iter per Florentiam 
fecerit, abunde retulit prospera vobis omnia succedere, 
quod profecto nobis admodum voluptati fuit : addidit- 
que quantum a vobis perhumaniter exceptus fuerit, 
quamve interrogatus diligenter &: summo cordis affectu 
de his quae nostra sunt, Sc nostra & regni nostri com- 
moda concernunt. Quod etsi factum sciamus non 
praeter solitum, habemus tamen, quas possumus, gra- 
tias ingentiores praestantiae vestrae, quae ita omni 
tempore solicitam se praebeat rerum nostrarum, quas 
sibi Sc amicis cordi non dubitamus, tametsi quis hor- 
tatus fuerit nos, ut rem majori experimento compro- 
baremus : sed sinentes eum in sua sententia credimus 
contrarium, Sc nobis Sc vobis notum satis, experientia 
docente. De vobis erga nos integram illam servabi- 
mus opinionem, quam gessimus semper, Sc verba Sc 
rerum efFectus comprobarunt. 

VOL. III. R Caetej'um 



118 APPENDIX. N« XVIII. 

Caeterum facit ilia, quam semper erga nos ges- 
sistis, benevolent! a, ut quae nostra intersunt libenter 
vobisciim communicemus. Relatum fuit nobis supe- 
rioribus mensibiis Regem Ferdinandum tractasse, ut 
filia sua Primogenita matrimonio jungeretur moderno 
Duci Subaudiae, cum dote trecentum millium ducato- 
rum, sed rem adhuc esse imperfectam : ex quo mente 
revolventibus nobis quid potius bono Sc commodo 
ipsius Regis 8c nostro conveniret, illud videtur potis- 
simum, ut invicem nos 8c ilium ligaret aliquod matri- 
monii vinculum : quocirca in banc sententiam 8c deli- 
berationem venimus, quod contenti essemus, quod filia 
sua Delphino Viennensi primogenito nostro nuberet : 
quod per vos eidem Regi notum fieri vellemus, 8c fieri 
inde certiores de mente sua circa hoc, 8c si negocium 
aggredi intendit, quam dotem fiiiae se daturum dicet ; 
quamvis ab ipso potius quam dotis summam quantita- 
tem, cujus rei loco 8c tempore vestroniet verbo stabi- 
mus, veram amicitiam 8c confederationem perpetuam 
expeteremus, quae sibi contra quoscumque inimicos 
suos ac praesertim contra domum Andegavensem, 
quae nobis etiam infida fuit 8c est, adjumento 8c favori 
erit. Speramus etiam, quod hac conventione mediante 
Rex ipse contra Regem Ara,gonum nobis praestabit aux- 
ilium Sc favorem, 8c amicus erit amicis nostris, 8c inimi- 
cus inimicis. Quae omnia nobis aperienda duximus his 
nostris tantum, ut quamprimum habita communicatione 
horum omnium cum Rege ipso, vestro medio, aut illo- 
rum, quibus onus per vos demandatum erit, quantoci- 
us fieri poterit, certiores fiamus de his, quae intendit 8c 
sentit Rex ipse super haec, quae si Majestati suae con- 
venire videbuntur, ut executioni mandentur, dabit^r 
opera, 8c Oratores nostros Florentiam mittemus ve! m 

regi vim 



APPENDIX. NO XVIII. 119 

regnum suum pro conclusione terminanda, qua habita, 
poterit 8c ipse suos transmittere ad nos visum filium 
nostrum primogenitum, & ad alia exequenda quae oc- 
currunt. Et gratum esset quod tarn pro his, quam 
pro aliis nonnullis negociis, quae nobiscum communi- 
canda saepe veniunt, ad nos aliquem ex vestris mitte- 
retis, qui saltern certo tempore apud nos esset, qui ha- 
bebit opportunitatem adeundi Sc redeundi. Sed hunc 
vellemus praemonitum, ne alicui se commiltat ex 
Magnatibus & Dominis de sanguine nostro, sed nobis 
tantum. Postremo quae oblectant non omittemus. 
Rogamus igitur vos, ut aliquem canem ex vestris a 
vobis dono habeamus, St etiamsi vmum mittatis, satis 
erit, dummodo pulcher sit Sc magnus, quern apud per- 
sonam nostram Sc cameram servari faciemus. Scrip- 
turn Ambasiae decima nona die mensis Junii 14T3. 



NO XIX. 

Ferdinandus Rex Siciliae 
JLaurcntio dt' Medicis* 



JVIaGNIFICE vir amice noster carissmie. Etsi tanto 
in nos amore esse jampridem vos intellexerimus, ut 
nulla praeterea testificatione opus sit, quin exaltatio- 
nem nostri status Sc nominis semper optaveritis, tamen 
litterae eae quas nuperrime accepimus, Sc ea quae 
Augustinus Biliottus retulit, ita nobis amorem ipsum 
significarunt, ut omnino difficillimum nunc quidem 
videatur judicare, utrum ab Alfonso ipso filio nostro 
magis vel amemur 'vel veneremur, quam a Laurentio, 

qui 



no APPENDIX. No XIX. 

qui & amantissimus nostri est, Sc officii plenissimus. 
Facitis itaque, ut amicum amicissimum decet, qui 
nobis conditionem proponatis, quae honori &. commo' 
do nostro factura sit maximam aGcessionem, dum foe- 
dus feriendum, Sc iniendam esse affinitatem cum Rege 
Maximo Francorum, dandamque filiam nostram filio 
■ejus primogenito uxorem suadetis, ut . ipse suis ad vos 
litteris scribit. Qua de re nos vobis debere profite- 
mur, quantum ut cupimus persolvere, ita posse opta- 
nius. Sed ut meam mentem aliquando intelligatis, 
esset sane nobis non modo gratum, sed optatissimum 
etiam cum Rege ipso foedus percutere, inireque affini- 
tatem, quem ut nobilissimo genere, ita amplissimo 
regno, primum esse in toto orbe, non ignoramus. 
Sed quando iis conditionibus res ipsa proponitur, 
quam cum integritate honoris nostri accipere nullo 
modo possumus, caussa est cur molestissime feramus. 
Etenim non modo adversus Serenissimum Regem Ara- 
gonum patruum nostrum nos unquam colligare, sed 
ipsi deesse tarn iniquum putamus, ut prius mori sta- 
tuamus, quam id simus facturi, vel quod ita ejus in 
nos beneficia postulant, vel quod pietas nostra in ilium 
tanta est, ut nobis ipsis deesse, quam illi aequius pute- 
mus ; neque movere nos debet, quod Rex ipse poUice- 
tur, si conditionem acceperimus, futurum se hostem 
familiae Andegavensis. Ille enim jure optimo & 
posset Sc deberet id facere propter Andegavensium 
ipsorvnn perndiam, eorumdemque in euni inimicitias. 
At ego immanitate ac potius feritate adductus videbor, 
si patruo defuero, cum adesse saltern ratione familiae, 
quando cetera arctiora vincula deessent, semper de- 
bebo, nisi is esse voluerim, qui meis desira, ut adsim 
externis. Quamobrem quod ad iniendam affinitatem, 

foedus- 



APPENDIX. NO XIX. 121 

foedusque Rex ipse paciscitur, ut ego patruo meo ad- 
verser atque sibi foveam, aequius sanctiusque fuisset, 
si se affinitatis ipsius gratia fautorum mecum patruo 
meo dixisset ; visiisque esset cum pro sua humanitate 
agere, turn affinitatem. hanc faniiliae meae commodo 
potius quam ejusdem incomniodo desiderare, et ho- 
noris mei habere rationem. Impedit etiam haec non 
minus ictum foedus &c societas, quae nobis est cum 
Illmo Burgundiae Duce, quam ut optatissimum fuit 
inire, ita nunc tueri esse debet jucundissimum. Ex 
quo fit ut nisi Rex ipse cum illo etiam Principe in 
pace victurus sit, perducere quo velle se ostendit nego- 
tium non potuerimus. Ita enim aequitatis amatores, 
fidei nostrae observatores sumus, ut hanc omnibus 
nostris commodis prueponamus. Honorem autem nos- 
trum tanti facimus, ut non modo res caeteras, verum 
etiam regnum universum nostrum ammittere, Sc ca- 
pitis subire periculum malimus, quam ex eo ipso ho- 
nore quidquid imminui patiamur. Verum si Rex ipse 
facturus est, quod ejus ahoqui humanitatis officium 
fuerit, ut neque in patruum nostrum, neque in Du- 
cem, amicum socium Sc fratrem bellum sit habiturus, 
sed vires suas in fidei hostes versurus, ex quibus glo- 
riam atque triumphum honestius possit referre, non 
modo affinitatem societatemque annuemus, sed pollice- 
bimur nos omnia facturos, quae vei honori, vel com- 
modo ei futura intelligamus. Neque vero Regi ipsi 
aegre ferendum est, si fidem datam honoremque ac fa- 
miliae nostrae imperium non minui aut labefactari ve- 
limus : quandoquidem si aliter faceremus, neque ipsi 
in nobis spem reponere, aut fidem habere conveniens 
foret, quem^ scimus etiam non ignorare gerenda esse 
bella in eos, a quibus injuriam acceperit. Nos p.utem 

qua 



122 APPENDIX. NO XIX. 

qua injuria provocemur, aut ab rege patruo nostro, aut 
ab Illmo Burgundiae Duce, quis est qui ignoret ? 
Quod si regnum ipse habere potest tranquillum & otio- 
sum, simul Deo immortali gratias agere, eumdemque 
precari, ut tale semper habere liceat, simul eo conten- 
tus esse debet ; ne si aliud appetat, non suum, violare 
jus videatur humanae societatis. Quamobrem suadere 
vos Regi poteritis honestissimas conditiones, quas si 
accepturus est, accipiemus nos quas ille nobis proponit. 
Proinde date operam, ut persuadeatis, ita enim nos 
vobis obligaveritis, ut qui nunc magnum quoddam vobis 
debemus, infinitum simus debituri. Reliquum est, si 
quid vestra caussa efficere possumus, licet utamini facul- 
tate nostra, quoad nostrae vires patientur. Datum in 
Castello Novo Neapolis die IX. Augusti 1473. 



NO XX. 

Marsilius Ficinus Flor, Martino Uranio Amico Vnico S, D» 

WlHIL a me justius postulare poteras, quam quod 
per loannem Straeler congermanum tuum, iam saepe 
requiris, amicorum videlicet nostrorum catalogum, non 
ex quovis commercio, vel contubernio confluentium, 
sed in ipsa duntaxat liberalium disciplinarum commu- 
nione convenientium. Quum enim absque amicorum 
meorum praesentia esse nusquam aut debeam, aut 
velim, ipseque sim, non in Italia solum in me ipso, 
sed in te etiam in Germania, merito amicos hie meos, 
istic etiam mihi adesse desidero. Omnes quidem in- 
genio, moribusque probatos esse scito: nullos enim 

habere 



APPENDIX. N<^ XX. 12S 

habere umquam amicos statui, nisi quos judicaverim 
litteras, una cum honestate morum, quasi cum love 
Mercurium, conjunxisse. Plato enim noster in epis- 
tolis, integritatem vitae veram inquit esse Philosophi- 
am ; litteras autem, quasi externum Philosophiae nun- 
cupat ornamentum. Idem in epistolis ait, philosophi- 
cam communionem, omni alia non solum benevolentia, 
sed etiam necessitudine praestantiorem stabilioremque 
existere. Sed ut mox veniam ad catalogum, cunctos 
summatim amicos ita laudatos accipito. At si pro- 
prias cujusque laudes slngulatim narrare voluero, opus 
inceptavero longe proiixum -, si quos practermisero, 
non aeque laudatos, pre us invidiosum. Omnino 
vero absurdum fuerit, si di. i amicos ordine disponere 
tento, interim comparationibus omnia perturbavero, 
odium pro benevolentia postrem.o reportans. Primum 
suminuinque inter amicos locum patroni nostri Me- 
dices jure optimo sibi vindicant. Magnus Cosmus, 
gemini Cosmi filii, viri pra.estantes, Petrus, atque 
Joannes, gemini quoque Petri nati, magnus Lauren- 
tius, et inclitus lulianus ; tres Laurentii liberi, mag- 
nanimus Petrus, loannes Cardinalis plurimum vene- 
randus, lulianus egregia indole praeditus. Ac ne in 
longum singulorum laudes prosequar, una Medices 
omnes communi laude complectar ; Genus heroicum. 
Praeter Patronos, duo sunt nobis amicorum genera. 
Alii enim, non auditores quidem omnes, nee omnino 
discipuli, sed consuetudine familiares, ut ita loquar, 
confabulatores, atque ultro citroque consiliorum, dis- 
cipiinarumque liberalium communicatof-es. Alii au- 
tem, praeter hos quos dixi, nos quandoque legentes, 
et quasi docentes audiverunt, esti ipsi quidem quasi 
discipuli, non tamen revera discipuli ; non enim tan- 

tum 



124 APPENDIX. NO XX. 

turn mi hi adrogo, ut docuerim aliquos, aut doceam, 
sed Socratico potius more sciscitor omnes atque hortor, 
foecundaque familiarium meorum ingenia, ad partum 
adsidue provoco. In primo genere sunt Naldus Nal- 
dius, a tenera statim aetate mihi familiaris ; post hmic 
in adolescentia nostra Peregrinus Allius, Christophorus 
Landinus, Baptista Leo Albertus, Petrus Pactius, Be- 
nedictus Accoltus Arretinus, Bartolomaeus Valor, 
Antonius Canisianus ; paullo post lo. Cavalcantes, 
Dominicus Galectus, Antonius Calderinus, Hierony- 
mus Rossius, Amerigus et Thomas, ambo Bencii, 
Cherubinus Quarqualius Geminianenses, Antonius 
Seraphicus, Michael Mercatus, ambo Miniatenses, 
Franciscus Bandinus, Laurentius Lippius Collensis, 
Bernardus Nuthius, Comandus, Baccius Ugolinus, 
Petrus Fannius Presbyter. Horum plurimi, exceptis 
Landino, et Baptista Leone, et Benedicto Accolto, 
primas lectiones nostras nonnumquam audiverunt. In 
aetate vero mea jam matura familiares, non auditores 
Antonius Allius, Ricciardus Anglariensis, Bartolo- 
maeus Platina, Oliverius Arduinus, Sebastianus Sal- 
vinus Amitinus noster, Laurentius Bonincontrius, 
Benedictus Biliottus, Georgius Ant. Vespuccius, lo. 
Baptista Boninsegnius, Demetrius Byzantius, lo. Vic- 
torius Soderinus, Angelus Politianus, Pierleonus Spo- 
letinus, lo. Picus Miranduia. In secundo genere, id 
est in ordine auditorum, sunt Carolus IVIarsuppinus ; 
Petri quinque, Nerus, Guicciardinus, Soderinus, Com- 
pagnius, Parentus ; Philippi duo, Valor scilicet et Car- 
duccius ; loannes quattuor, Canacius, Necius, Guic- 
ciardinus, Rosatus ; Bernard! quattuor, Victorius, 
Medices, Canisianus, Micheloctius ; Francisci quat- 
tuor, Berlingherius, Rimicinus, Gaddus, Petrasancta ; 

Amerigus 



APPENDIX. NO XXI. 125 

Amcrigus Cursiniis, Antonius Lanfredinus, Blndaccius 
Ricasulaiuis, Alamannus Donatus, Nicolaus Micheloc- 
tiiis, Matthaeus Rabbatta, Alexander Albitius, Fortuna 
Ebraeus, Sebastianus Presbyter, Angelus Carduccius, 
Andreas Cursus, Alexander Borsius, Blasius Bibienius, 
Franc. Diaccetus, Nicolaus Valor. 



NO XXI. 

ANGELI POLITIANI CONJURATIONIS PACTI- 
AN^ ANNI M.CCCC. LXXVIII. COMMENT ARI- 
UM. 

Jiixta Edit, Joannis Adimari ex Marchionibus Bumbce, 
JVeajiGli, 1769. 

Jr ACTIANAM conjurationem paucis describere insti- 
tuo ; nam id in primis rnemorabile facinus tempestate 
mea accidit, parumqne abfuit, quin Fiorentinam omnem 
Rempubiicam penitus everteret. 

Cum is igitur esset ejus Urbis status, ut omnes 
boni a Laurentio, 8c Juliano fratribus, reliquaque Me- 
dicum familia starent ; Pactiorum una gens, ac Salvi- 
atorum. nonnulli coepere praesentibus rebus clam 
primo, mox etiam palam adversari. Invidebant enim 
Medicae familiae ; ejusque summam nostra in Repub- 
lica auctoritatem, Sc privatum decus, quantum in eis 
esset, obterebant. 

Erat Pactiorum familia civibus, plebique juxta 

invisa : nam, praeterquam quod avarissimi essent om- 

voL. in. s nes, 



126 APPENDIX. NO XXI. 

nes, neqiie eorum contumax, atque insolens ingenium 
satis aequo animo tolerari poterat : ejus familiae prin- 
ceps Jacobus Pactius Equestris ordinis vir, diem noc- 
temque aleae vacabat ; sicubi male jactus caderet, 
Deos, atque homines diris agebat : nonnunquam vero 
& alveolum tesserarium, aut quod aliud irato offerre- 
tur, temere in proximum quemque jaculabatur : saepe 
Sc ad ipsum alveolum furiosi instar frontem allidebat. 
Ipse pallidus, &c exanguis, caput jactare semper, 8c 
quod levitatis maximum foret argumentum, nunquam 
ore, nunquam oculis, nunquam manibus consistere. 
Duo in homine ingentia vitia, eaque, quod mirum 
esset, maxime inter se contraria eminebant : multa 
avaritia, multa ambitio. Domum paternam magnifice 
exstructam a fundamentis diruit : novam exaedificare 
adgressus est ; mercenarias ibi operas conducere soli- 
tus, neque tamen integrum solvere ; pauperculosque 
homines misere sibi vix manuum mercede in diem vic- 
tum parantes defraudabat ; quare omnibus erat invisus. 
Non ipse, non ejus majores gratiosi populo unquam 
fuerant. Erat praeterea sine legitima prole : quaprop- 
ter Sc a suis necessariis, quippe qui hereditatem hominis 
captarent, praetor caeteros colebatur. Incuria in ho- 
mine maxima, maximaque rei familiaris negligentia : 
cumque hi essent hominis mores, facile rem facturus 
videbatur, quod ipsi ad maturandum facinus calcar 
maximum, facesque subdidit. Non enim sperabat 
homo insolens, Sc ambitiosus decoctoris ignominiam 
non iniquissimo se iaturum animo : studebat itaque 
uno incendio sese, suamque omnern patriam concre- 
mare. 

Franciscus 



APPENDIX. NO XXI. 127 

Franciscus autem Salviatus homo repente fortuna- 
tus, quippe qui Pisanum haucl multo antea Archlepis- 
copatum esset adeptus, vix ipse sese, suamque fortunam 
capiens, coeperat, supra quam dici potest, secundis 
rebus, insolescere ; nihilque non sibi de sese, suaque 
fortuna polliceri. Is Franciscus homo fuit (id quod 
Dii, atque homines sciunt) omnis divini, atque humani 
juris ignarus, & contemptor; omnibus flagitiis, Sc faci- 
noribus coopertus ; luxuria perditus, and lenociniis infa- 
mis. ' Aleae Sc ipse studiosissimus : maximus praeterea 
adulator : multae levitatis, ac vanitatis : idem audax 
promptus, callidus, & impudens ; Quibus artibus (adeo 
fortunam nihil puduit) 8c Archiepiscopatum est adeptus' 
& coelum ipsum votis captabat. 

Hie una cum Francisco Pactio, quod propter insi- 
tam animo vanitatem ingentes spes sibi proposuerat, 
consilium Laurentii, ac Juliani necandi, occupandaeque 
Reipublicae multo antea Romae dicitur agitasse. Tan- 
dem in suburbana Jacobi Pactii Villa, quod Montug- 
hium dicitur, una omnis factio in facinus conjurant. 
Ejus conjurationis formulam Salviatus ipse praescribit. 
Franciscus ex Antonio Jacobi fratre erat natus, qui 
cum contumacis homo ingenii esset, magnos sibi spi- 
ritus, magnam arrogantiam sumpserat. Mirifice indig- 
nari praeferri sibi Medicam familiam : semper Lau- 
rentio, semper Juliano obtrectare ; eosque passim tra- 
ducere : nulli maledicto parcere, nullis contumeliis, ni- 
hil pensi habere, dum illis, quantum in se esset, inju- 
riam faceret. Romae plurimum ad nummariam ipsam 
Pactiorum mensam aetatem agere : nam Florentiae ni- 
hili suam esse auctoritatem sentiebat, propter earn, 
quam sibi Medices germani pietate, & bonis moribus 

vendi- 



128 APPENDIX. NO XXI. 

vendicarant. Erat autem Sc ipse (id quod Pactiis 
omnibus peculiare fuit) supra quam dici potest, ad 
excandescentiam proclivis. Statura fuit brevi, gracili 
corpusculo, colore sublivido, Candida coma, cujus & in 
cultu nimium ferebatur occupatus. Is vero ejus cor- 
poris, vultusque habitus, ii gestus erant, ut facile intel- 
ligeres hominis incredibilem insolentiam, quam tamen 
ipse primis maxime congressibus magnopere obtegere 
conabatur. Neque id satis ex sententia succedebat. 
Sanguinarius praeterea homo erat, 8c qui, dum renm 
quamcunque ipse animo volveret, expeditum iret, nul- 
loque honestatis, nuUo religionis, nullo famae, aut no- 
minis respectu detineretur. 

Jacobus dein Salviatus homo ad captandos homi- 
num animos maxime factus, semper iis arridere modis 
omnibus, laute omnes accipere, scortis, 8c comessatio- 
nibus intentus agere : mercaturae tamen studiosus, 8c 
gnarus ferebatur. 

In his erat 8c Jacobus tertius, Pogii illius eloquen- 
tissimi viri filius. Hie 8c ob angustiam rei familiaris, 
aesque alienum, quod grande conflaverat, 8c ob inge- 
nitam quandam sibi vanitatem, rerum novarum cupidus 
erat. Ejus praecipua in maledicendo virtus, in qua vel 
patrem maledicentissimum referebat. Semper ille aut 
Principes insectari passim, aut in mores hominum sine 
ullo discrimine invehi, aut cujusque docti scripta laces- 
sere ; nemini parcere. Ipse ex multa historiarum 
memoria, magnaque loquendi copia mirifice superbus 
esse : eas omnibus circulis, coronisque, vel ad satieta- 
tem audientium ingerere. Patrimonium, quod ipsi 
ampium ex hereditate paterna obvenerat, totum paucis 

annis 



APPENDIX. NO XXI. 129 

jinnis profuderat : quare Sc egestate coactus, Pactiis, 
Salviatoque se totum addixerat : Erat enim id, quod 
semper fuerat, cuicimque emptori venalis. 

Fuit in his 8c quartus Jacobus, Archiepiscopi frater, 
omnino vir obscurus, ac sordidus. 

Bernardus praeterea Bandinus perditus homo, 
audax, impavidus, quern & ipsum dilapidata res fami- 
liaris in omne flagitium praecipitem ageret. 

Septem ii fuere cives, qui faclnus susceperint ; 
additi his Joannes Baptista ex oppido Montesicco, ac 
Hieronymi Comitis familiaris, Antonius Volaterranus, 
quern vel patrium odium, vel facilis quaedam hominis, 
Jevisque ad obsequendam natura in facinus soilicitabat. 
Stephanus praeterea Sacerdos Jacobi Pactii scriba, 
homo impudens, 8c male audiens omni crimine, qui Sc 
in Jacobi domo baud satis honeste versari ferebatur : 
ejus enim unicam filiam adulterio conceptam literas 
docebat. 

Conjurationis hujus Sc Renatum, Sc Gulielmum 
Pactios non ignaros fuisse compertum est. Gulielmus 
ipse Blancam Laurentii Medicis sororem in matrimo- 
nium duxerat, eque ea amplam jam sobolem susceperat ; 
quare Sc duabus (quod dicitur) selUs sedere putabatur. 
Hie ejus, quem saepe dicimus, Francisci major nata 
erat germanus. Renutus autem ex Petro Equestris 
ordinis viro, Jacobi, atque Antonii fratre genitus, Guli- 
elmi Sc Francisci patruelis. Erat hie homo baud incal- 
lidus, maximusque odii, atque injuriae dissimulator: 
Animi vero maximi neque tamen audax, sed qui rem 

maturius 



130 APPENDIX. NO XXI. 

maturius quamcunque is animo agitasset, expeditum 
iret. Tenax idem, 8c pecuniae avidus : quapropter Sc 
multitudini minime charus. 

Cliens praeterea Gulielmi Neapoleo Francesius 
non ultimas partes in eo negotl, "^sumpserat. 

Interfuere ei facinori 8c nonnulli obscuriores, par- 
tim ex Archiepiscopi, partim ex familia Pactiorum. 
Hos inter Sc Brigliainus quidam homo extremae condi- 
tionis, k. Nannes Notarius Pisanus vir sceleratus Sc 
factiosus. 

Sed qui ex peregrinis primas partes susceperat, is 
erat, quern diximus, Joannes Babtista Hieronymi fami- 
liaris. Hie rem totum biennium jam ante agitatam, 
in quintum kalend. Majas anni a Christiana salute 
octavi 8c septuagesimi supra mille 8c quadringentos, 
inque ipsum Dominicum ante Ascensionem diem re- 
jecerat. Erat is magni vir ingenii, multi consilii, 8c 
sagacis animi, ad obeundas res maxime dexter : neque 
vero in iis non saepe exercitatus. Magnam in eo fidem 
Salviatus, magnam conjurati omnes habuerant. Res 
ipsa jam postulat uti conjurationis consilium expli- 
cemus. 

Medicum familia cum plerisque in rebus splendida 
semper, magnificentissimaque est, tum vel maxime in 
Claris hospitibus accipiendis. Nemo unquam vir clarus 
aut Florentiam, aut Florentinum agrum petiit, in 
quem non ilia domus hoc rnagnificentiae genere usa 
sit. Cum igitur in suburbano illo Jacobi rure, ubi 
supra, conjurationem factam ostendimus, Raphael forte 

Cardinalis, 



APPENDIX. NO XXI. 131 

Cardinalis, ex Hieronymi Comitis sorore natus, haud 
multo antea divertisset, banc tanti facinoris ansam con- 
jurati occupant. Nunciant Cardinalis nomine geminis 
fratribus, uti se Fesulis, quae ipsorum suburbana Villa 
est accipiant. Eo Laurentius, atque egomet cum puero 
Petro Laurentii filio accedimus. Julianus, quod vale« 
tudine impediretur, domi restitit : id, quod rem in 
ipsum, quem diximus, diem extraxit. Iterum familia- 
rius homini nunciant cupere Cardinalem Sc Florentiae 
convivio accipi. Urbanae domus ornamenta, vestem, 
aulea, gemmas, argentum, pretiosam omnem supellec- 
tilem inspicere. Nullum optimi juvenes dolum suspi- 
cantur. Domum parant, ornamenta depromunt, ves- 
tem explicant, argentum, signa, toreumata in propatulo 
conlocant, producunt gemmas in promptuarium : mag- 
nificentissime convivium adparatur. 

Ecce tibi ante tempus conjuratorum manus scitan- 
tur, ubi Laurentius ? ubi Julianus ? Dicunt, in Templo 
Divae Reparatae esse ambos ; eo contendunt. Cardi- 
nalis in suggestum Chori de more subducitur. Dum- 
que Eucharistiae Mysteria celebrantur, Archiepiscopus 
cum Jacobo Poggio, Sc duobus Jacobis Salviatis, aliis- 
que nonnullis coniitibus in Curiam contendit, uti Dominos 
Florentinos arce deturbet, ipse Curiam occupat : Reliqui 
in Templo ad facinus obeundum remanent. Destinatus 
ad Laurentii caedem Johannes Baptista, negotium detrec- 
tarat ; Antonius Volaterranus, Stephanusque susceper- 
ant : Reliqui in Julianum tendebant. 

Ibi primum peracta Sacerdotis communicatione, 
signo dato, Bernardus Bandinus, Franciscus Pactius, 
aliique ex conjuratis, orbe facto, Julianum circumveni- 

unt. 



132 APPENDIX. NO XXI. 

lint. Princeps Bandinus, ense per pectus adacta, 
juvenem transverberat. Ille moribundus aliquot passus 
fugitare ; illi insequi. Juvenis, cum jam sanguis eum 
viresque defecissent, terrae concidit. Jacentem Fran- 
ciscus repetito saepe ictu, pugione trajecit. Ita pium 
juvenem neci dedunt. Qui Julianum sequebatur fa- 
mulus, terrore exanimatus in latebras se turpiter con- 
jecerat. 

Interim 8c Laurentium delecti sicarii invadunt ; ac 
primo quidem Antonius Volaterranus sinistram ejus 
humero injicit, ictuni in jugulum destinat. Ille im- 
perterritus humeraleni amictum exuit, laevoque advol- 
vit brachio ; simul gladium vagina liberat, uno tantum 
ictu petitur : nam dum sese expedit, vulnus in collo 
accipit. Mox se homo acer, Sc animosus stricto gladi- 
olo ad sicarios vertere, circumspectare se caute, &: tueri. 
Illi exterriti fugam capiunt. Neque vero segnis in eo 
tuendo Andreae, & Laurentii Cavalcantis (quibus ille 
pedissequis utebatur) opera fuit. Cavalcantis brachium 
vulneratur. Andreas integer superat. 

Videre erat, tumultuantem populum, viros, mulier- 
culas, Sacerdotes, pueros fugitantes passim quo pedes 
vocarent. Omnia fremitu plena, Sc gemitu : nihil ex- 
audiri tamen expressae vocis. Fuere & qui crederent 
Templum corruere. 

Qui Julianvim trucidarat Bernardis Bandinus, non 
contentus suis partibus, ad Laurentium contendit. Ille 
se commodum cum paucis in Sacrarium conjecerat. 
Bernardus obiter Franciscum Norium prudentem vi- 
rum, Sc mcrcatuiis Medicae familiae praefectum, ense 

per 



APPENDIX. NO XXI. 133 

per stomachiim adacto iino vulnere perimit. Ejus cada- 
ver spirans adhuc idem in sacrarium, quo se Laurentius 
receperat, invectum est. 

Turn ego, qui eodem me contuleram, aliique non- 
nulli, fores, quae aheneae essent, occlusimus. Ita pe- 
riculum, quod a Bandino ingrueret, propulsavimus. 
Dum fores servamus, Irepidare intus alii, de Laurentii 
vulnere solliciti esse. Ibi Antonius Rodulphus Jacobi 
filius honestus adolescens Laurentii vulnus exugere. 
Ipse nullam suae salutis rationem ducere ; sed rogitare 
continenter : Ecquid Julianus valeat. Interdum vero 
& indignabundus minitari querique, quod a quibus 
minime aequum fuerat, sua vita peteretur. Continuo 
juvenum globus, qui Medicae domui fidi essent, ad 
sacrarii fores cum telis constipantur. Clamant una- 
nimes ami cos sese, &: necessarios. Exeat ^ exeat Lau- 
rentius^ priufsquam adversa Jactzo robur capiat, Nos tre- 
pidi intus ambigere, hostes, an amici forent ; rogitare 
tamen an incolumis Julianus. Ipsi ad ea nihil respon- 
dere. Tum Sismundus Stupha egregius juvenis, k 
qui Laurentio jam inde a puero miro amore, mira 
pietate esset conjunctus, scalas conscendit, speculam, 
quae in Templum despiceret, ubi & organa essent mu- 
sica festlnans petit. Facinus continuo ex Juliani cada- 
vere, quod prostratum viderat, intelligit. Qui prae 
foribus adstabant, videt esse amicos ; jubet aperiri : 
illi frequentes Laurentium in armatorum globum adcipi- 
unt. Domum per dispendia, ne in Juliani cadaver incl- 
deret, perducunt. 

Ego recta domum perrexi ; Julianumque multis 

confectum vulneribus, multo crucre foedatum mise- 

voL. III. T rabiliter 



134 APPENDIX. NO XXI. 

rabiliter jacentem offendi. Ibi titubans, & prae doloriii 
magnitudine, vix satis animi compos, a quibusdam ami- 
cis sublevatus, domumque sum deductus. 

Omnia ibi armatorum plena erant, omnia faventium 
clamoribus personabant : strepitu, 8c vocibus tectum 
omne resultabat. Videres pueros, senes, juvenes, sacros, 
& prophanos viros arma capere : Domum Medicam 
quasi publicam omnium salutem defensare. 

Interim Pisaii'is Praesui Caesarem Petrucium Vexil- 
liferum, quod ajunt, Justitiae, remotis arbitris in col- 
loquium vocat, eo consilio, ut hominem trucidet. Velle 
se, ait, nennulla Pontificis referre nomine. Quidam 
ex Perusinis proscriptis, qui hominem facinoris conscii 
in Curiam comitabantur, in publici cubiculum Scribae 
se conjiciunt, ubi locum idoneum teneant. Fores con- 
cludunt cubiculi, neque eas, ubi res postulat, aperire 
queunt; ita neque sibi, neque suis auxilio esse. At 
Caesar ubi titubantem Salviatum contemplatur, dolum 
suspicatus, lictores ad arma concitat : Salviatus metu 
perturbatus, e cubiculo se proripit. Ille in Jacobum 
Poggii iilium incidit, eumque, ut est homo ingentis 
animi, capillo correptum humi deturbat, custodibusque 
servandum mandat : mox ad summam turrim cum Domi- 
norum manu festinus evadit. Ibi quantum in se est, 
correpto e culina veru (nam id ei telum metus, atque ira 
obtulerant) fores tuetur ; suam atque publicam salutem 
magna animi praesentia acerrime defensat. Idem alii 
pro se quisque viriliter agunt. 

Crebrae in Florentina curia sunt januae : Eae a lic- 
toribus occlusae, capita conjuratomm separant. Ita illi 

in 



APPENDIX. NO XXI. 135 

in multos diducti rivulos impetum perdvnit. luterea 
omnis curia intus fremere, paiicique ex civibus co con- 
venire. 

Jacobus autem Pactius, ubi spem necandi Laurentii 
se fefellisse intellexit, baud ignarus quantum sceleris 
in se admisisset, utraque palma suam ipse faciem ceci- 
xlerat. Mox dum se domum corriperet priusquam de 
templo egrederetur, ad terram prae angustia conlapsus 
est. Tandem ubi rem in angusto esse vidit, fortunam 
periclitari deliberans, cum paucis ex necessariis recta 
in forum contendit : populum ad arma convocat. Ni- 
hil succedere illi ; verum omnes hominem scelestum, 
& tum prae formidine vix sonum vocis, qui exaudiretur, 
erumpentem, contemptui habere facinusque detestari. 
Is ubi nihil in populo auxilii videt, trepidare, animoque 
destitui. 

Qui in summam curiae arcem receperant se, saxa 
ingentia, telaque in Jacobum jaculantur : Homo pavi- 
tans domum se refert. Eodem & Franciscus, acceptis 
in eo tumultu gravibus vulneribus, repente confugerat. 

Interim Laurentiani curiam recipiunt. Perusini 
effracto ostio trucidantur : Tum 8c in reliquos saevi- 
tum. Jacobum Poggii e fenestris suspendunt ; Car- 
dinalem comprehensum magno praesidio in curiam 
subducunt, aegreque hominem a populi impetu tuentur. 
Qui eum assectari consueverant, plerique a plebe 
occisi ; omnia direpta, cadavera ipsa foede lacerata. 
Jam ante Laurentii fores caput humanum lanceae prae- 
fixum, jam humeri partem adtulerant. Nihil tamen 
undique magis exaudiri quam populi voces : Pilas^ 

Pllas : 



136 APPENDIX. NO XXI. 

Pilas ; id enim Medicae familiae insigne est, clami- 
tantes. 

At Jacobus Pactius desperatis rebus fuga sibi con- 
sulit : portam, quae ad Crucis dicitur, cum armatorum 
manu petit ; inde erumpit. 

Interim ad Medicum aedes miro studio, miro favore 
popidus confluere ; proditores ad supplicium flagitare ; 
iiulli maledicto, nullis minis parcere, dum ad poenam 
sceleratos rapi cogerent. Ibi Jacobi Pactii domus vix a 
direptione defensa, Franciscus nudus, ac saucius ex ipsis 
patrui aedibus a Petro Corsino, qui magna clientum manu 
stipatus eo accurrerat, ad laqueum rapitur pene semi- 
vivus : non enim facile, aut pronum erat furenti populo 
temperare. Mox 8c Pisanus Praesul ex ea, qua & 
Franciscus Pactius fenestra pendebat, supra ipsum ex- 
animum corpus suspenditur. Cum dejiceretur (id, quod 
mirum omnibus visum iri arbitror) nemini tamen igno- 
tum eo tempore extitit, sive id casus aliquis, seu rabies 
dederit, ipsum illud Francisci cadaver dentibus invadit ; 
alteramque ejus mamillam vel cum laqueo suilocatus, 
apertis furialiter oculis mordicus detinebat. Post Iiunc 
Sc duo Jacobi ex Salviatorum familia laqueo guttur 
franguntur. Memini me tum venire in forum (nam 
domi quieta jam res erat) ibique multa cadavera foede 
lacerata passim videre projecta : Multa in ea populi ludi- 
bria, multae detestationes. 

Erat enim Medica domus multis causis populo grata. 
Tum Juliani caedem detestari omnes, indignum facinus 
clamitare. Juvenem egregium, delicias Florentinae 
juventutis, per scelus, per dolum, ac proditionem, a 

quibus 



APPENDIX. NO XXI. 137 

quibus minime oportuit, interemptum ; familkim im- 
potentem, ac sacrilegam, Diis hominibusque infestam, 
tantum facinus perpetrasse. Stimulabat plebem Sc 
memoria recens ejus virtutis. Nam cum paucis ante 
annis equestre illud cataphractorum equitum certamen 
celebraretur, mira virtus Juliani extiterat, palmamque, 
& spolia domum reportaverat ; quae res magnopere 
Yulgi animos conciliat. Ad haec 8c facinoris indigni- 
tas accedebat. Neque enim quicquam tarn scelestum 
dici, aut excogitari poterat, quod hujus atrocitatem 
sceleris adaequaret. Fremebant omnes, Juvenem pium, 
innocentem, in templo, inter aras, Sc sacra crudeliter 
trucidatum ; violatum hospitium, violata sacra, pollu- 
tum humano sanguine templum : Ipsum autem Lau- 
rentium, in quern unum Florentina omnis Respublica 
recumberet, ipsum ilium Laurentium, in quo spes 
omnes, opesque populi sitae forent, ferro petitum, id 
vero indignissimum clamitabant. 

Jam ex omnibus municipiis, ut quaeque Urbi proxi- 
ma essent, magna vis armatorum in forum, in trivia, 
in INIedicam praecipue domum confluere ; ostentare 
pro se quisque suum studium : Gives catervatim cum 
liberis, k ciientibus poiliceri suam oper?vm, suas vires, 
atque opes : omnes ex uno Laurentio, & publicam, Sc 
privatam pendere ipsorum salutem, dictitare. Videre 
erat continues aliquot dies, undique in domum Lau- 
rentianam arma convcbi, importari carnes, 8c panes, 
quaeque essent victui opportuna. Ipse Laurentius non 
vuinere, non meiu, non dolore, quern ex fratris nece 
maximum coeperat, impediri quo minvis rebus suis 
prospiceret : preliensare cives omnes ; gratiam st sin- 
gulis 



138 APPENDIX. NO XXI. 

gulis habere, ipsis omnibus suam dicere salutem re- 
ferre acceptam ; populo sese de ipsius salute anxio, 
nonnunquam e fenestris ostentare : Ibi adclamare om- 
nis populus ; manus ad coelum tollere ; gratulari ejus 
saluti, exultare gaudio. Ipse rebus omnibus intentus 
agere, neque animo, neque consilio destitui. 

Dum haec aguntur, nuntiatum est Johannem Fran- 
ciscum Tollentinatem Fori Cornelii praefectum cum 
delecta equitum manu, in nostrum agruna ex ipsis 
Fori Cornelii finibus irrupisse. Idem mox Sc Tipher- 
natem fecisse Laurentium, qua parte SenensJum fines 
Florentinum discriminant agrum, multorum nunciis, 
litterisque admonemur. Turn utcumque a nostris pul- 
sum domum suam recepisse se. Nocte atra, vigiliae 
per urbem dispositae ; domus Laurentiana diligenter 
custodita : stationes annatorum in quadriviis, in foro, 
tota urbe. Postridie ejus diei Johannes Bentivolus 
Bononiensis eques, suaeque princeps reipublicae, vir 
multis officiis familiae Medicum conjunctissimus in 
Mugellanum cum aliquot equitum turmis, multisque 
peditum cohortibus auxilio venerat. Jamque tota urbs 
peditibus oppleri coepta. Sed veriti octoviri, quorum 
princeps Dionysius Puccius, nequid milites praedae 
avidi tumultuarentur, delectis qui custodiae urbis prae- 
essent, reliquos, ut primum in urbem venerant, suam 
quemque domum, aut sicubi usu fore decernerent, re- 
gredi jubent. 

Renatus interim Pactius, qui pridie ejus diei, quo 
facinus gestum est, in Villam Mugellanam se recepe- 
rat, ibique milites cogebat, cum duobus fratribus 
Joanne, 2c Nicolao captus ducitur. Guilielmi, ac 

Francisci 



APPENDIX. NO XXI. 139 

Francisci frater, Joannes Pactius, in horto quodam suae 
domui contiguo deprelienditur. Qui Jacobum sequuti 
sunt, ab omnibus jam destitutum in Castaneo Vico 
comprehendunt. Qui primus hominem adsequutus 
est, is fuit Alexander quidam Agricola annis plurimum 
XX. natus ; ipse homini manum injicit. At Jacobus 
septem prolatis aureis obsecrare rusticum incipit, uti 
se neci dedat ; neque vero id homini persuadet. Ut 
vero magis hoc, magisque precibus contendit, a fratre 
Alexandri Scipione verberatur. Tum intellexit homo 
pavitans, verum esse quod dicitur : Duciint volentem. 
fata, nolentem trahunt, Ibi Florentiam cum praesidio 
octovirum, ne a plebe laniaretur, in curiam prolatus, 
expressa nullo tormento totius facinoris confessione, 
paucis post horis laqueo poenas luit. Hie homo jam 
letho vicinus, haudquaquam sui illius rabidi furiosique 
ingenii obliviscitur ? manes suos adverso Daemoni de- 
dere se clamat. Post eum 8c de Renato supplicium 
sumptum. Reliqui fratres in vincula conjecti : Eorum 
minimus natu Galeottus, impubes adhuc muUebri stola 
amictus, fugam trepidus moliebatur ; ibi agnitus in 
eundem carcerem conjicitur : Eodemque haud multo 
post 8c Andream Pactium Renati fratrem ex fuga re- 
tractum obtrudunt. 

Bandinus fugitans in Tiphernatem incidit, a quo 
in aciem receptus Senas pervasit. Neapoleo a Petro 
Vespuccio adjutus, fuga sibi salutem petiit. Aliquot 
post dies 8c de Joanne Baptista supplicium sump- 
tum. 

Qui Laurentium percusserant Antonius Volaterra- 
nus, 8c Stephanus, in Florentina Abbatia aliquot dies 

latuere. 



140 APPENDIX. NO XXI. 

hituerc. Id ubi rescituni, continuo gregatim eo po- 
pulus convolut ; vixqiie ab ipsis monachis, quod relir 
gione prohibit!, iion eos indicassent, manum absti- 
nent ; abreptos sicarios foede la.cerant : ibi demuni 
mutilato naso, trimcis auribus, multis colaphis con- 
tusi, ad laqueum post confessionem sceleris rapiuntur. 
Praemia deinde publice his decreta, ac per praeconem 
denunciata, qui Bandinum, Sc Neapoleonem aut oc- 
ciderent, aut viventes agerent captivos. Guilielmus 
Pactius, qui affinitate fretus in Laurentianam domum 
confugerat, una cum liberis ejus vigesimum trans 
quintum ab urbe lapidem proscribitur. Multae prae- 
terea insequutae caedes, atque omnes conscii partim 
caesi, partim in vinculis habiti, aut proscripti sunt. 

Romae ubi nunciatum est, maximus dolor, mira 
oninivim de Laurentii incolumitate exultatio. 

Funus Juliano magnifice ductum, Sc justa manibus 
in Divi Laurentii templo persoluta. Pleraque juventus 
western mutavit. Ipse unde viginti vuhieribus perfos- 
sus erat. Annos vixerat quinque & viginti. 

Ubi rescitum est a Petro Vespuccio Neapoleonem 
adjutum, continuo & ipsum capiunt. Hie homo pro- 
digus jam inde a pueritia bona paterna dilapidaverat : 
quamobrem & hereditatis jure parentis testamento 
n\ox cecidit. Domi erat illi summa inopia, foris 
grande aes alienum : quare Sc praesenti republica of- 
fendebatur, Sc re rum novarum cupiens erat. Atque 
is, ut primum Juliani caedes patrata est, coepit, ut 
erant hominis subita, ac repentina consilia, Pactiorum 

facinus 



APPENDIX. N'^ XXT. 141 

fticiniis verbis adtollere : Mox, lit omnem populum, 
omnes cives videt a Laurentio stare, confestim se ad 
diripiendam Pactiorum domum corripuit ; nactusque 
praedam inhiantes milites parum abfuit (nisi Petrus 
Corsinus egregius juvenis ejus ferociae occurrisset) 
quill civitatem omnem, bona, fortunasciue civium in 
summum periculum adduceret ; adeo homo praeceps 
ac furiosus, populum, militesque omnes ad pmedam 
animaverat. Demum Sc ipse in carcerem conjectus, 
& Marcus filius, ad quintum ab urbe lapidem pro- 
se riptus. , 

Paucis post diebus cum juges pluviae essent inse- 
quutae, rcpente ex omnibus agris magna vis hominum 
in urbem confluit. Nefas esse clamitant Jacobi Pactii 
corpus in sacro conditum. Ideo tandiu perpluisse, 
quod hominem nefarium, &c qui ne in morte quidem 
religionis ullam, aut Dei, rationem habuerit, contra 
jus, fasque in templo condiderint. Officere id (quae 
vetus est rusticorum superstitio) lactentibus adhuc frvi- 
mentis ; idem Sc plebs omnis, ut in tali re assolet, 
passim dictitare. Mox vero ad ipsum sepulcri locum 
conveniunt frequentes, effossumque hominis cadaver, 
in pomerio defodiunt : Statimque foedatus nubibus 
aer (adeo plebis opinioni fortuna favel)at) Solis fulgo- 
rem coepit ostendere. 

Postridie ejus diei, id quod iTionstri simile visum 
est, puerorum ingens multitude, velut quibusdam fu- 
riarum arcanis facibus accensa, conditum rursus ca- 
daver eflbdiunt ; prohibentem ncscio quem, parum 
abfuit, quin lapidibus necarent. Eiim, quo fuerat 
VOL. III. T^ smTocatus 



142 APPENDIX. N^ XXI. 

suffocatus laqueo adpreheiidunt, multis convitiis ac 
ludibriis per omnes urbis vicos raptant. Alii enim 
perridiculum praeeuntes, decedere viae obvios jubere, 
quod se equitem insignem dicerent adducere ; alii ba- 
culis, stimulisque increpitantes monere hominem, ne 
praestolantibus se in foro civibus esset in mora : Mox 
ad suas adductum aedes, januam capite pulsare subi- 
gunt, simul exclamant : ecquis intus familiarium sit, 
ccquis redeuntem magno comitatu domum excipiat. 
In forum venire prohibiti, ad Arni flumen contendunt, 
eoque cadaver abjiciunt. Id cum supernataret, magna 
vis rusticorum convitia fundentes subsequebantur. 
Unde Sc quidam non irridicule dixisse fertur ; fuisse 
illi omnia ex sententia successura, si quern extinctus 
habuit populi comitatum, Sc vivens habuisset. 

Multa praeterea jocularia carmina in Jacobi Pactii 
contumeliam, inque omnium conjuratorum detestatio- 
nem passim per urbem a pueris cantitata ; multi un- 
dique famosi libelli in eosdem conscripti. 

Bona eorum in publicum adducta ; factumque Se- 
tt atusconsultum ne quis post earn diem ejus nomen 
familiae usurparet ; ne qua usquam Pactiorum insignia 
remanerent : neve quis nostra in Rep. affinitatem cum 
ipsis contraheret : qui contra faceret, eum contra 
Remp. contraque Senatus auctoritatem facere. 

Ex hac tanta rerum commutatione, saepe ego de 
humanae ibrtunae instabiiitate sum admonitus, maxi- 
meque admiratus incredibilem omnium de Juliani in- 
teritu dolorem. Cujus quae forma corporis, quive ha- 
bitus, qui mores fuerint, paucis absolvam. Statura 

fuit 



APPENDIX. NO XXL US 

fuit procera, quadrate corpore, magno, 8c prominenti 

pectore ; teretibus, ac musculosis brachiis, valicUs ar- 

ticulis, compressa alvo, amplis femoribus, suris ali- 

quanto plenioribus, vegetis, nigrisque oculis, acri visu, 

subnigro colore, multa coma, capillo nigro, Sc pro- 

misso, atque in occiput a fronte rejecto : equitandi, 

jaculandique gnarus : saltu et palaestra excellens : ve- 

natu mirum in modum delectari solitus : vigiliae, atque 

inediae juxta patiens : potionis adeo exiguae, ut ea 

aliquando vel integrum diem sponte abstinuerit. Mag- 

ni erat animi ; maximae constantiae ; religionis, & 

bonorum niorum cultor ; picturam maxime amplecte- 

batur, & musicam, atque omne munditiarum genus : 

ingenio erat ad Poesin non inepto. Scripsit nonnulla 

Etrusca carmina, mire gravia, Sc sententiarum plena : 

amatoria carmina libens lectitabat. Facundus erat, 8c 

prudens, minime tamen promptus. Idem 8c urbanita- 

tum mirus amator, Sc ipse non inurbanus : mendaces 

magnopere oderat, Sc injuriarum memores. In cultu 

corporis mediocris ; mire vero elegans, Sc lautus. 

Gravis decorusque erat ejus incessus ; atque omnino 

dignitatis plenus. Obsequii erat multi, multae huma- 

nitatis. Magnae in fratem pietatis, atque observan- 

tiae ; magni roboris, et virtutis. Haec ilia, atque alia 

chainim populo, charum suis, dum vixit, reddebant. 

Haec eadem nobis omnibus luctuosam egregii Juvenis, 

atque acerbissimam memoriam relinquunt. Deum tamen 

optimum, maximumque ne prohibeat precamur : 

Hunc saltern everso Juvencm succunere sciifclo. 

Anno MCCCCLXXVIII. 



144 APPENDIX. N*^ XXII. 



NO XXII. 

Jacopo dc'' Pazzi Laurmtio Medici Floreyitiae, 

JVIaGNIFICO Lorenzo. lo mi raccomando sempre 
alia tua buona gratia. Sono avixato del nuovo ordiiie 
della gravezza preso, e della electione degli uomini, la 
qualcosa io lode e commendo, non volendo eiitrare in 
niiova distributione, che havesse a dare lungo travaglio 
alia citta. Cosi sono informato da quel di casa haverli 
parlato del caso mio, e risposta tua essere stata tanto 
gratiosa e benigna, quanto dire si puo ; il che, non che 
mi sia facile a crederlo, ma mil tengo per decto per 
molti rispecti, maxime considerando alle tue supreme 
virtu e bonta, sapiendo tu essere informato in buona 
parte de' danni grandi ricevuti e del disordine e travag- 
lio grande in che mi trovo, che e di qualita, chel caso 
mio non ha bisogno ns di piagha ne di scarpello, ma 
di pichoni ; e pero ti prego strettissimamente, Magni- 
fico Lorenzo mio, tu voglia essere contento volermi 
havere per raccomandato, e mettermi nel numero 
delle tue prime spetialita in forma, che io possa stare a 
Firenze, che se Dio m' ajuti, se la necessita non mi 
stringnesse, mi verghognerei a supplicarti o richiederti 
di quello non fusse la verita, o che t' avesse a dare 
alchuno charicho. In effecto ogni mia fede e speranza 
e in te, e sapiendo io che le parole teco sono superfine, 
faro sanza piu, dire raccommandandomi di nuovo a te, 
che Iddio in felicissimo stato ti conservi. In Avignone 
a di 21, di Diccmhrc 14 7,4. 



APPENDIX. NO XXII. 145 



Idem, 

Magnifico Lorenzo. lo mi raccommando sempre 
alia tua buona gratia. Sono avisato della tua valetudine 
per lo Dio gratia, e mediante 1' acqua della Poretta, 
essere sanza piii dubio di febre, e ne se ito a Pisa per* 
pigliare aria, di che ricevo singularissimo piacere, & a 
Dio piaccia in buona felicita lungo tempo prosperarti. 
Intendo al si del nuovo ordine di gravezza, e electione 
degli huomeni ; il che lodo e commendo, non volendo 
maxime intrare in niiova gravezza, che havesse a 
dare maggiore confusione alia citta. Per lo simile mi 
dicevono quei di casa haverti parlato del caso mio, e la 
risposta tua non potrebbe essere stata piu amorevole ne 
piu gratiosa, di che mi rendono certissimo per infiniti 
rispecti, maxime sendo tu informato in buona parte 
del disordine e travaglio in che mi triiovo. II perche ti 
priego, Magnifico Lorenzo mio, ti voglia placare, met- 
termi nel numero dei principali, Sc chi tu abbi a prestare 
il f^vore tuo, e volere che io possa riputarmi per Dio & 
per te potere stare a Firenze. Certificandoti, che il caso 
mio non ha bisogno di pialla, ma di grosso pichone. E 
piacessi a Dio non dicessi il vero, come dico. Ma sapi- 
endo io, che teco mi bisogni spendere poche parole, faro 
sanza piu dirti, se non di nuovo pregarti tu mi vogli iix 
detto numero porre : che I'Altissimo in felicita ti salvi. 
In Avignone a di 23. Dicembre 1474. 



^146 APPENDIX. NO XXIII. 



NO XXIII. 
Ex Codice 170. Provisionum Reifiublicae Florentinae, 

In Dei nomine Amen, anno Incarnationis Domini 
nostri Jesu Christi millesimo quadringentesimo septua- 
gesimo octavo Indictione XI. die vigesimo tertio men- 
sis Maii, in Consilio populi civitatis Florentiae mandato 
Magnificorum & Excelsorum Dominorum Dominorum 
Priorum Libertatis Sc Vexilliferi Justitiae populi Floren- 
tini, &c. 

Novum Sc omnibus saeculis pene inauditum scelus 
in pernitiem Reipublicae Florentinae plures annos ma- 
chinatum, & jam prope peractum proximis diebus 
cuncti cognovistis. Conjurarunt enim in patriam, Pac- 
tii, & Salviatus Pisanus Archiepiscopus in primis, 
Sc externi fautores nonnulii, qui nulla reiigione prae- 
diti, rerum novarum cupidi, 8c ambitione maxime 
ducti foeda crudeliaque in cives facinora fecere, ma- 
jora Sc molituri. Nam assueti privatim Sc publice" 
omnia rapere, delubra spoliarcj sacra profanaque om- 
nia polluere, summo quidem Magistratui tendere insi- 
dias per Archiepiscopum non dubitarunt, opportuna 
loca armatis militibus obsederunt ; ipsi cum telis erant 
intenti paratique ad omne facinus, nihil magis quam 
tempus rei gerendae spectantes, nullis neque vigiliis, 
neque laboribus fatigati : tandem V. Kal. Maii in Ba- 
silica Virginis Matris post Eucharistiae consecrationem, 
assistente Cardinal!, quem cum dicto Archiepiscopo 8c 
primoribus civibus, 8c nonnullis ex conjuratis, Lauren- 
tius 8c Jullraius Medices eo die lautissime ac magni- 

ficentissime 



'' APPENDIX. NO XXIII. X^n 

ficentissime convivio erant accepturi, ausi sunt Pactii 
optimos cives affines suos & de Republica optime me- 
ritos armis impetere plurimis satellitibus nequissimia 
ac perditis hominibus constipati, Sc occidere sunt eos 
enixi. Non successit res ad votum. Evasit enim illo- 
rum manus quamvis saucius Laurentius, lumen civita- 
tis nostrae, vivitque incolumis, Deoque vindice, cae- 
des, quam aliis Reipublicae malo paraverant, in necis 
auctores magistrosque conversa est. Maxima profecto 
gratia est habenda Deo, quando referri non potest, qui 
misericorditer, non severe nobiscum agens, nobis hunc 
optimum virum clementissimum Sc Reipublicae conser- 
vavit, cujus salus ex illius viri salute pendebat, eo 
praesertim tempore : quippe tantum luminis Sc gratiae 
cunctis civibus infudit, ut cum primum scelus inno- 
tuit, armati omnis ordinis aetatisque ad tutandam 
patriae libertatem, Sc Reipublicae dignitatem conser- 
vandam subito accurrerint, Palatium receperint, loca 
opportuna urbis armatis complerint, cuncta communie- 
rint. O mira adversus patriam caritas, o ineffabilis 
Dei misericordia, cujus nutu incruenta fuit victoria ! 
Nullus (mirabile dictu !) vulnus accepit, exceptis tan- 
tum parricidis, eorumque satellitibus. Cuncti fere 
sontes eodem die poenam, fracta laqueo gula, dederunt, 
vel capti venere in potestatem Magistratus, cui curae 
fuit, ne quid Respviblica detrimenti caperet. Ita Deo 
volente proceres urbis experrecti Rempublicam capes- 
senmt, libertatem Sc civium animas, quae in dubio 
erant, vigil ando Sc bene consulendo conservarunt. 
Conjurati vero, nullo adhibito tormento, confessi, sese 
caedem, status mutationem, aliaque foeda atque cru- 
delia facinora in cives patriamque paravisse, militum 
manus locis opportiuiis, unde celeriter adesse possent, 

non 



148 APPENDIX. NO XXIIL 

non sine magnis sumptibus, £c suis, 8c externorum 
faiitorum disposuisse (8c jam adventabant hostes) prope 
parem sceleri exitum invenerunt. Spectavitque popu- 
lus frequens eorum suppliciiim, partimque gaudio 8c 
laetitia gestiebat) sontes suspend! cernens, partim luctu 
8c moerore tenebatur, recordatus acerbi crudelissimi- 
qiie casus optimi 8c gratiosi Juliani civis sui. Visa 
est eo tempore Florentina Respublica multo magis 
miserabilis. Mirabantur cum tam late propagati fines 
essent imperii, domique otium ac divitiae abunde es- 
sent, quae prima mortales putant, inventos esse cives 
rebus omnibus affluentes, qui se remque publicam ob- 
stinatis animis perditum irent. Haec omnia repetentes 
tristi animo Magnifici 8c Excelsi Domini D. P. Liber- 
tatis 8c Vexillifer Justitiae populi Florentini primorum 
civium judicio 8c suo censuerunt indignum esse pati 
illorum memoriam extare, qui iibcrtatem patriae op- 
pugnaverunt, 8c in eo luerunt, ut Florentinum nomen 
extinguerunt. Immo sanciendum lege fore, ut Pactio- 
rum insignia, nomenque decusque privatim 8c publice 
supprimatur 8c extinguatur, nee nisi per ignominiam, 
cum de parricidis Sc conjuratis in patriam meminisse 
oportuerit, memorentur. Ideo habita primo super 
infrascriptis omnibus 8c singulis die 22. mensis Mail 
an. Domini 1478. indictione XI. inter se ipsos Domi- 
nos Priores 8c Vexilliferuni Justitiae in sufficienti nu- 
mero congregates in Palatio populi Florentini delibe- 
ratione solemni, 8c inter eosdem facto solemni 8c se- 
creto scruptinio 8c misso partito ad fabas nigras 8c 

albas providerunt, ordinaverunt, 8c deliberave- 

Yunt, quod insignia Pactiorum, quae nostri arma do- 
mus appellant, ubicumque sculpta, ficta, caelata, vel 
picta reperiuntur in locis publicis^seu sacris, seu pro- 

fanis. 



APPENDIX. NO XXIII. 149 

faliis, dejiciantur, tollantiir, eoque loco signa populi 
Florentini iigantur, pingantur, aptentur ; ubi vero in 
aliis essent locis, penitus deleantur, supponanturque 
illorum insignia, quorum talia loca fient. Quanm rem. 
cum primum licebit, eritque otium, rebellium Offiti- 
ales curent effici. Quadrivium autem sive angulus 
Pactiorum non ita amplius nominetur, verum, mutato 
liomine, nuncupetur, uti Priores Libertatis Sc Vexil- 
lifer Justitiae instituerint atque declaraverint. Si quis 
deinde decreti negligens aut temere pristino vocabulo 
nominaverit, ad arbitrium Octovirorum custodiae civi- 
tates mulctetur. Currus ignis sacri, qui ad Pactiorum 
aedes omnibus annis per urbem duci consuevit a tem- 
plo D. Jo. Baptistae Sabati S. die non fiat amplius, 
sed provideant Consules callis mali, ut eo die quo- 
tannis idem ad templum ante fores loco aperto 8c com- 
modo is adsit ignis, ita ut inde sumi a volentibus 
possit, 8c Pactiorum decus, non mos sublatus videa- 
tur. Si qua alia restant, quae ad Pactiorum decvis 
spectent, quaeque ad eorum honorem fieri consuerint, 
cuncta ex nostrorum hominurai memoria deleantur 8c 
sint extincta, idque curent Octoviri. 

Quicumque superant ex ipsa familia, Sc quot quot 
ejus nominis sunt, intra Florentini fines imperii de- 
beant intra bimestre tempus, quot quot autem extra 
eos fines reperiuntur, saltem intra sex menses proxi- 
mos, mutasse signa sive arma, &c nomen domus, quo- 
modo sibi quisque voluerit, idque significari ac notum 
fieri curasse intra dicta temporum spatia Octoviris, 
aut eorum Scribae, atque ita in eorum libro, in quo 
apud eos Sc relegati et rebelles descripti sunt, de prae- 
dictis diligens fiat scriptura, 8c nova familiae nomina 
VOL. III. X signaque 



150 APPENDIX. NO XXIII. 

signaque siimpta notentur, curentque Octoviri, ut nota 
sint haec, uti convenientius judicarint, ne hoc ignorent 
hi, ad quos spectare potest ; ex iis Pactiis quicumque 
haec neglexerit, sed post factam talem commutationem, 
ea non observaverit, ipso facto rebellis intelligatur, 
absque alia solemnitate servanda. Praeterea nulli sculp- 
toi'um, pictorum, aurificum, fusorum, fictorum, aut 
aliorum opificum liceat in jurlsdictione populi Floren- 
tini sculpere, caelare, pingere aut facere aliquo loco, 
vase, panno, vel re Pactiorum insignia sive anna ; sed 
omnes homines, qui ea domi quoquo more vel loco 
haberent, delevisse aut mutasse oporteat saltern intra 
quatuor menses proxime futuros post conclusionem 
praesentis provisionis ; sub poena florenorum quin- 
quaginta largorum cuilibet contrafacienti aut praedicta 
non observanti auferenda, & Communi Florentiae ap- 
plicanda, pro qua sint supposita Officio ac Magistratui 
Octovirorum. Eandem quoque poenam incurrat qui- 
cumque faciet, aut fieri curaret, vel uteretur aliqua re 
de vetitis supradictis, Sc ob earn poenam sit suppositus 
ut supra, & semper notificator lucretur quartam par- 
tem ; Sc insuper quicumque capiet uxorem natam seu 
nascituram per lineam masculinam ab aliquo descen- 
denti per lineam masculinam Domini seu a Domino 
Andrea Guglielmini de Pazzis, vel nuptui traderet 
cuipiam ex talibus descendentibus aliquam suam filiam^ 
intelligatur ipso facto, £c ipsemet 8c omnes sui des- 
cendentes per lineam masculinam admonitus in per- 
petuum, privatusque omnibus officiis Sc dignitatibus 
tum Communis, turn pro Communi Florentiae, ac sic 
pcrpetuo observetur. Intelligatur autem contrafacere 
seu contrafecisse huic capitulo, quo-ad uxorem capien- 
dam maritus tantum, Sc ipsi Sc suis descendentibus, sit 

apposita 



APPENDIX. NO XXIII. 151 

apposita dicta poena. In locanda autem & in matri- 
monium tradenda aliqua puella vel foemina cuipiam 
ex talibus descendentibus, sit poena apposita & prae- 
judicia supradicta : praedicta omnia 8c singula sane & 
recte intelligendo, & referendo cuilibet personae ac rei 
quantum & quomodo congruit convenitque. 

Qua Provisione lecta & recitata, ut supradictum 
est, Magnificus vir Jacobus Domini Alexandri de 
Alexandris Vexillifer Justitiae 8c tunc Praepositus 
dicti Officii de voluntate, consilio, et consensu suorum 
collegarum in dicto Consilio praesentium in numero 
opportuno proposuit earn, 8c contenta in ea inter Con- 
siliarios dicti Consilii, Sc super ea Consiliariorum ro- 
gata sententia, Sec. 



NO XXIV. 

LUIGI fier la gratia di Dio Re di Francia, 

C/ARISSIMI 8c grandi amici. Noi abbiamo di pre- 
sente saputo el grande 8c inhumano oltraggio, oppro- 
brio, ingiuria, che, non e molto, furono facti tanto a 
Vostre Signorie, come alle persone de nostri carissimi 
8c amati cugini Lorenzo 8c Giuliano de' Medici, 8c a 
loro amici 8c parent!, servidori 8c allegati per quegli 
del Bancho 8c delle alleganze de' Fazzi ; Sc cost la 
morte del nostro decto cugino Giuliano de' Medici, 
donde noi siamo stati 8c siamo cosi dolenti come di 
cosa, che ci potessi advenire ; Sc percio die lo honore 
vostro 8c il nostro ve stato tanto grandemente effeso ; 

Sc per- 



152 APPENDIX. NO XXIV. 

Sc perche e Medici sono nostri parenti, amici 8c colle- 
gati, Sc perche noi reputiamo el decto oltraggio 8c la 
morte del decto nostro cugino Giuliano essere di tale 
effecto, che se fusse fatto Sc commesso nella nostra 
propria persona, Sc per questo tutti e decti Pazzi cri- 
minosi laesae Majestatis ; noi che per niente vorremo 
sofferire, che la cosa restasse impimita, ma desideriamo 
de tucto nostro cuore ne sia facto punitione Sc correc- 
tione per exemplo di tutti gli altri. Et habbiamo pen- 
sato di mandare verso Vostre Signorie il nostro amato 
e fedele Consigliere Sc Cameriere el Signore d'Argen- 
tona Siniscalco del nostro paese de Poetous, che e oggi 
uno degli uomini che noi habbiamo, nel quale habbi- 
amo maggior fidanza, per farvi sapere bene a lungo 
la nostra intentione, che vi dira Sc exporra piu 
cose toccanti questa materia. Preghiam voi che di 
tucto quello vi dira da nostra parte, che gli vogliate 
credere, Sc prestargli altrettanta fede, quanta voi fa- 
reste alia nostra propria persona, perche con questa 
intentione ve lo mandiamo. Pregando Iddio, carissimi 
Sc grandi amici, che vi tenga in sua guardia. Dat. 12.. 
Maii 1478. ^ 

Laur, Med, Ludovico Francia Regi, 

Serenissime Reg Sc Domine mi singularissime. 
Litterae Majestatis Vestrae, quas ilia ad me super in- 
felici nostro casu dignata est scribere, incredibilem 
quemdam in me amorem Sc paternam charitatem prae 
se ferunt ; nam Sc quam ipsa acerbe calamitatem nos- 
tram tulerit, Sc quam egregio in nos animo sit, facile 
lis litteris certior sum factus. Quod si velim nunc ei 
gratias pro merito agere, ineptus profecto, tantique 

beneficii 



APPENDIX. NO XXIV. 153 

beneficii ignarus sim judicandus. Tanta enim amoris 
benevolentiaeque significatio in humilem servuluni a 
Regia Majestate profecta nullis certe aut rebus aut 
verbis nostris pensari potest. Est tamen magnanimi- 
tatis Regiae, vestraeque praesertim animum hunc 
meum fide plenum saltern pignoris, aut arrhabonis 

loco accipere. Rcsiduuiii nostri dehiti speramus Ma- 

jestati Vestrae Deum saltern persoluturum. Quod 
autem tarn sapienter vestra eadem Majestas me conso- 
latur, ut tantam calamitatem forti animo fcram, sic 
pro certo habeat me non tarn hoc tempore meam ipsius 
vicem, quam Christiani nominis indignitatem dolere ; 
unde enim maximum auxilium mihi in tam acerbo casu 
sperabam, in eo potissimum totius mali caput fontemque 
deprehendo. Nam 8c sese unum, multis praesentibus, 
fateri ultro est ausus, ejus facinoris caussam extitisse, & 
in me meosque filiolos, successores, com.piices Sc bene- 
volos excommvmicationem iniquissimam promulgavit. 
Nee contentus eo, etiam arma contra banc Rempubli- 
cam parat, etiam Ferdinandum Regem in nos concita- 
vit, etiam Ferdinandi primogenitum cum magna mili- 
tum muititudine, cum infestis armis contra banc Rem- 
publicam venire compulit, ut quos dolo & fraude non 
penitus delevit, vi £c armis dekat. Ego enim mihi 
sum conscius, Deus autem testis adest, nihil me com- 
misisse contra Pontificem nisi quod vivam, quod me 
interfici non sim passus, quod Omnipotentis Dei gra- 
tia me protexerit ; hoc meum est peccatum, hoc scelus, 
ob hoc unum exterminari cxcommusiicarique sum me- 
ritus. Deum tamen optimum cordium scrutatorem, 
justissimum judicem, meae innoctiitiae testem, minime 
permissurum credo, ut quem iilemet inter suas aras 8c 
sacra, ante sui corporis sacramentum, a sacrilegis illis, 

non 



154 APPENDIX. NO XXIV. 

non ab hac etiam injustissima calumnia defensum velit. 
Nobiscum faciunt Canonicae leges, nobiscum jus na- 
turale & politicum, nobiscum Veritas & innocentia, 
nobiscum Deus atque homines sunt : ille haec omnia 
nno tempore violat, 8c nos secum volutari percupit. 
Haec ego ad Majestatem vestram tanquam ad pium 
parentem scribenda dccrpvl, a qua procul diibio propter 
suam bonitatem, innocentiam, animique magnitudinem 
multum auxilii, multum favoris ac praesidii, ubi opus 
fuerit, expectamus : Neminem enim bonum passurum 
arbitramur, ut qui se in haec facinora praecipitem 
jaciat, in idem secum praecipitium & Christianum no- 
men protrahat. Valeat V. S. M. cui me semper 
humillime commendo. Florentiae die 19. Junii 1478. 

Laur, Med, Hispaniaruin Regi, 

Serenissime &: Excellentissime Domine mi rex : post 
humilem commendationem, Sec. Nunciatum mihi est 
superioribus diebus Majestatem vestram in acerbissimo 
illo tempore, quo mihi dulcissimus frater mens Julianus 
tam crudeliter in medio templo ereptus est, ego vul- 
nere petitus sum, scripsisse ad me quasdam litteras ple- 
nas amoris & charitatis ; quae tamen nescio qua caussa 
mihi redditae non fuerunt. Atque utinam redditae forent ! 
Mirifice enim tanti Regis commotio dolorem ilium re- 
centem adhuc meum, qui me pene obruit, lenisset. Quod 
si vei tunc saltem 8c a Maj estate vestra missas, Sc in 
itinere detentas scivissem, non mediocri mihi solatio 
£c hoc ipsum extitisset. Egissemque jam tunc gratias 
Majestati vestrae pro sua hac tam egregii in me animi 
significatione : £c nunc profecto quam maximas possum 
ago, meque ipsi magnopere devinctum obligatumque 

profiteor. 



APPENDIX. NO XXIV. 155 

profiteer. Neque quicquam malim hoc tempore, qiiam 
dari occasionem mihi, qua meam erga Majestatem ves- 
tram devotionem aliquo argumento ostendere possim. 
Sed cum non ipsae modo litterae, sed vel nutus tanti 
Regis omnes meas superet vires, quando, re ipsa, mihi 
nequeo satisfacere, animo certe meo vestrae semper 
Majestati devotissimio uberrime mihi satisfaciam. Com- 
mendo autem me semper Majestati Vestrae, Domine mi 
Rex, eamque rogo, ut me sub umbra alarum suarum 
accipiat. Res nostras Majestati vestrae scio esse notissi- 
mas. Nos quantam possumus ad bellum accingimur, 
damusque operam, ut viribus saltem hostium resistamus. 
Et resistemus procul dubio, ut spero ; nam Sc ipsi nobis 
non desumus, 8c affuturum Deum meliori caussae spera- 
mus. Iterum me Vestrae Serenissimae Majestati com- 
mendo, quam Deus perpetuo felicissimam conservet. 
Florentiae die 3. Aprilis 1479. Ejusdem Serenissimae 
Majestatis Vestrae 

Devotissimus Servitor 

Laurentius de' Medicis. 



NO XXV, 



llUJUS EpistoU Exemfilar extat inter Acta Synodi Flo- 
rentine, V, Ajifi, XXVII, 



156 APPENDIX. NO XXVL 

NO XXVI. 
SIXTUS PAPA IV. 

Ad futuram rei memoriam, 

InIQUITATIS filius 8c perditionis alumnus Lauren- 
tius de' Medicis, 8c nonnulli alii cives Florentini, ejus 
in hac parte complices 8c fautores, superioribus annis 
reprobi sensus, ac perversae 8c damnatae conditionis 
filio Nicolao de Vitellis, ut ejusdem Romanae Eccle- 
siae Civitatem Castelli nobis rebellem faceret, eamque 
per tyrannidem occuparet, 8c detineret occupatam, 
consulere, favere 8c auxiliari, etiam postquam per litte- 
ras 8c nuncios nostros Laurentium, 8c complices prae- 
dictos paterne monueramus, atque ut a praestandis 
dicto Nicolao auxiliis hujusmodi desisterent, charitative 
requisiveramus, quibus potuere viribus non expaverunt, 
quinimo tanquam aspis surda nostris hujusmodi re- 
quisitionibus aures claudentes pertinaces, etiam post- 
quam dilectus filius noster Julianus tituli S. Petri ad 
Vincula Presbyter Cardinalis in partibus illis Aposto- 
licae Sedis Legatus, quem cum exercitu, ut ipsam civi- 
tatem Castelli ad ejusdem Ecclesiae obedientiam 8c 
devotionem reduceret, transmiseramus, se illuc contule- 
rat, ac exercitus hujusmodi noster apud civitatem ante- 
dictam castra metaretur, 8c illam teneret obsessam, 
Laurentius 8c complices praedicti, non ignari etiam 
gravium aliarum censurarum Sc poenarum, quas per 
certas alias nostras speciales litteras publicatas ipso 
facto erant incursuri quicumque dicto Nicolao 8c ejus 
gentibus auxilium darent, consilium, vel favorem, quod- 

que 



APPENDIX. NO XXVI. 157 

que omnes & singulos, qui ipsi Nicolao quovis moclo 
obligati ad ejus defensionem censeri poterant, quam- 
quam contra dictam Romanam Ecclesiam ad eumdem 
Nicolaum ipsius Ecclesiae subditum Sc vassallum, prae- 
seitim ill hujusmodi rebellione defendeiidum nemo 
potuit, ut notorium est, se obligare, ad cautelam tamen 
ab omni foederis, ligae, 8c juramenti vinculo quemcum- 
que ad hujusmodi cffectum tendente absolveramus, 
eidem Nicolao, quantum in eis per amplius favere Sc 
auxiliari non destiterunt, usque adeo, ut cum Nicolaus 
antedictus, omnipotent! Dex) caussam Ecclesiae suae 
curante, a praedicta civitate ejectus extitisset, nosque 
in ea arcem pro potiori illius tutela, construi Sc aedili- 
cari mandavissemus, idem Laurentius 8c complices 
praedicti Nicolao praedicto, ut contra fidem per eum 
nobis datam, civitatem praenominatam per proditionem 
reingredi, Sc iterum occupare, praedictam Romanam 
Ecclesiam spoiiando, valeret, rursus assistere ac post- 
modum ipse Nicolaus hujusmodi periido suo propo- 
sito, adnitentibus in contrarium 8c contra eos, qui 
dictae arci per nos propositi erant, deceptus remansisset, 
eamdem, cum suis receptare, plerasque simultates 8c 
conspirationes cum eo adversus eamdem Romanam 
Ecclesiam facere, mala malis addendo, similiter non 
formidaverint. 

His quoque non contenti, cum dicta civitate ipsam 
Romanam Ecclesiam, ut cupiebant, spoliare non pos- 
sent, ut adversus eamdem, a qua tot honores Sc com- 
moda, ac etiam in eorum opportunitatibus auxilia con- 
secuti esse dignoscuntur, conceptum virus diiTusiua 
evomerent suis pravis Sc dolosis niachinationibus, ut 
quidam Carolus de Montone Perusinam etiam civitatem 
VOL. HI. Y a nos- 



158 APPENDIX. N" XXVI. 

a nostrae 8c praedictae Romanae Ecclesiae obedieiitia ^ 
devotione, quibus subest, subtraheret, ac suae tyrannidi 
subjiceret, solicitatis ad id etiam nonnullis dictae civi- 
tatis civibus, procurarunt, propter quae non minus 
graves impensas subire, quam de aliquorum subditorum 
nostrorum fide dubitare, & in nonnullos, qui culpabiles 
reperti fuerunt, animadvertere coacti sumus. Quin- 
imo deinceps cum praedictum Carolum vana spe in 
hujusmodi negotio 8c tractatu illusum videret, ne ab 
incoeptis ob inopiam desistere cogeretur, Laurentius 
antedictus non advertens, quod Italiae pace turbata, 8c 
debilitatis dictae Ecclesiae Romanae viribus, atrocis- 
simo Turcorum Principi immanissimo Fidei Orthodoxae 
hosti, facilior ad Italiam ipsam aditus aperiebatur, prae- 
dictum Carolum, ut congregato facinorosorum homi- 
num exercitu in Senensem agrum incursiones faceret, 
ipsumque depopularetur, 8c in praedam daret, ac plu- 
rima inibi nefanda perpetraret, induxit, ad finem etiam, 
ut substentato pro tempore ejus exercitu, nee inter- 
missa interim proditione, solicitatione, Perusinam civi- 
tatem praedictam Carol as ipse de improviso ingredi, cc 
ea per fraudem potiri valeret. Quod quidem cum per 
Dei potentiam minus eis ad votum similiter, successis- 
set, 8c nos pro conservanda Italiae pace Castrum Mon- 
tonis a dicto Carolo in territorio Perusino per antea 
possessum, qui his scandalis occasionem praebuerat, S>i 
in dies praebere posse videbatur, prout pote rat, veri si- 
militer, ibrmidari, ad jus 8c proprietatem cjusdem 
Romanae Ecclesiae, data prius pro to reconipensa, re- 
duci curarcmus, idem Laurentius 8c complices, etsi 
nulla injuria per nos, aut per nostros iacessiti fuissent, 
in suo pravo a.nimo contra Romanam Ecclesiam prae- 
dictam imprcbe perseverantes, ne hujusmodi Castrum 

ad 



APPENDIX. NO XXVT. 159 

ad eamdem Ecclesiam deveniret, neve scandalorum 
materia tolleretur, destinatis ad id armigeris, quorum 
nonnulli ductores a nostris postea intercepti sunt, ex- 
quisitis 8c damnatis viis impedire tentarunt. 

Insuper ut eamdem Romanam Ecclesiam, cumulatis 
contra eamdem improbis favoribus, magis opprimere 
conarentur, Deiphebum de Anguillaria quondam Aversi 
etiam de Anguillaria Comitis filium per felicis recorda- 
tionis Paullum secundum Praedecessorem nostrum, 
exigentibus ejus demeritis, olim a detentione terrarumj 
castrorum & locorum, qui in territorio ipsius Romanae 
Ecclesiae per tyrannidem possidebat, amotum, £c a 
terris ejusdem Romanae Ecclesiae exulem factum, ut 
se Carolo praedicto cum armata manu conjungeret, 
quo praedicta Ecclesia Romana a duobus fortius laces- 
seretur, evocari, venientemque in territoriis Dominii 
Florentini recipi, ac per plures dies ibidem commorari 
procurarunt. 

Praeterea ad Castra ejusdem Ecclesiae anhelantes, 
Sc apertis faucibus inhiantes, Castrum Citernae Civitatis 
Castelli Diocesis, quod ad eandem Ecclesiam pertinere 
dignoscitur, per insidias nocturnas clam invadere, 8c 
dato ad id nonnullis armigeris negotio, tyrannidi eorum 
subjicere, quamvis temerariis eorum ausibus iidelium 
dicti Castri custodum opera 8c diligentia obstiterit, 
minime erubuerunt ; nee minus sententias £c censuras 
per Praedecessores nostros, 8c nos successive in Bulla, 
quae in Coena Domini singulis annis legitur Sc publi- 
catur, in eos latas, qui ad Sedem Apostolicam venientes, 
vel recedentes ab eadem, temeritate propria capiunt, 

detinent, 



160 APPENDIX. NO XXVI. 

detinent, aut talia fieri mandant, nee non qui Romipetas 
& peregrinos ad Urbem caussa peregrinationis 8c devotio- 
iiis a.ccedentes capiunt, detinent, sen depraedantur, aut 
aliis super his auxilium praestant, consilium Sc favorem, 
|:^5jiformiter Sc per piratas Sc latrunculos maritimos, 8c il- 
los praecipue, qui mare nostrum a monte Argentario us- 
que ad Terracinam discurrere, 8c navigantes in illo de- 
praedari, vulnerare, interficere, 8c rebus ac bonis suis spo- 
liare praesumpserint, receptant, aut eis auxilium dant, 
consilium, vel favorem, simul etiam, qui victualia, 
vel alia ad usum Romanae Curiae necessaria de- 
ducentes, ne ad Curiam ipsam deducantur, vel de- 
ferantur, impediunt, invadunt, seu perturbant, 8c qui 
talia facientes receptant, vel defendunt, idem Lauren- 
tius, Sc complices sui praedicti parvi pendentes, Sc 
elevata cervice atque animo more Pharaonis indurato 
contemnentes Sc spernentes, multos ad ipsam Curiam 
RomanaiTi caussa prosequendi negotia sua venientes Sc 
novissime dilectos filios Bernardum Sculteti de Luni- 
borgo, Thimoholui de Leytzhau, Sc Henricum Brandis 
Clericum Lubicensem, Romipetas Sc peregrinos, 
qui ad Urbem eandem caussa devotionis accede- 
bant, capere, bonis spoliare, 8c carceri mancipare, nee 
non quasdam triremes remigiis Sc aliis navalibus instru- 
mentis abunde munitas in mare nostrum praefatum 
discurrentes 8c navigantes, in illo depraedantes, bo- 
nisciue Sc rebus eorum spoliantes, vulnerantes Sc inter- 
ficlentes, nee non 8c victualia, quae ad usum dictae 
Curiae Ronianae necessaria ad eandem pro tempore 
deferebantur, invadentes, receptare, defendere, favori- 
bus prosequi, alimenta eisdem non dener^-ando, ut (quod 
dcterius est) etiam stipendiis ordinariis conducere Sc 

adjuvare 



APPENDIX. NO XXVI. 161 

udjuvare praesumpserunt, contumaciter in hujusmodi 
censiiris 8c poeiiis, etiam per diuturna tempora insor- 
^lescentes. 

PoiTo lie quid sceleris intentatum aut inausum relin- 
querent, non immemores aut ignari censurarum Sc 
poenarum in sacris canonibus contra violatores Ecclesi- 
asticae libertatis 8c dictae Sedis auctoritatis per eosdeni 
Praedecessores nostros diversis temporibus successive 
promulgatarum 8c contentarum, cum nos dudum Eccle- 
siae Pisanae certo modo vacanti, de venerabilium Fra- 
trum nostrorum S. R. E. Cardinalium consilio, de 
persona bonae memoriae Francisci Arcbiepiscopi Pisani 
€umdem illi in Archiepiscopum praeficiendo providis- 
semus, Laurentius Sc complices sui praedicti, ne provisio 
hujusmodi debitum sortiretur efTcctum, per plura tem- 
pora proliibere mandatis nostr's palam resistendo non 
formidarunt. Deindeque cum per Omnipotentis Dei 
gratiam dictae Sedis praevaluisset auctoritas, idemque 
Franciscus Archiepiscopus, qui etiam ex insigni familia 
Salviatorum optimorum civium Florentinorum existe- 
bat, mandatorum nostrorum vigore regiminis Sc admi- 
nistrationis dictae Pisanae Ecclesiae pacilicam posses^ 
sionem consecutus fuisset; idem Laurentius pravo Sc 
maligno animo tam in cum, quam in multos alios dictae 
civitatis Fiorentinae etiam priinarios Sc optimates cives 
odia exercens continue, dicti Arcbiepiscopi auctoritatem 
conculcare, 8c in iis, quae ad eum spectabant, indebite 
se inimiscere, ac ipsius Arcbiepiscopi, sicut et tyrannide 
quadam Florentini populi, onmem auctoritatem sibi 
vendicare 8c usurpare non cessavit. 

Cum nos Salvatoris nostri exemplo, cujus propriutn 
est misereri semper &c parcere, sperantes eosdem Lau- 
rent! um 



162 APPENDIX. N*' XXVI. 

rentium & complices tot & tantorum excessuum per 
eos contra nos & praefatam Romanam Ecclesiam impie 
commissorum poenitere, & illatas injurias atque damna 
hujusmodi bene operando in dies recompensare debere 
haec omnino pro Italiae praeseitim pace Sc quiete aequo 
animo tolerare devovissemus, eosdemque Laurentium 
& complices paterna charitate, ac si nunqiiam talia 
commisissent, prosequeremur, Sc pro posse non cessa- 
remus, in cunctis complacere eisdem, contrarium spei 
nostrae hujusmodi nobis ex di recto successit, nam cum 
ex eo, quia Laurentius ipse novissime multos ex dictis 
civibus Florentinis primariis partim relegare, part.m de 
medio toUere, Sc occidere, sicut fertur, intendens, ut 
latior sibi ad vindictam 8c crudelitatem hujusmodi cam- 
pus pateret, sese in unum ex Octo civibus Florentinis 
de Balia nuncupatis, assumi £c eligi procuraverat 
aegere hoc ferentibus civibus, ad aliquas civiles & 
privatas inter eos dissensiones deventum esset, Lauren- 
tius praedictus Sc tunc Priores Libertatis, ac Vexillifer 
Justitiae dictae civitates f lorentinae, assistentibus eis- 
dem complicibus reliquis ex dictis Octo de Balia nun- 
cupatis, Sc nonnullis aliis civibus dictae civitatis, Dei 
timore penitus abjecto, furore succensi, Sc diabolica 
suggcstione vexati, ac tanquam canes ad efferam rabiem 
ducti, ut tandem sua libidine potiti, in Ecclesiasticas 
personas, quantum possent, ignomlniosius saevirent, 
(proh dolor, Sc inauditum scelusl) in Archiepiscopum 
praedictum manus violentas injicere, Sc captum per 
plurcs horas in publico Palatio residentiae eorumdem 
Priorum Sc Vexilliferi detinere, ac tandem communicato 
invicem desuper consilio, eum publice in fenestris 
dicti Palatii eminentibus coram populo in die Dominico 
laqueo turpiter suspendi fecere ; cumque vitam fini- 
visset, laqueum scindi, ut corpus ipsius in terram ca- 

deret 



APPENDIX. NO XXVI. 163 

<leret quemadmoduni cecidit (quod neduni referre, sed 
meminisse horremiis) procurare minime erubucrunt ; 
multosque deinde alios Presbyteros 8c Ecclesiasticos 
viros bonae conditionis 8c famae, quorum aliqui erant 
ex dilecti filii iiostri Raphaelis S. Georgii ad Velum 
aureum Diaconi Cardinalis in Provincia nostra Ducatus 
Spoletani, 8c nonnullis aliis civitatibus, terris 8c locis 
praedictae Romanae Ecclesiae dictae Sedis Legati, 8c 
aliqui ex dictis Archiepiscopi familiaribus, partim sus- 
pendi, partim gladiis £c fustibus confodi 8c necari 
palam 8c publice in Ecclesiasticae dignitatis opprobrium 
fecerint, Sc deterrima prioribus aggrediendo Raphaelem 
Cardinalem 8c Legatum praedictum in dicta civitate 
Florentina in Ecclesia Cathedrali, dum ibidem divinis 
Officiis 8c Missarum solemniis eadem die Dominica 
interesset, capere 8c capi mandare, capturamque ipsam 
ratam habentes, eumdem sub fida custodia in praedicto 
Palatio teneri curarunt 8c curant, 8c dum venerabilis 
frater, Nicolaus Episcopus Modrusensis nostcr, £c ejus- 
dem Sedis Nuncius ad hoc specialiter destinatus, prae- 
dictos Laurentium, Priores, Vexilliferum, ac complices, 
ut Raphaelem Cardinalem, 8c Legatum praeiibatum in 
sua libertate reponerent, nostro nomine requisivisset, 
illud negare, 8c se eumdem Cardinalem dimittere nolle 
pertinaciter affirmare non dubitarunt in Clericalis Ordi- 
nis 8c Pastoralis Officii vituperium. Quae omnia in 
Raphaelem Cardinalem, Sc Legatum ac Archiepisco- 
pum, Presbyteros 8c Clericos praedictos perpetrata, 
communi omnium de eis notitiam habentium judicio 
damnata, publica omnium fama id attestante, 8c facti 
notorietate approbante, adeo referuntur, ut eorumdem 
tie iliis notitiam habentium animi in hoc suspensi k. oculi 

pendentes 



164 APPENDIX. N^ XXVI. 

pendentes esse asserantur, £c expectent quid a nobis in 
tales pro tantorum scclerum ultione staUiatur. 

Nos igitur praeniissis omnibus debita meditatione 
pensatis, quamvis immensa scelestissimorum honiinum 
trudelitateni, feritatenique immanissimam, ac flagiti- 
osissimum Sc ignominiosum universae Ecclesiae Sanctae 
Dei dedecus turpiter illatum videamus, Iz a Praedeces- 
soribus nostiis in magnos Principes ob minora facinora 
acriter saevitum esse conspiciamus, tf infra, habita 
super his cum eisdem fratribus nostris S. R. E. Cardi- 
nalibus matura deliberatione, de illorum unanimi con- 
silio, Sc assensu, auctoritate Apostolica tenore praesen- 
tium declaramus iniquitatis filios Laurentium, Priores, 
Vexilliferum, Octo de Balia antedictos, tunc &c qui illis 
in eorum Prioratus Sc \^exilliferatus, ac Octo de Balia 
Officii successerunt nunc existentes, ac omnes £c sin- 
gulos Ecclesiasticos k. saeculares, qui eis in praemissis 
in Archiepiscopum Sc Raphaelem Cardinalem, Presby- 
teros £c Clericos praefatos commissis praestiterunt 8c 
praestant auxilium, consilium vel favorem, detentio- 
nemque Raphaelis Cardinalis praeiati continuant, quo- 
rum nomina Sc cognomina ac si exprimerentur, volumus 
haberi pro expressis, cujuscumque status, gradus, ordi- 
nis vel conditionis existant, &: quacumque Ecclesiastica 
vel mundana dignltate fungantur, propter praemissa in 
Raphaelem Cardinalem Franciscvim Archiepiscopum, 
Presbyteros ^ Clericos praefatos commissa, juxta bonae 
memoriae Bonifacii Papae Octavi similiter Praedeces- 
soris nostri, & Viennensis Conciiii, ac aliorum Prae- 
decessorum nostrorum Constitutiones Sc Decreta crimi- 
nis laesae Majestatis reos, sacrilegos, excommvmicatos, 

anathe- 



, APPENDIX. NO XXVI. 165 

anathematizatos, infames, diffidatos, intestabiles. Et ut 
publica repulsa confusi luilluni inveniant suae militiae 
successorem, cujuslibet haereditates esse ab intestate 
incapaces, feudis insuper ac locationibiis, officiis & 
bonis spiritualibus 8c temporalibus, qui singuli eorum 
a praefatis Romana Sc Pisana Ecclesiis, necnon dic- 
torum Laiu'entii, Priorum, Vexilliferi, Octo de Balia, 
& alioium complicum filios 8c nepotes per rectam lineam 
descendentes, quibuscumque beneficiis Ecclesiasticis, 
quae quomodolibet tempore perpetrationis excessuum 
praedictorum obtinebant, qualiacumque forent, spe 
promotionis in futurum omnino sublata, privatos, nee 
non feuda ad bona locata hujusmodi, ad Ecclesias ipsas, 
ita ut ii, ad quos spectant, de illis pro sua voluntate 
disponant, reversa esse. Et cuncta eorumdem Lauren- 
tii, Priorum, Vexilliferi, 8c Octo de Balia, ac auxilium, 
consilium, vel favorem praestantium, complicum, 8c 
adhaerentium hujusmodi aedificia in ruinam dari debere, 
ita ut eorum habitationes desertae fiant, &c non sit qui 
eas inhabitet in posterum ; 8c ut perpetuam notam in- 
famiae perpetua ruina testetur, nullo unquam tempore 
reparentur : nullum eis debita reddere, nullumve in 
judicio respondere teneri : nuUi quoque filiorum aut 
nepotum praedictorum per virilem sexum descenden- 
tium ab eisdem, alicujus aperiri debere januam digni- 
tatis aut honoris Ecclesiastici vel mundani, 8c ad alicu- 
jus loci regimen ascendere omnino posse ; postulandi 
facultatem eis negatam Notariatus, Judicatus, 8c quod- 
libet aliud officium, seu ministerium publicum interdic- 
tum ; ad Ordinis ascensum inhibitum, ad beneficia 8c 
officia Ecclesiastica denegatum ascensum existere. Et 
ut magis sit famosa eorum infamia, ad actus legitimes 
VOL. III. z nullum 



166 APPENDIX. NO XXVI. 

nullum eis aditum, nuUamve poitam patere. Quidquid 
in bonis tunc inveniebatur, eorumdem Fisci & Reipub- 
licae dominio applicatum fore, ita ut ex illis nil trans- 
mittatur ad posteros, sed potius cum eis, 8c sua dam- 
nata existant. Florentinam praeterea 8c Fesulanam ac 
Pistoriensem illi propinquiores dominio subjectas Civi- 
tates 8c Dioceses Ecclesiastico £c strictissimo interdicto 
suppositas esse, Sc praeter has poenas, eosdem Lauren- 
tium, Priores, Vexilliferum, Octo de Balia, auxiliatores, 
consultores, fautores, complices S^ adhaerentes omnes, 
£c singulas alias excommunicationis, anathematis, 8c 
aeternae maledictionis sententias, censuras 8c poenas in 
tam gravia crimina 8c excessus perpetrantes tam a jure, 
quam per extravagantes constitutiones 8c litteras Prae- 
decessorum praedictorum, 8c nostras inflictas incur- 
visse ; ipsam quoque civitatem Florentinam, si infra 
mensem ei a jure statutum Laurentium, Priores, Vex- 
illiferum, Octo, auxiliatores, consultores, complices, fau- 
tores, 8c adhaerentes praedictos, prout tanti facinoris 
exigit enormitas, 8c ei facultas affuerit, non duxerit puni- 
niendos, Pontificali, Archiepiscopali, qua decoratur, dig- 
nitate privatam fore, 8c nihilominus interdictam rema- 
nere, 8cc. Denique Laurentium Mediceum ac Magistra- 
tus solemni ritu diebus festis anathemate percelli jussit, 
atque cum iis eorumque sectatoribus ac sociis quodvis 
genus commercii haberi vetuit. Datum Romae apud S. 
Petrum anno Incarnation! s Dominicae millesimo quadrin- 
gentesimo septuagesimo octavo Kal. Junii Pontificatus 
nostri anno VII. 



APPENDIX. NO XXVII. 



NO XXVII. 



J^LORENTINA Synodus in luce ilia Spiritus Sancti 
congregata, quae illuminat omnem hominem venien- 
tem in hunc mundum, 8c revelat abscondita tenebra- 
rum ad perpetuum veritatis testimonium, Sc Sixtianae 
caliginis dissipationem. Infallibilis summi Patris prae- 
scientia, qua nobis clamavit ab initio, judicate matrem 
vestram^ judicate quonia-m uxor mea non est, facit, ut re- 
jectam in faciem filiorum pudibunda ejus operientium 
crapulam salva conscientia extergamus. Dies enim 
venere comminationis illius, nudabo ignominiam tuam, 
destruent lupanar tuum, demoliantur firostibulum adulterii 
tui, b* desinea farnicari, mercedesque ultra non dabis ama- 
toribus tuis. 

Nam Sixtus leno matris suae oblitae jam dierum 
adolescentiae suae, quando erat nuda, operuit con- 
fusione faciem suam, ingressus vineam Domini Saba- 
oth bonos palmites extirpavit, malos inseruit, turrim 
aedificatam disjecit, maceriem opposuit pro muro Hie- 
rusalem, hortum conclusum dissipavit, locustas 8c 
brucos in agrum Domini convocavit. Quam celestis 
sponsus formosam suam unicam 8c columbam sine ma- 
cula appellabat, hie adulterorum minister deformam 
meretricem 8c corvum sordibus plenum reddidit : emp- 
tam in templo profanis vendidit, Sc ex ejus pretio por- 
cos auratis glandibus enutrivit. Successor inde Petri 
filium interemit, 8c diaboli Vicarius christianissimum 
quemque adortus est. Gubernator naviculae in solam 
Circis insulam enavigavit, 8c ejecto Joanne 8c Andrea, 

Tyresias 



168 APPENDIX. NO XXVII. 

Tyresias tantum 8c Hieronymos transportavit. Cla- 
vi^er Superorum inferis omnibus ostium aperuit, Sc 
funiculo illo, quo Dominus ex Ecclesia vendentes & 
ementes columbas de templo ejecit, sicariis suis laque- 
vmi fecit. Pastor infectus sanas oves persecutus est, 
Sc sues solos, in quorum gregem Salvator innniundos 
spiritus abire jussit, in caulis ejus congregavit. Prop- 
terea, dicit Dominus, congregabo omnes quos dilexisti 
cum universis quos odisti, tit videani turpitudineni tuam^ 
Isf denudent te vestimentis tuis, Turpitudo ejus nova, 
quam Dominus per nos universis ejus fidelibus ostendi 
voluit, Sixti ascensus est, aliunde quam per ostium in 
Florentinum ovile ; homicidium est innocentis agni Ju- 
liani de Medicis, quem tamquam fur Sc latro ante altare 
Domini mactavit 8c perdidit : illud per Salviatum Archi- 
episcopum Pisanum molitus est, hoc per Raphaelem 
perfecit Riarium, quem quia puerum ad Cardinalatum 
evexerat, voluit, ut his primitiis, 8c per sanguinem 
Christiajium defectum suppleret aetatis. Commisit 
haec praeterea inter Missarum solemnia, dum corpus 
Domini a Sacerdote sumeretur, ut Christum quoque, 
cujus se Vicarium dicit, traderet, ac secum faceret 
proditorem. Et clamat in suis censuris, proh dolor ! 
snspenderunt Archiepiscopum ; Archiepiscopum, qui nun- 
quam fuit Christianus, Archiepiscopum molientem, 
seditionem, occupantem Palatium publicum, 8c sus- 
pensurum Priores patriae libertatis, nisi se defendis- 
sent : excommvuiicat Magnificum Laurentium sanctis- 
simum civ em, quod se mactari, ut frater, non per- 
miserit, Dominos urbis quod se dejici de fenestris no- 
luerint. O excommunicatam excommunicationem ! 
O maledictam maledictionem damnatissimi judicis ! 
cujus maledictione os plenum est^ ^ a?naritudme i^ dolo^ 

sub 



APPENDIX. NO XXVII. 169 

sub lingua ejus labor ^ dolor, sedet in insidiis cum diviti- 
bus, ut intei'Jiciat innocentem, 

Permittitur etiam diabolo defensio, nee vim vi re- 
pellere natiira unquam aut leges uUae vetuerunt. Et 
pro poenitentia commissi sceleris, pro dissimulatione, 
quam etiam per castigationem suorum perferre potuit, 
pro aliqua commiseratione, quae ab eo fusi sanguinis 
expectabatur, subdit interdicto civitatem, quod, liber- 
tatem suam tutata sit : pro remuneratione servati Car- 
dinalis, quem aut homicidii paiticipem ob tam familiarem 
conjurationem, aut nimium adolescentem fateri opor- 
tet, saevit in animas, litterisque necat, quos ferro non 
potuit. 

Reos sanguinis, ne particeps fiat sanguini;3, defen- 
dit Ecclesia. Hie quia Sanctae Reparatae templum 
cruentavit, fuso se immiscet sanguini, maledicit mor- 
tuo, vulneratum persequitur ; nam, ne alterum quo- 
que gladium contineat, armat Ferdinandum Regem, qui 
aperto marte perficiat, quod ipse occulte Sc per prodi- 
tionem molitus est ; sic, ut fuit, scelus scelere tegitur, 
8c mendacium mendacio excusatur. Nee unquam par- 
cit malus, qui semel bonum offendit. Stimulabat pri- 
mum ambltiosa malignitas ; nunc &c conscientia 8c detecta 
proditio faciunt, ut declaret quod intelligi non vult, 
quo opprimatur, aut auctoritati detur, si nequit rationi, 
quod intelligitur. 

II. Sed priusquam suis litteris respondeamus, mo- 
dum tam nefandae conjurationis percurramus, Sc mo- 
dum, quem nos non fingimus, aut arbitramur, sed 
quem sui deprehensi sine tortura scripsere, 8c Praetor 

alienigena, 



170 APPENDIX. NO XXVII. 

alienigena, ac sex viri religiosi a sanctioribus nostras 
civitatis praesentes subscripsere : neve minus credatur 
purae veritati nostrae, quam figmentis illius, ob ciijus 
honorem tacebamus, inseremus propria verba Jo. Bap- 
tistae Montesecco, qui mandatum Sixti acceperat, ex- 
cerpta fideli manu, ex confessione ipsius, quam vir 
gravis, verus, 8c tantum proditor, ne Domino suo 
asset proditor, reliquit. Caussam vero tam insolentis 
odii, & inexpectatae retributionis in familiam de Me- 
dicis, quae semper ei &c Sedi Apostolicae servierat, 
nullam invenimus, nisi quamdam perditam carnis Sc 
sanguinis revelationem, qua ob Comitem ilium suum 
Hieronymum, in cujus manibus nunc Ecclesia Dei 
est, delirat, furit Sc insanit. Habit hie suus Imolam 
S. Romanae Ecclesiae urbem, quam, ejecto Taddeo 
Manfredo, se tenere post mortem sui Pontificis posse 
diffidebat, nisi vicinum dominium Florentinum aliquo 
foedere amicitiae obligaret. Major autem obligatio 
inveniri posse non videbatur, quam si suo beneficio 
praeessent, qui in ea Republica primates essent ; fieri 
autem id sine status mutatione non poterat, mutari 
autem status sine morte Laurentii 8c Juliani de Me- 
dicis impossibile videbatur : nullus enim pene in ea 
civitate patricius est, qui hac promovente domo, patri- 
cius non sit ; nullus plebejus, qui Cosmianis opibus 8c 
pane Laurentiano pastus aliquando non fuerit. Hac 
igitur impellente rabie, Comes oblitus omnis humani, 
divinique juris, oblitus beneficiorum, oblitus condi- 
tionis suae, qui cerdo fuerat, stirpem Cosmianam de- 
lere aggreditur, Pactiam subrogare, ex qua etiam 
Franceschinum libidinum socium inter familiares habe- 
bat. Hunc, ac Salviatum Archiepiscopum, ut omnia 
ex suorum ore referamus, ita primum secum locutos 

Johannes 



APPENDIX. NO XXVII. in 

Johannes Baptista moriturus scripsit. " Noi determi- 
" niamo mutar lo stato di Firenze, e vogliamo 1' ajiito 
" tuo. To gli risposi, che per loro faria ogni cosa 
" ma essendo soldato del Papa e del Conte, non ci 
" poteria intervenire : I'Arcivescovo mi rispose ; come 
" credi tu facciamo questa cosa senza consentimento 
" del Conte ? Imnio cio che si ricerca e che si fa, e 
" per sua sicurta, ed esaltar piii lui, che noi, e per 
" mantenerlo nello stato suo. Avvisandoti se questa 
" cosa non si fa, io non ti daria del suo stato una fava, 
" perche Lorenzo de' Medici, che gli vuol male, dope 
" la morte del Papa non cerchera mai altro che torli 
" quel poco di stato, e farlo mal capitare. Et infra : e 
" in quanto pericolo era lo stato del Conte dopo la 
" morte del Papa, e che mutandosi detto stato saria 
" istabilito di non potere il suddetto Conte aver piu 
" male, e che per questo si voleva fare ogni cosa." 

Sed haec quantum ad caussam, 8c primam facem 
incendii, ut intelligatur nulla lacessitum injuria Comi- 
tem Hieronymum, sed ut tutius possideret, quod male 
occupaverat, in familiam conspirasse de Medicis. 
Mensum vero eum a suo animum Laurentii & inten- 
tionem ex his, quae sequuntur, apparet. 

" E fummo insieme con Lorenzo, ne altrimenti 
" mi rispose, che se fosse stato padre al Conte, ne 
" con altro amore, in modo che a fe maravigliare. Et 
" infra: io me ne andai a Imola, dove stetti pochi 
" giorni, perche cosi aveva in commissione per la 
" espedizione di detta causa, e nel tornare addietro fui 
" a Cafaggiolo, dove trovai la Magnificenza di Lo- 
" renzo e di Giuliano, e avendo riferito &l Magnifico 

" Lorenzo 



172 APPENDIX. N^ XXVIL 

" Lorenzo come aveva trovato le cose del Conte, mi 
" consiglio con le piii cordiali parole ed amorevoli del 
^ mondo.'' 

Nonne ex his colligitur Comitem statui suo ful- 
crmn removisse, quaesisse laqueum {in mar-ginc) ab 
ejus infirmitate abegisse Medicos, advocasse insanos : 
nam ipsum sic mandasse huic suorum militum ductori 
tmn ex multis ejus ad Archiepiscopum Sc Pazzios lit- 
teris, turn ex his verbis, cum essent ante Pontiiicem, 
& de morte istorum tractaretur, suadente Pontifice, ut 
si fieri posset, status sine caede mutaretur, deprehendi- 
tur. " E quest' ordine ci fu dato tutto per il Sig. 
" Conte in Roma." Item {in margine) tanquam sine 
sanguine tanta mutatio fieri posset, retulit sic Comitem 
respondisse : " se far<^. quanto se podera non interven- 
*^- gha ; pure quando intervenisse, la Vostra Santita 
« perdonera a chi il fesse. Rispose il Papa al Conte : 
" tu sei una bestia" tamquam vellet dicere a doman- 
darmene, nam Sc ipsum Pontificem consensisse caedi 
subsecuta verba satis plane demonstrant. " Con 
" questo ci levassimo da S. Santita, facendo conclu- 
" sione esser contento dare ogni favore & ajuto di 
^' gente d' arme, o d' altro, che a cio fosse necessario, 
" V Arcivescovo rispose e disse. Padre Santo siate 
" contento, che guidiamo noi questa barca, che la gui- 
" deremo bene; e Nostre Signore rispose, io sono 
" contento ; Sc con questo ci levassimo da' suoi piedi. 
" Et infra : dicendo impero sempre, che V onore di N. 
" Santita e del Conte ci fosse raccomandato, e con 
*' quest' ordine la Domenica mattina a di 26. d' Aprile 
" 1478. si fe in S. Reparata quanto e pubblico a tutto 
" il mondo, 8cc." 

Eat 



APPENDIX. NO XXVII. 173 

Eat nunc Sixtus, & se Pontificem dicat, justum hel- 
ium movisse praedicet, recte censuras promulgasse 
clamet ; sed quid probationis opus est ? Fassus est, & 
hoc ipsemet post detectam conjurationem. Sed nolu- 
mus, nisi quae vidimus, & manus nostrae contractave- 
runt, in testimonium rei afferre ; scribit tamen ad eum 
Philelphus vir non minoris doctrinae, quam aetatis 
istud idem audivisse se Mediolani his verbis : " at au- 
" dio abs te, quo nihil est absurdius, magisque indig- 
" rum sanctissimo ore tuo id jactitatum esse tui consilio 
" Sc jussu, Sec." 

Videte quam obcaecatus, quam perditus sit senex, 
conjurat ob Comitem, omnia vult patiatur prius Sedes 
Apostclica, quam Comes ; nee erubescit, qui modo 
panem vicatim mendicabat, fateri se voluisse per pro- 
ditionem statum antiquissimae Reipublicae reformare, 
quo melius aut oimiem sui Comitis in se culpam trans- 
ferret, aut ambitionem dissimulet. Haec enim prima 
ejus in eumdem conjurationis ratio fuit, ut ex his ver- 
bis ejus colligitur. " E cosi ti dico Gio. Batista, che 
io desidero assai, che lo stato di Fiorenza si muti, 
8cc. che ogni volta che ne fusse Lorenzo fuoraj 
faressimo di quella Repubblica quello voiessimo, e 
saria a un gran proposito nostro. II Conte e 1' Ar- 
civescovo, che erano presenti, dissero : La Santita 
Vostra dice il vero, che quando aviate Fiorenza in 
vostro arbitrio, e poterne disporre, come potrete, 
la S. V. mettera legge a mezza Italia, e ognuno 
avra caro esservi amico, &c." Sed quid Florentinis 
cum Papa in his quae Spiritus non sunt, 8c quo sae- 
culo, 8c qua pera banc arrogantiam prompsit, ut cogi- 
voL. III. A a taret 



174 APPENDIX. No XXVII. 

taret vir religiosus de invadenda Republica Floren- 
tina ? 

Mittitur denique Pisas Archiepiscopus Salviatus, 
Florentiam Fraiiceschinus Pazzius, Imolam Joannes 
hie Baptista, qui suo nobis banc digito veritatem os- 
tendit, Sc Tiphernum Laurentius Eques Castellanus, 
qui praesto essent cum expeditis militibus ad diem 
caedis ; alios non habebat Comes, quos Consiliarios 
suos appellaret, Sc hi omnes pariter in negotio palam 
deprehensi. Creatur interea Cardinalis in Studio nos- 
tro Pisano suus hie adolescens nepos Comitis. Venit 
Montughium Pazziorum villam, tamquarn profecturus 
Perusiam suae jam legationis Provineiam ; secum erat 
Archiepiseopus Salviatus ; visitatur publico privatoque 
nomine a civibus universis. Invitatur Fesulas a Mag- 
nifico Laurentio, ubi etiam quantum postea pereepi- 
mus, si Julianus adfuisset, inter epulas homieidium 
commisissent ; adesse autem non potuit, quia erat 
infirmus, & ut omnia nude referamus, ancha, id est 
sanguinis tumore tenebatur. Alterum sine altero 
aggredi periculosum existimabant. Nam alias perdu- 
cere ilium Romam tentavere, quo securius disjunetis 
ab invicem fratribus homicidia diversis in loeis com- 
mitterentur. Non creditis Romam solitam esse asy- 
lum omnibus etiam sontibus, non fuisse tutam homini 
christianissimo ? Legite quam ipsemet quoque Joan- 
nes Baptista admiratus sit. " E domandandolo io che 
" niodo era questo, mi disse Lorenzo di venire questa 
" Fasqua, e quanto prima si senta la sua partita, Fran- 
" ceseo partira ancor lui, £c andera a spedirsi, e fara 

^ ' «il 



APPENDIX. NO XXVII. 175 

" il servizio a quello rimarrk, & all' altro innanzi che 
" tomi, ec. 

<' Domaiidai il Conte ; sa Nostro Signorc qucsto 
« medesimo, niadio si dico. Diavolo egli e gran fatto, 
<' che il consent!. Mi rispose, non sai tu, che gli 
" facciamo fare quello vogliamo noi ? Basta, che le 
" cose anderanno bene. E stettesi in queste trame 
" parecchi di del suo venire, o no. Da poi veduto 
'« che non veniva, deliberammo ad ogni modo cavarne 
" le mani." 

Proponitur itaque, dum e^sent Fesulis, desiderium 
tlsendae Florentiae ; offert Laurentius se refacturum 
libenter in urbe, quod ruri omiserat. Acceptatur, 
venltur. Die Dominica XXVI. Aprilis itur ad Ecr 
clesiam, solenmiter Missa celebratur. 

Domi interea parabatur convivium, quantum nun^ 
quam alias magnincum : videte quam diversa hospitum 
& convivarum intentio. Deambulubat circa Chorum 
Laurentius ; Julianus, quia claudus erat, stabat, re- 
ducturi ambo domum Cardinalem, qui quod venerat 
saeptus armatis pedissequis, & pluribus stipatoribusj. 
quam ejusmodi soleant dignitates, multis reprehension! 
fuit, suspicion! nulli ; quis enim unquam Cardinalem, 
dum res divina ageretur, necaturum hospites suos, si 
non legisset illud, gui comedunt tecum, portent insidias, 
credidisset? Archiepiscopus simulata salutatione ma- 
tris, relicto in Ecclesia Cardinale, domum se contu- 
lerat. Conventum enim erat inter eos, ut auditis cam- 
panis in elevatione corporis Christi, Emissarii in Eccle- 
sia genuflexos 8c adorantes fratres trucidarent, Archiepis- 
copus 



we APPENDIX. NO XXVII. 

copus in Palatio civitatis curia, Dominos verbis, ac 
aditus armatis occuparet. Jacobus Eques Pazzius com- 
missd a sicariis in templo caede, cum manu armatorum 
populum convocans invasoribus Palatii succurreret. 
Ingressi enim jam erant tanquam familia Cardinalis 
Urbem lecti sub Johanne Baptista milites, de quibus 
in confessione sua " 8c a me ordino me ne andassi a 
" Imola con cento provigionati." Agrum quoque 
Aretinum Laurentius Castellanus, Mugellam Tolenti- 
nus, Imolae Gubernator cum exercitu Sixtiano intra- 
vefant. Evenit autem, ut in Ecclesia ab Elevatione 
ad Communionem res differretur. Voluit nam Domi- 
nus, arbitramur, aut in hoc secum sanguine novam 
sponsam descendentem de caelo communicare, aut a 
sua hujus innocentiam mortis ostendere. Ut enim 
Sacerdos in ejus memoriam calicem sumpsit, ambo 
inermes 8c sine ulla suspicione ab armatis sicariis in- 
vaduntur, occiditur statim Julianus a Franceschino 
Pazzio, Bernardoque Bandino lateri ejus haerentibus, 
iniirmus quidem, 8c qui ea die praeter morem gladio- 
lum, qui ei uiceratum crus quatiebat, domi reliquerat, 
sicque innocens juvenis, gaudium universae terrae, 
iilius ac nepos eorum, qui semper erexere Ecclesias, 
in Ecclesia trucidatur inter Missarum solemnia, qui 
mille paverat Sacerdotes, &c in oculis novi Cardinalis, 
qui eum erat convivio excepturus, immolatur. Vere 
martyr patriae suae, qui nulla sua culpa, sed quod sine 
ejus morte nee frater, nee ilia subjici poterat, interfi- 
citur. Laurentius, sive quod pluris faciens Dominus 
ejus elecmosinas, quam symonias Comitis Hieronymi, 
obunibrazit cajiut ejus in die belli^ sive quod strenue ma- 
nu 8c clamore populi se defenderet, uno tamen vul- 
nere accepto sospes in Sacrarium se recipit. It tamen 

rumor 



APPENDIX. N<^ XXVIL 177 

i-umor per urbem utrumque esse mortuum, ac supera- 
tum Palatium, arcem civitatis. Intraverat enim jam 
illud Salviatus sub praesentandi Brevis Apostolici no- 
mine, portamqiie ac aditus supremos tenebat. Nullus 
tamen victores secutus est ; arma capit Patritius quis- 
que ac Plebejus. Locum alii caedis, alii aedes Lauren- 
tianas, Forum majus multi petiere : civitas universa 
consurgit : ploratus auditur eorum^ qui arma capere non 
possunt, sublatos e medio patres paupei'um, propugna- 
cula libertatis, panem patriae. Magistratus interea, qui 
tenebatur verbis Archiepiscopi quo adveniret Eques Paz- 
zius, cognito dolo, arreptis candelabris, arreptis verubus, 
cum alia arma non haberet, invasores detrudit, turrim 
ascendit, venientemque in subsidium Jacobum saxis e 
campo subjecto repellit : tenebant tamen inferiorem 
Palatii partem Salviatani banc ingressi per fractam 
ariete portam cives capiunt, suspendunt, praecipitant. 
Juventus interea, quae ad locum caedis concurrerat, 
jacentem Julianum offendit, ululat, amplectitur, Lau- 
rentium a Sacrario domum reducit, vulnus, quod ei 
inflictum collo fuerat, ob suspicionem veneni sugit 
labiis, parricidas insequitur. Mirum quam brevi tan- 
tum incendium extinctum sit, quam nullus e tot pro- 
ditoribus evaserit. Solus Cardinalis opera Laurentii, 
qui etiam in tanta clade amissi optimi fratris, Sc propriae 
vitae periculo suae erga illam dignitatem rcverentiae est 
recordatus, a furore populi liberatus est. Hunc Lauren- 
tiani in Palatium vix deduxerunt, reliquos omnes sanguis 
ille innocens aut suspensos vidit laqueo, aut discerptos 
unguibus. 

III. Sic se res habuit, Christian! lectores, hac de 
caussa, hoc ordine, his mediis tentata eversio Floren- 

tina 



178 APPENDIX. NO XXVII. 

tina est. Per haec vestigia eum, qui venit^ ut vitam 
habeant^ 13" abiindantius habeant^ Sixtus secutus est. 
Sanguis optime de Christiana religione meritus per 
Principem religionis fusus, violata per Pontificem Ec- 
clesia, poUuta per summum Sacerdotem sacra sunt, 
Et haec neqiiis ignoret aut excusare possit, confirmat 
aperto bello, & promulgatis censuris coeptam conjura- 
tionem sequitur. Earn muherculam imitatur, quae 
vento detectum calvitium, ut posteriori veste reterreret, 
nates detexit. In cubiculo suo, ut vidistis, tractata 
res est : suus Comes F actios ad necem armavit, suus 
cardinalis farniliam caedi, presentium sceleri praestitit, 
suus exercitus fidelis fines nostros pro Turcis ingressus 
est. Quis jam non videat dehrum senem his suis pro- 
mulgatis censuris voluisse notam macula, lutum ster- 
core lavare ? Ecquis fidelis non moveatur ad tarn 
sceleratam machinationem, studeatque saluti suae per 
nostrum periculum providere ? Non enim pro sua, 
sed Domini caussa claves expediunt, qui ligandi atque 
solvendi auctoritatem habent. Non adimunt defen- 
sionem, qui judices esse volunt, non imprimunt cen- 
suras, qui officio satisfacturi sunt, non evaginant gla* 
dium, qui nolunt mortem peccatoris, sed ut ma^is 
convertatur £c vivat. Non jubent, solvai nemc, exigant 
omnes, qui suum unicuique tribuunt, cum hi praeser- 
tim quos ad decoctionem compellere cupiebat, suis 
creditis non receptis, debitis omnibus persolutis sic ex- 
communicati & lacessiti, dispensatori ejus non inveni- 
enti Romae qui illi suas pecunias crederet, de qua- 
dringentis aureis in quotidianas expensas subvenerint, 
quae omnia tam vobis timenda sunt, quam nobis de- 
ploranda. Sed ad refellendam sententiam ejus fin 
marline, quamquam rem exposuisse superasse sit) ut 

factis, 



APPENDIX. N« XXVII. 179 

factis, non verbis, ratibnibus non querelis caussam nos- 
tram tueamur, veniamus. 

Hie quidem undecim capita rerum objicit Sixtus 
Laurentio Medici, ut multis vincat, quern una ratione 
non potuit : adjutum Vitellium : tentatam Perusiam ; 
defensum Montonium : vocatum Deiphaebum : Tyfer- 
num expetitam : captos Romipetas : Pyratas immis- 
SOS : negatam Salviato Pisano sacram possessionem : 
suspensionem ejusdem familiarium : denique mortem 
Archiepiscopi, ac derentionem Cardinalis. 

Quae omnia tarn vera sunt, qiiam falsum suis ma- 
chinationibus Julianum non esse occisum. Bone De- 
us, qiiaip toties labitur, qui semel offendit ad lapidem 
pedem suum (in margine. Quam vera ea vox Pauli '- 
quoniam Ijf ijise circundatus est injirmitate ) . Non satis 
est Solium illud Pontificium prostituisse ; vult etiam 
censuras in contemptum, Sc eamdem turpitudinem ad- 
ducere (in margine, Plenitudinem potestatis, quae ad 
criminalia non extenditur, evacuat auctoritate, dum 
replet injustitia). Vocat filium iniquitatis Laurentium, 
qui non iniqua tunc egit, cum pristinae paupertatis 
suae victum subministravit, cum postmodum assumpto 
ad Pontificatum, primus omnium obedientiam prae- 
stitit, &c semper fuit aequissimus. Vocat perditionis 
alumnum, quia perditum cupiebat : at secundum Bo- 
minum, qui eum e tot gladiis eripuit, salutis fuit alum- 
nus, quod etiam is, qui eum occisurus erat, praemo- 
nuit. " Non me gli fate dare in Chiesa, die quelli 
« Santi V ajuteranno ;" religiosior sicarius, quam theo- 
logus Pontifex. Declarat excommunicatum, ut boni 
omnes intelligant extra communionem esse malorum 

juxta 



180 APPENDIX. NO XXVII. 

juxta illud : odivi Ecclesiam malignantium^ Isf cum impiit 
non sedebo, Maledicit ut super maledictionem ipsius 
Dominus inducat benedictionem. Et monuimus^ inquit, 
firius^ immo necare voluit prius : gladium prius adegit 
jugulo, quam verbum auri. Nunc conclamat post in- 
fectam rem, ut verbis conficiat quern ferro non po- 
tuit. 

IV. Dicit sensisse cum Laurentio quosdam com- 
plices ejus. Interroget Cardinalem suum Sancti Geor- 
gii ad Velabrum, populusne, an complices isti erant, 
qui in illo tumultu capiti suo enses intentabant ? Po- 
pulusne an complices illud remiserunt ? Partem ne 
civitatis an totam vidit pro Laurentio in parricidas in- 
surgere ? Raptavit ne per urbem cadaver Pactii, qui 
animam suam ^moriens diabolo commendavit multitu- 
do complicum an puerorum I Cujus erat illud threa- 
trale carmen, " Muoja il Papa, muoja il Cardinale, 
" viva Lorenzo, die ci da del pane" a complicibus 
ejusmodi aegre repressum. Vidit ille omnia, audivit, 
tetigit ; modo sinatur ingenue loqui, nee prius Hiero- 
nymum adeat, quam Vicarium ejus Sixtum. Magnus 
certe fuit is complicum numerus, qui clamante Pazzio 
libertatem, mortuos esse Laurentium 8c Julianum, 
palatium cessisse victoribus,. neminem reliquerit vel 
affinem, qui eum sequeretur ; mitis ea tyrannis, quae 
plures habuit mortua defensores, quam vivens ac vic- 
trix libertas sectatores : illud quoque quam ridiculum 
est, quam falsi, Sc imperiti judicii argumentum, vo- 
luisse Laurentium creari se ex Octo viris Baliae, ut 
aliquos cives e Republica ejiceret. Per alios faciunt, 
Sixte Pontifex, per alios Principes civitatum, cum 
quid ejusmodi est agendum. Auctores tamen haberi 

voluit 



APPENDIX. NO XXVII. 181 

voluit eoriim, quae populo sint placitura ; 8c ne longe 
exempla petantur, cum prlmum in hos parricidas ani- 
madvertendum fuit, Magistratu se Laurentius abdica- 
vit, acceptarat id, ut nimiam illius dignitatis in se 
licentiani corrigeret, 8c ut extorres quidam per eum 
in patriam revocarentur, non novi proscriberentur. 
Nunc vis eum omnia posse in Florentina Rcpublica, 
quo melius communibus jaculis privatam simultatem 
ferias ; nunc adeo debilem effingis, ut esse in Magis- 
tratu indigeat, quo aliquid in ea pro arbitrio statuere 
possit. Sistas, Sixte, oportet, si vis banc tuam decla- 
rationem, non confusionem a.ppellari — Sed quid verba 
singula repellimus ? Cuperemus pro honore Romanas 
Sedis, nt una saltem clausula praeter illam (licet im- 
meriti) in tarn longo processu, vel excessu potius, veri- 
tate niteretur : nam ilia de fratrum nostrorum consensu 
quid mendacius, quid impudentius I Verius dixisset 
de filii nostri Hieronymi sinu ; nam fratres illi sui 
viri sanctissimi nunquam tot mendaciis consenserunt ; 
vivi sunt, possunt interrogari ; sed credite, (ideles ; 
Monacho ad ultimum ad summum gradum provecto 
nihil frontosius, nihil privati appetitus pertinacius, pub- 
lici honoris negligentius. 

I. Quantum autem ad Nicolaum Vitellium, ju- 
vere hominem Florentini, ne sua patria ejiceretur, 
dum is praesertim nee rebellabat, nee unquam alias tarn 
obediens Ecclesiae fuit, qui ita ex foedere icto de vo- 
luntate Pavili Pontificis per Sixtum quoque alioquin 
confirmato .tenebatur. Revocari autem id subito lege 
uUa non pcrmittebatur, cum hoc quod Tifernates 
cum Florentinis contraxerant, liberum esset, duraret, 

VOL. III. B b Sc 



182 APPENDIX. NO XXVII. 

?c per conversationem sua cum Ecclesia initum esset 
& concessum : ilia enim perturbatio, & in media eorum 
obedientia ac pace Italiae exercitus immissio, quid sibi 
voluit ? quid subesse c£.ussae poterat, quid externos, 
ne dum conjunctos exire in occursum non deberet? 
Utendum quidem fuit licentia, nedum concesso foe- 
dere, quod saltern intelligeretur Pontifexne, an milita- 
ris excursio improvisam iilam calamitatem inferret. 
Nam patuit postea quid statui Florentine illius civitatis 
motus portend /oat, quanquam multarum caedium 8c 
perturbationum fomes erat &, initium. Fuit insuper 
auxilium illud ejusmodi, ut fidem Ligae servaret, Pon- 
tiiicis mentem ofTendere non posset : nam Legati copi- 
alas tarn verum est alioquin fuisse lacessitas, quam 
falsum Florentinos eam solvere obsidionem non potu- 
isse, si voluissent. Hujus rei testem alium nolumus, 
quam nepotem suum, ipsum scilicet Cardinalem S. 
Petri ad Vincula, quem is falso in testimonium suum 
Bullis inseruit. Fatetur hie ingenue palam se nun- 
quam in ea legatione aut Laurentium, aut aliquid Lau- 
rentii contra Ecclesiam vidisse ; dignior nepos thiara, 
quam patruus pileo. Fuit absolutus praeterea jam 
tertio Laurentius ab omni, si quem, ob missos a prin- 
cipio milites fines defensiiros, in canonem incidisset. 
Nam quartus hie est annus hujus rei, cujus nunc judi- 
cium repetit, immemor, quod Dominus bis in idipsum 
non judicat, immemor quod Salva.tor dixit, si fieccaverit 
in te frater tuiis^ vadt isf corripe eum inter ie ^ ifisum 
solum^ immemor, quod subjunxit etiam, septuagici 
sejities, immemor illius ad Petrum, cujus tam vices 
gerit, quam m.onitum servat, niitte gladium tuum in vagi- 
nam, nain qui gladio ferit, gladio Jierit» 

At 



APPENDIX. NO XXVII. 183 

At qiieritur revocatum post ope Laurentii in patri- 
am Vitellium ; tanquam ea imprudentia sint Florentini, 
ut malint jacentem erigere, quam stantem non tueri. 
Durasset Viteilius, permansisset Tiferni Vitellius, si 
Florentimis manum apposuisset ; quid enim obstabat, 
quo minus, capta urbe, arx quoque imperfecta capere- 
tur, nisi quod deficientibus externis amicis, defecere 
& interni qui eum revocaverant. Nam Joannem Vitelli 
Vitellii filium, qui eorum stipendiis militabat, nedum 
reliquos tenuerunt Praetores Florentini, ne patrem 
contra Ecclesiam sequeretur, ita ut ejectum se Tiferno 
Viteilius a Ilorentinis non revocatum quereretur. 
Laurentium vero postmodvim revocasse Nicolajum ex 
agro patriae suae vicino, Sc praeter auctoritatem Flo- 
rentinae Libertatis transtulisse Fisas, quo pacatus Six- 
tus civitate ilia potiretur, non dicit, Subticet beneficiaj 
offensas derivat in crimina, suspiciones afiert pro com- 
missis, in non subditos, non confessos, non convictos, 
non citatos sententiam profert excommunicationis. Sic 
redditur pro bono malum, sic fratilis gratitudo pro cus- 
todito sublatum Tifernum queritur. Sic quod tumul- 
tuarie coepit, tumultuarie 8t nullo servato juris ordine 
prosequitur. 

II. Sunt juncti foedere Florentini cum Perusinisj 
& his Perusinis, qui Comiti Carolo adversantur, Ponti- 
fici favent, & culpat Vicarius veritatis Laurentium, 
quod per Comitem Carolum, quaesierit abducere Peru- 
siam ab Ecclesiae reverentia. Vanum omnino Sc ridi- 
culum mendacium, & quod se ipsum solvat, sociasque 
calumnias apud recta judicia mentitas demonstret. 
Nam hi quoque Perusini, qui Caroli partes sequebantur, 
cum Florentiae exularent in Pactiana conjuratione 

depre- 



184 APPENDIX. NO XXVII. 

depvehensi cum reliquis, qui Achiepiscopum ad occu- 
pandum Palatium secuti sunt, periere. Et, in quit, ut 
subdat PerusiaiTi per Carolum suae tyrannidi. Subdi- 
turne per redituni unius civis tarn facile populosissima 
civitas nunquam verum jugum passa servitutis ? Eratne 
insuper Comes Carolus tam servus, ut praestaret ei 
secum patriam alienae subdere ditioni ? Tyrannus 
praeterea Laurentiusne est, qui suo exercitu potuerit 
rem tantam aggredi ? At forsan discessus Caroli a 
Venetis fuit adeo ignotus, ut simulatus putari posset. 
Pudet respondere tam puerilibus verbis 8c impudenti 
mendacio verecundam opponere A'eritatem. Credimus 
eum congerere in hanc Bullam voluisse quidquid 
adversi in suo Pontificatu, quidquid poenarum offen- 
derit : tot enim pene execrationes in suis litteris con- 
glutinat, quot vulnera Juliano etiam jacenti sicarius 
ejus infiixit, ut idem judex videretur 8c occisor. Unam 
tamen injustam juste poenam adhibuit. Privavit Pisa- 
nos dignitate Archiepiscopali, qui nihil aliud egerunt, 
quam quod cives duos in eo suspendio amisere, 8c id 
fecit, putamus, quia voluit etiam habere partem cum 
his, qui illos privarunt Archiepiscopos, Sc sentire in 
aliquo Presbytericidis, ut senserat cum homicidis. Ve- 
rius quidem privarat eos {in marghie, tam antiqua dig- 
nitate) cum Pisanae eorum Ecclesiae Simoniacum prae- 
fecit lenonem hereticum. Sed hanc novam excogitavit 
privationem, ut cognosceretis a multitudine poenarum 
ejus tam odii copiam, quam justitiae paupertatem (m 
marginc^ Florentinae quoque Ecclesiae tam Justus fuit 
quam pius. Interdixit illam prius armis quam cen- 
suris, prius A'ctuit homicidio, quam interdicto, divinum 
in ea celebrari officium, 8c id etiam credimus, ut intel- 

ligeretis 



APPENDIX. NO XXVII. 185 

Hgeretis praecederc in co diabolum, subscqiii Ani^elum, 
niucronem spiritualem temporalis esse ministrum. At 
inquit Paulus ; si quis tcmjilum Dei violaverit, difiperdet 
ilium Deus), 

III. Objicit tertio loco obsessum a se MontoniuiTi 
adjutum fuisse a populo Florentino, 8c ad fidem faci- 
endam quosdam interceptos niilites subsidiarios adducit. 
Deus immortalis ! quam fulcimus pluribus, quod debi- 
lius videmus ! Ipse, qui Comitem Carolum in Senenses 
pepulerat, Florentinos, qui hominem abscedere jusse- 
runt, accusat. Nos jurene, an injuria nobilis Senex 
ad propria rediens sua sede spoliatus fuerit, unde illi 
incubuit post necessitas, ut vivere posset, sua a Senen- 
sibus repetere, non requirimus. Nolumus enim quae 
nostri judicii non sunt, ut Sixtus nobis, affirmare. Sed 
ob aliud quam Montonium, ob aliud venisse illuc castra 
Sixtiana ostendemus. Legite banc sui Joannis Baptis- 
tae narrationem, non extortam cruciatu, nee ad ejus rei 
fidem exactam : cognoscetis Sixtum proditionem prodi- 
tione voluisse occulere, imitatum eas muliercuias, quae 
cum ipsae meretrices sint, alias fornicarias appel- 
lant. Haec sunt verba Jo. Baptistae, mendacium 
illud, dum aliud narrat, aperientia. " Dipoi co- 
'' menzo andare per il tavolero fatto del Conte 
" Carlo, e per dicta cagione bisogno mettere insieme 
" ognuno, che 1' hebbero niolto caro, Sc essendo il 
" campo del Conte Carlo in quello di Siena, e com- 
" prendendosi chiaramente la cosa non potere aver du- 
" rata, fu fatta deliberatione d' andare a campo a Mon- 
'• tone, e tenere in tempo 1' assedio piu che si posseva, 
" accioche chostoro havessero tempo a dare ordine alia 
" espedizione, e per decta cagione venne Francesco de' 
" Pazzi in quello tempo qui in Fiorenza con dimos- 

" tratione 



186 APPENDIX. NO XXVII. 

" tratione di fuggire V acre, 8cc. £t infra, E da parte 

" del Conte gli sollecitai assai a decta espedizione pri- 

" ma ch' el campo si dividesse. Loro me resposero, 

" che non bisognava speroni, ma morso, & ad omne 

«* modo vedera spedirla in questo tempo, e che io stesse 

" parato, che sperava avvisarme presto quello havesse 

" a fare, e che al sue avviso non preterisse niente, Sc 

" io dissi di farlo, e con questo me n' andai ; 2c non 

" trovando chostoro comoditi di farlo in quello tempo^ 

" deliberarono lasciare stare sin a tempo nuovo, & awiso 

" che se deviasse il campo." 

Et scribit in suis censuris bonus Pontifex ad pacem 
Italiae conservandam se illuc suas copias misisse. Pax- 
ne Italiae erat, an perturbatio ? An aditus Turcorum 
per eversionem Florentinae civitatis, commotio omnium 
Christianorum ? Sunt ociosi Veneti pugnantes tot 
annos contra Turcos pro uni versa Christianitate ; quid 
eos abducere a muro Hierusalem in auxilium sociorum 
quaerit? Est bonus Auditor spiritus prophetici Orfano 
tu eris adjutor ; quid puerum Ducem Mediolani beilis 
implicare conatur ? Est Florentinis forsan foedus cum 
eo, qui irritat Turcum in Christianos, qui eorum agrum 
diripit, incendit oppida, civitatem premit ? Nunc in- 
telligimus cur vendebat Ecclesias. Habebat unde 
simoniam excusare posset : in propugnatores fidei : in 
pupillum Sc viduam : in eos qui semper tcclesiae 
partes secuti sunt. Credebatis omnia Tyresianas cre- 
pidas obligurisse. Restabat 8c quod in hoc sanctum 
opus exponere posset. Appellat bellum pacem noster 
hie Vicarius veritatis, ut omnia ei inversa sunt, 8c a 
contrario sensu interpretata. In cervices Florentino- 
rum, in jugulum hujus populi, qui toties sanguinem 
suum pro dignitate Pontificum fudit, vicinus ille ad 

Montonium 



APPENDIX. NO XXVII. 187 

Montonium exercitus cogebatur, ut cum primum con- 
jurati in urbe homicidium commisissent, externa haec 
auxilia ad fovendam proditionem, vel diripiendam po- 
tius opulentissimam civitatem convolarent. Nam is 
exercitus nonne illius Sixti erat, qui Spoletum, Tuder- 
tumque Apostoli Petri urbes sine caussa diripuit ? Et 
quid pietatis in alienas sperari poterat, si in suas, dum 
longa processione Legatum excipiunt, tam crudeliter 
saevitum est i Quod si Montonio opem ferre voluis- 
sent Florentini, non erat ea vis obsidionis, non tam 
male munitum oppidum, ut propinqua hyeme, nee 
loci domino, duce fortissimo absente, defendi non pos- 
set. Sed facies ejus mendacii, ut ostendimus, tam 
deformis est, quam vultus male compositus. Nam 
nee illud quoque huic purgationi deest, quod in omni- 
bus suis rebus abunde semper subministratur, repug- 
nantia scilicet, Sc sui ipsius redargutio. Immemor 
enim omnium, praeterquam dolosae intentionis, crimen 
nunc appellat, quod olim innocentiam nominavit. Hoc 
ejus ad Laurentium Breve est. Legite cognituri quam 
alius posito, alius sufhpto cucullo sit Monachus. 

Dilecte fili salutem &. Apostolicam benedictionem. 
Intelleximus ex litteris venerabilis Fratris Fr. Archi- 
episcopi Pisani Referendarii nostri te vehementer ani- 
mo angi, quod processus contra Carolum de Fortebrac- 
cis facti, in quibus tui nominis mentio fit missi vulga- 
tique fuerint. Non est, fili dilecte, quod moleste id 
feras ; nos enim optime de tua devotione sentimus, 
innocentiamque tuam exploratam habemus. Nee idcirco 
processus hujusmodi misimus, ut te notare, sed ut 
purgare vellemus. Verba litterarum nostrarum, in 
quibus processus inclusimus, ita sonant, ut ille mentitus 
esse, si forte apud alios jactasset, & viros magnae 

aucto- 



188 APPENDIX. NO XXVII. 

auctoritatis falso nominando, perfidiae suae, favorem 
quaerere voluisse videatur. Nos nihil sinistri suspi- 
cari de tua in nos spectata caritate possumus, 
neqiie unquam suspicati sumus. Quare hortamur, 
ut omnem animi molestiam deponas, tibique per- 
suadea.s nos te unice diligere, & ad paternum nos- 
trum in te amoreni niiiil addi posse, queniadmodum 
ex litteris dilecti filii nobilis viri Hieronymi nostri 
secundum carnem nepotis notum tibi esse potest. 
Datum Romae apud S. Petrum sub annulo Piscatoris 
die XXVII. Pontincatus nostri an. VII. L. Grifus. 

Quid dicitis, Christiani Lectores ? Idem ne est hie, 
qui ob Montonium excommunicat, an latet anguis in 
herba, £c est hamus, non amor, quem paternum appel- 
iat ? Nam eo potissimum tempore Breve hoc reddi- 
tum est, quo, soluta Montoniana obsidione, Romam 
Laurentium attrahere cupiebat. Utrum capiatis dolum 
ne an contradictionem, Sixtianum est. {In margine. 
Nam egregie hie juxta Prophetam mentita est iniquitas 
sibi.') 

IV. De vocato in Thusciam Deiphaebo mala pro 
bonis recipiunt Florentini. Scit enim Sixtus, scit sua 
conscientia, bis hunc venientem ad stipendia Florenti- 
norum, bis sua caussa fuisse rejectum. Recitaremus 
hie iitteras, quibus 8c interrogatus est Sixtus, & re- 
spondit, nisi tribuere nimium etidenti mendacio videre- 
mur, praesertim cum vivat Deiphaebus, qui testis esse 
potest locupletissimus, Sc apud illos militet, potius 
quam Florentinos. Sed dicat, precamur, Deiphaebi 
pecuniae nonne apud suos Pactios erant ? Nonne per 
eos ad paternum regnum aspirabat ? Si aspirabat, Floren- 
tini praeterea cur minus Christiani sunt, quam Veneti, 

quibus 



APPENDIX. NO XXVII. 189 

quibiis Deiphaebum militare conceditur ? At vicini terris 
Ecclesiae non sunt, ut Florentini ; Viciniores Senenses 
sunt Florentinis, & ad hos divertit bis Deiphaebus ut 
ad Florentines : cur his crimen est, quod ill is meri- 
tum ? Nisi quia noverca non mater, ira non ratio banc 
sententiam promulgavit. Sed banc calliditatem quis 
Sixtum nostrum, qui tam simplex haberi vult, docuit ut 
omnem culpam, omnem caussam censurarum & belli 
in solum Laurentium rejiceret, quo dempto intestinis 
odiis capite, facilius reliquum civitatis corpus invaderet. 
Verum altius radices suas agit Laurus. Nimis sua ilia 
viriditas, dum fulmina 8c hyemes contempsit ; nimis 
ante oculos omnium caedes ilia versatur ; nimis cog- 
nitum Laurentium potius fuisse vulneratum, & unicum, 
quern habebat, amisisse fratrem ob patnam, quam 
patriam ob ejus ullam in aliquem injuriam fuisse laces- 
sitam. Nam haec, quae objicit Sixtus, aut publico, 
aut privato nomine sunt gesta. Si publico, auget Lau- 
rentio commiserationem Sc gratiam, quia solus pro 
omnibus patiatur, cum solus praesertim, praeter locum 
relictum sibi a majoribus suis, nihil publici commodi 
capiat, omnia substineat. Si privato, quod fieri nequit 
in urbe libera, acquirit haec iiisecutio tam Sixto odium, 
quia innocentem pro noccinte puniat, quam Laurentio 
auctoritatem, quia umis tot obierit, ut rempublicam & 
communem reliquJs patriam augeret. Nihil enim 
Sixtianam versuciam tam puerilem demonstrat, quam 
fundatum super illato homicidio bellum : hoc Petrum, 
qui sedem erexit, nedum hunc, qui illam dejecit, dam- 
naret. 

V. Ut ad Citernam oppidum insidiis petitum venia- 

mus, & haec multo post reperitur querela tam fulcta 

VOL. Ill, c c veritate 



190 APPENDIX. NO XXVII. 

veritate quam superior. Non occupant per insidias noc- 
lurnas alienas iirbes Respublicae, Sixte Pontifex. Ty- 
rannorum ea ars est, Sc eorum, qui non per comitia, 
sed cubicula res suas gubernant. Ignota cordis pec- 
cata castigas, qui manus 8c oris manifestam injuriam 
intulisti. Centurionis puerum sepelis, qui Lazarum 
in tua sede foetentem non excitas* Sed iiujus tuae 
calumniae quam vel saltern conjecturam affers ? Nonne 
tua Citerna est? Nimium tuis verbis tribui vis, qui 
contra evidens factum sola auctoritate niteris, 8c aucto- 
ritate, cui sine probatione, in terris, quae Ecclesiae 
sunt, credi non debet. Dominus certe, qui est scruta- 
tor covdium, suum Adam saltem citavit, tu alienum ne 
audias opprimis. Si tunc praeterea peccavit Lauren- 
tius, cur nor\ tunc excommunicatus est ? Cur in eum 
solum saevitur ? Certe nulla fuit culpa, quae nuUam 
tunc ab irato judice poenam substinuit. Quod si cle- 
mentiae suae id dari contendat, contendemus 8c 
nos verisimile non esse ut verbis clemens sit, qui 
sanguini non pepercerit. Sed statera dolosa calumniam 
dilexit, 8c ut trabem suam aliena festuca excluderet, 
laborare fecit Dominurn in sermonibus suis, quos etiam 
ne timeamus sanctae nos Scripturae monuerunt. A 
verbis viri jieccaloriH ne timuerUis^ quia gloria ejus stercus, 
i^ vermis est ; hodie extolUtur^ ^ eras non invenitur, quia 
conversus est in terrain suam^ l^ cogiiatio ejus peribit (in 
margine : verba oris ejus iniqnitas iP" dolus noluit intelligere 
ut bene ageret), 

Peregrinorum similiter objectionem non possumus 
non mirari, cum &: Laurentius semper paveret pauperes, 
exceperit peregrinos, liberaverit obnoxios, 8c Florentini 
hoc apprime intelligant, nihil eis esse Romipetis utilius. 

Quod 



APPENDIX. NO XXVII. 191 

Quod si quis mercator in eorum patria spoliatiis ipsos 
transeuntes apud judicem de licentia Pontilicis hie 
convenerit, ac etiam sine solution e dimiserit, non prop- 
terea arbitramur post tantam dilationem, aut civitatem 
hanc debuisse sacris interdici, aut Laurentium, ad quera 
parum ea res pertinuit, excommunicari, aut praedatores 
propterea debuisse ablata non restituere : subjiceremus 
hie fidem oblatorum nisi id melius ipsi testarentur, 
subjiceremus BuUam facultatis in eos concessae, nisi 
longior esset quam nostra haec defensiuncula capere 
possit. Registrum tamen Romae est ; tarn possumus 
nos mentiri, quam ipse non erubescer^. 

VI. De pyratis etiam P'lorentinis videre potius libet 
quam respondere. Quis enim unquam audivit Floren- 
tinos pyraticam exercuisse ? Utinam non fuissent 
semper pyratarum praeda, quam nunquam ejusmodi 
artificium exercuere. Quod si aliquem ejus generis 
hominem ad defensionem suarum triremium conduxcre, 
Sc is aliquid ex se commiserit, num propterea innocens 
pro nocente plectendus erat : num tam atrox sententia 
aliam non requirebat caussae cognitionem ? Sed repe- 
tita tam longo intervallo memoria, tam impudens fuit 
precipitanda sententia. Judicaret saitem quod sentit ; 
aliquam saitem judicii formam praeferret : toleraremus. 
At contra earn innocentiam, quae etiam ipsi judici 
exploratissima est, contra omnem stilum justitiae, om- 
nem ordinem juris sub pretextu notorii, ignoti, nedum 
non probati damnari, non possumus non contemnere, 

VII. Negatam vero a principio Salviato Pisani Ar- 
cliiepiscopatus possessionem tam excusamus, ut dolea- 
mus aliquando postmodum fuisse concessam. Si per- 

stitissemus 



192 APPENDIX. NO XXVII. 

stitissemus in ea inobedientia, nostrae nunc obedientiac 
retribution em non lugeremus. Per eum enim tSixtus, 
ut vidistis, omnem proditionem istam machinatus est. 
Zelo domus Domini, Sc ut aliquid videretur habere 
gustus populus Florentinus, hunc eo anno promotum, quo 
aurato vultu per urbem in bacchanalibus & camelo vec- 
tus est, recusavit primum, acceptavit post ne obstinatus 
videretur, qui jam ostenderat, non sua electione, sed 
ejus, qui hominem propriis manibus consecravit, dig- 
nissimae Ecclesiae male esse provisum : si igitur ante 
obedientiam nihil contra renitentes factum est, ad quid 
post in Laurentium, cujus opera est data possessio, red- 
dita spolia, receptus honorifice fertur censura ? Quid bills 
imperfect! homicidii pro justitia vomitur ? 

VIII. At dicet, suspensus fuit, & per vos laqueo 
necatus. Suspensus leno, suspensus parricida, suspen- 
sus lusor, suspensus proditor ; Sc id in ipsa enormitate 
criminis dum fureret populus in proditores patriae^ 
quorum hie erat caput, dum cives primarii de salute 
patriae trepidabant. Archiepiscopus non erat, quern 
popularis ille furor, dum palatium suum defendit, sus- 
pendit. Archiepiscopi enim talia non faciunt ; arma- 
tus scuto &; ense captus est ; invasor Curiae reten- 
tus. Et quis hunc pro Archicpiscopo cognovisset, 
aut cognitum sacerdotaliter tractasset ? Noluissemus 
ipsmn Sixtum sic inventum fuisse a Savonensibus 
suis. Quod si injiciens manum quocumque modo 
in Clericum excommunicandus sit, cur non hi, qui 
manus injecerunt, excommunicantur ? Quid miser 
Laurentius vulneratus 8c confectus doiore interempti 
fratris juxta illud, ulula abies^ quia cecidit cedrus^ de sua 
vita, de suo statu, de salute patriae anxius impetitur ? 

Quid 



APPENDIX. NO XXVII. 193 

Quid additur afflicto afflictio, 8c pro medela illati vulne- 
ris vulnus adjungitur ? Est ne haec ilia manifesta Sc 
rationabilis caussa, pro qua tantam ferri censurani sacri 
Canones statuerunt ? Est hie gladius ille bis acutus ex 
ore sedentis in throno procedens, ut laudetur peccator 
in desideriis animae suae, Sc iniquis benedicatur ? 
Maledicitur innocens, qui pene occisus est : cccisor & 
proditor patriae, bonae memoriae filius appellatur. 
Haeccine memoria, Sixte Pontifex, tuae bonitatis Sc 
justitiae I Parricidarumne patrem te Cardinales isti 
creaverunt ! Hinc forsan cum hunc solus, £c per saltum 
promovisti, hi vota sua reddere noluerunt, qui tarn bo- 
nae memoriae partem omnem tibi relinquere statuerunt. 
Perfidia fidem, nocentia innocei-itiam, scelus bonitatem 
perdidit, Sc vis ad nomen censurarum benedictum 
maledictum existimemus ? Non sic impii, non sic, 
sed tanquam pulvis, quein projicit ventus a facie terrae, 
frustraque jacitur rete ante oculos pennatorum. Vah 
qui dicis amarum dulce, 8c dulce amarum, ponens 
tenebras lucem, Sc lucem tenebras ! nam sicut avis in 
incertum volans, Sc passer quolibet vadens, sic maledic- 
tum frustra prolatum venit super eo, qui misit illud ; 
propiores enim sunt ligationi manus habentis potesta- 
tem ligandi, quam ejus, qui iigandus sit, aut solvendus. 
Idem Sc de reliquis Cardinaiis familiaribus, qui armati 
inventi sunt, referemus Clericos non esse, qui Domini 
sorte relicta arma capiunt Sc daemones sequuntur; ait 
enim Scriptura de ejusmodi Clericis, Clericatus eorum 
non proderunt els, Quis viros graves, nedum furentem 
multitudinem requirat, ut ad pectus manus contineant, 
si videant capi arcem suae civitatis, opprimi libertatem, 
occupari patriam per proditionem ? 

Excom- 



194 APPENDIX. NO XXVII. 

Excommunicet eos, qui contra omnem religionem, 
contra omnem aequitatem, contra omnem humanitatem 
benemeritos de se cives 8c hospites offenderunt, non 
cos, qui se defenderunt, & pro patria demicaverunt. 
Geterum libenter hie intelligeremus ab eo, qui tot tam 
tonstanter proponit, unde nunc maledicat, quod modo 
benedixit. Nonne ilia sua vox fuit, cum audivit sus- 
pensum fuisse ob proditionem Archiepiscopum & Sti- 
patores : " Benedicti vos a Domino, qui hominem 
" suspendistis ; nunquam voluissemus praefecisse eum 
" illi Ecclesiae." Nonne etiam mentionem habuit de 
mittendo Florentiam Legato qui afflictos consolaretur ? 
Et unde post tam repens exorta in contrarium senten- 
tia ? Tam subito mutata in crudelitatem commiseratio ? 
Nondum erat for s an captus Jo. Baptista, qui, sua con- 
fessione, Sixti occultam voluntatem in apertam neces- 
sitatem converteret : vel pendet ab alio, & est Vicarius 
alicujus hostis nobis ignoti, & hominis, utinam boni, non 
ejus qui Ecclesiam suam super firmam petram fun- 
davit : utinam boni diximus, utinam non ejus, qui 
fines sibi extendere non potest, nisi suos minuat Eccle- 
sia : ejus, qui suum alienis stipendiis bellum gerit, ejus 
qui non tam pii Pontificis opera Romanae sedi erat 
obnoxius, quam hunc suo commodo nunc sibi manci- 
pium fecit. Nam credit ne Sixtus ad minimum usque 
quadrantem stipendia haec illi se non soluturum ? 
Urbes Ecclesiae nunc emuntur, dum exhausti Pontificis 
mala coepta foventur. Percurrimus haec singultuoso 
stilo & abrupto, quia dolor orationem mutilat. Quis 
enim magis vulnera sentit Ecclesiae, quam Florentinus ? 
Si tam Hispanum aut Ligurem ejus calamitas tangeret, 
non adeo dolenter cladem illius & nostram intueremur. 
Privigni mutrem in filios armaverunt, & ubera, quae 

reple- 



APPENDIX. NO XXVII. 195 

replevimus, in amaritudinem nobis 8c venenum conver- 
terunt. 

IX. Sed ad captum Cardinalem veniamus, in cujiis 
oculis caedes ilia nefandissima, 8c sacrilegium commis- 
sum est. Qua in re si pro bono opere lapidatum Lau- 
rentium videbitis, credetis 8c reliquas purgationes ejus 
non minori dignas esse commiseratione, quam fide. 
Hoc litterarum ipsius Cardinalis ad Pontificem exem- 
plum est : ipse de se testimonium prehibeat, qui scit, an 
caperetur, an a furore populi Laurentii opera libera- 
retur. " Paucis ante diebus, Beatissime Pater, Sane- 
" titati Vestrae significavi liberam mihi abeundi facul- 
" tatem fuisse concessam. Declaravi praeterea, 
" quantum huic Senatui, Sc praesertim Laurentio Me- 
" dici ob mirificam in me pietatem essem obnoxius. 
" Postremo Sanctitatem Vestram suppliciter obsecra- 
" bam, ut pro beneficiis in me suo nomine collatis, 
" beneficio aliquo Florentinos afficeret ; verum longe 
" me mea fefellit opinio, siquidem nuntiatum, populo 
" Florentino &c Laurentio praesertim sacris interdic- 
" tum fuisse, & quibus bona desiderabam expectabam- 
" que, mala nunc (heu miser !) video contigisse : 
" mirabitur forte Sanctitas Vestra, quod me modo 
" miserum nuncuparim. Quid mirum ? Exprimere 
" non possum, Beatissime Pater, quanto dolore pre- 
" mar, quod vel parum apud Sanctitatem Vestram 
" meae preces valuisse putentur, vel in eos ingratus 
" existimer, quibus usque adeo gratus esse percupio, 
" ut non prius abire hinc meo quidem judicio decere 
" videatur, quam lata in eos sententia retractetur. Si 
" pietas de Medicis huic populo manifestissima 
" Beatitudini Vestrae satis nota esset, nunquam tan- 

" quam 



196 APPENDIX. NO XXVII. 

" quam impios eos execraretur. Quantum laetatua 
" sum, quando me Vestra Sanctitas Cardineis tltulis 
" declaravit, tantum certe, multoque magis gaudebo, 
" cum sensero meo nomine hos optimates optima de 
" nobis meritos, aiiquando muneribus gratitudinis or- 
" navisse. Tunc maxime Beatitudini Vestrae me 
" commendatum esse cognoscam, cum Senatum hunc 
*' Laurentiumque nostrum imprimis intelligam com- 
" mendatum. E Monasterio Annunciatae Florentiae ; 
" die 10. Junii 1478." Quid igitur captum Cardina- 
lem queritur Sixtus, si ipse se liberum 8c debitorem 
Laurentio profitetur ? Si honorifice ac etiam praestitis 
in sumptus itineris pecuniis remissus, si redditum illi 
bonum pro malo contra morem Sixtianum est ? Quod 
de superioribus, quae tam recentem Sc manifestam 
redargutionem non habeant credendum, si in hoc tan\ 
evidenti mendacio non verum deprehenditur : nam ipse 
quoquemet Sixtus per Episcopum Modrusiensem gra- 
tias retulit Magistratui Florentino, quod roganti Cardi- 
nali suo & exigenti deductio in Palatium concessa 
fuerit, quod a furore populi liberatus, quod, honorifice 
tractatus. Sed prostituta mulier, ut diximus, 8c extra 
Monasterium Monachus ejusdem frontis sunt. Nos 
vulnera Sc necem ostendimus, ille verba k. fictas calum- 
nias adducit : nos eversam pene ipsam Rempublicam 
proponimus, ille pro remedio tam enormis injuriae 
Oratoi em nostrum Sc mercatores Florentinos, qui Romae 
versabantur, capi jubet : nos Cardinalem servatum 
remittimus, ille civitatem sacris interdicit, parat exer- 
citum, ut corpora simul, 8c animas bonus pastor in- 
terimat. Ob ?iecatos inquit, Ckricos : non dicit, armati 
erant, palatium capiebant, seditionem move rant, janito- 
rem Curiae, abreptis clavibus, tenebant, gladios in 

jugulum 



APPENDIX. NO XXVII. 197 

jugulum Dominoriim vibrabant, Julianum occiderant. 
Accersendine erat tempus Joannem Andreae, qui cap. 
Si quis suadente diabolo declararet ? Suasit id Dominus, 
suasit natura, suasit ratio ; privilegio privatur, qui 
privilegio abutitur : nee ideo Ecclesiastica dignitas 
pe rmibsa est, ut clericus grassari in Ecclesia permit- 
tatur. 

Sed quis judicem eum existimet, qui gestae rei 
partem unam tantum, Sc illam multo aliter, quam ^esta 
sit, in sua sententia exprimat ? Trucidati in Ecclesia, 
sine caussa vulnerati inter Missarum solemnia sine ullo 
Dei respectu impetimur. A proditore, ab hoste aperto 
judicamur. Et quis banc censuram timeat ! Quis 
non clamet in coelum t Quis non premat calcibus 
omnem religionem, omne exetrationum genus, nedum 
banc venientem a tarn iniqua proditione sententiam. 
Nescimus quidem utro major sit, Sixti ne temeritas, an 
injustitia, qui censuris & armis credat commissum ho- 
micidium 8c seditionem justificare. {In margine, Pug- 
nant sane inter se vis & censura ; qui utrumque adhibet, 
utroque indiget. Vim prohibuit Dominus Pastoribus, 
cum jussit Petro, ut etiam pro se Christo gladium non 
educeret.) Censuram quoque aliter alius Sixtus, quam 
hie noster exerceat, instituit. Scribit enim hie Hispanis 
Episeopis. Incerta nemo Pontificum judicare praesu- 
mat, & quamvis vera sint, non tamen eredenda, nisi 
cum certis indiciis comprobantur, nisi cum manifesto 
judicio convineantur, nisi quae judiciario ordine publi- 
cantur. Hie Christianior Christo, Sixtior omni Sixto 
vim Sc arma in Christianos, censuras contra omnem 
ordinem juris exercet. Sed qui nee Christum audit, 
nee Secundum Sixtum &; se ipsum judicat, jam a qui- 
voi,. III. n d bus 



198 APPENDIX. NO XXVII. 

bus audiendus sit vos judicate, qui Sc ilium & nos 
audistis. 

X. Duo haec sunt capita suarum censurarum : de- 
tentio Cardinalis &: suspensio Archiepiscopi ; reliqua 
omnia pro fulcris istorum congeruntur. Cardinalem 
non hostiliter, sed reverenter, non temere, sed sapienter 
fuisse servatum per ejus litteras, redditum per rem 
ipsam probavimus. Quern si etiam vi, nedum precibus 
Sc sumptibus publicis in privata custodia, nedum Pala- 
tio publico Florentini, postquam audierunt suos Romae 
esse conjectos in arcem Adriani, tenuissent, a sacris 
canonibus ob rerum suarum defensionem non discessis- 
sent. Liber enim erat servatus, sedato jam populo, 
Cardinalis, cum auditur Romae captos esse Florenti- 
nos, ac eorum bona omnia pene esse direpta. Quo 
factum est, ut Cardinalis non tanquam obses, sed inter- 
cessor servaretur, illisque redditis redderetur. Ar- 
chiepiscopum quoque non fuisse, nedum suum Episco- 
pum, quem Florentini suspenderunt, at Salviatum 
indicat Innocentius, qui diffidatum appellat, excommu- 
nicatum, & sine alia declaratione omni dignitate priva- 
tum eum, qui per assassinium hominem Christianum 
occideret. Direptionem domus Laurentii promiserat 
occisori Laurentii, Sc licet laqueus contritus sit, non 
minus tamen ipse degradatus est. Nee dicat liabito 
etiam consilio id factitatum esse ; aliud enim illi Palatii 
liberatores non consuluere, nisi ut subito, Sc priusquam 
id Laurentius intelligeret, suspenderetur ; timebant 
enim ne ob religionem id in Archiepiscopo statueret, 
quod in Cardinale mandaverat. Repentinus fuit tu- 
multus, repentina, 8c nuUo Priorum rite communicate 
consilio, adhibita sunt remedia. Notum praeterea 

adhuc 



APPENDIX. NO XXVII. 199 

adhuc non erat his, qui se defendebant, quo in statu 
civitas esset, quamquam serperet in familias Pazziorum 
factio. Sciebant autem solere in seditionibus, demptis 
capitibus, & reliquos conjuratos arma deponere. Erat 
enim adhuc in armis eques Pactius. Veniebant hinc 
Tiferno per Senenses, hinc Foro Cornelio per agrum 
Mugellanum in auxilium conjuratorum copiae Sixti- 
anae, quas verisimile erat subsistere, audito ^um, qui 
Palatium capturus erat, esse suspensum. Nonne lice- 
bat nascentem flammam, vel natam potius, priusquam 
invalesceret, exstinguere ? Hinc Salviatum, non Ar- 
chiepiscopum, absque ulla quaestione, vix scelus con- 
fessum, e fenestris precipitarunt, nee Cardinali igitur, 
nee Archiepiscopo injuria illata est. Tarn canonice 
nobiscum egissent ipsi, tarn Christiane, tarn ex lege 
vixissent, quam eos clementius quam decuit tractavi- 
mus ? Quid enim hi sunt aut virtute aut nobilitate ad 
Julianum Medicem, quern nobis occiderunt? Sed vi- 
deat Cardinalis, ne plus injuriae ejus restitutio suis in- 
tulerit, sublata belli caussa, quam detentio : ut enim 
dignitatem illam homicidio praeposuerat, sic materiem 
belli & ansam esse cupiebant. 

XI. Restat itaque, ut sententia nulla sit, quae 
nullam habuit judicandi caussam : falsum sit judicium, 
quod mendacio nititur. Excommunicatus non sit, qui 
alios excommunicare vult violenter Sc injuste. Acce- 
perit Spiritum Sanctum, non simoniace sit creatus, qui 
vocem suam veri Pastoris, non haeretici hominis vult 
haberi. Praeveniat citatio oportet ex jure Divino, 8c 
alibi quam Romae in faucibus hostium, ut Laurentius 
recte excommunicetur, eb id enim potissimum Clemens 
sententiam Henrici Imperatoris in Robertura Regem 

non 



200 APPENDIX. NO XXVII. 

lion revocavit, qui eum ad locum suspectum citaverat. 
Moveat uliud opus est quam perficiendi homicidii desi- 
denum, ut injustitia, non odium videatur. Vuliiera 
enim fasciolis non gladiis, offensae indulgentiis, non 
censuris leniri solent. At Sixtus veneimm vulneri, 
liastam gladio, exercitum sicario addidit, h qu.ndo 
obclucta jam erat cicatrix, muris Hierusalem admovit 
machinas, censuras publicavit. Peccarit sane Lauren- 
tius quam dicit, commiserit quae congerit ; num prop- 
terea erat a religioso Pontifice necandus in P'xclesia, 
num mittendus exercitus in eos, qui Laurentii non 
sunt ? {In margine : quae enim utilitas in sanguine pec- 
catoris ? non infernus confitebitur Deo, neque mors 
laudabit eum.) Sentimus, quod nusquam legimus, 
expugnationes urbium, direptiones templorum, vesta- 
lium, puerorumque raptus, sanctum omne Sc innocens 
concedi praedae militari, baculum esse & disciplinam 
Pontificis in eos maxime, quibus, si interrogetur cur 
bellum intulerit, nesciat ipsemet vel unam caussam 
assignare, nisi dicat, ut Florentinos pro Comite Hieronymo^ 
occisos firo homicidia puniam, Excommunicationis enim 
aliqua praetendi a Pontifice caussa potuit ; belli contra 
eos, qui semper juri paruerunt (in margine : nisi sanc- 
tior Nicolao, qui scribit, sancta Dei Ecclesia gladium 
non habet nisi spiritvalem^ quo non occidit^ sed vivijicat) 
nesciraus aliam, quam imperfectum in Ecclesia homi- 
cidium. Execrationem quoque in Laurentium latam, 
ex Sixto, quantum videmus, excerpsit, ubi discipli- 
nans, non eradicaiis jubetur esse, censura. 

Hinc illam imprimi fecit, non contentus calamo, 
illam vendi in campo Florae, non contentus valvis Ec- 
ciesiarum, ut ejus disciplina ad eos prius perveniens, 

ad 



APPENDIX. NO XXVII. $oi 

ad eos quos non pertinebat, eradicans esset non emen- 
dans. Hinc etiam mandat populo, ut Priorum ac 
Octo virorum aedes tarn publicas quam privatas demo- 
liatur. Prudens sane, grata, ac religiosa sententia, 
credit eos qui defenderunt esse offensuros. Provocat 
in servatores Cardinalis eos qui discerpere Cardinalem 
voluerunt. Praecipit contra Jus Divinum ac praecep- 
tum Domini, ne occidas, ut ejus videatur Vicarius, qui 
animam suam posuit pro ovibus suis. Non contentus 
caede una, totam urbem involvere eadem ruina conten- 
dit ; quis enim tarn inops mentis est, ut credat, sine 
caede multorum Sc sanguine sex Sc triginta domos op- 
timatum posse subvert! ? Virum autem sanguinum 8c 
dolosum quomodo patietur Dominus illud subjicere, 
jubtam vel injustam Pastoris sententiam esse timen- 
dam ? Nam illud quoque sacri Canones addidere, con- 
tra notoriam Sc manifestam caussam sententiam non 
valere. Si praeterea dixit timendam, non jussit obser- 
vandam fin margine : nam praevidens hoc flagitium 
Spiritus Sanctus praedixerat per Prophetam ; con side- 
rat peccator justum, & quaerit interficere eum : Domi- 
nus autem non derelinquet eum in manibus ejus, nee 
damnabit eum, cum judicabitur illi), maluntque boni 
judicio falsi Pastoris damnari, quam in minimam Evan- 
gelii litteram impingere ; sed banc quoque suam hu- 
jusmodi sententiam, constans sibi Pontifex, quodam- 
modo paullo post abrogavit. Scripsit enim mox eidem 
populo, quem sacris interdixerat Breve in haec verba. 
" Si qui bunt, qui existiment nos defecisse a desiderio 
" juvandae Reipublicae Christianae, 8c arma adversus 
" civitatem istam movere, errant quidem vehementer ; 
** nam neque publicae saluti nunquam deerimus, neque 
" adversus civitatem Florentinara, quam semper ex 

" cordc 



302 APPENDIX. NO XXVII. 

" corde dileximus, quicquam sinistri cogitamus. Absit 
" a nobis haec cogitatio." 

Quomodo autem quis diligatur & interdicatur, nihil 
sinistri in eum cogitetur, & militum direptioni detur, 
hi judicent, qui noverunt quam differat in hypocrita 
manus ab ore, ab opere verbum. Et audebit etiam 
aliquando dicere se ad libertatem Ecclesiae defenden- 
dam bellum Florentinis movisse, qui fecit earn servam 
omnium saecularium : qui prius earn lavit sanguine in- 
nocentis, quam suis purgavit sacrilegiis ; qui eami spe- 
luncam latronum reddidit, omnique immunitate spoli- 
avit ; qui denudavit femur virginis in confusione ; qui 
caedem, quam nunquam intulit Italiae, prius libidini 
unius juveni, prius militari praedae, quam transalpinis 
nationibus concessit. Deus, qui absconditorum es cog- 
nitor, qui nosti omnia antequam fiant, tu scis, quia 
falsum testimonium tulit contra nos, nee oblitus es sea- 
belli pedum tuorum in die furoris tui. 

In tam manifesta itaque innocentia lacessiti, non 
servata forma, non servato jure, damnati, ad quern 
recurremus ? Ad Pastorem animarum nostrarum ? 
At is pro remedio perturbatae pacis, tentatae tyrannic 
dis, invasi Palatii, afHictae civitatis, vulnerati Lau- 
rentii, occisi in Ecclesia per proditionem Juliani ex- 
communicat, interdicit, & Curiam ac domos Prin- 
cipum civitatis solo aequari jubet, obsidet oppida nos- 
tra, diripit segetes, urit villas, sugentes ubera Sc om- 
nem moventem feras aetatem militum suorum furopi 
exponit. Oh Pastor ! Oh idolum derelinquens gre- 
gem 1 Gladium super brachium ejus, Sc super oculum 
dextrum ejus : brachium ejus ariditate siccabitur, & 
• oculus 



APPENDIX. NO XXVIL 203 

oculus dexter ejus tenebrescens obscurabitur. Ad 
alterum igitur lumen, ipsum scilicet Caesarem semper 
Augustum confugiemus ; id enim Dominus, ut huic 
nocti praeesset creavit ; Christianissimum Regem Fran- 
corum, in cujus tutela Christi Ecclesia est, sub cujus 
alarum umbra populus Florentinus semper protectus 
est, invocabimus ; omnes Principes Sc populos Christi- 
anos implorabimus, ut quando jam vident simoniace 
creatum Pontificem, templa, Cardinales, Missas ad 
homicidia fidelium exercere, Concilium (in 77iargine^ 
ad quod appellaviiiius) amplius non differant : sponsam. 
i.Uius, in cujus sanguine baptizati sunt, a tanta turpi- 
tudine liberent : dicimus Ecclesiae, ut qui Ecclesia 
sunt, per Evangelium quod ita praecipit, nos obdurate 
huic inauditus audiant. Dolenter, £c eo impellente, 
id facimus. Sed cum Deo resistat, qui veritatem re- 
primit : turbinem metat, qui ventum seminavit (in 
margine : Tninoris enim Jieccati esf, inquit Hieronymus, 
segui malum quod bonum fiutaris^ quam non audere defen- 
dere quod bonum pro certo noveris : 8c Bernardus ; melius 
est ut scandalum oriatur^ quam Veritas relinquatur ), 
Abeat itaque leno, casta erit mater : angularem lapi- 
dem non premat petra scandali, 8c non erit ultra offen- 
diculum amaritudinis, nee spina dolorem inferens. 
Stuporem enim dentium, £c omnem hunc nobis infide- 
lium morsum acerbae uvae paternae pepererunt. No- 
vistis multi Julianuiii Medicem, bonitatem ejus 8c vir- 
tutem pene omnes audistis. Cedri non fuerunt alti- 
ores illo in paradiso Dei, 8c tamen in templo per pro- 
ditionem Pontificiam tam crudeliter occisus est. San- 
guinem ejus de manu Sixtiana requirens Dominus, 
non potest 8c eorum, qui haec patiuntur, consensum 
non requirere. Mercenarium jam pro Pastore habi- 

tum 



204 APPENDIX. NO XXVII. 

turn alieno sanguine cognoscite. Fructus ejus obscuri 
non sunt ; simonia, luxus, homicidium, proditio, hae- 
resis. Jam siquid aliud expectatis, quod mentita ves- 
timenta, Sc quid intrinsecus sit declaret apertius, simi- 
lem aliquain nostrae proditionem, 8c insuper belium 
expectatis. 

Columnae Sc vos aureae super bases ars^enteas, lapi« 
dem, quern dedistis offensionis, excutite. Non negate 
suos cardines templo, cujus vectes is jam demolitus est. 
Turbatur navir.ula Petri, quod in ea erat Judas fin mar- 
gine^ intus est qui concitat tempestatem). Dicite illi 
erranti cum Domino. Vadt fiost Sathana^ scandalum nobis 
es ; non sapis quae Dei sunt, Infatuatum sal foras inittitCy 
priusquam conculcetur ah hominibus, Minatur enim vobis 
Dominus in matre, si pudori illius non consulitis. Oblita 
es, inquit, legis Dei tui, obliviscar filiorum tuorum, 
auferat fornicationes a facie sua, & adulteria sua de me- 
dio uberum suorum, ne forte expoliem earn nudam, Sc 
statuam eam secundum diem nativitatis suae. 

Dominus Deus noster. cujus manus est super omnes, 
qui quaerunt eum in bonitate, custodiat corda vestra, Sc 
intelligentias vestras. Liberet vos a falsis Pastoribus, qui 
veniunt in vestimentis ovium, intrinsece autem sunt lupi 
rapaces. 

Datum in Ecclesia nostra Cathedrali Sanctae Repa- 
ratae 23 Julii 1478. 



I 



APPENDIX. NO XXVm. 205 



NO XXVIII. 



Excusatio Florentinorum per, D, Bartholomaeurn Scalam 
ex MS, Codicc Bibliothtcae Stroctianae, 

iblNGULIS atque universis, in quos haec scripta incide- 
rint, Priores Libertatis, & Vexillifer Justitiae Sc Populus 
Florentinus salutem. 

Rem sumiis narraturi inauditam 8c novam, adeo 
alienam ab omni humana natiira 8c consuetudine Vi- 
vendi, ut nihil dubitemus omnes qui audierint, vehe- 
menter tantam atrocitatem, atque immanitatem rei ad- 
miraturos. Movet autem nos non caussa modo nostra, 
ut haec scribe remus, 8c nota faceremus, sed Christiana 
etiam 8c publica, quae profecto, his gubernatoribus, 
his moribus, dilabatur brevi, 8c funditus dispereat 
necesse est. Dum enim Religionis nostrae hostis 
post tot tantasque de bonis claras victorias in limine 
insultat, Italiae superbissimus atque formidabilissimus, 
dum imminet cervicibus nostris, Sc comminatur Romae, 
Sc nomini Christiano excidium, Sixtus Romanus Pon- 
tifex, Sc illi sui praeclari rerum administratores pro- 
ditionibus dant operam sceleratissimis : insidiantur 
vitae 8c libertati populorum ; incessunt maledictis 
cunctos bonos ; interdicunt sacris admodum execra- 
biliter, ac bellum inferunt Christianis ; Sc direptioni- 
bus Sc praedae atque incendiis, quocumque arma con- 
vertunt, pro viribus involvunt ; nihil pensi aut ha- 
bentes, sed foedantes omnia divina atque humana, 
barbaro potius quodam 8c ferino, quam aliquo humano 
more. Certo scimus non facile fuisse nos assensicnem 
VOL. III. E e adepturos 



206 APPENDIX. NO XXVIII. 

adepturos ob tarn nefarii facinoris magnitudinem ; sed 
fama rei gestae jam per universum fere orbem vulgata, 
patrocinatur vero, & fidem scriptis his pulcherrime 
procurat. Quod si ex primis quoque scelerum Minis- 
tris audientur ea, quae ipsi cum in nostras devenissent 
manus morituri fassi sunt, & chirographo suo tradide- 
runt nobis, erit profecto apud vos omni ex parte cor- 
roborata 8c stabilita Veritas. Igitur visum est, ut ordi- 
nein omnem rei ipsi edoceant. Ex ipsis ergo Johan- 
nem Baptistam de Montesicco audiamus ; ipse rem 
omnem ordine aperiet, cujus attestationis exemplar hoc 
est, videlicet. 

Questa sera la confessione, la quale fara Giovam- 
batista da Montesicco de sua mano propria, in la quale 
fara chiaro a omne uno V ordine, Sc el modo dato per 
mutar lo stato della citta de Fiorenza, comentiando 
dal principio infino alia fine, ne lasciando cosa alcuna 
inderietro, imo in narrando tutte le persone, con chi 
lui n' aveva auto colloquio, & particolarmente narrando 
le puntali parole auto con tutti quelli, con chi n' ha par- 
lato ; e prima con 1' Arcivescovo e Francesco de' Pazzi 
ne parlai in Roma in la camera del detto Arcivescovo, 
dicendome volerme revelare un suo secreto Sc pensiero, 
che avevono piu tempo auto core, e qui con Sacra- 
mento volse, che io gli promettessi tenerli secreti, ne de 
questa cosa parlarne, ne non parlarne se non quanto saria 
il bisognio, e quanto porteria, e vorria a loro, Sc io cosi 
gli promissi. 

L' Arcivescovo comincio a parlare, facendome en- 
tendere, como lui e P'rancesco avevono el modo di 
mutare lo Stato di Fiorenza, e che determinavono ad 

omnc 



APPENDIX. NO XXVIII. 207 

omne mocio farlo, & die ci voleva 1' ajuto mio. lo 
glie rispuosi, die per loro faria ogni cosa, ma essendo 
soldato del Papa e del Conte, io non ci podeva iiiteiv 
venire ; loro mi rispiioson : como credi tu die noi 
faremo questa cosa senza consentimento del Conte ; 
imo cio die si cerca, e die si fa per esaltario e magni- 
iicario cosi lui, come noi, e per mantenerlo nello Stato 
suo, avvisandoti, die se questa cosa non si fa, non ghe 
daria del suo Stato una fava, perclie Lorenzo de' Me- 
dici gli vuol mal di morte, ne crede die sia uomo al 
mondo, die gli voglia peggio ; e dopo la morte del 
Papa non cerchera mai altro die torli quel poco Stato, 
e farlo mal capitare della persona, perclie da lui se 
sente grandemente ingiuriato. Et volendo io enten- 
dere el perclie &c la cagione Lorenzo era cosi inimico 
del Conte, mi disse cose assai sopra questa parte e della 
Depositeria e dell' Arcivescovato di Pisa, Sc piu cose, 
die sareano longhe a scrivere ; e in fine fu fatto questa 
conclusione, die dove concorreva 1' onore, e utole del 
Conte, Sc el loro, io mi sforzeria a fare juxta posse tutto 
quel, die pel Conte mi sara comandato ; Sc tutte 
queste cose furono comune frallo Arcivescovo Sc 
Francesco, Sc die un altro di se devesse essere insieme 
Sc con il Conte proprio, e pigliare determinazione de 
quello s* aveva da fare, Sc cosi se remase. Sec. La 
cosa remase cosi per parecchi giorni, ne me fo detto 
altro, ma so bene, die fra I'Arcivescovo e Francesco Sc 
el Signer Conte ne fo in questo tempo parlato piu 
volte. 

Dapoi un giorno fui chiamato dal Signor Conte in 
camera sua, dove era I'Arcivescovo, e cominzio a par- 
larsi de novo di questa cosa, dicendome el Conte ; 

I'Arci- 



208 APPENDIX. NO XXVIII. 

V Arcivescovo me dice, che t' hanno parlato d' una 
faccenda, che avemo alle mani : que te ne pare ? lo 
gli rispuosi : Signore, non so que me ne dire di questa 
cosa, perche non la intendo ancora ; quando 1' avero 
intesa, diro el mio parere. L'Arcivescovo : como non 
t' ho io ditto, che volemo mutare lo Stato in Fiorenza f 
Madiasi che me 1' avete detto, ma non m' avete detto 
el modo ; che non avendo inteso el modo, non so que 
ne parlare. Allora e V uno e 1' altro ussinno fuora, e 
cominciorno a dire della malivolenza e mal animo, 
che '1 Magnifico Lorenzo aveva contro de loro, e 'n 
quanto pericolo era lo Stato del Conte dopo la morte 
del Papa, & che mutandosi ditto Stato saria uno sta- 
bilire el Sig. Conte da non possere avere mai piu 
male, e che per questo si voleva fare ogni cosa. E 
domandandoglie io del modo e del favore, mi dissero ; 
noi averemo questo modo, che in Fiorenza e la casa 
de' Pazzi e de' Salviati, che si tirano dietro mezzo la 
citta di Fiorenza. Bene ; avete A^oi pensato el modo ? 
El modo lassa io pensare a costoro, che dicono non 
potersi fare per altra via, che tagliare a pezzi Lorenzo 
e Giuliano, & aver poi preparato le genti d' arme, 8c 
andarsene a Fiorenza, e che bisogna accumulare queste 
genti d' arme in modo, che non se ne dia sospetto: 
che non dandose suspetto, ogni cosa verria ben fatta. 
Io gli rispuosi : Signore, vedete quel che voi fate : io 
vi certifico, che questa e una gran cosa ; ne so como 
costoro se lo possono fare, perche Fiorenza e una gran 
cosa ; e la Magnificenza di Lorenzo ci ha una grande 
benevolenza, secondo io intendo. El Conte disse : 
dicono costoro el contrario ; che ci ha poca grazia, Sc 
e malissimo voluto, & che morti loro, ognuno giungera 
le mani al Cielo. L'Arcivescovo usi fuora, e disse : 

Giovam- 



APPENDIX. NO XXVIII. 209 

Giovambatista, tu non sei mai stato a Fiorenza : le 
cose de la, & la cognizione di Lorenzo noi lo 'ntendi- 
amo meglio di voi, e sappiamo la benevolenza e la ma- 
levolenzia, che egli ha in nel popolo, e de questo non 
dubitare, che la reussira, como noi siamo qui. Tutto 
el facto e, che ce resolviamo del modo. Bene ; que 
modo ci e? El modo ci e riscaldar Messer Jacomo, 
che e piu freddo che una ghiaccia ; e como aviamo 
lui, la cosa e spacciata, ne n' e da dubitar punto. 
Bene ; a Nostro Signore como piacera questa cosa ? E' 
me respuosoro : Nostro Signore li faremo far sempre 
quello vorrimo noi, 8c ancora la Sua Santita vuol male 
a Lorenzo ; desidera questo piii che altro che sia. 
Aveteneghe voi parlato ? IN'Iadiasi, e faremo che te ne 
dira ancora a tc, e te fara intendere la sua intenzione. 
Pensiamo pure in que modo possiamo mettere le genti 
d' arme insieme senza suspetto, che 1' altre cose passa- 
ranno tutte bene. Fo preso el modo di far far la mos- 
traj e de mutare le genti d' arme da stanzia a stanzia, e 
mandare quelli del Signor Napolione in quello di Todi e 
de Perusia, e cosi el Signor Giovanfrancesco da Gon- 
zaga ; e cosi fo dato ordine. Da poi comincio andar 
per il tavoliero el fatto del Conte Carlo, e per ditta 
casione bisogno mettere insieme ognuno, che 1' ebbero 
molto caro : Sc essendo il campo del Conte Carlo in 
quello di Siena, 8c comprendendose chiaramente la cosa 
non avere durata, fu fatta deliberazione d' andare a 
campo a Montone, e tenere in tempo 1' assedio piu che 
se posseva, a cagion che costoro avesser tempo a dare 
ordine alia spedizione della faccienda ; e per detta oc- 
casione venne Francesco de' Pazzi in quel tempo qui in 
Fiorenza con demostrazione di fuggir 1' aiere, Sc fo a 
questo effetto ; 8c essendo stato dttto Francesco per 

alcuni 



510 APPENDIX. NO XXVIII. 

alcuni giorni, scrisse a Roma all' Arcivescovo, como 
passavano le cose, £<. che bisognava riscaldare e pun- 
gere Messer Jacomo, e farghe intendere tutti li favori 
se ara in questa cosa, Sec. Et il niodo delle genti d' 
arme, e tutto quello favore se podeva avere, farglielo 
intendere chiaramente, & inteselo se lassasse poi il 
pensiero a lui, che a tutto daria buon ordene ; Sc ac- 
cadendd in quello medesimo tempo la malattia del Sig. 
Carlo di Faenza, & essendo stato longo tempo amma- 
lato, venne in pericolo de morte, Sc dubitandose assai 
della morte sua, parse al Conte Sc alio Arcivescovo 
avere scusa licita di mandarme qui con intenzione, 
che io vedesse i modi di questa citta Sc ancora del 
Magnifico Lorenzo, e che io parlasse con seco, Sc in- 
tendesse da lui, volendo el Conte cercare de aravere 
el suo stato, cioe Valdeseno, que favorise podeva avere 
de Sua Magnificenza e da questa Repubblica per suo 
mezzo, & che glie fesse intendere, che il Sig. Conte 
sperava piii in sua Magnificenza, che persona del 
mondo, e che in questo io intendesse il consiglio 8c el 
parere suo, e che gli fesse ancora intendere, che non 
ostante alcune cose fossero state fra loro e '1 Conte, 
le voleva buttare tutte da parte, 8c in omne cosa de- 
sponerse a compiacerlo, 8c averlo in loco de patre ; 8c 
con molte altre buone parole appresso, quali erono la 
maggior parte simulate. Et arrivando qui tardi la 
sera, non poti parlare con Sua Magnificenzia. La 
mattina andai a trovarlo, e se ne venne di sotto vestito 
a nero per la morte dell' Orsino, 8c fommo insieme, 
ne altramente me respuose, che si fosse stato patre del 
Conte, ne con altro amore, in modo che a me fe ma- 
ravigliare, avendo inteso da altri, 8c poi ritrovandolo 
cosi ben disposto in le cose del Conte, che varamente 

non 



APPENDIX. NO XXVIII. 211 

non s'averia possuto parlore per niimo fratello piu amo- 
revolmente, che me parlo, dicendome : Tu te ne girai 
a Imola, e vederrai come trovi le cose, e daraimene 
avviso de quello te parera s' abbia a fare dal canto 
nostro, che tutto si fara senza mancare de niente per 
satisfare alia Signoria del Conte, al quale e in questo 
Sc in omne altra cosa me sforzero sempre a satisfarlo 
.... con li piu amorevoli ricordi che possesse mai 
patre a figliolo, li quali ricordi li tacero per bene: la 
sua Magnificenzia gli deve bene avere a memoria : 
per quando gli parra, che io gli chiarisca, pensece 
bene e diamene avviso, che io gli chiariro. 

Dipoi me ne andai all' ostaria della Campana a 
desinare ; et avendo a parlare a Francesco de' Pazzi, 
& con Messer Jacomo pur de' Pazzi, ai quali avevo 
lettere di credenza del Sig. Conte e dello Arcivescovo, 
infin che si desino, mandai ad intendere qui n' era de^ 
loro : me fo detto, che Francesco era andato a Lucca, 
e ncn c' essendo, mandai a dire a Messer Jacomo pre- 
detto, che io aveva bisogno de parlarli, & de cose de 
'mportanza, Sc che se voleva, che io andassi a casa sua, 
che io anderia, Sc se lui voleva venire all' ostaria, che 
io r aspettaria. Messer Jacomo predetto venne all' 
ostaria della Campana, dove lui & mi ci ritirassimo in 
una camera in segreto, h per parte del Nostro Signore 
el confortai, e salutai, 8c cosi da parte del Sig. Conte 
Jeronimo e dell' Arcivescovo, de' quali Conte & Arci- 
vescovo io avevo una lettera credenzial per uno : le ap- 
presentai ; le lesse, e lette disse : che avemo noi a 
dire, Giovambatista ? Avemo noi a parlare de Stato ? 
Dissi madiasi. Mi rispuose : io non ti voglio intendere 
per niente, perche costoro si vanno rompendo il cer- 

vello. 



^ 212 APPENDIX. NO XXVIII. 

vello, Sc voglion deventare Signori de Fiorenza, 8c io 
intendo nieglio queste cose nostre de loro : non me ne 
pailate per niente, die non ne voglio ascoltare. E per- 
suadendolo io pure all' ascoltarme, se contento d' in- 
tendermi. Que vuoi tu dire ? Io vi conforto da parte 
di Nostro Signore, con el quale prima che io partissi, 
gli parlai, 8c presente el Conte e 1' Arcivescovo me 
disse Sua Santita, che io vi confortasse a spedire questa 
causa de Fiorenza, perche lui non sa in que tempo 
possa accadere un altro assedio de Montone da tenere 
sospese 8c insieme tante gente d' arme e cosi appresso 
al vostro terreno ; Sc essendo pericoloso Io indusiare, 
ve conforta a far questo. Madiasi che Sua Santita 
dice, che vorria seguisse la mutazione della Stato, ma 
senza morte de persona. E dicendoli io, presente el 
Conte e 1' Arcivescovo, Padre Santo queste cose se 
potranno forse mal fare senza morte di Lorenzo e di 
.Giuliano, e forse delli altri ; Sua Santita mi disse : io 
non voglio la morte di niuno per niente, perche non e 
offizio nostro acconsentire alia morte di persona ; e 
benche Lorenzo sia un vlllano, 8c con noi si porte male, 
pure io non vorria la morte sua per niente, ma la mu- 
tazione dello Stato si. Et el Conte respuose : se fara 
quanto se podera, accio non intervenga ; pure quando 
intervenisse, la Vostra Santita perdonera bene a chi '1 
fesse. El Papa respuose al Conte : tu sii una bestia. 
Io te dico : non voglio la morte de niuno, ma la muta- 
zione dello Stato si. E cosi ti dico, Giovambatista, 
che io disidero assai, che Io Stato di Fiorenza se mute, 
8c che se ieve delle mani de Lorenzo, che elli e un villano, 
8c un cattivo uomo, 8c non fa stima de noe, e tuttavolta 
ched e' fosse fuor de Fiorenza lui, farissimo de quella 
Repubblica quello vorressimo, 8c saria ad un gran pre- 

posito 



APPENDIX. NO XXVIII. 213 

posito nostro. E '1 Conte e 1' Arcivescovo, che erano 
present!, dissero : la Santita Vostra dice il vero ; che 
quando aviate Fiorenza in vostro arbitrio, 8c posserne 
desponere, come porrete, si sera in mano de costoro, 
la Santita Vostra mettera legge a mezza Italia, Sc omne 
una avera caro esserve amico ; sicche siate contento si 
faccia ogni cosa per venire a questo effetto. Sua San- 
tita disse ; io ti dico che non voglio. Andate e fate 
quello volete voi, purche non v' intervenga morte. Et 
con questo ci levassimo dinanzi da Sua Santita, facen- 
do poi conclusione essere contento dare omne favore 
8c ajuto de gente d' arme, o d' altro, che accio fosse 
necessario. L' Arcivescovo rispuose 8c disse ; Padre 
Santo, siate contento, che guidiamo noi questa barca, 
che la guideremo bene. Et Nostro Signore disse ; io 
son contento. E con questo ci levassimo da' suoi piedi, 
e reducessemonce in camera del Conte, dove fo poi 
discussa la cosa particolarmente, e concluso che questa 
cosa non se poteva fare per niun modo senza la morte 
de' costoro, cioe del Magnifico Lorenzo e del fratello. 
Et dicendo io essere mal fatto, mi rispuosero, che le 
cose grandi non si possevano fare altramente ; 8c sopra 
de cio fo dato molti esempli, che seria lungo a scri- 
verli ; 8c finaliter fo concluso, che per intendere e 
modo, bisognava essere qui 8c parlar con Francesco 8c 
Messer Jacomo, e intendere appunto quello era da fare, 
Sc intesolo mandare ad effetto. Io foi qui, e non tro- 
vando Francesco, non volsi fare altra conclusione ; se 
non che mi disse : vattene a Imola, e alia toniata tua 
sara qui Francesco, 8c delibererasse tutto quello sara 
da fare. Io me ne andai a Imola, dove stetti pochi 
giorni, perche cosi aveva io in commissione per la 
espedizione di detta causa, e in nel tornare e dietro foi 
vol,. Tii. F f a Ca- 



214 APPENDIX. NO XXVIII. 

a Cafaggiolo, dove trovai la Magnificenza di Lorenzo 
e de Giuliano, e avendo referte al detto Magnifico 
Lorenzo como aveva trovate le cose del Conte, me 
consiglio con le piu cordiali 8c amorevoli parole del 
mondo, dicendome die per il Signor Conte aveva deli- 
berato fare ogne cosa per farli intendere die gli voleva 
essere buono amico ; £c avendo Sua Magnificenzia deli- 
berato tornare a Fiorenza, ce ne venissimo di coni- 
pagnia, dove per la via mi fe intendere ancora piu 
chiaramente quanto era el suo buon animo verso del 
Conte, die lo tacero, perclie seria longo lo scrivere. 
Arrival in Fiorenza, e fui con Francesco, con il quale 
presi ordine di non partire quel di, acciocche la notte 
ce retrovassimo con Messer Jacomo ; 8c cosi fo fatto. 
La notte ditto Francesco venne per me, 8c condus- 
seme in camera de M. Jacomo, dove fo parlato assai 
di questa cosa, Sc la conclusione fo questa, die per la 
espedizione bisognava piii cose ; una die 1* Arcives- 
covo fosse de qua, 8c die vedesse venirci con qualclie 
scusa licita in modo non desse suspetto, 8c a questo 
lassava pensarlo al Conte, e a lui, Sc die alia sua ve- 
nuta si piglieria poi forma de quello s' avesse a fare, e 
die si fosse cifre, per le quali si patesse scrivere bene, 
k che non dubitava, avendo el favore delle genti del 
Papa ec. che la cosa non venissi fatta, ma die per 
farla netta, bisognava, die detti doi fratelli fossero fora, 
Sc che immediate, che la cosa avesse questo, di certo 
la spacciariamo, 8c che tra '1 Magnifico Lorenzo e '1 
Signor di Piombino si trattava parentado per Giuli- 
ano, e seguendo, saria necessario uno de loro andasse 
la, el quale andava ; la cosa era spacciata, ma essendo 
totti dua in la citta, per niente non voleva fare, perch e 
rion gli pareva posser riuscirlo ; Sc Francesco diceva 

aitraiiiente, 



APPENDIX. NO XXVIII. 215 

kltramente, che ad omne modo si faria, 8c sempre gli 
ajido per la mente in Chiesa, o a giuoco di carte o a 
nozze, purche fossino tutti dua in un luogo, gli ba- 
steria V animo di farlo, 8c che non ci voleva se non po- 
chi non seco, 8c recercommene a me, che io volessi 
quello, che mai el volsi fare. Lui disse trovaria bene 
11 modo a far questo, 8c che se desse pur piu tempo 
che se poteva, e mandassesi 1' Arcivescovo in qua, che 
a tutto se daria bene espedizione, Sc che de tutto quello 
s' avesse a fare, si avviseria. Intesa la conclusione, 
me n' andai a Roma, e referii el tutto al Conte 8c alP 
Arcivescovo, 8c subito fu presa per il Conte delibera- 
zione de mandare V Arcivescovo sotto colore delle cose 
di Favenza, 8cc. 8c a n:ie ordino che me n' andassi a 
Imola con cento provisionati, 8c con quelle poche genti 
d' arme, che gli erono state preparate ad omne requisi- 
zione de costoro, 8c etiam con i suoi popoli, 8cc. Io 
me partii, 8c andamene a Imola, 8>c poi a Montugi ; e 
fui una notte con Messer Jacomo e con Francesco, e 
fegli intendere 1' ordine dato da ogni banda, e che ques- 
ta cosa bisognava espedizione, k da parte, &c. del 
Conte gli soliicitai assai a detta espedizione prima che 
il campo si dividesse loro ; me rispuosero, che non 
bisognava sproni, ma morso, 8c che ad omne modo 
vederia espedirlo in questo tempo, 8c che io stesse pre- 
parato, che sperava avvisarne presto quello avessi a 
fare, e che al suo avviso non preterisse niente ; & io 
dissi di farlo, e con questo me ne andai, 8c non tro- 
vando costoro comodita di farlo in quel tempo per 
essere la persona del Conte Carlo qui, e alloggiato in 
casa de' Martelli, deliberorno lassarlo stare per fine a 
tempo nuovo, &c avviso, che si devidesse il campo, & 
cosi fo fatto, ne di questa cosa fo parlato piu per un 

pezzo, 



216 APPENDIX. NO XX VIII. 

pezzo, 8cc. Et essendo stato a Imola per la recupera- 

zione cli Valdiseno, Sc essendosi recuperato, me n' 

andai a Roma questo Marzo, dove trovai la Signoria 

del Conte, e Giovanfrancesco da Tolentino, e Messer 

Lorenzo da Castello e Francesco de' Pazzi, Sec. fra i 

quali molte volte si parlava de queste cose, Sc die se 

cominciava adesso approssimar il tempo d' espedir detta 

causa ; Sc domandando io que modo era questo, mie 

disse : Lorenzo deve venire qvii per questa Pasqua, Sc 

quamprimum se senta la sua partita, Francesco se par- 

tira ancora lui, Sc andera a spedirsi ; Sc farse il servizio 

a quello remanent, Sc all' altro, innanzi die torni, se 

pensera quello si doverra fare di lui, Sc terrassi con 

esso tal modo, die la cosa sara bene assettata innanzi 

die se parta da noi. Io gli dissi : Faretelo niorire ? 

Mi rispuose : madiano, die questo non voglio per 

niente, die qui abbia alcuno dispiacere : ma innanzi 

die parta, le cose saranno bene assettate in forma, 

die staranno bene. Domandai il Conte : Nostro Sig- 

nore sa questo ? Me disse : madiasi. Dico ; Diavolo, 

egli e gran fatto die '1 consenta ! Me respuose : non 

sai tu, die '1 famiiio fare quello volemo noi ? Basta 

die le cose anderanno bene. Et stettesi in queste 

trame parecchi di del suo venire, o no. Dappoi ve- 

duto die non veniva, deliberarono ad ogni modo ca- 

varne le mani prima che fosse fora Maggio, Sec. Et 

como lio detto di questo piu e piu volte ne fo parlato 

in camera del Conte, Sc como mancava materia, se 

tornava su questo, e clii prima si trovava insieme con 

loro, ne parlava, dicendo, che per niente la cosa po- 

deva durare cosi, che non venissi a palese, e questo 

per essere in tante lingue, Sc che ad ogni modo bisog- 

nava darii spedizione, onde che per detta casione fu 

preso 



APPENDIX. NO XXVIir. 217 

pveso per partito, che Francesco se ne venisse cjui ; e 
Giovanfrancesco da Tolentino 8c io ce ne andassimo a 
Imola, 8c Messer Lorenzo da Castello, 8ic. per dare 
ordene quelle s' avesse da fare, e poi se ne tornasse a 
Castello 8c omne uno con le preparazioni fatte stesse 
apparecchiato a tutto quello, che da Messer Jacomo, 
r Arcivescovo e Francesco fosse ordinato et che ad 
omne sua requesta onneuno fosse presto a far quanto 
per loro saria comandato. Et quest' ordene ce fu dato 
tutto per el Signor Conte m Roma. 

Da poi venne ultimamente il Vescovo de Lion, el 
quale ce comando de nuovo, che ad omne requisizion 
de' sopradetti fussemo apparecchiati sanza fare una 
difficolta al mondo ; Sc cosi s' e fatto, ne mai se 'ntese 
niuno loro ordene, se non lo Sabato a doi ore di notte, 
e poi la Domenica mutorno ancora proposito : 8c in 
questa forma sono state governate queste cose diciendo 
impero sempre, che 1' onor de Nostro Signore e del 
Conte ci fosse raccomandato. Et con questo or- 
dene la Domenica mattina a dl 26. d' Aprile 1478, 
si fece in Santa Liberata quanto e pubblico a tutto el 
mondo. 

Item che tornando di Romagna, 8c andando a 
Roma, quando fu la, 8c parlando con Nostro Signore 
d' altre cose me disse : poi Giovambatista dell' Arci- 
vescovo 8c de Francesco, che diceva voler far tante 
cose, e non savessero mutare uno Stato come quello 
de Fiorenza ; ma non credo s'avesse pure accozzare 
tre ove in un bacile, se non con cianciatori ; tristi che 
s'empaccia con loro. 



Item 



21 S APPENDIX. NO XX Vm. 

Item che '1 Signor Conte mi ha ditto molte volte, 
die Nostro Signore ha cosi gran desiderio della muta- 
zione di questo Stato come noi, Sc se tu intendesse 
quello dice, quando semo lui e mi, diresti quelle che 
dico io. 

lo Giovan Batista da Montesicco confesso e fo 
fede essere vere tutte le predette cose scritte in un fog- 
lio intero & in mi altro mezzo, e qui di sopra, e quantcr 
io ho scritto avere detto a Messer Jacomo qui in Fio- 
renza della mente Sc volunta della Santita del Papa, & 
queste cose sono verissime, & io mi trovai presente, 
quando la Sua Santita lo disse, & tutto questo e scritto, 
e di mia mano propria. 

Io Matteo Tuscano da Milaiio Cavaliero e presente- 
mente Podesta della Magnifica Citta di Fiorenza sono 
stato presente insema colli Reverendi Patri infrascritti 
(m? infra) che '1 prefato Joanne Baptista ha detto, che 
quanto e scritto sopra in un foglio intero, e in un altro 
mezzo, e in questo, che tutti s' allegheranno inseme, 
sono ne sua propria mano, & confesso essere vero 
quanto de sopra e scritto, & cosi ne fazzo fede de mia 
propria mano, che gli e la propria verita quanto in esse 
scritto se contene : a di 4 di Maggio 1478, in Fiorenza. 
(^Omittimus alias alioriim subscri/itiones,) 

Noti jam sunt Conjuratores, atque eorum omnia 
consilia ex ipsis conjuratis. Nos modo quid inde secu- 
tum sit, brevi perstringemus. Cum dies advenisset 
Aprilis vigesimus sextus, qui destinatus erat facinori, 
in Liberatae Templum conjurati tectis gladiis conve- 

nerunt, 



APPENDIX. NO XXVIII. 219 

nerunt, lioram caedi constitutam expectantes. Con- 
venerat eodem Sc Irequentissimus populus ad sacroriini 
apparatiora spectacula. Raphael enim Cardinalis ex 
nepte natus Sixti Pontificis sacris solemnioribus prae- 
sidebat, accipiendus convivio a Laurentio Julianoque 
Medicibus post peracta sacra, quod proditores de in- 
dustria curaverant, ut eos, si in Templo perfici res non 
posset, domi inter epulandum obtruncarent. Aderant 
igitvir in primis Laurentius Julianusque fratres, ut Car- 
dinalem Sc convivas domum reducerent. Conjurati 
autem ad fractionem Eucharistiae (id enim datum sig- 
num erat), strictis gladiis Julianum confodiunt ante 
aras, caeduntque ; atque eodem tempore altera manus, 
ut diversa spatia circum Altare faciebat, Laurentium 
adoritur, 8c sub aurem dextram in collo vulnerat. Deus, 
suo clementissimo beneficio, ex tam diro infortunio 
salvum reddidit. Ipse quoque suae saluti fortiter est 
opitulatus, Sc gladiolo, quern ex consuetudine Floren- 
tinae juventutis ad ornatum gerebat, stricto, dantibus 
viam proditoribus, in Sacrarium confugit. 

Eodem tempore, quo id negotii susceperat Francis- 
cus Salviatus Archiepiscopus Pisanus, cum ad id deiec- 
tis armatis satellitibus Palatium occupat Status nostri 
8c Florentinae Libertatis domicilium : Magistratus cum 
circumveniri se improvisum sensisset, in deambulacra 
conscendit, 8c illic aditibus clausis se tutatur ; atque 
inde Jacobum Pazium Equitem Florentinum imman- 
issimum patricidam cum globo armatorum accurrentem 
Sc ferentem conjuratis auxilium, lapidibus ex deambu- 
latris magnis jactibus deturbat, arcetque Palatio. Fla- 
bet in summo aedificii Palatium duas quasi porticus, 
tectam alteram, sine tegumento alteram, in modum 

dupliciH 



220 APPENDIX. NO XXVIII. 

duplicis coronae ad deambiilandi usum fabricatas, iinde 
Sc deambulacri nomen est. Ea non modo ornatius faci- 
unt Palatium, & commoditatem deambiilandi Sc sub 
tecto Sc sub dio praebent, sed belligerandi Sc arcendi, 
unde unde veniat invasorem, pulcherrime faciunt facul- 
tatem. Dum igitur Magistratus hinc repugnat atque 
insectatur lapidibus parricidas, populus, caede cognita 
civium suorum, &c Laurentii vulnere, Sc vim inferri 
Magistratui, percitus furore incredibili Sc dolore arma 
capit, in Curiam, ut Magistratui succurrerent, convola- 
runt. Principes quoque civitatis, atque optimates 
cuncti idem factitant. Ad aedes Mediceas sugendo 
vulneri ob veneni suspicionem amici dant operam. Ad 
Palatium ad effringendum trabalibus crebris ictibus 
atque igni appositis accensis facibus fores acerrimis 
insudatur studiis. Vix integram horam occupatores 
substinuerunt impetum. Victi ergo, partim prime 
impetu caesi, partim vivi capti Sc conjecti in vincula, 
post quaestiones breves perierunt. Johannes Baptista 
de Monte si ceo erutus tandem e latebris, per quas pau- 
cos dies difiiigerat, quae supra sunt posita, cum sua 
manu perscripsisset, Sc se ita scripsisse, 8c vera esse 
quae scripsisset, pluribus clarorum virorum attesta- 
tionibus corroboratum, ut fieri ipse voluit, vidisset, 
quamquam in suprascripta confessione ejus quaedam 
bonis de caussis subtracta sint, Sc ea tantum apposita, 
quae ad Sixtum Pontificem, atque Ecclesiae Guberna- 
tores pertinent, capitis est damnatus. Sic Gives Givi- 
tasque, Sc Libeitas, proditorum manus effugerunt. Nam 
Sc Johannes Franciscus Tolentinas, qui Imola absens, 
cum expeditis Sixti Papae militibus, jussus ad destina- 
tum caedi diem ferre conjuratis auxilium, quique jam 
in Mugeilanum a^rum descenderat, re cognita, unde 

abierat, 



APPENDIX. NO XXVIII. 221 

ubierat, revertitiir. Idem tacit 8c Laurentius Tipher- 
nas, qui alia parte eadem de caussa a Civitate Castelli 
iiiovens, Sc per agrum discurrens nostrum ad Senenses 
fines accurrerat. Raphael Cardinalis, quern praeesse 
sacris supra diximus, sic procurantibus pluribus civibus 
Sc Laurentio Medice imprimis, qui in tanto periculo 
suo, in tot tantisque negotiis 8c tumultibus, atque 
omni confusione rerum, hujus quoque officii non est 
oblitus, in Palatium perductus, vix furentes populi 
manus evasit. Moverat scilicet Laurentium Cardina- 
latus dignitas 8c Sanctae Romanae Ecclesiae reverentia, 
ut eum intactum inviolatumque curaret ; ubi cum pau- 
cos dies publicis sumptibus honorificentissime fuisset, 
quoad populi furor elanguesceret 8c fieret remissior, 
Romam abiit incolumis. Quae tamen vel in primis 
praetenditur caussa, cur interdicamur sacris, 8c com- 
munio fidelium separemur? Ita de bono opere lapi- 
damur, 8c ubi gratias reportasse oportuit, immeritis- 
sime damnamur. Tandem quod foeda proditione non 
successit, tentatur Ecclesiasticis censuris atque armis. 
BelluiTi infertur a Sixto Pontifice Maximo 8c praeclaris 
illis, quos gubernationi Status Ecclesiae proposuit, non 
aliam ob caussam, nisi quod trucidari nos non sivimus ; 
fiam id quoque accusat in interdictis, Sc de proditori- 
bus, atque Archiepiscopo Pisano sumptum esse sup- 
plicium moleste fert ; quae altera caussa est interdict! 
8c censurarum. Quamvis quam juste, quam pie, quam 
religiose, 8c Pontificaliter factum sit, plurium est doc- 
tissimorum Jurisconsultorum & CoUegioruni declara- 
turn testimonio, 8c publicis eorum scriptis in aperto 
positum, 8c quod Palatium, Statumque 8c Libertatem 
nostram, quaf vita quoque est carior, defendimus. Sic 
VOL. iiT. G JT Pontificis 



222 APPENDIX. No XXVIII. 

Pontificis Christianorum maximiis exercitus in populum 
reUgJosissimum, & illius Pontificalis fastigii semper 
observantissimum, infestissimus insurgit, jamque agrum 
vastat, Castella diripit atque incendit ; foeminas, ma- 
resque & sacra 8c profana loca militari licentiae & libi- 
dini elargitur. Deus bone quandiu tantam iniquitatem 
sustinebis ? Quando laborantis gregis tui misereberis, 
& confirmabis populum tuum ? Ad te quoque, ad te 
confugimus, Federice Serenissime Imperator semper 
Auguste. Memineris rogamus fidelissimae urbis tuae 
Florentiae 8c populi hujus isti Sacratissimae Majestati 
Imperatoriae semper devotissimi. In nobis, ni fallimur, 
caussa agitur publica Christianae Religionis, quae dum 
Sixtus suis bellum infert, versatur in periculo manifes- 
tissimo victoriosissimis 8c potentissimis hostibus in 
limine Italiae ita insultantibus. Tua est in primis re- 
rum omnium Christianarum cura. Tu quoque, Lu do- 
vice Francorum invictissime Rex 8c Christianissime, 
virtutem ut excites tuam admodum necesse est, Sc suc- 
curras rebus Christianis periciitantibus. Idem nisi 
ca.eteri quoque Principcs 8c Populi Christiani fecerint, 
multum de salute Christianarum re rum dubitare cogi- 
mur. Agite igitur, agite omnes, expergiscimini jam, 
8c capessite rem communem ; 8c cum Christo Optimo 
Maximo Redemptore 8c Saivatore nostro, qui caus- 
sam suam profecto non deseret, in commune consulite. 
Ex Florentia dio X. Mensis Augusti mcccclxxviii. 

Bartholomaeus Scala Cancel. Florentinus. 



APPENDIX. NO XXIX. 223 

NO XXIX. 

Philelfihus Laurentio Medici Florentiae, 

JVIAGNIFICE clarissimeque vir tanquam frater hono- 
rande. Quanto sia stato el dispiacere ho ricevuto del 
vostro acerbissimo caso per due altre mie lettere lo ha- 
vete potuto comprendere. Delle cose passate Sc inrecu- 
perabili bisogna haver patientia, e ben provvedere per lo 
advenire, il che, come prudentissimo che voi siete, sono 
certo el dovete fare, al che sommamente ve conforto & 
priego. 

Harei carissimo essere advisato del fundamento Sc 
processo de tanto tradimento, &; a cui petitione Sc a che 
fine se faceva, acciocche una perpetua memoria per me 
scripta fusse, avisandove che a niuno la sparmiero Sc sia 
chi si vuole. 

In quanto a Vostra Magnificentia paresse, io harei 
caro essere rebandito : potreste tenere quella via voile 
tenere il vostro Magnifico avolo Cosmio, il quale, come 
me significo per Messer Angelo Acciajolo & per Messer 
Nicodemo Tranchedino, per non aprire la via alii altri 
rubelli ordeno, chel Duca Francesco scrivesse una let- 
tera a cotesta Illustr. Comunitate, demandando de 
gratia che io fosse rebandito, h. cosi a contemplatione 
d quello io come forestiere fusse messo a partito. 
Ma il prefato Signore per tema de perderme entorbido 
el tucto. De questo fatene quello a voi pare. Ben ve 
aviso, che io ve sarei utile in Firenze quanto pochi 

amici 



224 APPENDIX. NO XXIX. 

nniici voi habiate. lo ve ho dedicato el corpo c 1' 



Farebbe molto per Vostra Magnificentia havere in 
Milano Aciarito, il quale e amato, &: e di grande repu- 
tatione in Corte e tra tutti i Milanesi, e lui solo ha 
la pratica e 1' usanza. Vale ex Mediolano 20. Maii 

1478. 



NO XXX. 

BARTHOLOMiEUS SCALA Laurentio Medici sa- 
lutem dicit. Succenseo tibi ad longa tempora, mi Lau- 
renti, mtum columen, idest donee redieris. Quid 
enim potest esse longius ? Non possum vero non admi- 
rari istam fortitudinem animi tui atque constantiam. 
Reviviscit in te ilia antiqua virtus £c magnitudo animi, 
quae quanto magis nova est, magisque aliena ab his 
modis &^- consuetudine vitae, tanto est admirabilior 
tantoquc ornatior. De me fatebor id quod est. Non 
possum esse fortis, nee solum non admirari istam deli- 
berationem tuam, sed etiam non valde timere. Sum 
vero aliquot dies exanimatus metu, Sc vix apud me 
sum : si coilegero animuni, poteris habere saniores 
littcras. Decemviri coUegae tui oratorem te post dis- 
cessum tuum ad Neapolitanum Regem statuerunt. 
Idem novi quoque Decemviri decreverunt. Putabam 
autem posse id fieri a Centumviris honoratius, sed 
quibusdam amicis id attentare non est visum : in quorum 
ego sententiam facile concessi, quod in tanta suspen- 

sione 



APPENDIX. NO XXX. 225 

sione animorum utque expectatioiie rerum quid melius 
factu sit, non est facile cognoscere. 

Calles nostros mores. Qui novas res cupiunt, si qui 
sunt, qui his minime contenti sint, oblatam occasionem 
confundendarum rerum avide accipiunt. 

Rogavi ergo & scripsi Deccmvirorum mandatum, 
quam potui, elegantius : Sc ut esse magis credidi in 
rem communem & tuam, si separari tua a nostra, idest 
a publica potest, ut ego non posse certe scio, 8c sum 
aperte saepe testificatus. Si tu adfuisses, non ita in con- 
denda laborassem. 

Cui vero mirum est si sine meo sole obcaecatus .... 
sine duce vager, £c sine mea Arcto etiam naufragem. 
Si scire quid expectas a me de rebus nostris, animum 
in pacem intenderunt, 8c fieri eam per te posse honora- 
tam Sc dignam civitate putant : ab omni nota, quae vel 
quid minimum obscurare antiquam Florentinae gentis 
gloriam queat, plurimum abhorrent. Si tu eam nobis 
confeceris e sententia, redibis totus aureus, beabisque 
nos. Magna spes est in tua prudentia Sc auctoritate. 

Regis quoque mentem non ex praesenti rerum con- 
ditione pensant, sed paullo altius res ab eo gestas Sc pa- 
terna in nos studia meritaque recensent. 

Quid multa dixerim ? Linguis atque animis huic 
fortissimo incoepto tuo plerique favemus. Me tibi plu- 
rimum commendo. Vale. Ex Florentia die V. Dec. 

1479. 



22S APPENDIX. NO XXXL 

NO XXXI. 

Ferdinandus Rex Siciliae Laurentio Medici, 

MaGNIFICO LORENZO heri alle 20. hore heb- 
bemo per cavallaro aposta lettera del Magnifico Messer 
Lorenzo de Castello Oratore della Santita de Nostro 
Signore, quale ve mand^mo intro la presente ; Sc vi- 
dendo quello ne scrivea, como ancora vui vederite, ne 
parse per non disturbare tanto bene quanto delle con- 
clusione, delle cose agitate se spera, scriver a quisti 
nostri supra fedessero fin ad altro nostro mandato : 8c 
poco spacio da poi venne ipso Messere Lorenzo. & 
licet per lettera de Messere Annello havessemo visto 
quanto de bona volunta la Santita de Nostro Signore 
era condescesa a tutte quelle conditione della pace, che 
ultimamente erano state mandate de volunta vostra & 
de' quisti Magnifici Oratori Ducali, tamen dicto Messer 
Lorenzo lo have dicto con tanta majore efficacia, 
quanto piu lo have inteso per altre lettere have havute 
cosi dalla dicta Santita como dal Conte Hieronimo. Et 
perche lo possate vedere, ve mandamo con la presente 
copia de quanto Messer Anello ne ha scripto. Benche 
heri la donassemo al vostro Ser Nicolo, & credimo ve 
la habbia mandata. Da po venne el cavallaro con le 
lettere de Messere Princevallo, per le quale intesimo la 
ragione e cagione, per le quale a vui non parea dever 
retornar secondo Messer Lorenzo havea scripto 8c man- 
dato dicendo. El che inteso per ipso Messer Lorenzo, 
se ne e mostrato mal contento, dicendo, che havendo la 
Santita de Nostro Signore acceptato tutto quello per 

nui 



APPENDIX. NO XXXI. 227 

nui li e stalo scripto per grandissimo desiderio e vo- 
lunta, che have de questa pace, dubita grandemente, 
che lion retornando viii, e dilatandose qiiesta conclu- 
sione per qualsevoglia respecto, porranno facilmente 
feguir inconvenienti, che non solamente serranno 
causa de disturbar questa pace, nia de far malcontenti 
tutti quelli la desiderano. Et respondendoseli, che la 
partuta vostra era stata non voluntaria, ma necessaria 
per le cose de Fiorenza star in grandissimo periculo de 
trabuccar a camino contrario a quello desidera la San- 
tita de Nostro Signore ; & nui resposse, che conside- 
rato el tempo non era disposto a navigare, Sc conside- 
rato a Fiorenza omne homo avera la inteso vui esserve 
partuto, & che el tempo contrario ve ha impedito, & 
che tra quisto mezzo essendo supra venuta da Nostro 
Signore la resposta con la conclusione, quale per tucti 
se desiderava, site retornato, acciocche alia conclu- 
sione della pace non se havesse de dar dilatione : & 
circa questo ve porrissivo allargar quanto ve paresse, 8c 
etiam porrissivo scrivere alii amici vostri che bisognan- 
do per qualsevoglia respecto per tener le cose della 
Comunita vostra quiete, se poteno ajutare delle gente 
de Nostro Signore e nostre. Non solamente quella 
Comunita, Sc li amici vostri non haveranno dispiacere 
della vostra retornata qua, ma ne pigliaranno grandis- 
simo conforto e consolatione praesertim che vui ancora 
li possite scrivere, che la conclusione se farra de con- 
tinente, & al piu tardo alia resposta, che venera da 
Milano, che ne sera tra secte di, 8c che etiam se li po 
scriver, che immediate chel tempo serra disposto, vui 
continuarete vostro camino, concludendo che quando 
vui non retornassivo, lui se parteria immediate, Sc 
serra in tucto exclusa questa pratica ; el quale lagiona- 

men to 



228 APPENDIX. NO XXXf. 

mento ne piacque g-randemente, & simo certi iion me- 
no piacera a vui. Et parendone le ragione de Messer 
Lorenzo bone 5c efiicace, 8c pensando, che della vos- 
tra toinata qiui son per seguire infiniti beneficii senza 
alcuno vostro sconcio, 8c del contrario infiniti mali, 
ve pregamo quanto ne e possible vogliate omnino dis- 
ponerve e per terra o per mare, como piu ve piacera a 
tornare, acciocche ultra li altri beneficii son per se- 
guire a vui Sc a tucti per la conclusione de questa pace 
e lega, quale indubitataniente se concludera vui retor- 
nando, se possa dir vui csserne causa, che non sola- 
mente li misi passati per fare quello effecto venissivo 
qua con tanta liberalita, non perdonando a pericoli del- 
la persona ne dello stato, ma da poi con non minor 
volunta e promptezza siate retornato, &c quisto acto a 
judicio nostro e de tal natura, che credimo lo animo 
della Santlta de Nostro Signore ne restara tanto placato 
Sc satisfacto, che con alcuna altra cosa non lo porris- 
sivo piu satisfare ; demostrarasse la grandissima sin- 
cerita & optima volunta vostra alia pace, Sc alia obe- 
dientia de Nostro Signore, disturbarite le pratiche de 
qualunca ha tra.vagliato e travagiia alienar Nostro Sig- 
nor da queste conclusione, che questra vostra retornata 
cancellera in tucto quests persuasione 8c suspecti, Sc 
asserenera lo animo de Nostro Signore non solum verso 
nui 8c vui, ma ancora verso quiili lUustrissimi Signori 
de Milano, adeo, che simo certi nulla cosa, che a pro- 
posito vostro sia Sc vui desiderate, ne porra essere de- 
negata; avisandove, che non simo fora de speranza, 
tornando vui, questi Magnifici Ambasciadori Ducali 
non debiano differir la stipulatione delli contracti, per- 
ehe alloro non e prohibito la stipulatione ma solamente 
U e comandato, che non concludendose la pace tra 

otto 



APPENDIX. NO XXXI. 229 

otto di Sc poi tra quattro altri, se debiano partire, 8c 
se cosa alcuna li ha de indurre a stipulare de continente 
serra la presentia vostra per lo beneficio certo, che de 
quella conclusione se vede have de seguire a tutti ques- 
ti stati : & non dubitamo con ragione se nnostrara loro 
possono &c devono far qiiesta conclusione. Ma la piu 
viva ragione serra la presentia &: lo conforto vostro ; &; 
praesertim perche, statim fatta la conclusione, possate 
partire Sc tornare a Fiorenza con tanta gloria e stability 
delle cose di quella Excelsa Repubblica. A nui pare 
soverchio scrivere altre ragione & cause per persuader- 
ve la vostra retornata, che essendo vui de tanta pru- 
dentia & intellecto, ne intendite multo piii che nui. 
Solaniente ve dirimo, che in satisfactione de quanto 
havessemo possuto, o porrimo fare tucta nostra vita in 
vostro beneficio, vogliate retornare per fare questa con- 
clusione, la quale a judicio nostro importa tanto alii 
comuni stati, che non dubitamo, per fuggire li con- 
trarj effecti, che possono seguire del vostro non tor- 
nare, se fussivo in Pisa, non che a Cajeta retornaris- 
sivo, & ve pregamo non vogliate mostrare de farla si 
non allegramente como certamente possite e devite, 
ancorche ultra lo effecto de tanto bene e per seguire 
de la vostra retornata, la Santita de Nostro Signore habia 
de intendere lo havite facto con jocondissimo animo* 
Datum in Castello novo Neap. 1. Martii 1480. 



VOL. III. H h 



230 APPENDIX. No XXXII. 



NO XXXII. 

Al mio caro quanta fratello Albino^ 
Segretario dello Illustrissimo Sig; Duca di Calabria, 

Albino mio caro quanto buon fratello. lo non so 
ancora giudicare, se le vostre de' 2 8c 8. del presente 
mi hanno portato maggiore piacere che dispiacere, pro- 
ducendomi insieme nello animo uno sviscerato deside- 
rio della gloria del nostro Sig. Duca, a che si e dato 
grandissimo principio per la profligatione di cotesti cani 
Turchi a di 8. ; & uno stemperamento che io ho, che 
al Signore non venga per la animosita sua qualche si- 
nistro caso. Quelle zerbottane, di che me scrivete, 
in mezzo delle quali spesso si trova il Signore, me 
hanno piu d' una volta impallidito, perche piu d' una 
volte ho letta la vostra lettera ad mia maggior satisfac- 
tione : se e possibile, Albino mio, mandateci spesso di 
queste nuove non miste da tanto suspetto, Sc confortate 
il Signore ad haversi cura alia persona. Non voglio 
dire piu, perche mi stempero mentre che ci penso. 
Conservesi per Dio a se, 8c a noi altri sui servitori, 8c 
facci quello medesimo col pericolo d' altri non suo. 
Voi che le siete appresso, dovete procurare questo in- 
nanzi alia vita vostra, e se non lo volete fare per vos- 
tro conto, fatelo per mio, se mi volete bene, 8c raccom- 
mandatemi al Signore, 8c io aspetto la risposta vostra 
ad questa con sommo desiderio per intendere, che 
questo mio amorevole ricordo habbi giovato senza di- 
minuzione alcuna di quello che io tengo per constantis- 
simo, 8c questo e che presto el Signore habbi ad re- 

portare 



APPENDIX. NO XXXIII. 231 

portare la laurea di cotesta expugnatione : orsu aspet- 
to esserne ragguagliato alia giornata da voi. Floren- 
tiae die 18 Mail 1481. Laurentius de^ Medicis, 



NO XXXIII. 

AT. jinselmo Calderoni, jiraldo delta Signoria di Firenze 
mandato a Cosmo de^ Medici, 

Da testa a fienna della Libreria Laurenziana, 

SONETTO. 

vj LUME de' terrestri cittadini, 

O chiaro specchio d' ogni mercatante, 
O vero amico a tuct' opere sante, 
O speranza de' grandi, Sc de piccini ; 

* * # 

O soccorso d' ognun che bisognante, 
O de' popilli, e vedovi aitante, 
O forte scudo de' Toscan confini ; 

O sopra ogn' altro a Dio caritativo, 
Prudente, temperate, giusto, e forte, 
O padre al buono 8c padrigno al cattivo, 

O di somma pietate largho porte, 
O adversario d' ogn' acto lascivo ; 
O tu che rende per mal buone sorte ! 

Dobbiam fino alia morte, 
Per Cosimo & Lorenzo tucti noi 
Pover, pregare Iddio sempre per voi. 

Di 



232 APPENDIX. N^ XXXIII. 

Di Maestro JSficcolo Cieco fier efiso Cosimo de^ MedicL 
SONETTO. 

O DELLA nostra Italia unico lume, 
O Cicerone in arti oratorie, 
O nuovo Tito Livio all' alte historic, 
O fior d' ogni poetico volume 1 

O voi che'l fonte pegaseo consume, 
O albergo di tucte le memorie, 
O ch' alle muse hai dato eterne gloria, 
O di philosophia lecto de piume ! 

lo corro a voi come cervo a chiar fonte, 
A tormi sete, Sc viver piu contento. 
Perche la patria e si ingrata al suo nato ! 

E'l nato exalta lei con voglie pronte ; 

Et chi ne sostien morte, Sc chi tormenti, 
Et io ne so parlar che 1' ho provato. 



NO XXXIV. 

Rime del Burchiello^ 

Da testo a jienna del sec, xv. 

jLjI tutto el centro che la Europia eigne, 
Italia n' c Reina incoronal^, 
Secundo che pe' savi si distingue : 

II frutto che la ciba, et tiene ornata, 
E^ la porpora vesta di Toscana, 
Di fior' d' alisi, et gigli seminata : 



Lo 



APPENDIX. NO XXXIV. SSS 

Lo specchio in che costei si mira, e vana, 

Si e Fiorenza terra sopra marte, 

Che strigne ogni terrena etsi lontana. 
Perche eglie giiida, et fuor di molte parte 

Si manda per rifar lo studio athene, 

Molta sua imbasceria, con libri, et carte ; 
O quanta nobil gente si niantiene 

In questa vaga et bella imbasceria, 

Con poco senno le lor menti piene. 
Se ti piacessi lettor, pr^gheria 

Cho ti agustassi d' esta gente el nome, 

Se vuoi avere alquanta giuUeria, b'c. 
* * * 

Maestro inio se a dirmi non se' lasso, 
lo te priegho per dio che ancor mi dica, 
E nomi di questi altri apasso apasso. 

Et egli a me : e' non mi fia laticha, 
Et presto ti faro da loro contento, 
Villano e quelio ch' a te nulla disdicha. 

Rivoglanci diss' egli al nostro armento, 
Et mostrerotti uno nuovo pesce medic ho, 
Grande di carne, e di poco sentimento ; 

Ne a.ltrimente a chi teme il solleticho, 
Chi lo tocha per motti lo f;i ridere, 
Tal fecie a me quel maestro farneticho. 

Com io lo vidi, credetti dividere, 
Le mia mascella, per troppo letitia, 
Tal che Ser Gigi disse, non ti uccidere ; 

Et fa di tanto ridere masseritia, 
Che tu vedrai venire dirieto a lui, 
Gente che riderai piu ch' a divizia 

Se vuoi sapere el nome di costui, 

Maestro Antonio Falcucci egl' e chiamato, 
Ch'a ogni sole gli paion tempi buoi ; 

Costui 



234 APPENDIX. No XXXIV. 

Cestui e si perfetto smemorato, 

Che se toccasse el polso al campanile, 
Sonando a' festa non V aria trovato. 

Et non ostante che sia tanto vile, 

EgP ha morti piCi huomini a suoi giorni, 
Che la spada d'Orlando signorile. 

Dagli licenza, et di che non ci torni ; 
Pero che dove sta vifa moria, 
Con suoi nuovi sciloppi, et masusorni. 

Et io al medico, trovate la via, 

Quanto piu tosto meglio siate atene, 
Et fate a noi di voi gran carestia. 

Quale colui che dal capo alle reno 

Porta gran peso, et lui fa gire in archo, 
Cos! fe quel medico di sene : 

Cosi sen gia di vergogna carco, 

Et noi agli altri a rimirar ci demmo, 
Che ciaspettavan per volere il varcho, is'c. 



NO XXXV. 

Va Testo a jienna della Libreria Laurenziana, 

Bernardo Pulci a Lor, de^ Medici. 

SONETTO. 

W ATURA per se fa il verso gentile. 
Studio le rime, e ricche le 'nvenzioni ; 
Vere scienze solvon le quistioni. 
El dilectarsi poi fa il dolce stile ; 

Amor I'ingegno sempre fa soctile : 
Dote dal Cielo, privilegii, e doni. 
Son questi : benche sien molte cagioni, 
Che fan no un dir superbo, I'altrui humile. 

Diversi 



APPENDIX. NO XXXV. 235 

Diversi casi fanno il dir diverse ; 

Quando amor, & foituna, a dir ti strigne, 

E colori temperrai con discretione : 
Chi pensa il vero e poi compone il verso, 

Eterno con la penna si dipigne. 

Che poi morendo ha piu riputatione. 

SONETTO. 

NUOVA influenza dalle Muse piove, 
Novellamente ed ho cangiato stile, 
Cagion di quel Signor, vagho et gentile, 
Che per Calisto fe transformar Giove. 

Cosi amore d'un esser me rinuove, 
Libero sendo : in acto hora servile, 
Et tant' e in se crudel, quant' io humile, 
Colei che favellando i sassi muove. 

Sonetto mio, a Cafaggiuolo andrai, 
Paese bel, che siede nel mugello, 
Dove tu troverai Lorenzo nostro ; 

Et con gran riverenza porgi a quello 
Questi altri tuo consorti ; & sol dirai 
Questi presenta a voi Bernardo vostro. 



NO XXXVI. 

Al Sig, Jacopo Facciolati, a Padova. 

Venezia, 30. Maggio 1742. 

jLjA Lettera al Principe Federigo d' Aragona mi ha 
dato lume, per venir. in chiaro dell' essere e del nome 
del compilatore della vostra Raccolta di Rimatori anti- 

chi, 



236 APPENDIX. NO XXXVI. 

chi, e del tempo, in cui ella fii fatta. E qiianto a! 
tempo, si dice quasi nel cominciamento di essa, che 
trovandosi Federigo nella Pisana Citta nel fiassato anno^ 
ed essendo entrato col raccoglitore in ragionamento in- 
torno a cjuegli, che nella volgar lingua aveano scritto, 
mostro d'aver desiderio, che per opera di lui tutti quegli 
Scrittori lo fossero insieme in un medesimo -volume raccolti, 
II tempo in cui Federigo ando in Toscana, fu nel 1464. 
come si ha da Scipione Ammirato nell' Istoria Fioren- 
tina torn. III. pag, 93. ne si trova, che in altro tempo 
egli facesse cjuel viaggio. La raccolta dunque ne fu 
fatta r anno seguente, cioe nel 1465. Un anno fu 
impiegato nel farla, e non senza molta fatica, da chi 
si prese il carico di soddisfare alle instanze di quel 
Signore. DelP essere del raccoghtore, due indizj mi 
porge la medesima Lettera : 1' uno che e' fosse persona 
di qualita e d' altro rango, poiche 1' espressioni, con le 
quali tratta con un Principi figliuolo e fratello di Re, 
e che poscia fu iRe di Napoli anch' egli, non converreb- 
bono a persona privata e di bassa sfera, ma bensi ad una, 
cho non conosce superiore, e che parla da grande e per 
nascita e per fortuna. L'altro indizio si e, che questi fosse 
Toscano, poiche parlando quivi dei Rimatori di quella 
nazione, li nomina semplicemente con 1' aggiunto di 
nostri, Tutte queste pero non sarebbono, se non sem- 
plici conghietture, e lontane per farci credere, che il 
raccoglitore fosse stato Lorenzo de^ Medici il Magnijico^ 
il Cjuale era, come si sa, di quell' alta famiglia e gran- 
dezz'd in Firenze sua patria, e che nel 1465. era d' anni 
17. o 18. stante 1' esser lui nato nel Gennajo del 
1448. Cio che irii ha indotto a dirlo francamentCy 
qual precedentemente vei dissi, per Lorenzo de' Me- 
dici, si e quel tanto che si legge nel fine della suddetta 

sua 



APPENDIX. NO XXXVL 237 

sua lettera al Principe d' Aragona. Habbiamo nello 
ESTREMO del libra (jierche cos: ne pare te fiiacesse) 
aggiunti alcuni delli NOSTRI SONETTI e CAN- 
ZONE, accio die quelli leggendo se Hnnovelli nella tua 
mente la miafcde^ e amore insieme verso la tua Signoria, 
Ripigliato adunque per mano il vostro bel Codice, ed 
esaminatelo ben bene verso il fine, ho ritrovato, che 
I'ultimo componimento con nome di autore era alia 
pag, 283. 2. un Sonetto del Notaro Jacopo da Lentino^ 
Poeta notissimo Siciliano, vivuto pero dugent' anni al- 
meno prima dell' anno 1464. onde conclusi, che questi 
non poteva csser 1' autore d' una Raccolta, dove stavano 
reg-istrati i nomi, e i componimenti di tanti Poeti vivuti 
ne' due secoli susseguenti. Piacciavi ora dare un' at- 
tenta occhiata alia Jiag, 284. e anche alle susseguenti 
sino alia fine del Codice, e vedrete, che le Rime quivi' 
trascritte sono tutte di un anonimo raccoglitore, che a 
veruna de esse non ha voluto apporre il suo nome, come 
ne pur 1' avea apposto alia sua Lettera proemiale : onde 
alia pag, 285. 2. malamente e stato riempiuto un picciol 
vacuo, con recente inchiostro, col nome di JVotar 
Jacomo^ il quale sara bene che nel facciate radere inte- 
ramente. Dopo cio messomi a leggere i componimenti 
del predetto anonimo raccoglitore, venni subito in sos 
petto, che questi esser potessero del suddetto Lorenzo 
e pero tolto per mano il volume delle sue Foesie volgari 
stampate in Vinegia in casa d<?' Jigliuoli di Aldo nel 1554 
in ottavo^ vi ritrovai tutti quasi i componimenti, cioe i 
Sonetti e la Canzone, che stanno nel Manoscritto, tol- 
tone le cinque ultime Ballate, o sia Canzoni a ballo, 
che saran forse in altro volume con quelle del Poliziano 
e di altri stampate : di che non mi son potuto accer- 
tare, per esserne senza. Dopo cio credo che non vi 
VOL. III. I i rimarru. 



23a APPENDIX. NO XXXVI. 

rimarra dubbio alcuno intorno a quanto vi scrissi. Puo 
essere, che io mi risolva a dime qualche cosa, se mel 
permette, in una delle mie Annotazioni all' Eloquenza 
Italiana del fu Monsig. Fontanini, le quali a quest' ora 
sarebbono terminate, se le mie frequenti e lunghe in- 
disposizioni non mi avesser costretto a sospenderne il 
lavoro. Vi ho recato un lungo tedio, e pero senz' 
altro passo a dirvi, che di vero cuore sono e saro 
sempre .... 



NO XXXVII. 

Risjietti del Politiano. 



O TRIOFANTE sopra ogni altra bella, 
Gentile, onesta, Sc gratiosa Dama, 
Ascolta el canto, non che ti favella 
Colui, che sopra ogni altra cosa t' ama ; 
Perche tu sei la sua lucente stella ; 
Et giorno, e notte il tuo bel nome chiam; 
Principalmente a salutar ti manda, 
Poi mille volte ti si raccomanda. 

Et priegati umilmente, che tu degni 
Considerar la sua perfetta fede, 
Et che qualche pieta nel tuo cuor regni, 
Come a tanta bellezza si richiede ; 
Egli ha veduto mille, e mille segni 
Delia tua gentilezza, Sc ogn' or vede, 
Or non chiede altro el tuo fedel suggetto, 
Se non veder di quei segni I'effetto. 

Sa ben, che non e degno, che tu I'ami 



Non 



APPENDIX. NO XXXVII. 239 

Non n' e degno vedere i tuoi belli ochi, 
Massime avendo tu tanti bei dami, 
Che par die ognun solo el tiio bel viso adochi ; 
Ma perche sa, che onore, 8c gloria t' ami, 
E stimi poco altre frasche, o linochi, 
Et lui senipremai cerca farti onore, 
Spera per questo eiitrarti un di nel core. 
Quel che non si conosce, e non si vede, 
Chi I'ami, o chi 1' aprezi niai non truova, 
E di qui nasce, che taiito suo fede, 
Non sendo conosciuta, non gli giova, 
Che troveria ne' belli occhi merzede, 
Se tu facessi di lui qualche pruova ; 

Ognun zimbella, ogoun guata, e vagheggia, 
I' sol per fedelta esco di greggia. 
E se potessi vin di solo soletto 
Trovarsi teco sanza gelosia, 

Sanza paura, sanza niun sospetto, 
E raccontarti la sua pena ria ; 

Mille, e mille sospiri uscir dal petto, 

E i tuoi begli occhi lagrimar faria, 

E se sapessi ben aprire il suo cuore 

Ne crederebbe acquistare el tuo amore. 
Tu sei de' tuoi begli anni ora in sul fiore, 

Tu sei nel colmo della tua bellezza, 

Se di donarla non ti fai onore, 

Te la torr^ per forza la vecchieza, 

Che '1 tempo vola, e non si arreston I'ore, 

E la rosa sfiorita non si appreza, 

Dunque alio amante tuo fanne un presente, 

Chi non fa, quando puo, tardi si pente. 
II tempo fugge, e tu fuggir lo lassi, 

Che non ha el mondo la piu cara cosa, 

E se 



240 APPENDIX. NO XXXVII. 

E se tu aspetti ch'l Maggio trapassi, 
Invan cercherai poi di cor la rosa ; 
Quel che non si fa presto, mai poi fassi, 
Or che tu puoi, non istar piu pensosa, 
Piglia il tempo che fugge pel ciuffetto, 
Prima che nasca qualche stran sospetto. 

Egli e nello inira due pur troppo stato, 
Et non sa, se si dorme, o se s' e desto, 
O segli e sciolto, o segli e pur legato, 
Deh fa un colpo, Dam a, e sic pel resto, 
Hai tu piacer di tenerlo impiccato i 
O tu I'affoga, o tu taglia il capresto ; 
Non piu per dio, questa ciriegia abocca ; 
O tu stendi omai I'arco, o tu lo scocca. 

Tu lo pasci di frasche, e di parole, 

Di risi, e cenni, e di vesciche, e vento, 
E di, che gli vuoi bene, e che ti duole 
Di non poterlo far, Dama, contento, 
Ogni cosa e possibile a chi vuole, 
Purche '1 fuoco lavori un poco drento, 
Non piu pratiche, omai faccisi I'opra, 
Prima che affatto questo amor si scuopra. 

Ch' egli ha deliberato, e posto in sodo, 
Se gli dovessi esser cavato il cuore, 
Di cercare ogni via, ogni arte, e modo. 
Per corre i frutti un di di tanto amore ; 
Scior gli conviene, o tagliar questo nodo, 
Pur sempre intende salvarti Ponore, 
Ma e' convien, Dama, che anche tu aguzzi 
Pervenire ad effetto i tuoi feruzzi. 

E se tu pur restassi per paura 

Di non perder la tua perfetta fama, 
Usa qui Parte, e poi molto ben cura, 



Che 



APPENDIX. NO XXXVII. 241 

Che ingegno, o che cervello ha quel che t' ama ; 

S' egli e discreto, non istar piu dura 

Che piu si scuopre, quanto piu si brama ; 

Cerca de' modi, truova qualche mezo, 

E non tenere troppo il caval rezo. 
Se tu guardissi a parole di frati, 

lo direi, Dama, che tu fossi sciocca, 

E' sanno ben riprendere e peccati, 

Ma non si accorda il resto colla bocca ; 

E tutti siam d'una pece macchiati, 

lo ho cantato pur, zara a chi tocca, 

Poi quel proverbio del Diavolo e vero, 

Che non e come si dipigne nero. 
E non ti die tanta bellezza Iddio, 

Perche la tenga sempre ascosa in seno, 

Ma perche ne contenti al parer mio 

El servo tuo di fede, e d' amor pieno ; 

Ne creder tu, che si a peccato rio, 

Per esser d'altri, uscir un p6 del freno, 

Che se ne dai a lui quanto e bastanza, 

Non si vuol gittar via, quel che t' avanza. 
Egli e pur megiio, 8c piu a Dio accetto 

Far qualche bene al povero affamato, 

Che ha presentato nei divin conspetto, 

Cento per un ti fia remunerato ; 

Datti tre volte della man nel petto, 

Et di tuo colpa, di questo peccato, 

E non vuol troppo, e basta che raguzoli 

Sotto la mensa tua di que' minuzoli. 
Et pero, Donna, rompi un tratto il ghiaccio, 

Assaggia anche tu el frutto dell' amore ; 

Quando V amante tuo ti ara poi in braccio, 

D' aver tanto indugiato arai dolore ; 

Quest! 



242 APPENDIX. No XXXVII. 

Quest! mariti non ne sanno straccio, 
Perche non hanno si infiammato el cuore ; 
Cosa desiderata assai piu giova, 
E se nol credi, fanne pur la prova. 
Queslo mio ragionare e un Vangelo, 
lo t' ho contato apertamente tutto ; 
So che nell' novo su conosci il pelo, 
E sapranne ben trarre el ver construtto ; 
E s' io aro punto di favor dal cielo, 
Forse ne nascera qualche buon frutto ; 
Fatti con Dio, che '1 troppo dire offende, 
Chi e savia, e discreta, presto intende. 



NO XXXVIII. 

Stanze di Francesco Berni., 

Orlando Innamorato. lib, iii. caiito 7. 

OuiVI era non so come capitato 
Un certo buon compagno Fiorentino, 
Fu Fiorentino e nobil, ben che nato 
Fusse il padre e nutrito in Casentino, 
Dove il padre di lui gran tempo stato 
Sendo, si fece quasi cittadino, 
Et tolse moglie e s' saccaso in Bibbiena 
Ch' una Terra e sopr' Arno molto amena. 

Costui chi'o dico all' Amporecchio nacque, 
Che' e famoso castel per quel Masetto, 
Poi fu condotto in Firenze, ove giacque 
Fin a diciannove anni poveretto, 
A Roma ando da poi com' a Dio piacque 



Pien 



APPENDIX. NO XXXVIII. 243 

Pien di molta speranza Sc di concetto 
D'un certo suo parente Cardinale, 
Che non gli fece mai ne ben ne iTiale. 
Morto lui, stette con un suo Nipote 
Dal qual trattato fu come dal Zio, 
Onde le bolge trovandosi vote 
Di mutar cibo gli venne disio, 
Et sendo all'hor le laudi molto note 
D^un die serviva al Vicario di Dio 
In certo officio che chiaman Datario, 

Si pose a star con lui per Secretario. 

* * * 

Di persona era grande, magro & schietto, 
Lunghe & sottil le gambe forte haveva, 
E'l naso grande, e'l viso largo, Sc stretto 
Lo spatio che le ciglia divideva, 
Concavo I'occhio haveva azurro Sc netto, 
La barba folta quasi il nascondeva 
Se I'havesse portata, ma il padrone 
Haveva con le barbe aspra quistione. 

Nessun di servitu gia mai si dolse 
Ne piu ne fu nimico di costui, 
Et pure a consumarlo il Diavol tolse, 
Sempre il tenne fortuna in forza altrui, 
Sempre che comandargli il padron volse 
Di non servirlo venne voglia a lui, 
Voleva far da se non comandato. 
Com' un gli comandava era spacciato. 

Cacce, musiche, feste, suoni, Sc balli, 
Gioche, nessuna sorte di piacere 
Troppo il movea, piacevangli i cavalli 
Assai, ma si pasceva del vedere, 
Che modo non havea da comperalli, 

Onde 



244 APPENDIX. NO XXXVIII. 

Onde il suo sommo bene era in jacere 
Nudo, lungo, disteso, e'l suo diletto 
Era non far mai nulla, Sc stars! in letto. 
Tanto era dallo scriver stracco &: morto, 
Si i membri e i sensi haveva strutti & arsi, 
Che non sapeva in piu tranquillo porto 
Da Qosi tempestoso mar ritarsi, 
Nq piu conforme antidoto Sc conforto 
Dar a tante fatiche, che lo starsi, 
Che starsi in letto Sc non far mai niente, 
Et cosi il corpo rifare &c la mente. 



NO XXXIX. 

Stanze di Lor, de^ Medici, 

LA NENCIA DA BARBERINO. 

ArDO d'amore, e conviemmi cantare 
Per una dama che mi strugge il core, 
Ch' ogn' otta ch' io la sento ricordare 
El cuor mi brilla, e par che gli esca fore. 
Ella non trova di beliezza pare 
Con gl' occhi getta fiaccole d' amore, 
Io sono stato in citta e castella 
Et mai non vidi gnuna tanto bella. 
Io sono stato a Empoli al mercato, 
A Prato, a Monticelli, a san Casciano : 
A Colle, a Poggibonzi, a San Donato ; 
Et quinamonte insino a Dicomano : 
Figline, Castelfranco ho ricercato, 
San Pier, el Borgo, Montagna, e Gagliano 



Piu 



APPENDIX. NO XXXIX. 245 

Pill bel mercato che nel mondo sia, 
E' a Barberin dov' e la Nencia mia. 
Non vidi mai fanciullatanto honesta, 
Ne tanto saviamente rilevata ; 
Non vidi mai la piu pulita testa, 
Ne si lucente, ne si ben quadrata : 
Ell ha due occhi che pare una festa 
Quando ella gl' alza ; e che ella ti guata : 
Et in quel mezo ha el naso tanto bello, 
Che par proprio bucato col succhiello. 
Le labbra rosse paion di corallo, 
E havvi drento duo filar di denti, 
Che son piii bianchi che quei di cavallo, 
Et d* ogni lato ella n' ha piu di venti : 
Le gote bianche paion di cristallo, 
Senz' alrri lisci ovver scorticamenti ; 
Et in quel mezzo elP e come una rosa "^ 

Nel mondo non fu mai si bella cosa, 
Ben si potra tener avventurato, 
Che sia marito di si bella moglie ; 
Ben si potra tener in buon d\ nato 
Chi ara quel Fioraliso senza foglie : 
Ben si potra ten ersi consolato, 
Che si contenti tutte le sue voglie 
D' aver la Nencia e tenersela in braccio, 
Morbida, e bianca, die pare un sugnaccio. 
lo t' ho agguagliata alia Fata Morgana 
Che mena seco tanta baronia ; 
lo t'assomiglio alia stella diana, 
Quando apparisce alia capanna mia ; 
Piu chiara se' che acqua di fontana 
Et se' piCi dolce che la Malvagia 

VOL. III. rr U ^ , 

^.^ Quando 



246 APPENDIX. NO XXXIX. 

Quando ti sguardo da sera, o mattina, 
Piii bianca se' che'I fior della farina* 

Ell' ha due oechi tanto rubacuori 
Ch' ellatrafigere' con essi immuro : 
Chiunche la vede convien che s' innamori ; 
Ell' ha il suo cuore piOi ch'un ciottol duro : 
Et sempre ha seco un migliajo d'amadori 
Che da qnegli occhi tutti presi furo : 
Ma ella guarda sempre questo ^ quelle, 
Per modo tal che mi strugge il cervello. 
* * * 

Nenciozza mia chi' vo sabato andare 
Fino a Fiorenza, a vender duo somelle 
Di scheggie che mi posi ieri a tagliare, 
In mentre che pascevan le vitelle. 
Procura ben se ti posso arrecare, 
O se tu vuoi ch' io t'arrechi cavelle, 
O liscio, 6 biacca drento un cartoccino, 
O di spilletti, o d'agora un quattrino. 

Eir e direttamente ballerina : 

Ch' ella si lancia com'una capretta ; 
Et gira piu che ruota di mulina, 
Et dassi delle man nella scarpetta, 
Quand' ella compie el ballo ella s'inchina, 
Poi torna indrieto e duo tratti scambietta ; 
Ella fa le piu belle riverenze 
Che gnuna cittadina di Firenze. 

Che non mi chiedi qualche zacherella, 
Che so n' adopri di cento ragioni ; 
O uno intaglio per la tua gonnella 
O uncinegli, o noagliette, o bottoni, 
O pel tuo camiciotto una scarsella, 

O cintolin 



APPENDIX. N^ XXXIX. 247 

O cintolin per legar gli scuffioni, 
O voi per ammagliar la gammurrina 
Una Cordelia a seta cilestriiia. 

Se tu volessi per portare al collo 
Un corallin di que' bottoncin rossi 
Con un dondol nel mezzo, arrecherollo, 
Ma dimmi se gli vuoi piccoli, o grossi, 
E s' so dovessi trargli dal midollo 
Del fusol della gamba, o degli altr' ossi, 
E s' io dovessi impegnar la gonnella, 
I' te gli arrechero, Nencia mia bella. 

Se mi dicessi, quando Sieve e grossa, 
Gettati dentro, i' mi vi getteria ; 
E s' io dovessi morir di percossa, 
II capo al muro per te batteria ; 
Comandami, se vuoi, cosa ch' i' possa, 
E non ti peritar de' fatti mia ; 
Io so che molta gente ti promette, 
Fanne la prova d' un pa' di scarpette. 

Io mi sono avveduto, Nencia bella, 

Ch' un altro ti gaveggia a mio dispetto ; 
E s' io dovessi trargli le budella, 
E poi gittarle tutte inturun tetto ; 
Tu sai, ch' io porto allato la coltella, 
Che taglia, e pugne, che par un diletto, 
Che s' io el trovassi nella mia capanna, 
Io gliele caccerei piu d' una spanna. 



248 APPENDIX. NO XL. 



NO XL. 

TRIONFO DI BACCO E ARIANNO, 

Di Lor. de* Medici, 

V^UANT' e bella giovinezza, 
Che si fugge tuttavia ; 
Chi vuol' esser lieto sia, 
Di doman non ci e certezza. 

Quest' e Bacco, e Arianna, 

Belli, e Pun dell' altro ardenti ; 

Perche '1 tempo fugge, e'nganna, 

Sempre insieme stan contenti: 

Queste Ninfe, e altre genti 

Sono ailegre tuttavia : 

Chi vuol' esser lieto sia, 

Di doman non ci e certezza. 

Questi lieti Satiretti, 

Delle Ninfe innamorati ; 
Per caverne, e per boschetti 
Han lor posto cento aguati : 
Hor da Bacco riscaldati, 
Ballon saltan tuttavia: 
Chi vuol' esser lieto sia, 
Di doman non ci e certezza. 

Queste Ninfe hanno ancor caro, 
Da ioro essere ingannate ; 
Non puon far' a Amor riparo, 
Se non genti rozze, e' ngrate : 
Hora insieme mescolate, 
Fanno festa tuttavia : 



Chi 



APPENDIX. NO XL. 249 

Chi vuol' esser lieto sia, 
Di doman non ci e certezza. 
Questa soma, die vien dreto, 
Sopra r Asino, e Sileno, 
Cosi vecchio, e cbro, e lieto, 
Gia di carne, e d' anni pieno : 
Se non puo star ritto, almeno 
Ride, e gode tuttavia : 
Chi vuol' esser lieto sia, 
Di doman non ci e ceitezza. 
Mida vien, dopo costoro, 
Cio che tocca, ora diventa ; 
E che giova haver tesoro, 
Poi che I'huom non si contenta ? 
Che dolcezza vuoi che senta ? 
Chi ha sete tuttavia ? 
Chi vuol' esser lieto sia, 
Di doman non ci e certezza. ' 

Ciascuno apra ben gli orecchi, 
Di doman nessun si paschi ; 
Oggi siam giovani, e vecchi,' 
Lieti ognun femmine, e maschi : 
Ogni tristo pensier caschi, 
Facciam festa tuttavia : 
Chi vuol' esser lieto sia, 
Di doman non ci e certezza. 
Donne, e giovanetti Amanti, 
Viva Bacco, e viva amore ; 
Ciascun suoni, balli, e canti, 
Arda di dolcezza il core : 
Non fatica, non dolore, 
Quel c'ha esser, convien sia : 

Chi 



350 APPENDIX. NO XL. 

Chi vuol' esser lieto sia, 
Di doman, non ci e certezza ; 
Quant' e bella giovinezza 
Che si fugge tuttavia ? 



NQ XLI. 

CANZONE A BALLO. 

Di Lor. Be' Medici. 



Ben venga ma^gio, 

E'l gonfalon selvaggio. 
Ben venga Primavera, 

Ch' ognun par che innamori ; 
E voi donzelle a schiera 
Con li vostri amadori, 
Che di rose, e di fiori 
Vi fate belle il maggio. 
Venite alia frescura 
Delli verdi arbuscelli : 
Ogni bella e sicura 
Era tanti damigelli ; 
Che le fiere, e gP uccelli 
Ardon d'amor il maggio. 
Chi e giovane, e bella, 
Deh non sie punto acerba 
Che non si rinnovella 
L' eta come fa 1' herba. 
Nessuna stia superba, 
Air amadore il maggio. 
Ciascuna balli e canti 

Di questa schiera nostra : 



Ecco 



APPENDIX. N<5 XLI. . 251 

Ecco e dodici amanti, 

Che per voi vanno in giostra 

Qual dura allor si mostra 

Fara sfiorire il maggio. 
Per prender le^donzelle 

Si non gP amanti armati ; 

Arrendetevi belle 

A' vostri innamorati ; 

Rendete e cuor furati, 

Non fate guerra il maggio. 
Chi 1' altrui cuore invola 

Ad altri doni el core : 

Ma chi e, quel che vola ? 

E' 1' Angiolel d'amore, 

Che viene a fare honore 

Con voi donzelle al maggio. 
Amor ne vien ridendo 

Con rose, e gigli in testa : 

E vien di voi caendo, 

Fategli o belle festa : 

Qual sara la piu presta 

A dargli el fior del maggio. 
Ben venga il peregrino, 

Amor che ne comandi ? 

Che al suo amante il crino 

Ogni bella ingrillandi ; 

Che le zitelle, e grandi ; 

S' inn amor an di maggio. 



252 APPENDIX. NO XLII. 

No XLII. 
Joannes Picus Mir an, Laurentio Medici, 

J-iEGI, Laiirenti Medice, Rhytlimos tuos, quos tibi ver- 
naculae musae per aetatem teneram suggesserunt. Ag- 
novi musarum 8c gratiarum legitimam foeturam, aetatis 
tenerae opus non agnovi. Quis enim in tuis Rhythmis 
Sc numerosa versuum junctura saltantes ad numeruni 
gratias non peresenserit ? quis in canoro dicendi genere 
& modulato canentes musas non audiat ? quis in lepore 
non affectato, hilari argutia, mellitis salibus, aptis ille- 
cebris, miro candore in prudenti dispositione, in gravis- 
simis sensibus ex penetralibus philosophiae erutis ado- 
lescentem hominem agnoscat ? Scio profecto me non 
esse in hoc albo, nee eum qui hue ascendam, idest, ad 
judicium rerum. Sed vellem dici posse extra suspici- 
onem adulationis quod de illis sentio. Dicerem pro- 
fecto non esse veterem scriptorem, quern in hoc genere 
dicendi longo intervallo non antecesseris. Quod ne 
putes dictum ob gratiam, afferam tibi hujusce sensus 
rationes meas. Sunt apud vos duo praecipue celebrati 
poetae Florentinae linguae, Franciscus Petrarcha, 8c 
Dante s Aligerius ; de quibus illud in universum sim 
praefatus esse ex eruditis, qui res in Francisco, verba 
in Dante desiderent ; in te qui mentem habeat 8c aures 
neutrum desideraturum, in quo non sit videre, an res 
oration e, an verba sententiis magis illustrentur. Sed 
expend amus velut in librili particulatim uniuscujusque 
merita. Franciscus quidem si reviviscat, quod attinet 
ad sensus, quis eum dubitet ultro herbam tibi daturum ? 
adeo tu Sc acutus semper, gravis 8c subtilis, ille vero de 

medio 



APPENDIX. NO XLII. 253 

medio plurimum arripiens, sententias colorat verbis, 8c 
quae sunt gregaria egregia facit genere dicendi : in quo 
videamus quid libi ille, quid tu illi praestes. In qui- 
busdam dulcior apparuerit, sed mihi illius dulcedo (ut 
ita dixerim) dulciter acida & suaviter austera. Ille 
fusus 8c aequabiliter deliniens, tu majestate, &c quadam 
vivaci luce orationis animos perstringens. In illo am- 
bitiosa 8c nimia, in te neglecta potius quam affectata 
diligentia. Ille tener Sc mollis, tu masculus Sc torosus. 
Ille volubilis Sc canorus, tu pressus, plenus, firmus, 8c 
modulatus. Ille forte lepidior, tu certe amplior 8c 
erectior. Ille fucatior, sed tu nervosior. In illo est, 
quod amputes, in te nihil redundans 8c nihil curtum. 
Sed forte audaculus, qui tollendum aliquid de illo dix- 
erim. At ita est certe, ita multis videtur, quorum 
judicio confido : nam meo nihil ; cum saepe sit videre 
peccantem ilium, quod Asiatici peccabant, idest infar* 
cientem verba quasi rimas expleat, adhibentemque, 
voces plenas Sc concinnas, non ut exornent, sed ut sus- 
tineant quasi tibicines, carmen ne claudicet. In te 
omnia verba non minus in re necessaria, quam in ornatu 
grata, ita ut qui ex te demat, mutilet ; qui ex illo, ton- 
dat & repurget. Quod si demus (quod nunquam 
dabo) lepidiora esse quae ille scripserit, 8c comptiora 
tuis, facile id fuit praestare hominem, cui non esset 
cum ipsis sensibus labor Sc pugna. At tuae illae acres, 
subtiles, 8c (ut uno dixerim verbo) Laurentianae senten- 
tiae, vix dici potest, ut calamistros respuant, 8c istos 
fucos non libenter admittant. Quas ille tractandas si 
habuisset, quem moUem legimus, nitidum 8c jucun- 
dum, legeremus equidem spinosum, squalidum 8c in- 
gratum ; cum sit videre ilium, quoties aliquid tale 
aggreditur, acytum implicitum vel nodosum, tarn stylo 
VOL. III. L 1 cadere. 



254 APPENDIX. N>^ XLII. 

cadere, quam seiisu surgit. CUm vero illam siiam 
verborum ostentat supellectilem, sua unguenta, cincin- 
nos Sc flores admoneret saepe si adesset Castritius, quod 
admonuit in Graccho, ne falleremur, rotundato sono, 
Sc versuum cursu, sed inspiceremus quidnam subesset, 
quae sedes, quod firmamentum, quis fundus verbis : 
quod si facias illic, videas Epicuri quandoque vacuum, 
ita aut nullum subesse sensum, aut frigidum 8c levem. 
Qua parte (quamvis est maxima) etiam illi si non 
praestes, non video omnino, cur praestet ille tibi di- 
cendi gratia : cum 6c verba apud te esse non possint 
illustriora, Sc coUocatio illorum ita sit apta, ut nee 
cohaerere melius, nee fluere rotundius, nee cadere 
numerosius ullo modo possint. Sed jam Dantem te- 
cum pensiculimus, de quo fortasse plures controver- 
siam sint facturi. Sunt enim multi, qui in scriptorum 
collatione non taiTi expendant merita, quam annos 
numerent, jubentque alios, ut priscos legant cum reve- 
rentia, coaetaneos ipsi legere non possunt sine invidia. 
Primas, certe, quod ad stylum spectat, denegaturum 
tibi neminem puto, ita est Dantes nonnunquam hor- 
ridus, asper Sc strigosus, ut multum rudis Sc impolitus : 
hoc ejus etiam aurarii fatentur ; sed in aetatem 8c 
saeculum illud, id quod sit ita, culpam rejiciunt ; om- 
nino tu cratione cultior, 8c non ille granidior. At 
sensibus (Inquient) grandior Sc sublimior. Quaeso, 
quid mirum in philosophica re ilium philosophari, ipsa 
natura ad hoc cogente, atque ultro suppeditante sen- 
tentias ? Si de Deo, de anima, de beatis agitur, affert 
quae Thomas, quae Augustinus de his scripserunt ; 8c 
fuit ille in his tractandis meditandisque tam frequens 
quam assiduus, tu in obeundis maximis negotiis publicis 
Sc privatis. Non fuit tam praeclarum in Dante hoc fecisse, 

quaiTV 



APPENDIX. NO XLII. 255 

quam won fecisse turpe fuerat : at fuit dubio procul 
summi ingenii opus, quod ipse praestas, philosophica 
facere, quae sunt amatoria, 8c quae sunt sua severitate 
austerula, superinducta venere facere amabilia. Ita in tuis 
versibus amantium lusibus, Philosophorum seria sunt 
admixta, ut 8c ilia hinc dignitatem, 8c haec illinc hila- 
ritatem gratiamque lucrifecerint ; ut ambo hac copula 
& retinuerint quod erat proprium, 8c mutuo se sibi ita 
participaverint, ut habeant utraque singulatim quaje 
prius erant simul amborum. Sed non est hoc tani 
admirandum, quam illud, quod me maxime movit : 
ita haec a te invecta, ut non invecta, sed de materiae 
ipsius (de qua agis) eruta gremio, 8c ex ilia ipsa (ut ita 
dixerim) te irrigante solum, efliorescere videantur, ut 
appareant nativa, non adventitia ; necessaria, non com- 
portata ; genuina omnino, non insititia, hoc est quod 
admirari satis non possum, quo mihi videris Dantem 
exsuperasse. Nam Sc si ille sublimis A^olat, materiae 
alis attollitur ; tu repugnante ilia 8c deorsum trahente 
tolleris in altum alis ingenii, atque ita tolleris, ut a 
materia non discedas, sed illam tecum simul attollas, 
tantum de ipsa tu, quantum de Dante ipsa fuit bene- 
merita. Jam videre licet quid te inter, Franciscumque 
8c Dantem intersit, de quibus hoc addiderim, Francis- 
cum quandoque non respondere pollicitis, habentem 
quod allectet in prima specie, sed ulterius non satisfa- 
ciat : Dantem habere quod in occursu quandoque 
offendat, sed juvet magis intima pervadentem. Tua 
non minus habent in recessu quod detineat, quam 
habeant in prima fronte quod capiat. Adde quod illi 
suas poeses in secessibus, in umbraj in summa studio- 
rum tranquillitate : tu tuas inter tumultus, curiae stre- 
pitus, fori clamores, maximas curas, turbulentissimas 

tempes- 



255 APPENDIX. N^ XLII. 

tempestates, occupatissimus cecinisti. Illis erant 
Musae ordinarium negotium, 8c principale : tibi ludus, 
& a curis quaedam relaxatio. Illis summa defatigatio, 
tibi defatigatio otium. Deniqiie eo animum remittens 
pertigisti, quo illi omnes animi neruos contendentes 
fortasse non pertigerunt. Sed quid dicam de mea 
paraphrasi ? meam enim cur non appellem vel hujus, 
quae niea est, appellationis jure ? demuni cur non 
meam, quam etsi veneror ut tuam, amo tamen ut 
meam ? admiror profecto illam, 8c te in ilia ; ex qua 
conjicio quantum ego aberam a vera laude tuorum 
versuum, in quibus quae erant maxima, quaeque max- 
ime illustria, quibus sum noctuinis oculis, non intro- 
spexeram, vidi deinde per te reveiata, qui id solus 8c 
poteras Sc debebas ; debebas autem tibi 8c nobis, no 
multa Sc te gloria, 8c nos voluptate fraudares. Lego 
(deum testor) maxime Laurenti eam, non tarn ad delec- 
tationem. quam ad doctrinam. Quot enim ibi ex 
Aristotele, auditu scilicet physico, ex libris de Anima, 
de Moribus, de Caelo, ex Problematis ? Quot ex 
Platonis Frotagora, ex Republica, ex Legibus, ex Sym- 
posio ? quae omnia quamquam alias apud illos legi, 
lego tamen apud te ut nova, ut meliora, Sc in nescio 
quam a te faciem transformata, ut tua videantur esse, 
& non illorum ; Sc legens discere mihi aliquid videar, 
quod maximo est indicio, haec te sapere non tam ex 
commentario, quam ex te ipso. Solent enim plurimi 
majore in Uteris sophisteia quam opera, cum quid scrip- 
turi sunt, philosophos habere velut pragmaticos, eis 
dogmata quaedam suggerentes, quae ingerant suis libel- 
jis, ut videantur philosophi. Sed facile hos deprehen- 
das, nam videas ilia nee recte disposita, nee cohaeren- 
tia, 8c ab ipsis non explicata, sed implicata. Atque 

homines 



APPENDIX. NO XLH. 257 

homines alioquin eloquentes, in illis dicendis apparent 
infantissimi. At te quis non videat ea non tenei-e 
precario, sed lit in quae jus habeas 8c potestatem pro 
arbitrio versare, agere, tractare ? Haec tu (proh felix 
ingenium) in aestu Reip. in actuosa vita es assecutus, 
quae nos philosophorum non discipuli, sed inquilini, 
in umbratili vita &: cellularia, sequimur potius quam 
consequimur. Sed quid dicam de paraphraseos tuae 
suavissimo stylo? is mihi videtur penitus, qui Caesaris 
in Romana lingua. Est enim oratio non manu facta, 
non bracteata, non torta; sed suo ingenio erecta, Can- 
dida, & quadrata, nee temere excurrens, sed pedem 
servans, nee luxurians, nee jejuna, nee lasciviens, nee 
ingrata, dulciter gravis, graviter amabilis, verba electa 
8c non captata ; illustria, non fucata ; necessaria, non 
quaesita ; non explicantia rem, sed ipsis oculis subji- 
cientia. Praetereo quam tuae personae semper rnemi- 
neris, quam sint ubique tuae illius prudentiae inspersu 
passim semina atque vestigia. Haec ego hi cum multis, 
Sc alius quisquam longe potiora. Sed duo praecipua 
praeter haec vidi, quae videant forte non mnlti quam- 
quam oculatiores. Primum est illud, ut ilia suas divi- 
tias dissimulet, ut invidiam fugiat, flores in sinu habeat, 
non ostentet, non exurgat in plantas, sed subsidat in 
genua, ut minor appareat. Alterum quid sit non 
video, neque enim tam solers, sed video esse nescio 
quid (ut dicam signatissime) Laurentianum. Quod si 
quis videat Lavu'entii dotes, ingenium, praestantiam, 
Laurentium totum videat graphice effigiatum. Sed 
haec nimis fortasse multa, quae dixi etiam invitus, ipsa 
me transversum (ut dicunt) trahente" in verba animi 
sententia. Illud non praeteribo, hortari tc quanto 
possum opere maximo, ut aliquod quandoque a mode- 

ra]ida 



258 APPENDIX. NO XLII. 

randa republica otiolum suffuratus, absolvendae pava- 
phrasi impartiaris, tibi quidem et linguae patriae ad 
honorem, civibus tuis 8c nobis omnibus futurae ad uaiim 
Sc voluptatem. Florentiae idibus Julii mcccclxxxiv. 



NO XLIII. 

Federicus Dux Urbini, 

Laiu'entio Medici de Florentia. 

JVIaGNIFICE frater carissime. Per la copia de una 
io scrivo alio illustrissimo Duca di Ferrara, la quale io 
mando alii Signori Otto della Balia, la vostra Magnifi- 
Gentia vedra Io aviso ho havvito della perdita della Roc- 
cha di Melara, £c Io pensero de li inimici, die e de unire 
1' armata loro de acqua cum questi di sopra, &; unita- 
mente poi cum Io favore del curso del fiume andarsene 
ad Ferrara ; & non e dubio, che non si facendo dala 
Serenissima Lega celere &: potentissima provvisione in 
qualche parte, li potria reuscire Io pensero, perche 
quello Illustrissimo Signore da se non e bastante ad sub- 
stinere tanto peso, commo la V. M. intende per se me- 
desimo. 

Lo remedio, che mi occurre a tanto eminentissimo 
periculo, si e, che cotesta Excelsa Signora volando, le 
mandi quelio piu numero de fanti li sia possibile, maxi- 
me de quelli de Romagna, & de Valle de Lamone, li 
quali 8c per la vicinita, 8c per essere homini exercitati, 
verranno piii a proposito del bisogno, che de volere fare 

pensero 



APPENDIX. NO XLIII. 259 

peRsero de mandare altri ; Sc io maiKlandome lo Illus- 
trissimo Signore Duca di Milano quella gente da pede 
& da cavallo li ho scripto, descendero nel Ferrarese per 
fare tenere la briglia in mano alii inimici, 8c quando per 
la Serenissima Lega se facciano quelle provisione li e 
necessario & per lo honore Sc per lo utile, Sc per modo, 
che io possa stare a fronte delli inimici, me basta lo 
animo farli intendere, che da fare uno pensiero ad 
mandarlo ad eifetto ci e grandissima differenza. Non 
me euro essere piii longo cum la Vostra Magnificen- 
tia, perche so certo che per sua prudentia intendendo 
quanto questa cosa sia importante, cum omne diligen- 
tia opera per le neces,sarie provisione. 

Ricordo alia Vostra Magnificentia sollecite lo man- 
dare li fanti ragionati in le terre del Sig. Constantio 8c 
mie : Sc questo pure se vol fawe cum omne celerita, per- 
che io ho dato ordine, che li miei homini d'arme se ne 
vengono ad trovarme, che non ce restando ditti fanti, 
non se porriano movere perche el non seria secura cosa 
de spogliare le terre del prefato Sig. Constantio, Sc mie, 
non ce restando gente da posserle defendere in omne 
caso. 

Seria de parere, che lo Sig. Constantio prcditto se 
ritirasse in Toscana 8c cum la persona, 8c cum la 
gente, Sc che li fossero deputate le stantie in quello di 
Rezo Sc in Angira, la quale cosa vene alio proposito 
della securta dello stato de cotesta Excelsa Signoria, del 
suo Sc mio, Sc minacciare li inimici per tutto, Sc porria 
essere che la fortuna porgesse tale occasione, che saria 
stato optima provisione de avere preso simile partito ; 
pero ricordo alia Magnificentia Vostra opei"e, che senza 

metterc 



26(5 APPENDIX. N<5 XLIII. 

iTiettere dilatione de uno actimo de tempo se li ordini 
venga ad lo dicto loco : Sc io in questo ponto per una 
mia ho persuasa la sua Signoria ad cio. Ex Revere 4. 
Mali 1482. 



NO XLIV. 

Guidantonio Vespucci* 

Laurentio Medici. 

jM \GNIFICE vir. Se I'avviso mio della creationc 
del Pontefiice fu tardetto, ne fu causa, perche Antonio 
Tornabuoni spaccio sanza aspettarmi, perche ero in luo- 
go udivo messa con gli altri Oratori, Sc non potevo 
uscire si tardi : la staffetta di Milano fu spacciata per 
Francesco da Casale & non per I'Oratore ; habbiatemi 
per scusato. 

Di questo Pontifice vi diro quanto ne intendo. 
La natura sua, quando era Cardinale, era molto hu- 
mana 8c benigna, & a ciaschuno faceva carezze assai, 
Sc baciava qualunche piu che chi voi sapete : e non 
molto di sperienza delli Stati, di non molta letteratura, 
ma pur non e in tutto ignorante ; era tutto di S. Pier 
in Vincula, 8c lui lo fece far Cardinale : pieno in viso 
8c assai gi'ande, di eta di circha 55. anni, assai robust©, 
ha uno fratello, ha figliuoli grandi bastardi, credo al- 
meno uno, 8c figliuole femmine maritate qui : Cardi- 
nale non andava bene col Conte : San Pier in Vincula 
si puo dir esser Papa, 8c piu potra, che con Papa 
Sisto, se se lo sapra mantenere : ha uno Fratre Ge- 
nuese, che si dice ha donna, naturalmente Guelfo, 8c 

e della 



APPENDIX. NO XLIV. 261 

^ della casa Zibo : ha qui uno nipote Prete 8c parente 
di Filippo di Neronc, che ha per donna una Maria Cle- 
menza che fu moglie di Stoldo Altoviti. El Capitano 
vecchio de' fanti ha per donna una sua parente. Essi 
monstrato huomo piu per esser consigliato, che consigliare 
altri. 

La electione sua e stata in questa forma, che li 
Reverendissimi Monsignori di Ragona e de' Visconti 
veduto non poter fare el Vicecanc* lliere, Sc veduto el 
Vicecancelliere, cerchava far guardia, s' ingegnorono 
tirar qui el Vicecancelliere, Sc fare el facto loro, & 
ante omnia accordarono il Camarlingo Sc Ursino con 
San Pier in Vincula, e quali vi cominciarono ad incli- 
nare, Sc parmi assicurassino con promesse le cose del 
Conte Sc del Camarlingo, Sc molti habbino satisfacto 
di cose prima al Cardinale di Ragona la casa sua, a 
Messer de' Visconti la Casa del Conte, la qual se paga 
al Conte per Sua Beatitudine, Sc tanto che ascende 
ultra alia casa a dodici mila ducati, Sc la Legatione del 
Patrimonio, Sc ne ara non so che a Castello, al Savello 
la Legatione di Bologna, a Milano la Legatione di 
Vignone, le quali tutte ultime Legationi havea S. Pier 
in Vincula, Sc a tutto ha consentito per condurre quest' 
opera, imo ha renunziato ad alcune badie per satisfare 
ad altri che io non so. Colonna non dubito sara an- 
chor satisfacto ; el Vicecancelliere ancora s' e assicurato 
di certe sua cose di Spagna. Noara ha havuto non so 
che Castello : di altri non intendo, ma extimate ce ne 
assai simile. 

Concludovi, che questa electione si da tutta all' 

opera di Mons. de Visconti, Sc parrebbemi gli dovessi 

VOL, III. M m scrivere, 



261 APPENDIX. NO XLIV. 

scrivere, die havendo lo bisogno dell' opera sua nelle 
faccende vostre, ci vogli ajutare 8c scrivere una buona 
lettera a S. Pier in Vincula, perche del caso di Fonte 
Dolce non dubito se non di lui, &c lui e Papa 8c plus- 
qiiam Papa. Et credatis che Monsig. Ragona & Vis- 
coi>ti hanno in ogni electione a mettere a sacco questa 
Corte, & sono e maggior ribaldi del mondo. 

lo attendero qui fra pochi di a ressetare le cose 
vostre, Sc intendo farlo, perche in su questi principj e 
Pontefici sogliono essere gratiosi, & di voi la Santita 
Sua sente bene 8c mecho era assai dimestico. Ricor- 
dovi innanzi §' entri in nuova pratica el farmi aver li- 
cenzia, che vorrei esser costi per tutto Settembre almeno, 
8c vi prego mi vogliate exaudire di farmi el mio Simone 
degli Otto. Romae die 29. Augusti 1484. Ricordovi el 
sollecitare la impresa de Serrezzana, innanzi costui pigU 
piedt) perche poi sara pericoloso. 



NO XLV. 

Laur, f/e' Med. ad Albinuin, 

JLlAVETE intesa 1' offerta mi e stata fatta di stato in 
quel Regno, quando non donasse li presidj al Sig. Re, 
See. 8c cosi avete intesa la mia risposta . . • Dogliome 
che lo Sig. Re non habbia quella reputatione aveva altro 
te»ipo de' denari 8c de gente d' arme, che S. M. era 
stimata lo Jodice d' Italia; adesso che sia lo contrario, 
me ne doglio per la servitu che loro ho ; pure in nullo 
caso mancaro a S. M. Dispiacemi iino all' anima, che lo 

Sig. 



APPENDIX. NO XLV. 263 

Sig. Duca habbia questo nome di crudele, 8c falsa- 
mente le sia imposto ; pur Sua Eccellenza tuttavia se 
forze toglierlo con ogni arte, che certo li mettera bon 
conto. Et cosi se le gabelle se tolerano raal volentieri 
dalli popoli, levele, via, & torne alii soliti pagamenti, 
che vale piu havere un carlino con^ piacere & aniore, 
che diece con dispiacere & isdegno, che certamente 
indurre usanza nova ad ogni popolo ,pare forte. Flo- 
rentiae 3. Novemb. 1485. 

Anco ricordamo a S. S. che lo partire de' niercatanti 
da Napoli, quali dicono per sua causa essere partiti, I'l 
da mal nome per ogni loco, alii quali se non satisfa el 
debito, almeno satisfaccia de bone parole, accio che non 
se dica quello che non e, et quello che e ; pero Sua Ec- 
cellenza accarezze ogn' uno, come e solita, che li animi 
delU homini se vincono & obbligano piu presto con bone 
parole, che non severitate, & questo vise con ogni ma- 
niera de gente, che in fine li mettera bon conto. Qhe 
lo S. Virginio conduca quanti Baroni puote in questo 
de Roma, perche vole del suo soldarli fin alia summa 
de 300. homini d'arme. Una delle principali cose che 
mi pare necessaria e che Sua Signoria tenga ben con- 
tenti tutti i soldati, che mai n'hebbe necessario come 
hoggi. Ultimamente S. M. stia de buono animo, che 
in ogni modo serra victoriosa, che prima questa Sig- 
noria delibera perdere lo stato suo, che detta Maesta 
habia a patire : del resto me remetto alia vostra rela- 
tione. 



264 APPENDIX. NO XLVI. 



NO XLVI. 

Laurcntio de^ Medici Florentinae* 
Rex Siciliae. 

M\GNIFICO LORENZO, laudabile cosa e persis- 
tere nel consueto bene operare, 8c satisfare alle obliga- 
zioni, &c, como se dice, par pari reddere ; ma in vero 
in le amicitie confirmate, Sc dove se va con una me- 
desima volunta & disegno, ad nostro judicio se recerca 
non attendere ad quanto se debia fare, ma ad quello 
piu che sia possibile farse. In le occuiTentie di questo 
inverno ne doleva fino ad V anima che ad Sarzana se 
facesse novita, non per comparire, ma perche non 
haveviamo possuto comparire, justa el desiderio nostro. 
Turbavane, che eramo eshausti, le cose del regno non 
reassectate, le pratiche con la Santita de N. S. assai 
turbide, 8c che havevamo notitia dell' apperato Tur- 
chesco, como de poi se e per tucto inteso ; 8c non de 
manco al primo adviso 8c rechesta circa la novita de 
Serzanello, sat'sfecimo, Sc con volunta 8c con opera 
circa la gente d'arme 8c galere recercate, dolendone 
imperC) cordialmente, che alia rechesta non possevamo 
adj\mi2;ere quel che el debito nostro officio, 8c la promta 
volunta recercava, stando tuttavia con attentione, se 
la fortuna avesse producta alcuna occasione de possere 
alcun tanto piii satisfure ad noi medesimi in queste 
occurrentie della Repubblica vostra : de che havendo 
ultimarnente da diverse 8c bone vie Parmata de' Tur- 
chi havere ad soprastare per questa stasone 8c che dalP 
altro canto Genuesi armavano ad fine de damnificare 
le marine nostre, per divertere Sc distrahere le vostre 

forze 



APPENDIX. NO XLVI. 265 

forze dall' obsiclione de Serzana, subito senza piu dif- 
ferire, rengratiando N. S. Dio, che ne havea ofierta 
comodita, deHberammo mandare ad questa impresa 
otto altre galere, bene instiucte, £c lo robore del nos- 
tra stolo, colo havimo facto intendere al Mag. Mis- 
ser Bernardo, Sc eodem tempore insemi con la deli- 
beratione havimo dato ordine ad la esecutione, facendo 
scrivere da nostro figliolo D. Federico, el quale ha cura 
delle cose de mare Sc ad Brindisi, & per fe marine de 
Calabria, che dicte octo galere subito subito siano 
de qua, & tengano la via de Serzana ad giongerse con 
le altre : ne se persuada la V. Mag. che la mente nos- 
tra habbia da firmarse qua, perche con lo pensero dis- 
cuteremo se altro per noi fai^ se potera, £c al pensero 
adjungeremo I'opera, sequendo lo exemplo della vostra 
Repubblica, Sc anco vostro proprio, 8c havendo sempre 
avante li occhi quel che se facto in nostro adjuto S- 
favore : Sc quanto in noi sera facendo tale opere £c de- 
portamenti, che li beneficii ricevuti habbino ad restare 
bene testificati della buona 8c grata voluntu nostra ap- 
presso el populo de Fiorenza, Sc appresso la V. M. 
Havemo dunque voluto ultra quel che scrivemo vA 11 
Ex. Sigg. Sc ad Marino fare nota per propria lettera 
questa nostra dellberatione ad ia W M., la quale se 
renda certa che dalle faculta nostre ad le sue proprie 
Sc della sua Repubblica, non se ha da fare differentis 
alcuna, perche de tucte cose nostre volimo, che la 
commodita 8c lo uso sia non manco de' Sigg. Fioren- 
tini Sc de V. M., che lo nostro ; 8c questa intra noi 
ha da essere institutione 8c legge perpetua. Confortamo 
lu M. V. ad attender bene alia sua valeludine. Dat. in 
Castello Nove Neap. 3. Junii 1487. 



26S APPENDIX. NO XLVII. 



NO XLVII. 



Magnifico inro Johanni de Lanfredinis, 

Oratori Florentino Romae, 

Laur, Med, 

InTENDO per la vostra de' di 13. che N. S. ha 
preso qualch-e molestia per la instantia fatta per voi 
acciocche Hon si proceda piii oltre in queste citationi. 
A me rincre&ce ogni molestia di Sua S. ma molto mi 
dorebbe, quando accadessi in lei alcuna opinione, che 
le parole o effetti miei procedessino da alcuna cagione, 
altra che dal bene di Sua S. la quale potete accertare, 
che in ogni partito i<. evento io voglio sopportare come 
servitore quella medesima fortuna, Sc questa massima 
tenga ferma per sempre. Se io ho persuaso alia S. Sua 
a temperarsi in queste cose contra il Re, I'ho fatto per 
le infrascritte ragioni. Come per 1' ultima vi scripsi, 
a me pare necessario, che la S. Sua si proponga uno di 
questi tre infrascripti fini, cioe o con la forza havere 
la ragione sua col Re, o veramente accordarsi come si 
puo, o quando pure quello accordo, che si potessi al 
presente fare, fussi con poco honore, temporeggiare 
pill honore volmonte che si puo, aspettando migliore 
occasione ; la prima conditione saria piu honorevole, 
ma a mio parere e di qualche pericolo Sc di gran spesa, 
ne credo che horamai si possa fare senza mettere una 
nuova Potentia nel Reame : a questo mi pajono neces- 
sarie tre cose, cioe, che almeno o Vinitiani o Milano 
siano d'accordo a questa impresa; la seconda, che 
questa tale Potentia, che s' introducessi di nuovo, sia 

per 



APPENDIX. NO XL VII. 267 

per se medesima potente Sc di gente & di danari ; la ^ 
terza, che per N. S. si faccia ogni estrema potentia 
senza perdonare a spesa o a cosa alcuna per octenere 
la impresa, 8c e necessario che tra quello che puo il 
Papa, & quello che puo questo tale, che s'introducessi, 
e vi sia maggiore potentia, che non e quella del Re 
sola, presupponendo che se Vinetia adherissi a questa 
disposizione, havessi a fare questo effelto di teaere 
Milano, che non soccorressi il Re. Chi havessi intel- 
ligentia co' Baroni del Re, o altri simili adminiculi, 
tanto meglio si poteria fare. Hora a questa prima parte 
io potria ingannarmi, quando la ho dissuasa a N. S., 
perche non veggio di queste condition! tanto che mi 
paja ad sufiicentia, che forse ne e cagione il non sapere 
io tutti i secreti di questa cosa : per quello che io 
vegga o intenda non ci e ragione, perche N. S. debba 
per hora havere questa dispositione o speranza, havendo 
a pigliare o Spagna o Francia a questo effetto, 8c 
Spagna mi pare che sia poco potente, maxime alio 
sconfortare, cioe spendere. In Francia secondo la 
natura loro, non so come si possa fare fondamento, 
pure presupposto che mutassi natura, mi accorderei 
con N. S. che fussi manco male, maxime, perche 
sarebbe manco pericoloso uno augumento di potentia 
in uno di casa di Lorena, che in Spagna, perche il 
Duca di Lorena non e pero Re di Francia, Sc veggiamo 
per experientia, che il Re di Napoli e molto piu stretto 
con Spagna, che il Duca di Lorena con Francia, 8c 
nondimeno il Re di Napoli & Spagna non sono amici, 
Sc ciaschuno che fussi Re del Reame, farebbe poi il 
conto suo. Con tutte queste ragioni non intendendo 
io altro particulare, non conforterei mai N. S. a tentare 
mai per oni simile impresa : cc se cosi c-, Io esasperare 

il 



5^58 APPENDIX. N^ XLVII. 

il Re con citationi £^ simili cose per questo capo non 
giova, anzi clii fussi ad ordine a poter fare gagliarda- 
mente questa impresa, mi parebbe tanto piu da fug- 
gire ogni dimostrazione di malo animo per fuggirfr 
il pericolo di quello, che puo fare il Re dal dire al fare, 
che a me non pare poco, & pero sarebbe meglio dissi- 
mulare Sc secretamente atteiidere a prepararsi, che mos- 
trare malo animo prima che allri potessi offendere, che 
non e altro che dare occasione ad altri di prepararsi 8c 
offendere prima, si che per ogni ragione in questo prime 
paruto a me non pare sia bene citare il Re. Qanto 
alia seconda parte dello accordarsi, potrei ancora ingan- 
narmi, perche forse si propongono tali conditioni, che 
non sono note a me, le quali si adjutano meglio con 
questo modo della citatione, che forse servirebbe quando 
le pratiche fussino mature Sc quasi resolute, nel quale 
caso il darsi in qualche modo reputatione suole ajutare 
meglio il risolvere : ma se non ci e altro che quello che 
io so, le pratiche pajono acerbe Sc non punto di facile 
resolutione, Sc pero questi modi, che si tenessino per 
ajutare tali pratiche, potrebbono forse generare qualche 
scandolo o ruptura, che e il contrario dello accordo. 
Quanto al temporeggiare, credo che questa parte non 
bisogna disputare, perche seuza comparatione e meglio 
posare le cose ai presente con reputatione di N. S. che 
tentare la fortuna, niassime perche voi conoscete molto 
meglio di me, che il Re ha gran faculta di offendere. 
Hora come dico di sopra per non sapere piu innanzi 
in queste cose non ve ne posso dire altro. Se il pro 
poco temere del Papa nasce da qualche buon fonda- 
mento, fate, che lo sappi ancora io per levarmi questa 
molestia, Sc benche io no:i sia di natura vile, per la 
fede, che mostra il Papa in me, ho molto maggiore 

sospetto 



APPENDIX. NO XLVII. 269 

sospetto delle cose sue, die iion harei clelle proprie. 
Quando la S. S. ne sara sicura, io attribuisco tanto alia 
prudentia Sc autorita sua, clie ne restero ancora io 
quieto. Insino che non intendo altro fondamento di 
questa sua sicurta, vi confesso, che non sto con I'animo 
riposato. Se ci e cosa alcuna, per V amore di Dio 
fatemela intendere, che per 1' ordinario non mi sento 
bene. Non creda il Papa per cosa del mondo, che ad 
alcuno particulare proposito fuori del bisogno di S. S. 
io pensi, dica, o adoperi cosa alcuna, perche il bene, 
che ho havuto da N. S. 8c quello che io ne asnetto, pro- 
cede tutto dal suo buono stato reputatione. Del 
Sig. Lodovico ho detto quanto intendo, & aperto it 
cuore mio della natura sua. Io so che vo rettamente, 
& ho il mio primo fondamento in N. S. ne diro altro 
che quello mi habbi detto molte volte, cioe che quando 
la S. Sua si possa accordare col Re con qualche 
parte dello honore suo, mi pare meglio uno comunale 
eccordo, che una buona guerra : quando questo havessi 
difficulta, m' ingegnerei temporeggiare con honore & 
sicurta, presupposto che non ci sieno quelle condition!, 
che bisognerebbero ad valersi contro il Re, le quali dice 
di sopra, perche quando ci fussino, sono certo il Re nello 
accordo si lasceria maneggiare, 8c consentirebbe all' 
honesto, 8c perche io credo, che il Re intenda molto 
bene il male, che gli puo essere fatto ; dubito per 
questo non venga in piu gagliardia. Tutte queste mie 
ragioni potrebbero essere resolute invento ; tale secreto 
potrebbe havere N. S. che non e noto a me. Non 
credo, che sia molesto alia S. Sua questo mio discorso 
con questa risolutione, che io ho sempre a sopportare 
quella medesima fortuna, che la S. S. voglio havere 
licentia di parlare sempre liberamente, 8c fare quello 
VOL. III. N n che 



270 APPENDIX. No XLVII. 

che vuole S. S. Ringratiate con og-ni vostra efficacia la 
S. di N. S. della amorevole &c benigna risposta vi ha 
fatta circa la protetione dell' Ordine de' Servi in Mes. 
Giovanni. Tutte queste cose mi obbligano immortal- 
mente alia S. Sua. Piacemi assai, che siate state a 
Cervetri & a S. Severa, 8c sopratutto mi piace vi hab- 
bino satisfatto i modi & i governi del Sig. Francesco 
con cotesti suoi sudditi, perche Dio mi e testimone^ 
che non amo meno lo honore 8c bene suo che il mio. 
Pregovi & conforto quanto posso adoperare con N. S. 
per dare perfetione alle cose di S. Severa, poiche voi 
medesimo giudicate la importantia Sc necessita di ag- 
giungere questo stato a Cervetri. Cosi vorrei mi ris- 
pondessi qualche cosa di Gallese, perche possa rispon- 
dere a quello amico, che dovera presto tornare a me. 
Bisogna che N. S. acconci una volta il Sig. Francesco 
in modo, che ogni di non habbi havere molestia per le 
cose sue, accioche lui 8c noi possiamo vivere lieti 8c 
di buona voglia, perche, dicendo pure il vero, il Sig. 
Francesco non ha ancora stato conveniente a uno nipote 
di uno pontefice, e pure ci appressiamo al settimo anno 
del Pontificato. Debbesi havere piu rispetto cominciando 
a venire in famigHa et con piu giustificatione per questo 
lopuoajutare N. S. Florentiae die 17. Octobris 1489. 



APPENDIX. NO XLVIIL 371 

NO XLVIII. 

JLaurentio de^ Medici, 
Ferdinandus Rex Siciliae, 

JVlAGNIFICE vir compater Sc amice noster carissime. 
Non era necessario, ehe da voi fossemo rengratiati di 
quelle per lettera de nostra matio ve ho offerto in bene- 
ficio di Mes. Joanni vostro figlio, perche sape Dio lo 
animo Sc la volunta. nostra, quanto desideressimo fare 
tutte le cose del niondo per ijsarve gratitudine per quel- 
lo havete continuamente operate in beneficio nostro, & 
de questo Stato, del quale sempre potete fare quella 
stima, che fereste delle cose vostre medesime, perche 
li oblighi, che ne havimo, cosi recercano, 8c mai ve 
poriamo offerire tanto in beneficio vostro 8c della casa 
vostra, che ne para havere satisfacta una milleslma parte 
de quello, e lo animo 8c desiderio nostro de fare, secundo 
speramo per experientie, omni di porite conoscere piu 
manifestamente. Datum in Castello Novo. Neap. 23. 
Agosto 1488. 



NO XLIX. 

Pietro da Bibbiena a Clarice de'' Medici a Roma,. 

JJOMINA mea. Scrivendovi- io in nome di Loren- 
zo, non me accade dire altro alia M. V. se non che 
da sabato in qua ho script© piu lettere a quella, 8c per 

questa 



272 APPENDIX. NO XLIX. 

questa le mando lo inventario del presente del Soldano 
daio a Lorenzo, el quale mandai pero a Piero, ma verra 
piu adagio. Vale. 

Un bel cavallo bajo ; animali strani, montoni e pecore 
di varj colori con orecchi lunghi sino alle spalle, & code 
in terra grosse quasi quanto el corpo ; una grande am- 
polla di balsamo ; ii. corni di zibetto ; bongivi, Sc legno 
aloe quanto puo portare una persona ', vasi grandi di 
porcellana mai piOi veduti simili, ne meglio lavorati ; 
drappi de piu colori per pezza ; tele bambagine assai, 
che loro chiamaho turbanti finissimi ; tele assai coUa salda, 
che lor chiamano sexe j vasi grandi di confectione, mira- 
bolani Sc giengituo. 



NO L. 
AURELII BRANDOLINI. 

FLORENTINI. 

Cognomento Lippi. 

Z)e laudibus Laurentii Medicis, 

\J MEA Tyrrhenas nondum sat nota per urbes 

Hue ades imparibus vecta Thalia modis. 
Vade age laurigeros Medicum pete Iseta penates, 

Magnaque Phcebei limini vise laris. 
Est via longa quidem fateor, sed splendor, & ampli 

Maxima Laurenti gloria vincit iter. 
Hunc igitur forti superabis mente laborem ; 

PrK'mia sunt viso sat tibi magna viro. V 

Nee 



APPENDIX. NO T.. 273 

Nee vereare sacris aditum non esse Camoenis, 

Ilia domus Musis nocte, dieque patet. 
Non nisi ciilta tamen te coetu intersere tanto, 

Odit barbaricos docta caterva sonos. 
Ecquis enim Phcebo, Phoebique sororibus illo est 

Gratior ? Aonio quis magis amne bibit ? 
Sed sis culta licet ; moneo tua tempora serves 

Omnia non omni tempore visa placent. 
Excipiere ilia (serves si tempora) fronte, 

Quam prjestare solet civibus ille suis. 
Mox cum te placido trepidantem perleget ore, 

Illi hsec de multis pauca, sed apta refer, 
Ausonios inter proceres, celeberrime princeps, 

Inter Sc Etruscos gloria sunima viros ; 
Accipe Laurenti quae dat tibi munera Lippus, 

Lippus Partenope civis ab urbe tuus. 
Sunt ea parva quidem, sed sint tibi grata precamur, 

Namque ea sunt animi pignora magna sui. 
Mens pia coelestes, non grandis victima placat, 

Hostia parva Deum, sit modo sancta, juvat. 
Gratus erat Baccho quamvis pauperrimus esset 

Icarus ; £c dignus numinis hospes erat. 
Alcides domitis invicto robore monstris 

Accubuit mensis ssepe, Molorche, tuis. 
Ipse quoque immensum fertur quum viseret orbem 

Juppiter in parva discubuisse casa. 
Cumque torum pomis oneraret agrestibus hospes, 

Vilia non puduit sumere poma Jovem. 
Tu quoque parva licet placido mea carmina vultu 

Accipe. Moeonius det tibi magna pater. 
Et daret, 8c cuperet Pitii pro nomine Achillis, 

Proque Itaco nomen ponere posse tuum. 

A St 



574 APPENDIX. N^ L. 

Ast ego quod possum fero ; tu ne parva ferentem 

Despicias ; animo dona repende meo. 
Non sunt parva tamen ; magnam celebrantia nomen, 

Qux tu vel solo nomine magna facis. 
Sed quisnam merito divinas carmine laudes 

Concipere, & tanto par queat esse viro ? 
Moeonides iterum liceat Ciceroque resurgant, 

Moeonides dicet cum Cicerone parum. 
Ipse potes solus digno tua condere gesta 

Carmine, te prater dicere nemo valet. 
Vincitur ingenium tanto jam nomine nostrum, 

Tergaque succumbunt pondere victa gravi, 
Sed tamen incipiam, deerunt si carmina tantis 

Laudibus, ignosces, sit voluisse satis. 
Rursus in ambiguis versatur cura tenebris. 

Rursus in incertum mens vaga fertur iter. 
Quae quibus anteferam, qu^e prima aut ultima dicam, 

Quis mihi sit finis principiive locus ? 
Bella ne dent aditum ? quis bello est major, & armis ? 

Quis magis in dubio Marte timendus adest ? 
Quid tu te ^acidse fulgentibus induis armis ? 

, Exue, non faciunt ista, Patrocle, tibi. 
Indue, Laurenti, nee eris simulatus Achilles, 

Indue, non Hector, te duce, fortis erit. 
Nee nisi te armari pro se voluisset Achilles, 

Dixisset comiti : cede Meneacide. 
Tu quoque quid spolium verbis tibi summus Ulixe ? 

Huic dedit iEacides, non tibi : redde suum est. 
Non tibi sed nobis cessit Telamonius Ajax 

Tu quoque (sed facies jam puto) cede libens. 
Hunc decet jEacide spoliis gaudere superbis, 

Hunc decet Hectoreas vincere ssepe manus. 

Aspice 



APPENDIX. NO L. 275 

Aspice quantus eat rutilis bellator in armis, 

Quantus agat celerem, quamque tremendus equum. 
Quo tenet ingentes habitu, quo dirigit hastas, 

Qua ferit ipse alios, qua cavet arte sibi. 
Defendit clypeo, ferit ense, excellit utroque, 

Tutus abit clypeo, victor at ense redit. 
Nemo levi melior jaculo volucrique sagitta, 

Nemo pedes melior, nemoque prsestat eques. 
Seu cursu spatium rapido vis pervolet ingens ; 

Vincet Thraicio vos Aquilone sati. 
Seu velis exiguum sonipes se verrat in orbem, 

Vincere te propria, Castor, in arte potest. 
Hunc Pellaeus equus cuperet modo viveret unum, 

Hunc cuperet solum Caesarianus equus. 
Magna gerit sumptis miles fortissimus armis, 

Sed majora toga, consiliisque gerit. 
Maxima consilio, non armis bella geruntur, 

Ilia quidem faciunt jussa, sed ista jubent. 
Hoc probat illustris facinus Themistoclis ingens 

Libera eonsiliis Graecia tota suis. 
Romaque prudenti nisi libera facta fuisset 

Consilio ; Poeni serva futura fuit. 
Maximus Hannibalem nullo mucrone repressit, 

Vastaret Latias quum sine fine domos ; 
Per juga, per summos colles residere solebat, 

Castraque in excelso semper habere loco. 
Nubila quum tandem nimbum montana dedere 

Sensit, & Hannibales Hannibal esse duos, 
Artibus his Fabius victorem contudit hostem, 

Restituitque ipiora rem tibi Roma tuam. 
Quid Cato ! nonne tuam peperit bis victa ruinam 

Carthago ? 8^ verbis diruit ante suis ? 

Quid 



276 APPENDIX. NO L.- 

Quid loquar ereptam veniente tirannide Romam 

Non nisi consiliis, Marce dlserte, tuis. 
Jure parens igitur patriae meri toque vocaris, 

Reddita te, Cicero Consule, Roma sibi est. 
Nonne igitur posito fiunt quoque maxima bello ? 

Nonne locum media pace triumphus habet ? 
Hunc sibi facundo fretus Laurentius ore 

Consiliis meruit saepe referre suis. 
Saepe alias, sed parta recens (ut caetera mittam) 

Non sinit indictum gloria abire decus. 
Quis Volaterrani funesta incendia belli 

Nescit, Sc armatas Marte furente manus ? 
Quantus Sc Ausonias urbes incenderat ardor ? 

Sustulerant animos ira, dolorque truces. 
Acta furore gravi socia defecerat urbe, 

Armarat validas in sua fata manus. 
Undique finitimos rupto jam foedere ad arma 

Concierat populos Italicosque duces. 
Instabant magni nostris discrimina belli, 

Nee par tot populis urbs erat una satis. 
Perdere vel socios erat, aut superare necesse ; 

Ardua res nimis haec, foeda erat ilia nimis. 
Quid faceret ? dubia trepidabat in urbe senatus, 

Certabant animis, hinc decus, inde pudor. 
Jamque videbaris succumbere victa pudori 

Gloria, jam turpi vertere terga fuga, 
Ni tibi subveniens Tuscae lux unica terrae 

Ad tua victricem signa tulisset opem. 
Protinus ille gravi trepidantem voce senatum 

Arguit, 8c segues increpat usque viros. 
Hinc decus eximium, & victricem collocat urbem, 

Hinc victam, multo cumque pudore locat ; 



Et 



APPENDIX. NO L. 277 

Et jubet aequata geminas expendere lance, 

Quaque velint potius vivere in urbe rogat. 
Erigit hinc animos facunda voce jacentes, 
• Spemque dat hostiles vincere posse manus. 
Quoque geri possit pacto res indicat omnis, 
Consiliumque probat civibus inde suum. 
Dicta placent patribus : rerum hiiic traduntur habenae, 

Hie jubet, urbs nulla conficit ilia mora. 
Verba fides sequitur : superat Laurentius hostem, 

Et venit in Tuscum terra inimica jugum. 
Quae gesta, aut quas his poteris conferre triumphos ? 

Ista decent animum, vir generose, tuum. 
Nonne ha^c innumeros meruerunt gesta triumphos ? 

Plurimaque hoc meruit laurea serta caput ? 
Cuncta quidem cives ilium meruisse fatentur ; 

Cunctaque detulerant ; cepit at ille nihil. 
O magnum, Sc nullo visum unquam tempore factum ! 

O vir, sed magnos inter habende Deos ! 
Quid tibi pro tantis dignum virtutibus optem, 

Aut quae coelestes praemia digna ferant ? 
Maxima quum fuerint uno te coepta jubente, 

Et sint consiho bella peracta tuo ; 
Abnuis oblatos ultro, refugisque triumphos ; 

Detrahis & capiti laurea serta tuo, 
Et quando haec Fabium, quando haec renuisse Ca- 
millum, 
Aut Curium, lector, Fabritiumque vides ? 
Nonne & ab hoc maduit civili sanguine Caesar ? 

Quum sibi sublatum non tulit esse decus. 
Denique quis meritae non poscit praemia palmae ? 

Vincere n^agnanimi est, praemia nolle Dei. 
VOL. III. o Q Hi(i 



278 APPENDIX. NO L. 

Hie mihi millenas ausim deposcere lingua-s, 

Et totidem voces, feiTeaque ora simiil, 
Ut tantas merito resonarem carmine laudes, 

Viveret Sc tan to nomen in orbe tuum. 
Talia non debent, nee possunt gesta perire : 

Omnibus, Aonides, haee celebrate modis. 
Quid magis heroas Latio juvat edere versu ? 

Quid magis Herculea monstra subacta manu f 
Quid magis Argolicas chartis mandare phalanges? 

Fietaque Priamidae gesta referre juvat ? 
Quis Romana puer, quis Puniea praelia nescit ? 

Quis jam Pellaei non tenet acta ducis? 
Scribite nunc alios, alios celebrate triumphos, 

Inclita Laurenti dicite facta mei. 
Hie solus meritos novit non velle triumphos, 

Quodque petunt alii, despicit ipse decus. 
Jure potes talem, Laurenti, temnere pompam, 

Non etenim gestis par erat ilia tuis. 
Gloria majorum tibi dat contempta triumphum, 

Majus Sc a spreto surgit honore decus. 
Deque triumphandi victa ambitione triumphas : 

Non datur humanis viribus istud opus. 
Quum reliquos soleas mortales vincere, minim I 

Exuperant laudes haec nova facta tuas, 
O decus, o praestans, divinaque gloria, quando 

Jam nullum poteras vincere, te superas. 
Quin tibi non unus meritusve, actusve triumphus : 

Innumeros tribuunt talia facta tibi. 
Quid quod k officiis servas civilibus urbem ; 

Inque dies auges nobilitasque magis. 
Sed neque quid praestes hac est mihi parte tacendum, 

Ni tua versiculis deinoror acta meis. 

Sed 



APPENDIX. NO L. 279 

Sed tibi (si fauces £c copia vocis adesset) 

Lrbs mallet lingua cuncta relerre sua. 
Tu tamen illius haec pectore prompta putato, 

Haec tibi si posset, nunc velit ipsa lo^ui. 
Principio victrix numeroso ex hoste triuniphat ; 

Imputat hoc meritis maxima facta tuis. 
Otia composito tutissima foedere firmat : 

Hoc quoque quis nescit muneris esse tui ? 
Bella silent : placida cives modo pace fruuntur, 

Nee minor inter se pax quoque parta aomi est. 
Omnibus indulsit miti Laurentius ore : 

Unanimos claudant moenia ut una viros. 
In curvam rigidus falcem nunc flectitur ensis, 

Vomeribus cassis, vitibiis hasta bona est. 
Armaque qui coluit miles, nunc incolit arva ; 

Arma quoque hie semper, sed meliora gerit. 
Scilicet Sc rastros, & magno pondere aratrum ; 

Quaeque habet alma Ceres, quaeque Lyaeus habet. 
Fossor inermis arat, graditurque viator inermis ; 

Nee timet hostiles ille, vel ille manus. 
Aurea, Laurenti, redeunt te sospite saecla, 

Aurea te nobis sospite vita redit. 
Nee valet hoc quisquam (velles licet ipse) negare, 

Nam te quisque petit, suspicit, optat, amat. 
Quidquid habent omnes, tibi se debere fatentur, 

Et sonat in popiilo nomen ubique tuum. 
Defessus viridi requiescit arator in umbra, 

Dumque sedet, laudes concinit ille tuas. 
Serus ab Etrusca discedens urbe viator, 

Se tutum meritis. cantat abire tuis. 
Hie te divitias rogat, & rogat ille favorem, 

Accipit optatum, laetus uterque suum. 



^0 APPENDIX. NO L. 

Te pupillus adit solum, verumque patronum : 
Te simul orba parens, virgoque casta petit. 
Optat opem hie, victum petit haec, rogat ilia maritiim 
Sentit opem hie, victum haec impetrat, ilia virum. 
Haec rogat amissam misero pro conjuge dotem, 

Hanc quoque non pateris dote carere sua. 
Ut juvet in carum pietas impensa maritum, 

Efficis, 8c dotem das sibi ferre suam. 
Nee satis hoc ; inopi querula nil voce petenti 

Ultro ades, Sc gratum porrigis auxilium. 
Suppeditas largas (cum parva est copia) fruges, 

Ut vivat mentis plebs numerosa tuis. 
Denique quidquid habent pueri juvenesque, senesque, 

Aut virgo, aut mater, munus id omne tuum est. 
Magna quidem dixi ; longe majora sequuntur : 

Haec quoque sint quamvis non tibi magna satis. 
Instituis Sanctis victricem moribus urbem, 

Discat ut exemplo se superare tuo. 
Jura aliis saneis, sed quae prius ipse probaras-, 
Quaeque jubes aliis, tu prius ipse facis. 
' Fusa prius luxu nunc est moderata juventus, 
Et coepit similis moribus esse tuis. 
Deposuit Tyrias vilis plebecula vestes, 
Et didicit fines nosse modesta suos. 
Omnia non debet, possit licet omnia vulgus, 

Quaeque valent omnes omnia ferre, nefas. 
Quisque igitur cohibet luxum, Tyriasque lacdrnas 

Ponit, &c in modica se tenet usque toga. 
Hoc faciunt alii, suptrat Laurentius omnes, 

Gaudeat ut mores urbs imitata ducis. 
Tu quoque delitias posuisti, virgo, nocentes, 
Non poteras alio vivere casta modo. 

Non 



APPENDIX. N° L. 281 

Non nisi fulgentem gemmis, auroque puellam 

Caecus Amor sequitur, quam bene cernit amor. 
Non petit ancillas aurata veste carentes 

Ille puer ; sed te, culta puella, petit. 
Nulla piidica diu, formosaque vivere posset, 

Ipsa esset quamvis Pallade casta magis." 
Vivere casta (gerit quum gemmas femina) non vult ; 

Culta nimis, juvenes credite, virgo vocat. 
Si tua simplicibus facies contenta fuisset, 

Tindari non te bis subripuisset amor. 
Tu quoque non raptam quaesisses anxia natam, 

Flava Ceres, cultu si foret usa tuo. 
At tu delitiis vives nunc casta fugatis, 

Munere Laurenti, Tusca puella, tui. 
Ilium igitur venerare sacri tibi numinis instar, 

Quo duce parta redit vita pudica tibi. 
Tu quoque laxa prius ; nunc frugi, & parca juventus 

Illius (esto memor) te tibi reddis ope. 
Hoc duce pestiferum posuit Florentia luxum, 

Et retinet fines femina, virque suos. 
Imbuit ingenuis victricem moribus urbem : 

Luxuriem, 8c turpes sustulit illecebras. . 
Protulit imperium pugnando Roma superbum, 

Sed praestans animi perdidit imperium. 
Nam quum Marte suo nuUos non vinceret hostes, 

Armaque jam toto spargeret orbe potens ; 
Anxia captivo parebat turpiter auro, 

Docta alios, sed se vincere docta parum. 
Non sic imperium servat Florentia partum, 

Non sic magna diu vivere posse putat. 
Sed postquam externos vincendo sustulit hostes, 

Luxuriem, & molles vincere discit opes. 

Optimus 



283 APPENDIX. N^ L. 

Cptimus hoc docuit civis, facit ipsa libenter ; 

Qui jubet hoc fieri, fecerat ipse prius. 
Namque ubi finitimos vicit Laurentius hostes, 

Se docet exemplo vincere quemque sue. 
Caesar adulteriis poenam statuisse minacem 

Dicitur, ipse tamen turpis adulter erat. 
Haud satis esse putat sanctas hie scribere leges, 

Ut faciant alii quae jubet, ipse facit. 
Condidit aeternis meliorem legibus urbem, 

Moeniaque huic circum nobiliora dedit. 
Quid Numa, quid Minos, Lacedaemoniusque Lycurgus 

Urbibus audebant, condere jura suis ? 
Esto tamen. nullas modo quisquam conferat istis : 

Scripta legunt homines ilia, sed ista viaent. 
Moenia quid, Theseu, quid moenia, Romule pastor, 

Condere, vel Romae Cecropiaeve fuit ? 
Romule, non Romam, Theseu, non condis Athenas, 

Sed qui jura dedit, conditor ille fuit. 
His magnae, his, inquam, cinguntur moenibus urbes : 

Haec non tormenti robore fracta cadunt. 
Perpetuam leges urbem, non moenia, servant ; 

Moenibus icta ruit, legibus aucta regit. 
His igitur Tuscam cinxit Lau^'entius urbem 

Moenibus, ut nullo robore victa ruat. 
Ergo pater patriae communi est voce vocandus, 

Dicite io cives jure, pater patriae. 
Quid quod 8c Alpheas iterum sibi condere Pisas 

Mens fuit, 8c coeptis ducta Minerva comes. 
Undique Palladias studiosus contulit artes, 

Ut colerent unum, quem coiit ipse locum. 
Elicuit medlis hie Pallada solus Athenis, 

Lit praesit studiis non aliena suis. 

Solus 



APPENDIX. NO L. 283 

Solus Sc Aonio ductus Helicone sorores 
Ire nee invitas per juga Tusca facit. 
Ipse pater Phoebus Cyrrha Delphisque relictis, 

Venit, 8c auratam protulit ante chelym. 
Numina quando etiam Pisas injussa frequentant, 

Certatimque suae quisque dat artis opus. 
Hoc tibi (quis nescit ?) Laurenti numina praestant : 

Tune putas Pisas sponte petisse sua ? 
Quae tot causa Deos, quisve illuc cogere posset ? 

Cui veniunt igitur numina ? nempe tibi. 
Quem potius, quaesc, superique hominesque frequen- 
tent ? 
Ecquis numinibus carior atque viris ? 
Esse hunc Cecropiae carum junctumque Minervae, 

Consilium prudens juraque sancta probant. 
Quis neget hunc olim dbctas aluisse Camoenas ? 

Atque Aganippeo fonte levasse sitim ? 
Quum superent veteres etiam sua carmina vates, 

Parque habeat reliquis partibus ingenium. 
Qun etiam doctos profert extempore versus, 

Qii deceant calamum, culte Tibulle, tuum. 
Oblcquiturque lyra numeros resonante disertos ; 

Eit lyra numeris, ingeniumque lyrae. 
Hicne potest Phoebo gratus non esse Poeta ? 

An quisquam Phoebo gratior esse potest ? 
Quin Hum proprias Deus excoluisse per artes 

Dicitur, & cytharam sponte dedisse suam. 
Nunc k uterque simul noctesque, diesque moratur, 

Et canit ad doctam doctus uterque lyram. 
Hactenus in tacito servaram pectore fixum 

Clarius et cunctis (credite) majus opus. 
Dicturus fueram Phoebi quoque sanguine natum, 
Auctoremque sui stemmatis esse Deum. 

Sed 



384 APPENDIX. NO L. 

Sed mea ne risum parerent ut vaua, verebar- 

Nam solet a magnis rebus abesse fides. 
At nunc intrepido sic jussit pectore numen, 

Vix credenda quidem, sed tamen acta loquar. 
Est Deus in nobis ; coelestis pectora versat 

Spiritus, aethereo missus ab usque polo. 
Saepe 8c coUoquio fruimur propiore Deorum. 

Ipsa petunt nostros numina saepe lares. 
Hesterna meditans igitur dum luce require 

Piogeniem, & patres, vir generose, tuos ; 
Astitit aurato fulgens mihi Phoebus amictu> 

Et coepit posita talia verba lyra : 
Inclita Laurenti, vates studiose, requires 

Stemmata ; sed sine me non mea nosse potes.^ 
Ipse ego sum tanti praeclarus sanguinis auctor : 

Desine tu genus addubitare meum. 
Ipse ego sum Medicae (si nescis) gentis origo, 

Primaque in inventis est medicina meis. 
Quoque magis credas ; hie nostra ex arbore ductun 

Sumpsit ; 8c a lauro nobile nomen habet. 
Jure igitur cytharam, nostrasque huic tradimus jrtes : 

Laurea jure sedet vert ice multa suo. 
Dixit ; 8c a nobis multo fulgore recedens, 

Ambrosio totam sparsit odore domum. 
Ergo age, Laurehti, divino sanguine gaude, 

Gaudeat et Phoebo vestra parente domus. 
Nee minus ipse tuo laetus sis, Phoebe, nepote. 

Suscipiat sobolem gens quoque laeta suam. 
Gaudeat, ut tanto Florentia gaudet alumno, 

Tuscaque laetetur pignore terra suo. 
Tu superas veteres, juvenum pulcherrime, dives, 

Si fas est magnos vincere posse Decs. 

Cornua 



APPENDIX. NO L. 285 

Comua quid, Liber, quid jactas, Phoebe, pharetram? 

Phoebe, tibi pharetram, cornua. Liber, habe. 
Est tibi formosum praestanti robore corpus, 

Cui natura parens tnunera cuncta dedit. 
Sunt Sc opes tantae, Croesos ut viceris omnes, 

Seque putet Croesus nunc habuisse nihil. 
Fabritios, Curiosque tamen (qui crederet ?) aequas : 

Difficile est Croesum vinccre, Sc esse Numam. 
Laurigeros etiam memisti saepe triumphos, 

Magnaque parta foris gloria, magna domi. 
Pierides idem retines, castamque Minervam ; 

Consulit haec, vatem te chorus ille facit. 
Adde quod 8c Phoebi generoso es sanguine cretus, 

Et genere, ingenio, fidibus, arte vales. 
Quid magis aut optent homines, aut numina praestent ? 

Omnia supremum jam tetigere gradum. 
Quod tribuant nee habent superi, licet addere vellent : 

Nee tibi vir cupidus, quod magis optet habet. 
Tu juvenis locuples, sapiens, generosus, honestus ; 

Singula quid referam ? cuncta beatus habes 
O fortunatos homines, o saepe beata 

Saecula, quae tanto digna fuere viro. 
Quae tam laeta dies tanti, rogo, munera partus 

Gentibus innumeris, ^ tibi, terra, dedit ? 
Hanc dare qui sobolem tanti potuere parentes ? 

Cui licuit tanti pignoris esse patrem ? 
Quae majora Deus potuit dare munera terns ? 

Quid potuit majus terra rogasse Deum ? 
Aurea falcifero non debent saecula tantum, 

Nee tantum Augusto saecula pulchra suo. 
Quantum nostra tibi, tibi se debere fatentur 

Aurea, Laurenti, munere facta tuo. 
Nee tam laeta suis fuit umquam Pella duobus, 

Nee tam Roma suis inclita Caesaribus, 
VOL. III. p p Quam 



286 APPENDIX. NO L. 

Quam tua te gaudet, tua te Florentia jactat, 

Et queritur meritis non satis esse stuis. 
Te sibi conveniens retinet modo sospite nomen, 

Te sibi conveniens sospite nomen habet. 
Vive igitur sospes, multo sed tempore vive, 

Vincat Nestoreos & tua vita dies. 
Semper Sc aspiret vultu tibi diva sereno, 

Augeat inque dies te magis atque magis. 
Sint tibi persimiles fecunda conjuge nati, 

Quos amet, &c meritis urbs sciat esse tuos. 
Sentiat aut nullum aut serum domus inclita luctum, 

Et fiant nati te seniore senes. 
At tu cum meritis totum repleveris orbem. 

Nee jam te poterunt astra carere diu, 
Serus ad aetherei culmen te confer olympi 

Gaudiaque optato carpe beata polo. 



NO LL 

Laurentio de^ MecUcis, 

Aug, Politianus, 



JMaGNIFICE Patrone. Da Ferrara vi scripsi Pulti- 
ma. A Padova poi trovai alcuni buoni libri, cioe Sim- 
plicio sopra el Cielo, Alexandre sopra la topica, Gio- 
van Grammatico sopra le Posteriora 8c gli Elenchi, uno 
David sopra alcnne cose de Aristotile, ii quali non hab- 
biamo in Firenze. Ho trovato anchora uno Scriptore 
Greco in Padova, Sc facto el pacto a tre quinterni di 
foglio per ducato. 

$ Maestro 



APPENDIX. N^ U. 587 

Maestro Pier Leone mi mostro e libri suoi, tra li 
quali trovai un M. Manilio astronomo Sc poeta antiquo, 
el quale ho recato meco a Vinegia, Sc riscontrolo con 
lino in forma che io ho comprato. E' libro, che io per 
me non ne viddi mai piu antiqui. Simiiliter ha certi 
quinterni di Galieno de dogmate Aristotelis 8c Hippocratis 
in Greco, del quale ci dara la copia a Padova, che si e 
facto pur frutto. 

In Vinegia ho trovato alcuni libri di Archimede 8c di 
Herone mathematici clie ad noi manciOio, Sc uno Phornuto 
de Deis ; e altre cose buoue. Tanto che Papa Janni ha 
che scrivere per un pezo. 

La libreria del Niceno non abbiamo potuto vederc. 
Ando al Principe Messer Aidobrandino Oratore del 
Duca di Ferrara, in cujus domo habitamus. Fugli 
negato a lettere di scatole : chiese pero questa cosa 
per il Conte Giovanni 8c non per me, che mi parve 
bene di non tentare questo guado col nome vostro. 
Pure Messer Antonio Vinciguerra, 8c Messer Antonio 
Pizammano, uno di quelli due gentilhomini philoso- 
phi, che vennono sconosciuti a Firenze a vedere el 
Conte, Sc un fratello di Messere Zaccheria Barbero 
son drieto alia traccia di spuntare questa obstinatione. 
Farassi el possibile : questo e quanto a' Irori^'^^. 
Piero Lioni e stato in Padova molto perseguitato, ' 8c 
non e chiamato ne quivi n^ in Vinegia a cura nissuna. 
Pure ha buona scuola, 8c ha la sua parte favorevole : 
hollo fatto tentare dal Conte del ridursi in Toscana. 
Credo sara in ogni modo difficil cosa. In Padova sta 
malvolentieri, Sc la conversatione non li pud dispia- 

Ift cere, 



«88 APPENDIX. NO LI. 

cere, ut ipse ait. Negat tamen se velle in Thusciam 
agere. 

Niccoletto verrebbe a starsi a Pisa, ma vorrebbe un 
beneficio, hoc est, un di quelli Canonicati ; ha buon nome 
in Padova, 8c buona scuola. Pure, nisi fallor, e di questi 
strani fantastichi ; lui mi ha mosso questa cosa di bene- 
iicii : siavi adviso. 

Visitai stamattina Messer Zaccheria Barbero, & mon- 
strandoli io Paftectione vostra ec. mi rispose sempre 
lagrimando, & ut visum est, d'amore : rlsolvendosi in 
questo : in te uno spem esse. Ostendit se nosse quan- 
tum tibi debeat. Sicche fate quelle ragionaste, ut favens 
ad majora. Quello Legato che toma da Roma, & qui 
tecum locutus est Florentiae, non e punto a loro proposito, 
ut ajunt. 

Un bellissimo vaso di terra antiquissimo mi mon- 
stro stamattina detto Messer Zaccheria, cl quale nuo- 
vamente di Grecia gli e stato mandate : Sc mi disse, che 
sel credessi vi piacessi, volentieri ve lo manderebbe 
con due altri vasetti pur di terra. Io dissi che mi pareva 
proprio cosa da V. M. Sc tandem sara vostro. Domat- 
tina faro fare la cassetta, Sc manderollo con diligentia. 
Credo non ne habbiate uno si bello in eo genere. E' 
presso che 3. spanne alto Sc 4. largo. El Conte ha male 
negli occhi, Sc non esce di casa, ne e uscito poiche venne 
a Vinegia. 

Item visitai hiersera quella Cassandra Fidele lit- 
terata, Sc salutai ec. ec. per vostra parte. E' cosa, 
Lorenzo, mirabile, ne meno in Volgare che in Latino, 

discretissima 



APPENDIX. NO LI. 289 

discretissima Sc meis oculis etiam bella. Partimmi 
stupito. Molto e vostra partigiana, 8c di voi parla con 
tutta practica, quasi te intus &: in cute norit. Verra un 
di in ogni modo a Firenze a vedervi, sicche apparecchia- 
tevi a farle honore. 

A me non occorre altro per hora, se non solo dirvi, 
che questa impresa dello scrivere libri Greci, Sc questo 
favorire e docti vi da tanto honore Sc gratia universale, 
quanto mai molti e molti anni non ebbe homo alcuno. 
E particolari vi riserbo a bocca. A V. M. mi racco- 
mando sempre. Non ho anchoi'a adoperata la lettera 
del cambio per non essere bisognato. Venetiis 20. Junii 
1491. 



NO LII. 

Exstat Romae in Bibllotheca Corsina^ CatulU^ TibuUi^ ac 
Profiertii editio.^ anni mcccclxxii, una cum Statii Sil~ 
vis, quae fuit Angeli Politiani, cujus juanu haec in Jine 
noiata sunt* 

Band, Cat. Bib, Laur, v, ii. p, 97. 

V/ATULLUM Veronensem, librariorum inscitia cor- 
ruptum, multo labore multisque vigiliis, quantum in 
me fuit, emendavi ; quumque ejus Poetae plurimos 
textus contulissem, in nullum profecto incidi, qui non 
itidem, ut meus, esset corruptissimus. Quapropter 
non paucis Graecis, Sc Latinis auctoribus comparatis, 
tantum in eo recognoscendo operae absumpsi, ut mihi 
videar consequutus, quod nemini his temporibus doc- 
torum hominum contigisse intelligerem. Catullus 

, Veronensis, 



290 APPENDIX. NO LIL 

Veronensis, si minus emendatus, at saltern maxima ex 
parte incorruptus, mea opera, meoqiie labore 8c in- 
dustria in manibus habitat. Tu labori boni consule, 
& quantum in te est, quae sunt aut negligentia, aut 
inscitia mea nunc quoque corrupta, ea tu pro tua hu- 
mani^tate corrige, Sc emenda ; meminerisque Angelum 
Bassum Politianum, quo tempore huic emendationi ex- 
tremam imposuit manum, annos decem Sc octo natum. 
Vale jucundissime Lector. Florentiae mcccclxxiii. 
pridie Idus Sextiles. Tuus Angelus Bassus Politia- 
nus. 

Similis nota in Jlne Propertii occurrit, l^ quidem ita, 
Catulli, TibuUi, Propertiique libellos, coepi ego, Ange- 
lus Politianus, jam inde a pueritia tractare, 8c pro aetatis 
ejus judicio, vel corrigere, vel interpretari ; quo fit, ut 
multa ex eis ne ipse quidem satis, ut nunc est, probem. 
Qui leges, ne quaeso, vel ingenii, vel doctrinae, vel 
diligentiae nostrae hinc tibi conjecturam, aut judicium 
facito. Permulta enim infuerint (ut Flautino utar verbo) 
me quoque qui scripsi judice digna lini. Anno 1475. 



NO LIII. 

Georgiiis Merula Alexandrinus^ Laurentio ilf Juliano Me^ 
dices if Salutem* 

VETEREM legimus professorum morem fuisse, 
quem posteriores crescentibus subinde disciplinis ser- 
vaverunt, ut veri habendi gratia, si quid a scriptoribus 
perperam dictum fuisset, id corrigere & emendare 

vellent ; 



APPENDIX. NO LIII. 291 

vellent ; nee vel amicis, vel preceptoribus parcerent, 
modo veritati consiilerent. Sic Aristoteles Platonem, 
Varro Lelium, Casselium Sulpieius, Hilarium Hie- 
ronymus, rursum Hieronymum Augustinus reprehen- 
dit. Alii quoque permulti leguntur, quorum concer- 
tatione bonae artes Sc illustratae sunt Sc creverunt 
maxime. Hos ego imitari cupiens, cum opus Galeoti, 
quod de homine inscribitur, legissem, plurimaque non 
dico minus eleganter dicta, vel parum docte tractata, 
sed plane falsa offendissem, veritus ne lectio novi operis 
avido lectori imponeret, 8c eo magis, cum non deessent 
qui mendose 8c vitiose precepta defenderent, quae vete- 
rum auctoritate Galeotus niti videretur, non potui sane 
pati bona ingenia sic decipi, 8c turpiter errare. Opem 
itaque cum veritati, turn amicis ferre volui, atque ea 
refellere, quae plurima temere 8c sine judicio dicta, in 
eo opere leguntur. Turn in libellum coacta Laurentio 
Sc Juliano Medices privatim dedicare statui, in quo- 
rum sinu, nostra aetate, maxima spes 8c studiorum 
ratio fovetur. Sic enim vos partes litterarum suscepis- 
tis, ut litteratorio gymnasio in nobilissima Italiae parte 
nuper constitute, jam leges sanctissimae Sc liberales 
disciplinae sic Laurentium 8c Juiianum parentes appel- 
lare possint, quemadmodilm Florentia Cosmum salutis 
Sc ocii sui auctorem, publico decreto, patrem patriae 
dixit. Cujus urbis fato nimirum gratulandum est, 
quod negotiis publicis avum, filium, Sc nepotes, pre- 
fectos continua serie habuerit, per quos certa quaedam 
& solida Florentini populi felicitas perduravit. Et ita 
nunc urbs pulcherrima £c opulenta floret, ut non mi- 
nus e re Florentina sit, Laurentio Sc Juliano Medices 
urbis tutelam per manus traditam fuisse, quam Cos- 
mum 8c Petrum illi praefuisse : quorum prudenti con- 

silio 



292 APPENDIX. NO LIII. 

silio et magnifica opera, undique prementibus bellisj 
tutus & incolumis status civitatis servatus fuerit. Sed 
nee vos poeniteat, qui in administrandis rebus urbicis 
occupati semper magna tractatis, ad haec legend a de- 
scendere ; quando memoriae proditum sit illustres rerum 
publicarum principes hoc fecisse. Sic Cicero post pero- 
ratas causas & curas publicas Antonii Gnifonis scholam 
frequentavit ; et Julius Caesar, sive in bello, sive in 
civili negotio, de analogia libros conscripsit. Nos autem 
etsi in errores hominis sibi plurimum arrogantis, 8c qui 
omne genus scriptorum tractare audet, invehamur ; ta- 
men nee petulanti, nee contumelioso sermone res agitur, 
sed litteris Sc eruditione certatur ; ut scilicet aliquando 
recte dijudicari possit, veriusne Galeotus, an Georgius dc 
re Latina dissei'at. 



NO LIV. 

Joannes Picus MirandiUa^ 

Laurentio Medicis, 

ApOLOGIAM nostram dicavi tibi, Laurenti Medi-= 
ces, ut rem non utique (Deum testor) vlsam mihi dig- 
nam tanto viro, sed tibi eo jure debitam quo mea om- 
nia jam pridem tibi me debere intelligo. Hoc enim 
habeas persuasissimum, quicquid ego aut sum, aut 
sum futurus, id tuum esse, Laurenti, Sc futurum sem- 
per in j)osterum. Minus dico quam vellem, 8c verba 
omnino frigidiora haec quam ut satis exprimant quod 
concipio, in quo amore, qua fide, qua observantia, 8c 

prosequar. 



APPENDIX. NO LIV. 293 

prosequar, Sc a multis jam annis fiierim te prosequu- 
tus. MoYeor cum pluribiis in me collatis officiis, 
amantissimum animum tuum plane testantibus, turn 
tuis non tam fortunae quam animi, iisdemque raris, 
immo tibi peculiaribus bonis, quae narrare in presentia 
pudor me non sinit tuus. Redeo ad Apologiam, quam 
hilari, quaeso, suspicias fronte ; exiguum sane munus, 
sed fidei meae, sed observantiae profecto in omne 
tempus erga te meae, non leve testimonium. Quam 
si forte eveniat ut a niagnis quibus es semper occupa- 
tissimus tractandis rebus attingas, memineris non tam 
hoc ipsum, properatum scilicet opus potius quam ela- 
boratum, & operis argumentum, ex alieno mihi, non. 
meo, sumendum fuisse judicio, quam non iccirco 
illam nuncupatam tibi, ut quae in rnea non est, in me 
agnoscas, ingenii aut doctrinae praestantiam ; sed ut 
scias (nam dicam iterum) me quicquid sum, tuae am- 
plitudini esse deditissimum. 



NO LV. 

Marsilius Ficinus Angela Politiano Poetae Flomerico^ 
S. D, 

vJUID totiens quaeris librorum meorum titulos, An- 
gele ? An forte ut tuis me carminibus laudes ? at non in 
numero, sed in eiectione laus : non in quantitate, sed in 
qualitate bonum. An potius ut mea apud te habeas 
omnia, quoniam amicorum omnia communia sint ? 
utcunque sit, accipe quod petieras. E Graeca lingua 
in Latinum transtuli Proculi Platonici physica, 8c theo- 
logica elementa. Jamblici Calcidei , libros de secta 
VOL. III. (^q Pythagorica 



294 APPENDIX. NO LV. 

Pythagorica qiiatuor. Theonis Smyrnei mathematica. 
Platonicas Speusippi definitiones. Alcinoi epitoma 
platonicum. Zenocratis librum de mortis consola- 
tione. Carmina simbolaque Pythagorae. Mercurii Tris- 
megisti librum de potentia & sapientia Dei. Platonis 
libros omnes. Composvii autem commentarium in evan- 
geliam. Commentariolum in Phedrum Platonis. Com- 
mentarium in Platonis Philebum de summo bono. Com- 
mentarium in Platonis Convivium de amore. Composui 
physiognomiam. Declarationes Platonicae disciplinae at 
Christophorum Landinum, quas postea emendavi. Com- 
pendium de opinionibus philosophorum circa Deum Sc 
animam. Economica. De voluptate. De quatuor phil- 
osophorum sectis. De magnificentia. De felicitate. 
De justicia. De furore divino. De consolatione paren- 
tum in obitu filii. De appetitu. Orationem ad Deum 
theologicam. Dialogum inter Deum 8c animam theolog- 
icum. Theologiam de immortalitate animorum in libros 
decemque divisam. Opus de Christiana religione. Dis- 
putationes contra astrologorum judicia. De raptu Pauli 
in tertium coelum. De lumine argumentum in Platonicam 
theologiam. De vita 8c doctrina Platonis. De mente 
questiones quinque. Philosophicarum epistolarum volu- 
men. Ltinam Angele, tam bene quam multum scripser- 
imus. Utinam tantum caeteris nostra placeant, quantum 
ego tibi, tuque mihi. Vale. 



APPENDIX. NO LVI. 295 



NO LVI. 



Ad Petrum Medicem in obitu Magni Cosmi ejus Genitoru^ 
qui vere dum vixit ojitimus Parens Patriae cognomina-^ 
tus fuit, 

Mildus JValdius. 

IjLRGO quis Infandum possit narrare dolorem ? 

Quis possit lacrimas expiicuisse graves ? 
Quae mihi, quae possit carmen spirare Dearum j 

Dum gravis alili^it ptctora nostra dolor ? 
Dumque adeo Medicis lugemus funera Cosmi, 

Natus ut extincti tristia busta patris. 
Quiim nova praesertim quae jam dictare solebant 

Vatibus Aonio verba notanda pede, 
Nunc etiam nigra squallescant veste Camoenae, 

Et solvant tristes in sua colla comas. 
Cum graviter Phoebus casu concussus acerbo 

Dicatur xnoesta conticuisse lyra. 
Nam neque Syllani tantum te Cosme Quirites 

Extinctum lacrimis condoluere suis, 
Sed Superi, quorum lugendi rarior usus, 

Et procul a tristi vivere moestitia. 
Quod bene de cunctis adeo si Cosme fuisti 

Promeritus, vita dum fruerere pia, 
Ut sua nunc moestis tundentes pectora palmis, 

Heu mortis doleant fata severa tuae ; 
Non precor e nostro discedat corpore luctus, 

Aut sim praecipuae conditionis ego. 
Hoc precor, usque adeo laxentur membra dolore, 

Ut pateat stupido pectore vocis iter, 

Qua 



296 APPENDIX. N^ LVI. 

Qua liceat, moesto dum fundimus ore querelas, 

Fortunae miseras condoluisse vices ; 
Qua liceat, patriae dum dantur justa parenti, 

Tristia flebiliter publica damna queri. 
Tempus erat Titan quo fervida signa per orbem 

Aitior Herculei terga Leonis adit, 
Cum prope jam positus supremo in limine vitae 

Senserat extremum Cosmus adesse diem. 
Ergo non vanos metuens in morte dolores 

Inscia quos homintim turba timere solet, 
Sed constans, veluti qui dudum certus eundi 

Sidereas cuperet nempe redire domos, 
Advocat hie natum, qui verba extrema parentis 

Audiat, heu levibus non referenda modis. 
Qui simul accitus monitis gravioribus, ille 

Divini subiit era verenda patris. 
Naturam nivei Medices imitatus oloris 

Suprema moriens talia voce dedit. 
Si morbus gravior tristi vitiata senecta 

Corpora nostra vetat vivere posse diu ; 
Te precor, ut nostri tales de pectore curas, 

Et medicam mittas, quam, Petre, quaeris, opcm^ 
Nee tu Parcarum durum contende tenorem 

Humanis unquam flectere consiliis : 
Nam me fata vocant (video) nam Juppiter ipse 

Me jubet humanas deseruisse vices. 
Non invitus eo, nee me mortalia tangunt 

Vota, nee est vitae jam mihi cura meae. 
Humanas pridem meditor deponere curas ; 

Et procul humano me removere gradu, 
Corporis ut caecis tenebris vinclisque solutis 

Extremum vale am carpere mente bonum. 



Quo 



APPENDIX. Ncv LVI. 297 

Quo facere id possim, curas tu, nate, paternas 

Suscipe ; sunt humeiis pondera digna tuis. 
Quarum nulla magis nie me nunc urget euntem^ 

Nee magis ingenium degravat uUa meum, 
Quam me, quae semper vita mihi carior ipsa 

Extitit, heu patriam linquere, nate, piam. 
Quod te, per gem.inos, tua pignora cara, nepotes 

Oroque, perque meum, Petre, senile caput, 
Ardenti ut studio Lydos tueare penates, 

Et procul infesto semper ab hoste tegas, 
Et quae nunc multos est jam servata per annos 

Florentis placidus ocia pacis ames. 
Concordes, moneo, semper complectere cives, 

Et quibus est Patriae maxima cura suae. 
His precor, ut sociis Etrusci fraena Leonis 

In rectum semper flectere, nate, velis. 
Nee tu justitiae monitus contemne severos, 

Dum statues urbi libera jura tuae. 
Namque potes diros populi vitare tumultiis, 

Hac duce dum m-eritus quemque tuetur hones. 
Quin ubi te justis urbes populique videbunt 

Legibus Etruscas instituisse domos, 
Undique convenient ad te, mi nate, frequentes, 

Qui rebus cupient consuluisse suis. 
O quam conspicies banc urbem, qualia cernes 

Tempore Lydorum surgere regna brevi ! 
Cum tibi vel reges potius parere monenti, 

Quam reliquis mores iraposuisse volent. 
Hie ego si tenues fuero dilapsus in auras, 

Ut nequeam sedes, nate, videre novas ; 
Attamen Etrusci gaudebo ut regna Leonis 

Accipiam mouitis aucta fuisse tuis. 

Nam 



298 APPENDIX. N^ LVT. 

Nam me quae tenuit vivum, tellure repostum 
Suscipiet patriae maxima cura meae. 
Jamque vale, 8c nostrum pompis ornare sepulchrum 
Desine ! quod terra est, fac quoque terra tegat. 



NO LVII. 
Christoiihori Landini^ iii obitu Michaelis Verini, 

ELEGIA. 

£a7id. Cat, Lib, Laiir, vol. III. /z. 463. 

EsTNE levis rumor ? sic, o, seu conscia veri 

Fama ? sed heu niniis est conscia fama mali ; 
Occidit heu, vestrum crimen, crudelia fata, 

Occidit heu Michael, luctus, amorque patris ; 
Occidit, Aonio quem vos nutristis in antro, 

Musae, Cyrrhaei quen lavit unda jugi ; 
Occidit heu Michf ci — proprio nam nomine dixit 

Princeps Aonii Calliopea chori. 
Quis Deus est, Michaei resonat ; modo nosse velimus 

Prisca Palaestino verba notata sono ; 
Ipse Deus quid sit. vix puber nosse laborat. 

Tempore quo reliquis ludus et umbra placet. 
Veinim id quum vera faceret ratione, putandum est 

Verini agnomen non sine sorte datum. 
Quid pietas, quid casta fides, quid possit honestum, 
' A teneris annis hie monumenta dedit ; 

Quique 



APPENDIX. NO LVII. 299 

Quique solet primam nimium vexare juventam, 

Expers obscaeni semper amoris erat. 
Vivebat caelebs, primis atque integer annis 

Contempsit Cypriae dulcia dona Deae. 
Hoc tulit indigne, superat qui cuncta Cupido, 

Cui parent superum numina magna DeAm? 
Et parat viitrici puerum terebrare sagitta, 

Altitonum valeat qua superare Jovem. 
Sed frustra aurato tentat praefigere telo 

Pectora, quae sanctae Falladis arma tegunt. 
Hoc cernens, aliosque dolos, aliudque volutans 

Consilium, insolita callidus arte petit ; 
Nam morbum inmisit, quem nee queat ipse Machaon, 

Nee tua docta manus pellere, Phoebigena. 
Convocat heic medicos Paullus, quem cura nepotis 

Anxia sollicitum nocte, dieque premit. 
Conquirunt igitur veterum monumenta virorum, 

Siqua datur morbo jam medicina gravi, 
Quae, Galiene, tuo divine volumine monstras, 

Quaeque docet Coi pagina docta senis, 
Quid velit Hippocratis magni doctrina, quid ille, 

Cujus Arabs justo paruit imperio. 
Mosaicosque manu versat, Latios, Danaosque, 

Quique colunt ripas, advena Nile, tuas. 
Denique perceptis cunctorum sensibus, omnes 

Hue veniunt, atque haec mens fuit una viris ; 
Non posse extremae hunc tempus sperare juventae, 

Gaudia percipiat ni tua, pulcra Venus. 
Res miranda quidem, rara et per saecula visa, 

Exemplum in puero tale pudicitiae : 
Qui vitae sanctum potuit praeferre pudorem, 

Viveret ut senjper, tunc voluisse mori. 

I nunc, 



300 APPENDIX. NO LVIL 

I nunc, Hippolytum verbis extolle superbis, 

Bellerophonteum nomen in astra refer. 
Non hie Antiam, non pulcrae gaudia Fhaedrae, 

Omnia sed Veneris furta nefanda fugit. 
At ne forte piites nullo hunc caluisse furore, 

Nulla nee alig-eri tela tulisse Dei ; 
Sunt geminae Veneres, gemini hinc oriuntur Amores, 

Terra haec demersa est, caelitus ilia venit. 
Altera, vulgarem vero quam nomine dicunt, 

Namque levis plebisvilia corda domat, 
Mortalesque artus, homines, formaeque caducae 

Terrenum miseros corpus amare jubet. 
Altera caelestis superis dominatur in oris, 

Mater nulla illi est, Juppiter ipse pater, 
Haec, quas nulla mali violant contagia sensus, 

Divino mentes urit amore pias. 
Hie Michael valido praefixus pectora telo, 

Caelum amat, et caeli moenia mente capit : 
Nee quidquam puerile sapit puerilibus annis, 

Tristis at in tenera fronte senecta sedet. 
Sevocat a sensu mentem, taetramque perosus 

Luxuriem, aethereae scandit ad astra plagae, 
Cunctaque sub pedibus mittens, quae mersa sub ipsa 

Materia, in tenebris corpora caeca tegunt, 
Et magni volitans mundi per curva, supernos 
'^^ Spirituum volucer tentat adire choros. 
Interea pestis teneros depascitur artus, 

Contrahit in rugas squallida membra lues, 
Et toto succum flaccescens corpore sugit 

Pus solidum, innatus deserlt ossa vigor. 
Donee ab absumptis animus discedere membris 

Cogitur, et putri carcere pulsus abit. 

Pulsus 



APPENDIX. NO LVII. 301 

Pulsus abit, sed laetus abit, vinclisque solutus 

Cognoscit quantum mors habet ista boni, 
Exsilioque gravi liber, caelestia summi, 

Quae patria est, ardet visere templa Dei. 
Sed quid te plorem puerum, Verine, quid ultra 

Fata tuae mortis stultus iniqua querar ? 
Mortuus en vivis ; sed nos dum nostra manebit 

Vita, nimis blanda morte maligna premet 



Gabrielis Medlolanensis Theologi Carmen in sepulcro ejus- 
dem. 

Conditur hoc tumulo tuus, o Florentia, vates, 

Verinae Michael stirps generosa, domus, 
Qui dulces Elegos scripsit lanugine prima, 

Naso, tuis similes, terse TibuUe tuis. 
Ad tria lustra, duos hie vix adjecerat annos, 

Quum vitam hanc miseram pro meliore dedit. 
Occidit obscaenae Veneris contagia vitans, 

Aeger, et hanc medicus dum sibi spondet opem. 

In Michaelem Verinum, 
Ex. Op, Ang\ Politian'u Aid. 1498. 

Verinus Michael fiorentibus occidit annis ; 

Moribus ambiguum major, an ingenio. 
Disticha composuit docto miranda parenti, 

Quae claudunt gyro grandia sensa brevi. 
Sola Venus poterat lento succurrere morbo. 

Ne se pollueret, maluit ille mori. 
Sic jacet, heu patri dolor, et decus, unde juventus 

Exemplum, vates materiam capiant. 
VOL. III. ' R r Conso- 






Soa APPENDIX. NO LVII. 



Consolatoria a, S, Ugolino Verini per la morte di Michele^ 
suo Jigliuolo» 

Di Girol. Benivieni, nelle sue ojiere, Ven» 1524. 

Oual piu ingrata virtu, qual impia sorte, 
™ Qual duro fren, qual cieco inetto & stolto 
Furor, qual nuova legge iniqua e cruda 
Fia che'l fonte immortal, ch'acerba morte 
D'amaro pianto ha intorno al cor raccolto, 
Con le sue proprie man restringa e chiuda 
Taci lingua crudtl, rustica, e nuda 
D'ogni pieta, cruel el, anzi tenore 
Farai piangendo a' suoi giusti lamenti* 
Gr improbi tuoi dolenti 
Sospir, perche, perche la via del core 
Non apron lasso? e perch' agli occhi in tanto 
Duol, Padre, hor nieghi '1 disiato pianto ? 

Rompi hormai'l duro fren, I'iniqua legge 
Sprezza, ch' al tuo dolor non se conviene, 
Ne si puo modo por ch' indietro il volga. 
Chi del cieco dolor governa e regge 
L'improbo e duro freno e in poche pene, 
Ne sa ben com' un cor s' affliga e dolga. 
Rompa hor dunque'l van fren, apra e disciolga 
L'indurati sospir, I'horribil pioggia 
Che 1' attoiiito cor restringe e serba. 
Ahime che tropp' acerba 
Tropp'iniqua cagion dentr' al cor poggia. 
Non virtu, ma furor quel piant' infrena 
Che sciolto invita, e chiuso ad morir mena. 

Piangi 



APPENDIX. NO LVII. 303 

Piangi dunniie; infelice e miser Padre, 
Poiche morte crudel quel sol n'ha spento 
Quel sol ch' esser potea tua guida e scorta. 
Kcco Amor, Phebo, e 1' altre sue leggiadre 
Suore, piangend' al tuo flebil lamento 
Fan tenor, poi ch' ogni lor gloria e morta. 
Teco piange ogni padre, e chi non porta, 
Chi non ha al tuo dolor, e a' tuoi affanni 
Pieta, non puo saper che cosa e tiglio. 
O nostro human consiglio 
Pien d' ignoranza, almen hor con tuoi danni 
Conosci, impio mio cor, quanto sia inferma 
La mente di ciascun che qui si ferma. 

Lasso, quante speranze insieme, e quanti 
Fior di futuri ben nel vivo obietto 
Posto havea'l ciel, le stelle, e la natura ! 
Amor suo albergo fe degli occhi santi, 
Del volto gratia, e del pudico petto, 
Honesta sempre immaculata e pura. 
Quici (e ch'il crederia ?) de Pimpia e dura 
Falce, V ultimo coipo aspettar volse 
Pria che V alma oscurar, Candida e bella. 
Cosi di sua novella 

Pianta, acerbo quel fior per forza colse 
Morte crudele, il cui ben culto frutto 
Far di se potea lieto il mondo tutto. 

Sette e sette anni e tre gia volto il sole 

Havea'l gran cerchio suo, dal primo giorno 
Ch' al bel nostro orizonte il tuo sol nacque ; 
Quando credo, per far dell' alme e sole 
Sue vive 'uce il ciel piii riccho e adorno, 
Morte al mondo oscurar quel sol gli piacque : 

E per- 



304 APPENDIX. NO LVll. 

E perche mentre in terra afflitto giacquc> 
Nel siio corporeo vel, mirabilmente 
Qiial fussi '1 suo valor ne mostro alhora ; 
Ben creder dei che hora 
Dell' immense sue pene il premio sente, 
Et ch' in cambio al dolor caduco e breve, 
Immortal gaudio sii nel ciel riceve. 

Cosi da quest' inferma e cieca vita 

Qual contr' al suo disio per forza'l tenne 
Chiuso, piangendo in questo oscuro speco, 
Felice e in grembo al suo fattor salita 
L' alma, a veder la patria ond'ella venne, 
Per essempio del ciel, nel mondo cieco. 
Et hor lasso, da noi partendo, seco 
Se'n portol vero ben, quel ben dal quale 
Ogni tuo bene human diriva e pende ; 
Ivi tant'hor risplende, 

Che se in virtu del ciel 1' orr.hio mortale 
Potessi gli occhi suoi ben guardar fiso, 
Cangere'l tristo pianto in dolce riso. 

Dunque qual nuovo error ti stringe e muove 
A pianger quel che ti dovria far lieto, 
Se vero e che'l suo ben ricerchi e chieggia ? 
Non sai ben che salito in parte e, dove 
Com' in fulgido specchio ogni secreto 
Del tuo misero cor convien che veggia ? 
Quinci'l fonte, onde in van con verso ondeggia 
Dal cor per li occhi un lagrimoso fiume 
Scorge, e pietoso del tuo mal si turba, 
Cosi oscura e deturba 
L' infelice tuo pianto il divin lume 



Di 



APPENDIX. N" LVII. 305 

Di quel, ch' acceso d' amoroso zelo, 
Cosi Padre ti parla infin dal cielo. 

Non hai padre, non hai, come tu pensi, 
Perduto quel di cui mentre ch' io vissi 
Miser in terra havesti a pena un ombra. 
Hor se 1' interno sole da' ciechi sensi 
Sciolto, se gli occhi infermii al ciel tien fissi, 
Vedrai ben quanto error t'involve e'ngombra. 
Vivo son io, e qualunque altro adombra. 
Vostro career mortal ben dir si puote 
Morto, quand' altri al mondo '1 tien per vivo. 
Dunque Padre s' io vivo, 
Com' io fo, lieto in queste eterne rote, 
Et se tu mi ami, o se'l mio ben ti piace, 
Pon la lingua in silentio e gli occhi in pace. 

Canzona, io credo hormai che 1' impia piaga 
Ch' accesa in mezzo al miser petto spira, 
Benche cruda, palpar si possa in parte. 
Va dunque, e come del pio cor presaga 
Vedi, e se forse ancor per se respira 
Da tante e tante lagrime gia sparte, 
Di che se'l ciel, 1' ingegno, il tempo p 1' arte 
Non ponno in lui, ch' ahnen I'inclini e volti 
La voglia di colui che accio 1' induce : 
Et che 1' amate luce, 
Senza timor alcun, non dopo molti 
Anni, dell' alma sua vera Phenice, 
Vedra in ciel, piu che mai bella e felice. 



J06 APPENDIX. NO LVIIL 



NO LVIII. 



I>e studio Pisanae Urbis^ ^ ejus situs maximd felicitate^ 
ad Laurentium Medicem* 

Car, de Maxirnis. 

XTE, quibus studiis amor est accendere mentes, 

Ingenii quibus aura favet, quibus atthere ab omni 

Hac una astriferi datur ad fasugia regni 

Ire via, et merito concessum assistere caelo ; 

Ite — datur veteres tandem consurgere Pisus, 

Et priscus renovatur honos. Sint diruta quamvis 

Moenia Tyrrhenum late dominata per aequor, 

Tu tamen exstincaim studiis melloribus urbem 

Instaurare paras, atque intermissa Minervae 

Sacra novas, Medices ; procul exsultantia cerno 

Littora, et arridet vicina Palaemonis mida. 

Quid mirum ? geminus qui faucibus excipit Arnum 

Collis ovat, Dominique intrantis laeta salutat 

Stagna Dryas, mediamque libens transmittit in urbem. 

Vix mihi certa fides, num tu Pelopeia tellus, 

Num vos Tyrrhenae, tristissima moenia, Pisae ? 

Unde haec laeta dies tam festinantibus horis 

Effulsit, quaenam vobis inopina reluxit 

Gratia, quaeve hilaris subito fortuna renata est ? 

O bona lux ! patriis nuper discedere tectis 

Incola jussus erat, vacuoque in limine m.atres 

Flebant, crudeles & detestantia Divos 

Ora cruentabant, tantae memoresque ruinae 

Errabant tristes, & sparsis crinibus umbrae. 

Quae modo tam volucri i-edierunt gaudia penna ? 

Quaenam fata locis 1 plectrone haec saxa canoro 

Demulcet 



APPENDIX. NO LVIII. 307 

Demulcet dorso residens delphinis Arion ? 
Dircaeae num fila lyrae ? Stupet Italus orbis, 
Hucque flu it- Libycis nee qui Deus exstat arenis, 
Aurato insignis cornu, nee opaca Sibyllae 
Tot siniul adjunctas videre silentia gentes. 
Nee minim, nam tu mediis de nubibus urbi 
Alluces, positaque hane erigis aegide, Pallas, 
Et dubium juvenem, nee adhue fidentis habenas 
Ipsa impellis equi, & magnis hortatibus urges. 
Quin age, seu ebara nune in Tritonide virgo 
Lanifieas monstras artes ; seu eorpora pura 
Tingis aqua, & primos non dedignaris honores ; 
Sive ad Ceeropias frustra lamenta profundis 
Relliquias, einerique virum, ineumbisque ruinae ; 
Seu potius laetas inter Dea eandida Divas 
Texis opus, niveoque animas in stamine telam, 
Hue propera, hue totis ad terram labere pennis ; 
Sume vias ; non te poseunt juga Sarmata multo 
Pressa gelu, aut Cancro ferventis gleba Syenes ; 
Sed vocat uvifero madidus de palmite Frater, 
Deque Fluentino propior Cyllenius axe ; 
Laeta, hilarisque veni, qualem post bella gigantum 
Vidit paeifei'a velatus fronde saeerdos. 
Adspiee cognatis quanto tibi moenibus arae 
Thure sonant ; nee enim liaee superis ineognita sedes, 
Sed de sacrifico dieta est bona Thuseia ritu. 
Heic tibi non oleae deerunt ; aptissima ponto 
Pinus habet eolles ; hue si te forte tulisses, 
Quum tua Phryxaeas esset eursura per undas 
Puppis, et Argois aptares robora remis, 
Non aliis elassem tentasses ducere silvis. 
Heie tua fatiferos primum tuba compulit enses, 

Et bellator equus clangentes arsit ad iras. 

Ubera 



308 APPENDIX. NO LVIII. 

Ubera quid referam terrae, formasque locorum ? 
Vobis Campanae nee cedat Thiiscia glebae ; 
Et si larga magis multiim, si ditior istis 
Stet natura locis, et pleno copia cornu, 
Thusca magis cultu tellus Formosa, magisque 
Ingeniosus ager ; medio pomaria saxo 
Cernis, et agricolam sterili de vertice messemi 
CoUigere. His credunt Cerealia semina sulcis 
Spargere Triptolemum, picturatosque dracones 
Arentem placidis terram irrorare venenis. 
Non taceaiii Thuscis et quae nascantur in oris 
Pectora, consiliis, duroque aptissima bello, 
Contentique magis laeta sub pace quiescunt. 
At tu, Laurenti, quae te pietatis imago 
Moverit hos tantos ut molirere paratus, 
Dinumera, et caeptis quando mihi parcere tantis 
Difficile est, tu tende chelym, partemque tuarum 
Tot mihi de cumulis da nunc perstringere rerum ; 
Et mea si nimium levis, et temeraria virtus, 
Da veniam, trepidamque ratem propel le per Efuros. 
Et tu, Cos ME Pater, cujus sibi numen adorat 
Arnus, Romano cognatus \ertice Tybri, 
Praebe animos, impelle lyram, et majore cothurno 
Ire jube, numen t:ertum, et mihi major Apollo. 
Est in Pisano saltu nemus, ardua multum 
Cui coma, frondentesque in caelum surgitis alni, 
Montivagis domus apta feris, accessaque numquani 
Solis equis ; habitant salientes robora Fauni ; 
Virginibus sacra silva choris, castaeque Dianae 
Creditur : ipsa loci facies dat signa, novaeque 
Auditae voces, et visae per juga Nymphae. 
Hue, quum civiles cessarent undique curae, 
Urbanusque labor, laeto Laurentius ore 

Vcnerat 



APPENDIX. NO LVIII. 309 

Venerat : Herculeo sic quondam robore fidens 
Atlas, deposita gavisus mole laboris, 
Et super injecto paullum subductus ab astro. 
Nee mora, pars multa cingunt indagine valles, 
Pars urgere canes, et vincula demere collo ; 
Cornua mille sonant, vestigatorque Molossus 
Dat signum, fugiente fera, tremit icta fragore 
Silva, et diffusi fugiunt per devia Panes. 
Vallis erat, vitreas ubi formosissima servat 
Nais aquas, densisque expellens frondibus aestus 
Brumam Nympha sibi facit, et nunc roscida musco 
Strata tegit, tremulosque lacus nunc flore coronat 
Narcisso, aut foliis, casus qui luget amaros. 
His Dea venatu defessa loquacibus undis 
Assuerat Dictymna suas renovare sagittas, 
Et multo nitidos temerabat sanguine rivos : 
Et turn forte aderat, quae vocibus excita vidit 
Quum primum per lustra virum, quo subter anhelat 
Arte laboratis circumspiciendus habenas 
Acer equus, laterique haeret fidissima tigris, 
Spartana de matre canis ; Mea Cosmea proles, 
Haec ait, o superi quantum debere fatemur ! 
O vos, vicinae quantum exsultabitis arces I 
Nee mora, velocem pedibus, similemque sagittae 
Ire jubet cervam, quae se frondentibus umbris 
Opponat, monstretque viro, turn deinde revertat 
In liquidum fontem volucri vestigia gyro. 
Ilia volat celeri frondosa per avia saltu ; 
Quam simul adspexit celso de vertice tigris 
Irrumpit siivis, animos vox nota ministrat 
Festinantis heri, timidis it pendula costis 
Tigris, et in vallem vicinis dentibus urget. 

VOL. III. s s Ecce 



310 APPENDIX. NO LVIII. 

Ecce per irrigui nemorosa cubilia fontis 
Accelerat Diana gradus, optataque lora 
Pernicis Dea pressit equi, et sic ora resolvit : 
Chare iiimis, dilecte mihi, quern gentis Etruscae 
Fas dixisse Deum, quantum tibi Numina debent ! 
Quantum ego ! nam solis habitabam frigida lucis, 
Virginibus comitata meis, atque acre nudo. 
Hippolytus mihi nullus erat, qui retia posset 
Tendere, et alatos mecum praevertere cervos ; 
Languebant Satyri, Nymphaeque, et flumina, et auras 
Implebant queruHs actae clamoribus umbrae* 
Per te cuncta mihi redeunt, manesque quiescunt, 
Exsultant silvis Dryades, Nereides undis ; 
Nee deserta queror, nam te mihi semper in istis 
Coilibus adspicio comitem, et mea lustra frequentas 
Candidior, similisque Deo : quotiesque putarem 
Fratrem materna venisse per aequora Delo, 
Si calami ex humeris starent, et flexilis arcus ? 
Dum ioquor, inque tuos figo, placidissime, vultus 
Lumina, quanta paras oculis ! o quantus in ore 
Stat genitor, patriique nitet splendoris imago 1 
Virtus quanta patet, quanti monstrantur honores ? 
Et tibi, si qua fides superis, longaeva merenti 
Tempora et astra dabunt. Sed ne pars uUa parato 
Deficiat caelo, nostris his annue dictis ; 
Ostendam quo sis fugiturus tramite terras. 
Est mihi chara soror, quam nee Cytherea, nee umquam 
Vos jaculatores illam fixistis Amores, 
Vertice nata Jovis, cui cessa potentia ferri, 
Proximaque, in studiis nee eiiim minor addita virtus. 
Nunc incerta loci, varias defv^rtur in urbes, 
Qua se ponat humo, sedem quibus eligat oris 

Nescit, 



APPENDIX. NO LVIIL 311 

Nescit, et exstinctas semper suspirat Atheiias : 
Nee voluit parvi ripis cf)nsidere Rheni, 
Nee, Ticine, tuis ; hie enim civilibus armis 
Noxius, hie magno didicit servire tyranno. 
Libera mens illi est ; da tu, charissime, portus, 
Da fessae sua tecta Deae ; non heic furit ensis 
Civicus, et claro gens est dilecta Leoni, 
Magnanimae servitque ferae, placidasque jubarum 
Non timet ad setas primis vagitibus infans 
Ludere, et a forti pendent cervice puellae. 
Eja age, perge, adero, mecumque ad tanta jiivabit 
Frater, et hue gentes gemino niittemus ab axe. 
Dixerat : alatis et se per devia plantis 
Sustulit in silvas, lateri cui plvirima virgo 
It comes, et nitida sequitm' vestigia palla, 
A jaculis lucent humeri, nervoque sonanti 
Omnibus arcus erat, Zephyris raptique capilli 
Colla repercussis umbrabant Candida tergis, 
Divinumque cohors late dispersit odorem 
Per silvam, et casti lustraiamt a\ia vultus ; 
Quaque recesserunt sese violaria plantis 
Supposuere, latus subitoque rosaria tractu 
Cinxere, et ramus se culmine flexit ab alto. 
Venantes sensere viri, subitusque per ora 
Fulgor iit, blando mansit fera juncta Molosso, 
Quae prius auditis fugit latratibus umbram. 
Hauserat has voces, hortatricisque Dianae 
Numen agit Medicem : vix bino Sole calentes 
Aeripedes fumastis equi, totiesque relapsi 
Vos ponti mersistis aquis, et vera per urbes 
Fama volat, Studlum lapsis componere Pisis 
Te te, Laurenti ; nee enim minus inclyta virtus 
Ista tibi, quam quum Volterras marte rebelles 

Ausu5 



312 ^ APPENDIX. NO LVIIL 

Ausus es ipse tuis de tot modo civibus unus 
Vincere, et iiijectis hostem frenare catenis. 
Ergo ubi multivago discurrit fama volatu, 
Et circumfusi procul, ut sensere parari, 
Accurrunt populi ; florentes mittit alumnos 
Trinacris ora, venit Gallis admistus Iberus, 
Quique racemifero vultum crinesque sequuti 
Se vovere Deo ; ruit hue gens omnis ; anhelant 
Aequora, & Inoi capiunt vix claustra Learchi. 
En ego nunc etiam nimium fidente carina 
Dum feror, et puppem majori credimus Austro, 
Distrahor, et rapido multum increscentibus undis 
Nutat cyniba mari, et scindunt mea vela procellae. 
Nam quis inexpleti referat certamina circi, 
Quis tantos rerum motus ? non si mea texant 
Tempora Maeoniae laurus, et Cynthius haustus 
Bellerophonteos plenis indulgeat urnis, 
Sit satis, et tantos valeam narrare paratus. 
Cedite vicinae, liceat mihi dicere, Senae, 
Tuque Antenoreo tellus fundata colono, 
Felsineaeque nives, tuque o cui sanguine nostro, 
Ticine, infausto tumuerunt flumina bello ; 
Non vestris tarn grande sonat facundia muris ; 
Non heic qui populos doceant sub lege tenere, 
Justitiaeque sacros monitus, et jura ministrent, 
Deficiunt, nee qui conducere vulnera, morbos, 
Ostendant, somnos et quid fugientibus aegris 
Efficiat, mortes et qua teneantur ab herba ; 
Sidera. qui reseret, magnique volumina coeii 
Explicet ; heic omni fulgent ex arte nitentes 
Stipanturque viri ; Graecae hue facundia fluxit 
Romanaeque decus linguae, majoraque dictis 
Sunt et plura meis ; nihil his quod dicere possis 



Deerit 



APPENDIX. NO LVIII. 3ia 

Deerit grande locis ; gcnialis gratia terris 
Indulsit, largum sen fundat Juppiter imbrem, 
Tunc quum saevit hiems, Calabros seu Sirius urit, 
Aut fervet latos Nemeae populator in agros, 
Temperies his mira locis ; uberrima tellus 
Ipsa suas distinguit opes ; heic flumina fecit 
Flexivagis ambire vadis ; hinc surgere in altum 
Verticibus montes, vastas radicibus imis 
Hinc cadere in valles ; ast inde tepentia fumant 
Balnea de terra, multumque salutifer agris 
Nascitur humor aquae ; stagnis sudare videres 
Numina, anhelantesque hiberno frigore Nymphas. 
Ista vaporiferae nee vincant aequora Baiae, 
Nee vos vicinae notissima Balnea Lucae. 
Quid bipara referam pendentes arbore fructus, 
Quid bene partitis laetissima dotibus arva 
Naturaeque vices ? hinc pubescentibus uvis, 
Ulmea serpentes pingunt fastigia vites, 
Et circum amplexis servant connubia nodis ; 
mine effusis large super arva canistris 
Laeta Ceres natam Stygiis invitat ab undis ; 
Exoratque Jovem ; Thuscis deque urbibus una 
Romanae par haec, et terra simillima glebae est. 
l.anigerae pecudes, campisque armenta vagantur, 
Lascivique greges ; nemora heic habitataque miti 
Lustra fera ; arboreis heic se cum cornibus infert 
Actaeon, trepidae saliunt et per juga damae, 
Et mollis lepus, et maculato tergore caprae. 
Non ursus, non tigris adest ; si forte malignus 
Frendit aper, vel spumivomo diffulminat ore, 
Te sibi, Laurenti, fatis melioribus usum, 
Thestiaden sentit, si quive in valle leones 
Occurrunt, placidi lambunt vestigia, et altas 

Summisere 



314 APPENDIX. NO LVIII. 

Summisere jubas, et te voluere magi strum. 
Non sileam positus urbis ; slant m.argine piano 
Moenia, et Lereas medio Iransmisse canali 
Arne, domos, urbemque tuis interfluis undis, 
Arne, Fluentinos qui praeterlaberis hortos, 
Pecundisque secas rivis : non fonte refuso, 
Nee rapidis transcurris aquis, sed pontis habenas 
Dignaris, curvos et te qiiater addis in arcus ; 
Inde tuam aeqiioreis immisces Dorida nymphis, 
Fessaqut littorea praetexis cornua myilo. 
Parte alia portus, cinctis ubi Nereus midis 
Innatat, et posito paullum fervore quiescunt 
Aequora, et intluso Nereides amne lavantur. 
Heic Athamantheus nautis venientibus infans 
Lustratam flammis, et ituram in nubila turrim, 
Per latas ostendit aquas, parvoque reclamat 
Vagitu, et vigili noctem propellit olivo. 
Nee procul a terra surgentes cautibus altis. 
Bis geminas arces servat, cingitque catena, 
Brontis opus, tutis ubi possit navita velis, 
Securo totas noctes traducere somno. 
Heic et Atlantiades dulci testudine pontum 
Mulcet, et auratis invitat Pallada chordis, 
Hortaturque viros, fidissima laudis imago 
Quos superis facit ire pares, et vivida virtus. 
Ille renascentes canit alta ab origine Pisas, 
Seu quod, magne Pelops, dederis tu nomina terris^ 
Fundarisque urbem, seu quod tuus accola muros 
Heic posuit, nomenque Eleaea adjecit ab urbe. 
Pisanos etiam plectro movet ille triumphos, 
Et quos terra viros, bellis navalibus aptas 
Quas tulit ista manus, felix, nimis improba felix, 
Si non finitimo fregisset jura Leoni, 

Victrici 



APPENDIX. NO LVIII. 315 

Victrici tumefacta manu, rebusque secimdis. 

Namque Fluentinae socialia foedera genti 

Abruptamque fidem, jiistisque hinc excita bellis 

Pectora, et armatas Deus addit in ordine turmas, 

Excidiumque urbis quanto Deus hie tonat ore? 

Qiiis modus in cithara ! credas fera bella movere, 

Vincula captivo rursumque imponere collo. 

Nee procul his laudes, et facta referre suoruna , 

Gaudet, et a Fesulis primae fundamina terrae, 

Antiquos fasces, et relligionis honores ; 

Hinc memorare viros, inter quos, Maxime, primus, 

Cos ME, venis, teque innumeris cum laudibus offers, 

Templorum, Patriaeque Pater, te curia felix, 

Te duce libertas populis, cultusque Deorum 

Crevere, et priscis demissa altaria Thuscis. 

Proh vanae mentes hominum 1 te civicus error 

Jussit ab emeritis patriae discedere tectis ; 

Sed Dii quam melius ! vix in se vertitur annus, 

Vix Janos videre duos, quum teque, tuosque 

Indiga gens Cosmi, patrias revocavit ad aras. 

Sic etiam immeritum damnavit Roma CamiUum, 

Acrisioneis illumque reduxit ab oris ; 

Sic sponte ingratos effugit Scipio cives, 

Ultoresque suo titulos dedit ille sepulcro. 

Scilicet hoc etiam timuit Florentia, neve 

In mare tarn turpi flueres languentibus undis, 

Arne, nota, aequoreis et ne vox ista nataret 

Fluctibus, emeritos cineri persolvit honores, 

Et dignam posuit titulis sulcantibus urnam. 

Haec tibi, Ccsme, Deus, fessosqiie ex aggere laudum 

Conciliat nervos, junctaque retemperat aure. 

Mox vestri canit acta libens miranda parentis, 

Et vos, o gemini Medices, certissima Thuscis 

Sidera, 



316 APPENDIX. NO LVIII. 

Sidera, olorini referensque ingentia furti 

Pigiiora, fraternum vobis inspirat amorem, 

Et tibi, Laurenti, remm concessit habenas, 

Cui major de more dies, et firmior aetas 

Exemplis urit mentes ; inceptaque suadet 

Tanta sequi, atque animum patrios accendit ad actus. 

Numquam ille adversos ferro saevibat in hostes, 

Nulla cruentatis edebat fun era dextris ; 

Sed mitis, simplexque animus, semperque serena 

Ma-naque mens victo suadebant parcere civi. 

Testis Pittus erit, tunc quum male gratus honoris 

Per vos accepti, civilem movit Erynnim : 

Nee teaitum infirmae potuere in corpore vires, 

Herculis auderet quin mente aequare labores. 

Dum tali canit ore Deus, longeque vagatur 

In virtute patris, teque altos urget ad ausus, 

Vertitur ad cantus, semperque cadentia verba 

In te, Laurenti, placidisque remurmurat undis 

Arnus, et haec totos ad carmina porrigit amnes. 

Accelerat Niobe, quae si lapis, attamen audit. 

Nee magis illacrymat. Gressus et cetera reddunt 
Fila lyrae ; sed ne superos rursum improba laedat, 

Os tacet, et frustra conantem verba relinquunt. 
Hue etiam quae te timuit, Polypheme, furentem, 

Et pavet, adjunctis et adhuc se mergit in undis, 

Cum sibi dilecto Galatea allabitur Aci. 

Quin et vos Siculis mersae Syrenes in undis, 

Quarum praedulci cantu scrutator aquarum 

Aure soporata medium delapsus in aequor, 

Surgitis, et victis ad cantus plauditis alis. 

Scylla silet, rapidi ponunt ad carmina venti, 

Et mitis natura feris, rabiemque luporum 

Mulcet, et arctatas cohibet cava fistula malas. 

Silva 



APPENDIX. NO LVIII. 317 

Silva comas praebet, venit cum frondibus Echo, 
Reddita voxqiie illi est, et fari posset, ad istas 
Sed potius voces omni vult ore tacere ; 
Cornigeri nudam nee prendimt Dorida Panes. 
Hos inter coetus plectri modulamine capta, 
Adque tuum nomen versis Tritonia cristis, 
Laurenti, aethereae plaga qua candentior orae 
Parte, nitet, labi visa est, non Gorgonis atrae 
Concutiens vultus, stillantiaque arma cruorem, 
Sed Dea flaventes foliis pacalis olivae 
Intertexta comas, laetis quas Gloris in hortis 
Docta pinxit acu : summo de vertice in armos 
Nunc lapsi ludunt flores, nunc frontis oberrant 
Marginibus, tremulum medios internatat aurum, 
Multicoltor radiatque lapis, neve aura capillos 
Spargeret, in nodum filis religaverat auri. 
Sic Dea lapsa polo,i laetis sic adstitit aris : 
Stridentes dant signa foci, meliorque per urbem 
Plausus abit, variis sparguntur floribus arces, 
Et rebus mutatur honos. Prius apta palaestrae, 
Nocturnis melius nunc ardetoliva lucernis, 
Quaeque erat undosas toties passura procellas, 
Et factura vagis pontem super aequora nautis, 
Fissilis edoctos abies aptatur ad usus. 
Non tuba nunc, non castra movent, nee casside malas 
Atterit, aut duros exercet Diva labores ; 
Laetior ingenuis sed se nunc artibus infert, 
Certatusque virum, et Medicis dignatur honores. 
Ponite jam luctus, lamentaque tristia, Pisae : 
Hue rnelior fortuna redit, veteremque malorum 
Jam pensare juvat faciem ; felicior aetas 
His permissa locis. En mixto hinc inde tumultii 
Facundo innumerae miscentur milite pugnae. 

VOL. III. T t Vobis 



318 APPENDIX. N« LVIII. 

Vobis loiigiis honos ; nee enim dilecta Minervac 

Ulla magis teilus, hac permutaret Athenas, 

Si starent, numquamque aliis babitabit in oris, 

Deque ullis capiet non thura libentius aris. 

Vivite, et in longas aevum traducite metas-, 

Neve Fluentinas umquam mutetis habenas. 

Nobile servitium magno parere Leoni est. 

At vos, o juvenes, quorum praecordia pulcrae 

Laudis inardescunt cumulis, et per vaga mundi 

Nubiia sidereos conscenderc quaeritis axes. 

His mecum properate choris, gratesque feramus 

Usque meo Medici ; rebus venerandaque multis 

Tu Pallas, superis et qui regnatis in oris, 

Vos virides, Stygiique omnes, quique antra tenetis^ 

Et siivas, et stagna Dei, Indigetesque, Laresque, 

Vitales densate colos, dextramque tenete 

Atropos, et juveni plenos extendite fusos. 

Tuque omni dilecte Deo, de Pleiade nate, 

Qui plectro majore sonas, hunc cantibus effer, 

Hunc superis ostende tuis, laudunique suaruni 

Agmina cognatam, Cylleni, prefer ad Arcton. 

Me quoque jam fessum, quique ad tua carmina victam 

Pono cheiym, sua facta doce, et pendentis ab orc 

Usque tuo nostrae Libethridos instrue mentem. 

Mox ego, Dive veils, tunc quum fidentior altis 

Per mare curret aquis, flatuque vehetur amico 

Cymba, coronatis lauro Peneide rostris, 

Illi dona feram, et libamina prima dicabo. 

Haec ego ; turn casto risit Tritonia vultu, 

Mentem fassa suam, risit qua parte fugatas 

Adspexi nubes, ocuiisque recanduit aer. 

Sic magis incussis, et prono vertice nervis, 

Et subito metis Caducifer annuit alis, 

§ig;naque de laeto fecere tonitrua caelo. 



APPENDIX. NO LIX. 319 

NO LIX. 

Laurentio cle^ Medicis Florentiae, 
Angelus Politianu.^, 

MaGNIFICE Domine, &c. Mona Clarice sta bene^ 
et cosi tucta questa brigata. Qui non sera ancom udito 
nulla del roniore cccorso, del quale ne ha per questo 
medesimo apportatore dato adviso ad me il Franco, 
che ci ha levata ogni sospitione, perche ci sia.mo assai 
fondati in sulla sua lettera, che Mona Clarice dubitava 
non fussi la cosa piu grave, et che voi de industria V 
allegerissi. In somma e restata di buona voglia, et 
acquievit. 

A noi non manca nulla ; et solamente habbiani© 

passione delle molestie vostre, che sono pure troppe. 

Iddio ci adjutera. Spes enim in vivis est, desperatio 
mortui. 

Vorrebbe Mona Clarice, che quando costa non 
haves&i troppo bisogno di Giovanni Tornabuoni, lo ri- 
mandassi in qua, che gli pare esser sola sanza epso, 
et per ogni rispetto gli pare sia a proposito la stanza sua 
qui. 

lo attend© a Piero, e sollecitolo a scrivere ; et in 
pochi di credo vi scrivera, che voi vi maraviglierete, 
che habbiamo qua un maestro, che in quindici di in- 
segna a scrivere, et fa maraviglie in questo mestiero. 
E fanciulli s' attendono a vezzeggiare piu che 1' usato, 

et 



320 APPENDIX. NO LIX. 

et sono tutti rifatti. Iddio ajuti loro e voi. Piero non 
si spicca mai da me, o io da lui. Vorrei esservi a propo- 
sito in maggiori cose ; ma poiche mi tocca questo, lo 
faro volentieri. Rogo tamen, ut aliquid aut litterarum 
aut nimtii hue perlatum iri cures, desque operam, ne 
quidquid est in me auctoritatis, patiaris xolescere, quo 
et puerum facilins in officio teneam, et - eo munere, ut 
par est, defungar. Sed haec si commoaum ; sinminus, 
quod sors feret, feremus aequo animo. State di buona 
voglia, et fate buono animo, che e grandi uomini si fan- 
no nelle adversita. Durate, et vosmet rebus servate 
secundis. Raccomandomivi. Pistorii die 26. Augusti 
1478. 



Magnifice mi patrone. Desidero assai, che la Mag- 
nificentia Vostra non si sia turbata d' una mia li scripsi 
stamani dettatami dalla passione, la quale ho non 
d' altro, che di non potere havere patientia. Spero in 
bonam partem acceperis, rebusque nostris prospectum 
curabis. 

Mona Clarice vi manda tre fagiani, et una starna. 
Dice ne habbiate cura, come ne venissimo da nemici : 
perche non sa chi, o quale sia questo apportatore, il 
quale e il padre del ragazzo vostro, che ruppe ia gamba, 
cavallaro di Pistoja. 

Per costui vi mando e consiglj di Messer Bartolom- 
meo Sozzini. Hoili sollecitati a ogni hora, et trovato 
li scriptorl ; et elli ancora vi ha usata diligentia somma. 
Ma non si e potuto far piu presto. 

Piero 



APPENDIX. NO LIX. 32 \ 

Piero sta bene, et io li ho grancUssima cura. Cosi 

tutti li altri sono sani. Governiamoci il meglio pos^ 

samo, ma a me toccano tutte le botte, pure te propter 
Lybicae, &c. 

Io aspetto con desiderio novelle, che la moria sia 
restata per il sospetto ho di voi, et per tornare a servire 
voi, che con voi volevo et credevomi stare. Ma poiche 
voi, o piu tosto la mia mala sorte mi ha assegnato questo 
grado appresso di Vostra Magnificenza, Io sopportero, 
quamvis durum nee levius fit, patientia. Raccomandomi 
a V. M. Pistorii die 24. Augusti 1478. 



Magnifice mi Domine. Tutta questa vostra bri- 
gata sta bene : Piero studia cosi modice, et ogni di 
andiamo a piacere per la terra : visitiamo questi horti, 
che ne e piena la citta, et qualche voita la libreria di 
Maestro Zambino, che ci ho trovate parecchie buone 
cosette et in Greco et in Latino. Giovanni se ne va 
tutto il di in sul cavallino, et tirasi drieto tutto qucisto 
popolo. Mona Clarice si porta molto bene : piglia 
pero poce piacere, se non delle . novelle buone si seh- 
tono di costri. Poco esce di casa. Non ci manca in 
effetto nulla. Non si accepta presenti, da in sal ate, 
fichi et qualche fiasco di vino, o qualche beccafico, o 
simili cose infuori. Questi ciptadini ci porterebbero 
acqua cogli orecchi ; et da Andrea Panciatichi siamo 
trattati tanto amorevolmente, che tutti ci pare esserli 
obbligati. In effetto a ogni cosa di qui sa 1' occhio. 
Et- gia si comincia a far buona guardia alle porte. 

Attendete 






S22 APPENDIX. NO LIX. 

Attendete aiK:ora voi a darvi buon tempo, et vinc^'e ; 
et quando si puo, venite a vedere questa Aostra brigata, 
che vi aspetta a man giunte. Raccomaiidomi a V. M. 
Pistorii 31. August! 1478. 



Magnifice Domine mi. Mona Clarice s'e sentita 
da hiersera in qua un poco chiuccia : scrive lei a Mona 
Lucretia, che dubita di non si sconciare, o di non ha- 
vere il male, che ebbe la donra di Giovanni Torna- 
buoni. Comincio dopo cena a giacere in sul lettuccio. 
Stamani si levo del letto tardi. Desino bene ; et doppo 
desinare se tornata a giacere. Qui sono con lei queste 
donne de Panciatichi, che e nnolto intendente. Dicemi 
Andrea, che ella gli ha decto, che Mona Clarice non 
e sanza pericolo di sconciarsi. M' e paruto d' avvisarvi 
di tutto. Dicono pero tutte queste donne, che credono 
non hara male. Lei a vederia non mostra altro segno di 
malata, nisi quod cubat, et quod paullo commotior est, 
quam consuevit. 

Piero ando incontro stamattina a questo Signore, 
et fu il primo. Disse poche parole nella sentenza gli 
scrivete ; et molto bene. El Signore solo mise in- 
nanzi, et cosi entro in Pistoja. Mona Clarice gli pre- 
sento un bel mazzo di starne : stasera andremo a visitarlo 
alle 22. hore, che siamo hora a hore 19. Fe compagnia 
a Piero GJovanni Tornabuoni : et lui riprese le parole 
di Piero. Mostra questo Illmo Sig. secondo dicone 
questi sui, di venire con una voglia troppo grande di farsi 
honore, et di satisfare a cotesta Excelsa Signoria et max- 
ime alia V. M. 

Clarice 



APPENDIX. NO LIX. 323 

Clarice vi manda non so quante starne gli sono 
state donate, poiche, presento qucsto Signore. In staro 
intento a quanto seguira ; et in quello sapro, faro niio 
debito, e di tutto avvisero V. M. la quale Iddio conservi. 
Raccomandomivi. Pistovii die 7. Septembris 1478. 



NO LX. 



j^ngelus rolhianus. 



Magnificae Dominae Lucretiae de Medicis Florentiat. 

JVIaGNIFICA Domina mea. Le novelle, che noi 
vi possiamo scrivere di qui, sono queste. Che noi 
habbiamo tanta acqua, et si continua, die non possia- 
mo uscir di casa, et habbiamo mutata la caccia nel 
giuoco di paila, perche e funciulli non lascino 1' exer- 
citio. Giuchiamo comunemente o la scodella o il 
savore o la came, cioe che chi perde non ne mangi. 
E spesso spesso quando questi miei scolari perdono, 
fanno un cenno a Ser llumido. Altro non ce che 
scrivetvi per ora di nostre novelle. lo mi sto in casa 
al fuoco in zoccoli et in palandrano, che vi parrei la 
malinconia, se voi mi vedessi : ma forse mi pajo io in 
ogni modo, et non fo, ne veggo, ne sento cosa che 
mi dllecti, immodo mi sono accorato per questi nostri 
casi. Et dormendo et vegliando sempre ho nel capo 
questa albagia. Eravamo due di fa tutti in su 1' ale, 
perche intendemo non esser costa piii moria : hora 
tutti siamo rimasti basosi, intendendo, che pur va piz- 
zicando qualche cosa. Quando siamo costa, habbia- 
mo 



324 APPENDIX. NO LX. 

mo pur qualche refrigerio, quando non fussi mai altro 
se non vedere ritornare Lorenzo a casa. Qui tuttavia 
dubitiamo, et d' ognl cosa : et quanto a me vi pro- 
metto, che io aftogo neli' accidia, in tanta solitudine 
mi truovo. Dico solitudine, perche Monsignore si 
rinchiude in camera accompagnato solo da pensieri, et 
sempre lo truovo addolorato, et mpensierito per modo, 
che mi rinfresca piu la malinconia a essere con lui. 
Ser Alberto del Malerba tutto di biascia ufficio con 
questi fanciulli : rimangomi solo, et quando sono res- 
uicco dello studio, mi do a razolare tra morie et 
guerre, et dolore del passato et paura dell' advenire j ne 
ho con chi crivellare queste mie fantasie. Non truovo 
qui la mia Mona Lucretia in camera, colla quale io 
possi sfogarmi, et muojo di tedio : quanto allegeri- 
mento ci habbiamo, sono le lettere di costa, cioe quelle 
del Malerba, che pur ci ha scripte a questi di delle 
novelle ; et sovi dire, che le scrive tutte buone per V 
ordinario. Et noi per un poco ogni cosa ci crediamo, 
tanto habbiamo voglia che sieno vere. Ma si convertono 
pur poi in bozzachini queste susine. Nientedimeno 
quanto posso io per me, mi vo armando di buona speranza, 
et a ogni cosa m'appicco per non irne cosi al primo tratto 
in fondo. 

Altro non ho che scrivervi. Raccomandomi a V. M. 
Ex Cafagiolo die 18. Decembris 1478. 



APPENDIX. NO LXI. 335 



NO LXI. 

Laurentio Medici Florentiae, 

Clarice Ursini, 

JVlAGNIFICE Conjux ec. Intendo costi la morig. 
far danno piii che Tusato. Quanto possono e prieghi 
di vostra donna et figliuoli vi exorto a dovervi guardare, 
et anche se possete con riguardo di qui venire a vedere 
queste feste, ci sara consolatione. El tutto rimetto in 
vostra prudentia. Harei caro non essere in favola del 
Francho, come fu Luigi Pulci, ne che Messer Agnolo 
possa dire che stara in casa vostra a mio dispetto ; et 
anche 1' habbiate facto mettere in camera vostra a 
Fiesole. Sapete vi dissi, che se volevi che stessi, ero 
contentissima, e benclie habbia patito, che mi dica 
mille villanie, se e di vostro consentimento, sono pa- 
tiente, ma non che lo possa credere. Credo bene che 
Ser Niccolo per voler fare pace con lui, me habbia 
tanto sollecitata. E fanciulli sono tutti sani, et hanno 
voglia di vedervi, et maxime io, che non ho altro 
struggimento che questo, habbiavi a star costi a questi 
tempi. Sempre a voi mi raccomando. In Cafaggiolo 
28. Mail 1479. 



NQ LXII. 
Ricordi di Lorenzo, 

A Di 19. di Maggio 1483. vemie la niiova, che el Re 

di Francia per se medesimo aveva data la Badia di 

VOL. III. u u Fonte 



326 APPENDIX. NO LXII. 

Fonte Dolce a Giovanni nostro. A di 31. venne la 
nuova da P».oma ch' el Papa gliel aveva conferita, et 
factolo abile a tenere benefizj sendo d' anni 7. die Icr 
fece Protonotario. A di 1. Giiigno venne Giovanni 
nostro a Firenze dal Poggio, et io in sua compagnia ; 
giunto qui fu cresimato da Monsig. nostro d' Arezzo, 
et datali la tonsura, et fu chiamato Mess. Giovanni. 
Feronsi le predette cerimonie in cappella di casa. La 
sera poi si torno al Poggio. A di 8. Giugno detto 
venne Jacopino cornere di Francia sulle 12. ore con 
lettere del Re, che haveva dato a Mess. Gio. nostro 
1' Arcivescovado di Hayx in Provenza, et a vespro fu 
spacciato el fante per Roma per questa ragione con 
lettere del Re di Francia al Papa et Card, di Macone, 
et al Co. Girolamo, che in quest' ora medesima se gli 
sono mandate per il Zenino corriere a Furli. Dio 
mandi di bene. A di 11. torno el Zenino dal Co. 
con lettere al Papa et S. Giorgio, et spacciaronsi a 
Roma per la posta di Milano. Dio mandi di bene. 
In questo di medesimo dopo messa in cappella di casa 
si cresimarono tutte le fanciulle di casa et fanciugli da 
M. Giovanni in fuori. A di 15. a ore 8. di notte 
venne lettere da Roma, che il Papa faceva difficulta 
di dare 1' Arcivescovado a Mess. Giovanni per la eta, 
et subito si spaccio el fante medesimo al Re di Fran- 
cia. A di 20. venne nuova de Lionetto che V Arci- 
vescovo non era morto. A di 1. Marzo 1484. mori 
1' Abute di Fasignano, et spacciossi una cavalcata per 
stafietta a Messer Gio. d' Antonio Vespucci Imbascia- 
tore a Rcma, che facessi opera col Papa della detta 
Abbadia per Messer Gio. nostro. A di 2. se ne prese 
la tenuta col segno della Signoria per vigore della re- 

servatione, 



APPENDIX. NO LXII. 327 

servatione, che ne aveva fatta Papa Sixto a Mess. Gio- 
vanni confermata da Innocenzio nella gita di Piero nostro 
a Roma a dare ubbidienza. 



NO LXIII. 

Alexandri Braccii, dcscrijitio Horti Lcuirentii Afedicis, 

Ad* CL Equitem Venetian Bernardum Bembum. 

IN E me forte putes oblitum, Bembe, laboris 

Propositi nuper cum Meliore mihi, 
Decrcvi Mediciim quaecumque legantur in horto 

Scribere, quod Melior non qiieat ille tuus. 
Prodeat in campum nunc, et se carmine jactet, 

Namque mihi validas sentiet esse manus ; 
Cumque viro forti, cum bellatore tremendo, 

Miiite cum strenuo praelia saeva geret ; 
Victorique dabit victus vel terga potenti, 

Me vocitans clarum magnanimumque ducem, 
Vei captiva meos augebit praeda triumphos, 

Afferet et titulos Crescia paima novos. 
Nunc hortus qui sit Medicum placido accipe vultij^ 

Perlege nunc jussu carmina facta tuo ; 
Villa suburbanis felix quern continet arvis, 

Caregio notum cui bene nomen inest. 
Non fuit hortorum Celebris tam gloria quondam 

Hesperidum, jactet fabula plura licet. 
Regis et Alcinoi, forti sque Semiramis horti 

Pensilis, aut Cyrum quem coluisse ferunt, 
Quam nunc est horti Laurentis gloria nostri, 

Inclyta fama, decus, nomina, cultus honor. 

Heic 



328 APPENDIX. N^ LXIII. 

Heic ole^ est pallens, Bellonae sacra Minervac, 

Et Veneri myrtus, aesculus atque Jovi. 
Heic tua frons est, qua sese Thirintius heros 

Cinxit honoratum, popule celsa, caput. 
Est etiam platanus vastis ita consita ramis, 

Illius ut late protegat umbra solum. 
Heic viridis semper laurus, gratissima Phoebo, 

Qua meriti vates tempoi-a docta tegunt. 
Ante Mithridatis quam nondum Roma triumphum 

Videret, hoc surgit hebanus ampla loco. 
Heic piper, et machir, gariophilon, assaron, ochi> 

Mellifluens nardum, balsama, myrrha, lothon, 
Intubus est etiam, therebinthus, casia, cedron, 

Heic et odoratus nobilis est calamus. 
Tus quoque fert sacrum superis heic terra Sabaeum, 

Fert cythisum, clarum laudibus Ant'ochi. 
Est abies, pinus, buxus, viridisque cupressus, 

Nascitur heic quercus, robora, taeda, larix. 
Est suber, est cerrus, fagus, quin carpinus, ilex, 

FraxiuLis, et quidquid silva, nemusque ferunt. 
Svmt ulmi, salices, dumi, fragilesque genistae, 

Sambucusque levis, sanguineusque frutex. 
Cornus, lentiscus, terrae quoque proxima fraga, 

Praedulces siliejuae, castaneaeque nuces. 
Sunt et quae Romae dederat tua poma Lucullus, 

Cerase, mora rubens, acida sorba, juglans, 
Heic et Avellanae sunt appia mala, pyruraque 

Omnigenum, ficus, persica, chrysomila. 
Punica mala, et cotona, cidoneumque volemum, 

Turbaque prunorum vix numeranda subit. 
Vicia, panicumque, fabae, farrago, lupinum, 
Pisa, cicer, milium, far, triticumque bonum, 

Ervum, 



APPENDIX. NO LXIII. 329 

Ervum, fasellus, lens, sisima, oriza, siligo, 

Tiphae, similago, sunt aliae segetes ; 
Quin cucumis, melopepo, cucurbita longa, papaver, 

Allia, caepa rubens, porraque cum raphanis, 
Angurium, coriander, eruca, nepeta, et anesum, 

Marubium triste est, asparagusque simul, 
Serpillum, petroselinum, amarathus, onyx, 

Beta, cicoreum, brassica, menta, ruta. 
Quid dicam varias uvas, dulcesque liquores, 

Quid mage sunt suaves Hectare, melle, sapa ? 
Quid violas referam, celseminos bene olentes, 

Quid niveas memorem purpureasque rosas ? 
Cur te, Bembe, moror ? sunt lioc plantata sub horto, 

Quidquid habent Veneti, Tuscia quidquid habet ; 
Pomorum species hoc omnis frondet in horto, 

Hortus et hie olerum fert genus omne virens. 
Heic florum poteris cunctorum sumere odores, 

Heic si tu quaeras, omne legumen erit. 
Haec nos pauca tibi de multis scripsimus, at quum 

Plura voles, mehus lumine cuncta leges ; 
Lustrabisque oculis exceisa palatia regum 

Instar, et egregia quaeque notanda tuis. 
Nam si cuncta velim perstringere versibus, o quam 

Difficile ; atque audax aggrederemur opus. 



NO LXIV. 

Instruzioni date a Piero ck Lorenzo de' Medici. 
Mella gita di Roma a d) 26. di J^Tovembre I4S4. 

X ER Siena avrai solamente tre lettere di credenza, 
a Messer Paolo di Gherardo, una a Messer Cristofano 

di 



una 



350 APPENDIX. NO LXIV. 

di Guido, e uila a Messer Andrea Piccolomini, i quali 
essendo in Siena visiterai a casa loro, e date le lettere 
di credenza, mi raccomanderai alle Magnificenze loro, 
usando le medesime parole quasi a tutti e tre, et in 
questo effetto ; che andando tii a Roma, vai a questi 
Ambasciatori, et avendo a passar per Siena, ti commissi 
visitassi le loro Magnifies; nze, alle quali avendo io affezi- 
one e reverenza, come a' padri, ho voluto conoschino 
ancor te, e ti conoschino in luogo di iisrliuolo, e pos- 
sinti comandare in ogni tempo e luogo, come potre'io, 
perche non altrimenti gli obbedirai, e che potendo loro 
disporre di tutte le facolta, stato, e fieliuoli mia, tale 
quale tu se', ti presenti loro come )or cosa, e cosi ne 
disponghino ad ogni loro beneplacito. In questi eiTetti 
userai le parole tue bene accomodate, naturali et non 
forzate, et non ti curare di parere a costoro troppo dotto, 
usando termini umani, dolci e gravi, e con costoro, e con 
ciascun altro. 

Avrai la lista n' alcuni cittadini Sanesi, i quali 
avendo tempo, a.ncora visitai, usando le parole e gli 
eiTetti sopradetti^ et offerendo mc coei ai tre di scpra, 
come agli altri per la conscrvazione del loro stato, per 
lo quale farei, come per lo mio proprio> massime per- 
che tutta la citta nostra general.mente e in questa dis- 
posizione, offerendomi e raccomandandomi a ci^s- 
cuno. 

Ne' tempi e luoghi, dove concoiTeranno gli altri 
giovani degl' Imbasciatori, portati gravemente, e cos- 
tumatamente, e con umanita verso gli altri pari tuoi, 
guardandoti di non preceder loro se fossino di piu eta 
di te, poiche per esser mio figliuolo, non sei pero 

altro, 



APPENDIX. NO LXIV. 331 

altro, che cittadino di Firenze, come sono ancor loro, 
ma quando poi parra a Giovanni di presentarti al Papa 
separatamentC; prima informato bene di tutte le ciri- 
monie, che si usano, ti presenteria alia Sua Santita, et, 
baciata la lettera mia che avrai di credenza al Papa, 
supplicherai, che si c^egni leggerla, e quando ti toc- 
chera poi a parlare, prima mi raccomandcrai a' piedi 
di Sua Beatitudine, e diragli, che io conosco molto 
bene, ch' era obbligo mio personalmente conferirmi a 
piedi di Sua Beatitudine, come feci alia Santissima 
memoria del Predecessore di quella ; ma spero in 
quella per umanita sua mi avera per scusato, perche in 
quel tempo, che andai a Roma, potevo lasciare a casa 
mio fratello, ch' era di qualita di poter supplire molto 
bene in mia assenza ; al presente non posso lasciare a 
casa uomo di piu eta autorita, che sei tu, e pero credo 
non sai-ebbe grato a Sua Santita, che io avessi preso 
partito di andarvi, ma che in mio luogo ho mandato 
te, non mi parendo di poter fare maggior segno del 
desiderio che avrei d' esser andato in persona. Ho 
mandato te oltre ie altre ragioni, perche tu cominci a 
buon'hora a conoscer la Sua Beatitudine per Padre e 
Signore, at abbi cagione di continuare in questa devo- 
zione piu lungo tempo, nella quale nutrisco anco gli 
altri mia figliuoU, i quali non vorrei avere, quando 
non fossino di questa disposizione. Appresso farai 
intendere a Sua Santita, come io ho fermo proposito 
di non mi partir mai dai comandamenti di quella, per- 
che oltre air essermi naturale la devozione della S. 
Sede Apostolica, a quella di Sua Beatitudine mi cos- 
tringono molte ragioni et obbligationi, che insino 
quando era in minoribus la casa nostra aveva con la 
persona di quella : oltre di questo ho provato quanto 

dam:io 



333 APPENDIX. NO LXIV. 

danno mi sia stato il non avere avuto grazia col Pon- 
tefice passato, sebbene a me pare senza mia colpa 
aver sopportate molte- persecuzioni, e piuttosto per 
altri mia peccati, che per altra ingiuria o offesa fatta 
alia Sua Santa memoria. Pura lascio questo al giu- 
dizio degli altri, e sia come si vuole, io sto in fermo 
proposito non solamente non offendere in alcmia cosa 
Sua Beatitudine, ma pensare il di e la notte a tutte le 
cose, che stimi potergli esser grate : et cosi facendo 
spero V allegrezza e contento, che ebbi delP assunzione 
di Sua Beatitudine al Pontificato, doversi lungo tempo 
conservare in me, suppUcando umilmente Sua Beatitvi- 
dine, che si degni d'accettar me, e voi altri mia figliu- 
oli, et ogni altra mia cosa per umiii figliuoli et servi- 
tori suoi, et conservarci nella sua grazia, massime 
perche io e voi ci sforzeremo con V opere nostre farci 
ogni di manco indegni della grazia di Sua Beatitu- 
dine. 

Appresso farai intendere a Sua Santita, che aven- 
dogli tu raccomandato me, ti sforza I'amore di tuo 
fratello raccomaadargli ancor Messer Giovanni, il 
quale io ho fatto Prete, e mi sforzo e di costumi e di 
lettere nutrirlo in modo, che non abbia da vergognarsi 
fragli altri. Tutta la speranza mia in questa parte e 
in Sua Beatitudine, la quale avendo cominciato a fargli 
qualche dimostrazione, per sua umanita e clemenza, 
d' amore, e che noi siamo nella sua grazia, suppli- 
cherai si degni continuare per modo, che alle altre ob- 
bligazioni della casa nostra verso la Sede Apostolica 
s' aggiunga questo particolare di Messer Giovanni per 
i benefizj che avra da S. Beatitudine, ingegnandoti 
con queste et altre parole raccomandarglielo, e met- 

terglielo 



APPENDIX. NO LXIV. 333 

terglielo in grazia piu die tu puoi ; e questo mi pare 
che basti col Papa. Harai mie lettere di credenza per 
tutti i Cardinali, le quali darai o no secondo parra 
a Giovanni. In genere a tutti mi raccomanderai, e 
dirai come tu se' ito a Roma, perche oltre alia servitu 
mia, Loro Reverendissime Signorie conoschino in chi 
lia a continovare la servitil di casa nostra, e nossinti 
comandare et usare, come possono tutte 1' altre mie 
cose, offerendoti ec. Questo farai con tutti general- 
mente, ma in specie cogl' infrascritti quel piu che 
diro appresso, e prima. 

Col Cardinale Visconti dirai, che quando mai non 
fossi Cardinale, la casa nostra ha obbligationi antique 
e natural! con tutta la sua Illustrissima casa, e che tu 
te gli dai a conoscere per mio figliuolo, naturale Sfor- 
zesco, e vero servitore di Sua Signoria Reverendissi- 
ma, e con queste condizioni ti comandi sempre, e do- 
mesticamente ti tratti, et abbi per suo servitore, che 
cosi nascon tutti quegli di casa nostra. 

Col Cardinale d'Aragona dirai che avendo io tutta 
la mia speranza e fede nella Maesta del Re suo padre, 
il debito tuo, come mio figliuolo e di presentarti a Sua 
Sig. Reverendissima, e dartegli per servitore ancora 
per particolare obbligo che abbiamo con Sua Signoria 
Rma. e che tu e gli altri mia figliuoli oltre a molti 
altri benefizj ricevuti dalla Maesta del Re, non dimen- 
ticherete mai quello dell' onore, che mi fece a Napoli 
ultimamente, e dell' avermene rimandato a casa nel 
modo che fece, e che tu pensi molto bene, che condi- 
zioni erano quelle di voi altri mia figliuoli, quando 
fossi seguito altro, e pero per quest' obbligo massima- 
voL. III. :jv X mente 



SM APPENDIX. NO LXIV. 

mente Sua Rma. Signoria e tutti gli altri figliuoU 
della Maesta del Re possino venderti Sc impegnarti e 
fame in eftetto come di lor cosa. 

Col Cardinale Orsino dirai, ch' io t' ho maftdato la, 
perche vegga come le piante di casa loro provino ne*^ 
terreni nostri, e che frutti ci fanno, e che tal qual sono, 
ne mando le primizie a Sua Signoria Rma. e sebbene 
tu non sei degno figliuolo di casa Orsina, pure, come 
tu sei, vuoi essere servitore di Sua Signoria Rma. alia 
quale come a capo della casa ti presenti pronto e dis- 
posto in quel che potrai in tutta la vita tua, a pagar 
V obbligo, che hai con quella inclita casa, il quale non 
puo esser maggiore, avendo tu avuto da quella V essere, 
e per questa medesima ragione ti par dovere impetrare 
da Sua Signoria Rma. come capo ec. e che abbia ad 
aver cura di te, e tenerti le mani addosso, perche dell' 
onore 8c incarico tuo non ne harebbe per manco parte 
S. R. S., che io tuo padre, raccomandogli la Clarice, 
e tutti gli altri tuoi fratelli e sirocchie, ec. 

Con quel Cardinali, che per qualche capo fossero 
parenti di casa Orsina, come credo sia Savelli, Conti, 
e Colonna, userai qualche parola piu domestica, mos- 
trando che oltre agli altri obblighi, che intendo io 
avere con loro Rme. Signorie, e questo, che Dio ci 
ha fatto grazia, che siamo parenti delle loro indite 
case, la qual cosa reputiamo tra' maggiori ornamenti 
della casa nostra. A Monsignore nostro 1' Arcives- 
covo di Firenze mostrerai tutta questa istruzione prima 
che cominci ad eseguirla in alcun luogo ; la quale 
secondo V eta tua e molto breve, e questo nasce perche 
ho speranza, che Sua Signoria supplira, come meglio 

inform ata 



APPENDIX. NO LXIV. S3i 

informata e piu piiidente, certificandola, die io non 
dico questo per cerimonie, ma pel vero, e pero fa.piu 
e manco quello che ti dira Sua Signoria, come se io 
proprio te Io dicessi. Ad ogni modo visiterai tutti quei 
Signori di casa Orsina che fossero in Roma usando 
ogiii riverente termine, & raccomandandomi a Loro 
Signorie, & oiferendoti per figliuolo e servitor loro, 
poiche loro si sono degnati, che noi siamo loro parenti, 
del qual obbligo tu sei quello, che n' hai la map:tior 
parte per essere tanto piu degnamente nato, e pero ti 
sforzerai giusta tua possa di pagarlo almanco con la 
volonta. Io ti mando con Giovanni Tornabuoni, il 
quale in ogni cosa hai ad obbedire, ne presumere 4i 
far cosa alcuna senza lui, e con lui portandoti modesta- 
mente, & umanamente con ciascuno, e soprattutto 
con gravita, alle quali cose ti debbi tanto piu sforzare, 
quanto 1' eta tua Io comporta manco. E poi gli onori 
e carezze, che ti saranno fatte, ti sarebbon d' un gran 
pericolo, se tu non ti temperi, e ricordati spesso chi 
tu sei. Se Guglielmo o i suoi figliuoli o nipoti venis- 
sero a verderti, vedigli gratamente, con gravity, pero e 
modo, mostrando d' aver compassione delle loro con- 
dizioni, e confortandogli a far bene, e sperar bene fa- 
cendolo. Se paresse a Monsig. nostro Arcivescovo, 
che tu ti trasferissi in qualche luogo fuora di Roma 
per visitare qualche Signore di casa Orsina, puoi farlo, 
Sc ubbidire Sua Signoria in questa 8c in ogni altri cosa, 
come dico di sopra, non altrimenti che facessi a mc 
proprio. A Guglielmo dirai, che avendogli scritto la 
Bianca a stanza mia e di Bernardo Rucellai, che vogli 
compiacergU del Canonicato di Pisa per poter fare 
eerta commutazione a suo proposito, sia contento 

farlo, 



S36 APPENDIX. N^ LXIV. 

farlo offerendogli Bernardo massime di salvarlo, e sicu- 
i*ar]^ in quel migiior modo che sapra chiedere, stringen 
dolo poi con le parole a questo effetto. 



NO LXV. 
Ad Archangelum Vicentinum Pair em et Concanonicum* 

Quanta ordine Joannes Medices Cardinalatds accefiit insig- 
nia, 

JVIaXIMUS annus videri tibi potest, ex quo ad tc 
nil scripsi, Pater Archangele, et mc quidem negligen- 
tiae atque torporis etiam accuso, ut facilius veniain a te 
pronierear ; quam si non dederis, neque censuram tam 
formido, quam amo amicissimam et aequissimam 
tuam. Meo tamen ex animo efiiuere nunquaiii sane 
potuit, neque ullo tempore poterit sancta et suavis- 
sima recordatio tui, etsi pepercerim calamo tam diu, 
nulla se mi hi offe rente vel occasione, vel causa scri- 
bendi. Verum me dormientem excivit res modo, 
quara (ut puto) tu libenter Archangele sis auditurus : 
qui non parvam vitae partem egisti Fesulis, et inclytam 
Mediceorum familiam excoluisti, illis prope vernacu- 
lus, semperque charissimus. Res plane haec est, ut 
tibi aliquanto notescant, quae sunt apud nos acta quo 
die Joannes Medices, Laurentii magni filius, Cardinal- 
at"s accepit insignia: cujus rei ordinem, mysteria, 
plausus, publicam laetitiam, liberalem impensam, lauta 
ambitiosaque convivia enumerare, atque describere 
facundissimi Oratoris, vel Historici opus utique sit : 
'«ed grandiloquo aeque Poetae res tanta convenerit. 

Ego 



APPENDIX. NO LXV. 337 

Ego ingenue fateor, me a tanto facinore vinci, qui 
etiamsi velim, neque rei illustranclae satis posseni 
operae, temporisque navare, sacris quadragesimae 
sanctae mysteriis in aliud nie revocantibus. Verum 
enimvero in breviarum quoddam potlora attamen 
stringam, ne palatum incassum tibi exacuerim. Cum 
itaque Joannes hie Medices quintumdecimum aetatis 
annum tantum agens Cardinalis declaratus est, turn 
Pontifex et sacri Patres voluerunt impuberem ilium 
tanti ordinis administratione insignibusque ad trienni- 
um usque carere : quo tantisper et moribus et doctri- 
nis coalesceret, atque proficeret, et viilute ac sapien- 
tia mactus, tanto fastigio, tantarumque rerum suscep" 
tione dignus evaderet. Venit, Deo ilium servante, 
optatus hie dies, plenitudoque triennii. Suscepturus 
itaque haec ornamenta, quae diximus. Pallium scilicet, 
Biretum, ardentem Pileum, desponsationis Annulum, 
pridie quam talibus iniciaretur, ad nos post meridiem 
Fesulas conscendit, parvo suorum admodum comitatu, 
et humili, ac simplici cultu. Postridie affuit mane 
Joannes Picus Mirandula noster, et Jacobus Salviatus 
Cardinalis Sororius, ac Simeon Staza notarius : cum 
quibus hora diei circiter sexta de cubiculo egressus 
sacer adolescens templum intravit. Ubi primum in 
Virginis laudem (Sabbatum enim erat, dies Virgini 
vetere religione dicatus) ritu can tuque solenni agl 
coepit ea res sacra, quam vulgo dicimus Missam : in 
qua cum prius sacrosanctum ego Domini corpus san- 
guinemque libassem, tum ille ante Aram in genua 
flexus concommunicavit singulari humilitate, et quan- 
tum agnosci poterat, devota quidem mcnte, et erccta 
semper in Deum. Peracta re sacra vestimenta mox a 
me quoque sunt benedicta : postea vero sublata manu 

builam, 



338 APPENDIX. NO LXV. 

bullam, bfeveque Pontificis Maximi tenens, ilium hunc 
in modum affatus equidem sum. " Quod tibi ecclesia 
" sanctae Dei patriae, Generique tuo foelix salutare- 
" que sit, hodie Joannes Medices decursum est trien- 
" nium Cardinalatui tuo per banc bullam, breveque 
*' praefixum. Legant qui volunt. Servata sunt om* 
" nia : de quibus tu Simeon publicam tabellam, testi- 
« moniumque conficito." Subinde pallio a me induc- 
tus est, ita precante, " Induat te Deus novum homi- 
" nem, qui secundum Deum creatus est in justicia et 
" sanctitate veritatis." Biretum denique, Galerum, 
Annulumque porrexi his rursum cum verbis, " Haec 
" sunt decora dignitatis subiimis tuae a Sede aposto- 
" lica tibi tradita atque concessa : quibus quamdiu 
" vixeris, ad Dei laudem, tuique salutem utinam sem- 
" per utare." Quibus ita pei^actis, Hymnum, " Veni 
" creator spiritus," canoris vocibus ante Aram Fra- 
tres cecinere. Postremo quantam Cardinalis singulus 
potest indulgentiam, elargitus astantibus, et idem visi- 
tantibus altare eodem die quotannis, rediit nobiscum 
in domum. Paulo post prandium Petrus frater cum 
paucis en affuit, delatus sonipede mirae ferocitatis, ac 
magnitudinis, auratis bracteis quaque fulgente. A 
porta interea Sancti Galli, qua itur Fesulas, tanta 
effusa equitum ac peditum manus, ut plena undique 
via nulli contra in urbem eunti transitum cederet. 
Quae omnis multitudo sistere jussa est ad Munionis 
pontem, nee datum uUi quidem cis pontem, amnem- 
que transire. At vero rebus caeteris ex constituto dis- 
positis, descendit ille cum fratre, trajectoque flumine 
exceptus est medius inter Pontifices, Prothonotarios, 
alios praelatos, ac primores urbis cives, et ambitiosissima 
pompa deductus in urbem per viam majorem, quae ad 

aedes 



APPENDIX. NO LXV. 339 

aedes ducit suas. Qui cum pervenisset ad Virginis Nun- 
tiatae basilicam, mula descendens, ad illius humiliter se 
constravit aram, pro se orans voce summissa, Inde ad 
Divae Liparatae templum profectus pari modo sic est 
opem gratiamque precatus : Denique in lares se recepit 
quos habitat suos. Ubi ferme tota in unum conspecta est 
civitas ita frequens ut non via modo, sed fenestrae et tecta 
ipsa vix caperent prospectantes. In sequentem vero noc- 
tem jugis in plateis, inque turribus et pinnis ignes collu- 
centes illuminarunt veluti diem, et conclamantium vocibus 
ominifariisque tinnitibus, atque crepitibus aether semper 
insonuit, ut obliti sint homines somnos hac tanta laetitia, 
inspectumque sit quanti faciat Reipublicae servatorem et 
columen gratissima civitas. Haec dixisse extempore sit 
mihi satis : seriem alius copiosius ornatiusque conscrip- 
serit. Vale atque ora ut ista sint fausta. Fesulis pridie 
idus Martias. 



NO LXYI. 

Lorenzo de^ Medici Padre, 
A Messer Giovanni de^ Medici Card. 

JVIESS. Giovanni : Voi sete molto obbligato a Mess. 
Domenedio, e tutti noi per rispetto vostro, perch^ 
oltra a molto beneficj 8c honori, che ha ricevuti la casa 
nostra da lui, ha fatto che nella persona vostra veggia- 
mo la maggior dignita, che fosse mai in casa ; & an- 
cora che la cosa sia per se gi*ande, le circostantie la 
fanno assai maggiore, massime per 1' eta vostra 8c 
conditione nostra. Et pero il primo mio ricordo e, 
chi vi sforziate esser grato a M. Domenedio, ricordan- 

dovi 



340 APPENDIX. NO LXVI. 

dovi ad ogn' hora, che non i merlti vostri, prudentia 
o sollecitudlne, ma mirabilmente esso Iddio v' ha fatto 
Cardinale, Sc da lui lo riconosciate, comprobando 
questa conditione con la vita vostra santa, esemplare, 
& honesta, a che siete tanto piu obbHgato per havere 
voi gia dato qualche opinione nella adolescentia vostra 
da poterne sperare tali frutriv Saria cosa molto vitu- 
perosa, k fuor del debito vostro Sc aspettatione mia, 
quando nel tem}X) che gli altii sogliono acquistare piu 
ragioiie Sc miglior forma di vita, voi dimenticaste il 
vostro buono instituto. Bisogna adunque, che vi sfor- 
ziate alleggerire il peso della dignita che portate, vi- 
vendo costumatamente, et perseverando nelli studj 
convenienti alia professione vostra. L' anno passato 
io presi grandissima consolatione, intendendo, che 
senza che alcuno ve Io ricordasse, da voi medesimo vi 
confessaste piu volte et communicaste ; ne credo, che 
ci sia miglior via a conservarsi nella gratia di Dio, che 
lo abituarsi in simili modi, et perseverarvi. Questa 
mi pai-e il piu utile et conveniente ricordo che per lo 
prlmo vi posso dare. Conosco che andando voi a 
Roma, che e s.entina di tutti i mali, entrate in maggior 
difficulta di faro quanto vi dico do sopra, perche, non 
solamente gli esempj muovono, ma non vi mancheran- 
no particolari incitatori et corruttori ; perche, come voi 
-potete intendere, la promotione vostra al Cardinalato, 
per 1' eta vostra et per le altre conditione sopradette, 
arreca seco grande invidia, et quelli, che non hanno 
potuto impedire la perfetione di questa vostra dignita, 
s' ingegneranno sottilmente diminuirla, con denigrare 
1' opinione della vita vostra, et farvi sdrucciolare in 
quella stessa fossa, dove essi sono caduti, confidandosi 
molto debba lor riuscire per 1' eta vostra. Voi dovete 

tanto 



APPENDIX. NO LXVL 341 

tanta piii opporvi a queste difficulta qiianto nel Col- 
legio hora si vede manco virtu : et io mi ricordo pure 
havere veduto in quel Collegio buon numero d' huomi- 
ni dotti et buoni, e di santa vita : peru e meglio se- 
guire questi esempj, perche facendolo, sarete taiuo piu 
conosciuto et stimato, quanto 1' altrui conditioni vi 
distingueranno dagli altri. E' necessario die fuggiate, 
come Scilla et Cariddi, il nome della hipocrisia, et 
come la mala fama, et die usiate mediocrita, sforzan- 
dovi in fatto fuggire tutte l.e cose, che oiVendono in di- 
mostrazione, et in conversatione, non mostrcindo aus- 
terita, o troppa seveiitd ; che sono cose, le quali col 
tempo intenderete et farete meglio, a mia opinione, 
che non le posso esprimere. Voi intenderete di quanta 
importanza et esempio sia la persona d' un Cardinale, et 
che tutto il mondo starebbe bene se i Cardinali fussino 
come dovrebbono essere ; perciocche farebbono sembre 
un buon Papa, onde nasce quasi il riposo di tutti i 
Christiani. Sforzatevi dunque d' essere tale voi, che 
quando gli altri fussin cosi fatti, se ne potesse aspet- 
tare questo bene universale. Et perche non e maggior 
fatica, che conversar bene con diversi huomini, in 
questa parte vi posso mal dar ricordo, se non che 
■y' ingegnate, che la conversatione vostra con gli Car- 
dinali et altri huomini di conditione sia caritativa et 
senza offensione ; dico misurando ragionevolmente, et 
non secondo 1' altrui passione, perch^ moiti volendo 
quello che non si dee, fanno della ragione ingiuria. 
Giustificate adunque la conscientia vostra in questo, 
che la conversatione vostra con ciascuno sia senza 
offensione ; questa mi pare la regola generals molto a 
proposito vost o, perche quando la passione pur fa 
qualche inimico, come si partono questi tali, senza 
VOL. tii. Y y ragione, 



342 APPENDIX. NO LXVL 

ragione, dalP amicitia, cosi qualche volta tornano facil- 
mente. Credo per questa prima andata vostra a Roma 
sia bene adoperare piu gli orecchi che la lingua. Hog- 
gimai io vi ho dato del tutto a M. Domenedio, et a S. 
Chiesa ; onde e necessario, che diventiate un buono 
Ecclesiastico, et facciate ben capace ciascuno, che 
amate 1' onore et stato di S. Chiesa, et della Sede Apos- 
tolica innanzi a tutte le cose del mondo, posponendo 
a questo ogni altro rispetto ; ne vi manchera m^odo 
con questo riservo d' ajutare la citta et la casa ; perche 
per questa citta fa 1' vmione della Chiesa, et voi dovete 
in cio essere buona catena, et la casa ne va colla citta. 
Et benche non si possono vedere gli accidenti che ver- 
ranno, cosi in general credo, che non ci habbiano a 
mancare modi di salvare, come si dice, la capra e i 
cavoli, tenendo fermo il vostro primo presupposto, che 
anteponiate la Chiesa ad ogni altra cosa. Voi siete il 
piii giovane Cardinale non solo del Collegio, ma che 
fusse mai fatto infino a qui ; et pero e necessario, che 
dove havete a concorrere con gli altri, siate il piu sol- 
lecito, il piu humile, senza farvi aspettare o in Cap- 
pella, o in Concistoro, o in Deputazione. Voi cono- 
scerete presto gli piu e gli meno accostumati. Con 
gli meno si vuol fuggire la conversatione molto intrin- 
seca, non solamente per lo fatto in se, ma per 1' opi- 
nione ; a largo conversare con ciascheduno. Nelle 
pompe vostre lodero piu presto stare di qua dal mode- 
rate che di la ; et piii presto vorrei bella stalla, et 
famiglia ordinata et polita, che ricca et pomposa. 
Ingegnatevi di vivere accostumatamente, riducendo a 
poco a poco le cose al termine, che per essere hora la 
famiglia et il padron nuovo non si pud. Gioje e seta 
in poche cose stanno bene a pari vostri. Piu presto 

qualche 



APPENDIX. NO LXVI. 845 

qualche gentilezza di cose antiche et belli libri, et piu 
presto famiglia accostumata et dotta che grande. Con- 
vitar piu spesso che andare a conviti, ne pero superflua- 
mente. Usate per la persona vostra cibi grossi, et fate 
assai eseixitio ; perche in cotesti panni si viene presto 
in qualche infermita, chi non ci ha cura. Lo stato 
del Cardinale e non manco sicuro che grande ; onde 
nasce che gli huomoni si fanno negligenti, parendo loro 
haver conseguito assai, et poterlo mantenere con poca 
fatica, et questo nuoce spesso et alia conditione et alia 
vita, alia quale e necessario che abbiate grande avver- 
tenza ; et piu presto pendiate nel fidarvi poco, che 
troppo. Una regola sopra 1' altre vi conforto ad usare 
con tutta la soUecitudine vostra ; et questa e di levarvi 
ogni mattina di buona hora, perche oltra al conferir 
molto alia sanita, si pensa et espedisce tutte le fac- 
cende del giorno, et al grado che havete, havendo a 
dir 1' ufficio, studiare, dare audientia ec. ve '1 trovarete 
molto utile. Un' altra cosa ancora e sommamente 
nesessaria a un pari vostro, cioe pensare sempre, et 
massime in questi principii, la sera dinanzi, tutta 
quello che havete da fare il giorno seguente, acciocche 
non vi venga cosa alcuna immeditata. Quanto al par- 
lar vostro in Concistorio, credo sara piii costumatezzaj 
et piu laudabil modo in tutte le occorrenze, che vi si 
proporranno, riferirsi alia Santita di N. S. causando, 
che per essere vol giovane, et di poca esperientia, sia 
piu ufficio vostro rimettervi alia S. S. et al sapientissi- 
mo giuditio di quella. Ragionevolmente voi sarete 
richiesto di parlare et intercedere appresso a N. S. per 
molte specialita. Ingegnatevi in questi principj di 
richiederlo manco potete, et dargliene poca molestia, 
che di sua natura il Papa e piu grato a chi manco gli 

spezza 



344 APPENDIX. No LXVL 

spezza gli orecchi. Questa parte mi pare da osservare 
per non lo infastidire ; et cosi 1' andargli innanzi con 
cose piacevoli, o pur quaiido accadesse, richiederlo con 
humilt I et modeslia doveri sodisfargU piu, et esser piii 
secondo la natui-a sua. State sano : di Firenze. 



NO LXVII. 

Laurentio de^ Medicis Florentiae* 
Servitor Stefihanus, Fabr, x». ii. p, 296» 

JMaGNIFICO Lorenzo. Per un' altra mia scrittavi 
hiersera la M. V. hara inteso V ordine si tenne hier- 
mattina qui all' entrare di Madonna Duchessa. Per 
questa vi ho da significare come questa mattina si e 
fatto al sponsalitio, et udito la Messa del congiunto nel 
Duomo ; e stato una bellissima et dignissima cerimo- 
nia, come qui appresso intendera la M. V. In prima 
si fece codunare tutta la Corte et gentilhuomini in 
Castello. Dipoi alle 15. hore il Sig. Duca, il Sig. 
Messer Lodovico, et tutti li altri Baroni et Signori ci 
sono, andarono a levare Madonna Duchessa di camera 
et ognuno monto subito a cavallo, et inviatosi fuori di 
Castello a coppia, all' ultima porta era uno baldachino 
di damaschino bianco con P arma del Sig. el quale fu 
portato da circa 40. dottori, tutti vestiti di raso cher- 
misi et scarlatto con certi letitii al coUo, et la berretta 
era madesimamente con una piega di letitii. II Sig. 
Duca, et la Exc. di Madonna entrorno sotto detto bal- 
dachino, et cosi ne andorno di coppia insino al Duo- 
mo- 



APPENDIX. NO LXVII. 345 

mo. Giunti la, si canto la Messa co' cantori del Sig., 
et il Vescovo di Piacenza la disse. Finita che fu, il 
Vescovo Sansoverino fece le parole molto accomodata- 
Tnente. Dipoi il Sig. decte lo anello alia Exc. di Ma- 
donna. Fatte che furono tutte queste cose lo Illmo. 
Sig. Duca fece Cavaliere il nostro Piero AUamanni, et 
il Magnifico Mess. Bartolommeo Calcho : a Piero 
dono una vesta di broccato a oro ricca et bella quanto 
dir si possa, et lo acto e stato molto honorevole. 
Messer Galeazzo et il Conte di Cajaza li messero li 
speroni et cinsero la spada. Dipoi tutta la brigata 
monto a cavallo, et ritornossi a Cr^stello con grandis- 
sima festa et triompho, et secondo il computo fatto da 
chi era presente vi si trovo de' cavalli 500. In prima 
vi fu annoverato 35 regole tra Frati e Preti, che anda- 
rono innanzi a tutta la corte insimo al Duomo. 60 
Cavalieri tutti vestiti di broccato a oro con le collane. 
50 donne, 28 vestite di broccato a oro con perle, gioje et 
collane assai. 62 trombetti, 12 pifferi. Da Castello al 
Duomo sone 1200. passi, che di sopra era coperto di 
panni bianchi, et le mura da ogni banda coperte di tape- 
zerie et con festoni di ginepro et mele arancie, che mai 
vedesti la piu bella cosa. Di poi tutti li usci et finestre 
erano piene di fanciulle et donne vestite ricchissima- 
mente, et per obviare al tumulto del popolo tutti e 
canti della strade, che mettevano in questa principale, 
dove s' andava, erano sbarrati, et alia guardia di ogni 
canto erano da dieci in dodici provisionati. In sulla 
piazza del Duomo stetter del continuo 200. stradiotti 
et balestrieri a cavallo : ogni cosa e ita molto ordinata- 
mente in modo non e nato uno minimo scandalo, che 
e non piccola maraviglia per la grajide et innumerabile 
multitudine, che e in questa citta. E' vero che circa 

V arme 



346 APPENDIX. NO LXVII. 

V arme si e usato extrema diligentia per farle porre giu 
a ogni persona dalli nostri in fuori, che sempre 1' hanno 
portate per tutto. 

La Exc. del Duca havea in dosso una vesta di broc- 
cato a oro col riceio tanto ricca et bella quanto dire si 
possa ; nella berretta havea una punta di diamante con 
una perla grossa piu che una nocciuola tonda di gran- 
dissimo valore : al petto havea uno pendente con uno 
balasso, et di sopra uno diamante, cosa veramente excel* 
lentissima. 

La Exc. di Madonna Duchessa era ancora lei vestita 
di broccato, et havea certa ghirlanda di perle in capo con 
certe gioje molto belle, et cosi vi era molte altre donne 
vestite ricchissimamente : non scrivo el nome loro per 
non lo sapere. 

Messer Annibale havea una vesta di broccato a oro 
divisa con certe liste di velluto nero, et nella rimboc- 
catura dinanzi al petto vi era un' aquila di perle che 
stava gentilmente, ma non era molto ricca, piuttosto si 
poteva chiamare polita. II Sig. Lodovico et il Sig. 
Galeotto, et il Sig. Ridolfo con tutti questi altri Sfor- 
zeschi erano etiam vestiti di broccato, et i piu si accor- 
dano ci sia stato de vestire da 300. in su, tra di argento 
«t di oro. Di velluto et raso non vi dico nulla, perche 
insino a chuochi ne erano vestiti. 

La vesta del nostro Piero col broncone e suta tenuta 
cosa admiranda, et secondo il judicio mio ha abbattuto 
ogni altra. Hoggi questi Signori hanno mandato per 
epsa, et 1' hanno voluta vedere, et molto bene exami- 

nare, 



I 



APPENDIX. NO LXVII. 347 

nare, et in effetto ognuno ne sta maravigliato. lo cog- 
Dosco havere scripto confuso et senza ordiiie : a bocca 
poi, piacendo a Dio, suppliremo piu diffusamente et con 
maggiore otio, che non posso fare al presente per havere 
a cavalcare a Corte con Piero. Altro non mi occorre. 
Raccomandomi sempre alia Magnificenza vostra. Medio*- 
lani die 2. Februarii 1488. 



NO LXVIII. 



Angelas Politianus Laurentio Medici Patrono Suo S. 

OAPIENTER ut cetera Laurenti facis : qui sanctos 
istos extremae quadragesimae dies consumere in 
Agnano tuo malueris, quam Florentiae. Quis enim 
tutior portus, in quern de tantis occupationum fluctibus 
enates, quam tyrrheni Uteris amoenissimus iste sinus 
atque secessus, ubi quasi quoddam naturae certamen 
sit, et gratiae. Sed ego quoque, imitatus exemplum, 
ceu fugitivus urbis, assiduus in Fesulano fui, cum Pico 
Mirandula meo, Coenobiumque illud ambo regularium 
Canonicorum frequentavimus, avi tui sumptibus ex- 
tructum. Quin Abbas in eo Matthaeus Bossus, Vero- 
nensis, homo Sanctis moribus, integerrimaque vita, sed 
et litteris politioribus mire cultus, ita nos humanitate 
sua quadam tenuit, et suavitate sermonis, ut ab eo 
digressi mox. Ego et Picus, soli propemodum relicti 
(quod antea fere non accidebat) nee esse alter alteri jam 
satis videremur. Hoc ille arbitror sentiens Dialogum 
nobis a se compositum de salutaribus animi gaudiis 
obtulit, quasi vicarium, cujus materia stilusque nos ita 
cepit, ut quam diu quidem legebamus, facile auctoris 

praesentia 



348 APPENDIX. NO LXVIIL 

praesentia careremiis. Eum ii^itur ego Dialogum mitto 
ad te quoque, Laurenti, quern subter piiieta ista legas, 
ad aquae caput. Delectaberis arbitror argumento, sen- 
sibus, indole, nitore, varietate, copia : nee in eo tamen 
domesticas quoque laudes desiderabis. Ac si tuis hue 
etiam accesserit calculus, dabitur opera protinus, lit in 
multa liber exemplaria transfundatur. Vale. 



N<^ LXIX. 
Matthaei Bossi ad Laur, Medicem, 

De transmisso Dialogo^ Efiist, 

JJe quo Politianus noster scripsit ad te inclyte Me- 
dices, Dialogus noster impressus est quern ego edidi 
quo anno Cosmus Paternus tuus Avus ad superna subla- 
tus terris excessit. Inde ille ad haec tempora usque 
obscurus jacuit, et nisi religiosis hominibus nostris ulli 
vix cognitus. Refrixerat enim in me calor ille et 
primus amor, qui quemque afficit ut sua initia praema- 
turosque labores amet etiam immodice, cum is interea 
ita dimissus sua veluti sponte se tollens perfugit in 
sinura lo. Pici Mirandulae, et ejus Politiani quern dixi, 
qui praeclarum sibi ocium et a frequenti turba recessum 
nostro sacro in Fesulano saepe captabant : Viri ambo 
admirandae doctrinae atque virtutis, et studiosissimi 
splendoris et magnitudinis tuae, quinetiam neque mihi 
non dediti ; qui opus complexi hospitioque dignati non 
antea destiterunt et curare et agere, quam uno ex stipite 
sexcenti vel surculi ducti ; quorum unus imprimis tibi 
Laurenti destinandus fuit faustiore tanquam auspicio. 
Cujus frons hilaris sublandietur primum forsitan tibi, 

cum 



APPENDIX. NO LXIX. 349 

cum titulum audies De veris et salutaribus animi 
gaudiis. Deinde cum rimari perrexeris corpus, et mem- 
bra deprehendes ubi solidae inanisque laetitiae fines 
sint positi, teque ipsum adhuc peregrinantem a caelo 
interque vitae mortalis erumnas fluitantem, ut puto, 
solabere recte factorum et foellcissimi ac sempiterni aevi 
praegustata laetitia, si tamen res tanta a me potuit per- 
poliri satis ac iliustrari. In quo neque modestissimi et 
pii animi tui censvu^am vereor, quem sincera albaque 
Veritas delectare magis quidem solet, quam fucus et falera. 
Ex his itaque ilium quem tibi transmittimus lautius 
cultum gratioremque indole non dedignabere Laurenti 
suscipere; cui hie ludus est, et Avitus et proprius, ut 
magna largiri , sic nee parva oblata contemnere. Regum 
profecto opus, si non Dei magis, cui tuenti moderan- 
tique omnia, ut sane possunt, debent reges et amplissimi 
viri esse persimiles. Vale laetus Deo ac patriae vive. 



NO LXX. 

Petrus Bonus Avogarius Artiiim Medicinae Doctor, 
Laurentio Medici Florentiae, 

JVIaGNIFICE ac potens domine, domine mi singula- 
rissime salutem perpetuam, &c. lo ho receputo una 
lettera di V. M. dal Magnifico Messer Aldovrandino 
Oratore del Duca di Ferrara, et ho inteso quanto me 
scrive V. Exc. sopra el facto del remedio desidera 
have re perfecto in doloribus juncturarum, particular] z- 
zando la cosa, quando e come, &:c. Dico, che primo 
VOL. III. z z et 



350 APPENDIX. NO LXX. 

et ante omnia V. M. deve fare qualche purgatione in- 
nanti la primavera, cioe innanti sia mezzo Marzo, et poi 
se que 11a sentisse qualche movimento di doglia, se unza 
con quella unzione, facta segondo el modo chio scrips! 
a Mes. Aldovrandino, el quale a V. M. appresente la 
vicepta ; facto questo cessera la doja, quando venisse, 
et non vegnendo, puote aliquando pigliare qualche me* 
dicina che purgasse la materia peccante. La medicina 
mia si e uno confecto facto in forma solida descriptione 
mesne, che si chiama ellescof, et bisogna pigliarne 
mezza onza alia volta la mattina nel levare del sole, et 
fare cussi una volta el mexe, maxime quando V. Ex. 
sentisse qualche doglia. Per >fare autem, che non 
ritorni, bisogna havere una preda, che si chiama eli- 
tropia, e ligarla in anello di oro in modo, che tucchi la 
carne, e bisogna portare nel dito anulare della man 
stanca ; fazendo questo non retornera mai la doglia 
arctetica, o podagrica, perche ha proprietate occulta et 
a forma specifica, strenze li humori non vadino alle 
zonture ; ego autem hoc expertus sum in me. Et- 
enim divina res et miraculosa. Post hoc interim re- 
trovaro in questa esta del mese de Agosto el celidonio, 
che e una preda rossa, che nasce nel ventre della ron- 
dana, e mandarollo a V. M. che el lighera in panno di 
lino, et cuseralo sotto la sena stancha al zipone, che 
tucchi la camisa, et fara simile operatione come fa la 
preda elitropia antedicta, et cussi, Deo Duce, V. M. 
sara libera e sicura da ogni dolore de zonture. In 
questo proposito Messer Aldovrandino etiam parlera, 
cum V. M. et informera quella ad plenum. Azo che 
V. Exc. intenda de cose molte future, li mando el 
juditio mio dell' anno 1488. ligato cum la presente, et 

are com- 



APPENDIX. NO LXX. 351 

arecomandome mille volte alia Exc. V. la quale Dio 

conservi in stato felicissimo. Ex Eerrara die 11. Febr. 
1488. 



NO LXXI. 

Laurentio cW Me die is. 



Ludoxucus et Chechiis Ursiua, 

JViAGNIFICO et colendissimo Laurentio nostro ; 
siamo certi che la INI. V. prima che ora, sara, stato ad- 
visato della morte di questo iniquo et maledetto, non 
vogiio dire N. S. che non meritava essere. Ma per 
satisfare in parte al debito nostro, benche prima non 
se sia possuto, cie parso, considerato la temeraria sua 
presuntione et bestialita, che habbi havuto tanto ardire, 
che se sia voluto inbrattare nel sangue di quella Mag- 
nifica et Excelsa Casa vostra, significarli la crudele 
morte, che li habbiamo fatto fare, et meritamente. La 
M. V. sappia come questo tiranno, ultra la famiglia 
sua di casa, tenea cento provisionati. Iddio ci ha in- 
spirati in modo, che non extimando periculo alcuno, 
quantunche li fosse grandissimo, et cie siamo mossi 
cum una firmissima deliberatione o de non tornare a 
casa, o veramente d' eseguire quanto habl)iamo facto, 
che considerando la grandissima guardia, che questo 
iniquo tenea, et non essere stato noi piu che 9. persone 
ad fare questo effecto, lo accusamo piuttosto ad una 
cosa divina che humana, como puo conjecturare la 
M. V. che exceptandone epso maledetto, et uno bari- 
ceilo di sua natura, non si e sparso pure una goccia di 
sangue ; cosa da non credere. Questa Comunita non 

se 



352 APPENDIX. NO LXXI. 

se poteria ritrovare de miglior voglia, et non poteria 
essere meglio unita insieme de quello e. Habbiamo 
voluto significare tutte queste cose alia M. V. perche 
quella grandemente e stata ojffesa, et siamo certi ne 
havera singular piacere. Nui non poteressimo mai 
significare a quella li soi poitamenti, ma per declararne 
in parte, sappia non solamente non amava li soi cit- 
tadini, ma non faceva exstima ne di Dio ne de' Santi : 
era bevitore del sangue de' poveromini, non attende^a 
mai promessa alcuna, finalmente non se amava che se 
medesimo. Avea conducto questa terra in una ex- 
trema necessita, et in modo die appena ci restava el fiato. 
Tandem e piaciuto all' Omnipotente Iddio liberare- 
questo nostro populo di mano di questo Nerone, et 
quello che volea fare a nui altri, Iddio ce lo ha prima 
facto fare sopra il capo suo, che non poteva piu sus- 
tinere tante insidie et malignita, quanto in epso reg- 
nava. Per li soi mali portamenti, et per amore della 
M. V. della quale siamo servitori, et per il bene della 
Repubblica, et per il nostro proprio interesse, habbiamo 
facto questo, che habbiamo liberato questo nostro 
populo dallo inferno. Pertanto preghiamo la M. V. 
che in questo nostro bisogno ci voglia prestare quello 
adjuto et favore, che speramo nella M. V. cum con- 
siliarse quanto habbiamo ad fare in questo nostro 
bisogno, offerendoce alia M. V. per quanto vagliamo 
ad ogni suo beneplacito, farli cosa grata. Ricomen- 
diamo di continuo a quella, quae bene valeat. 

Et ad cio che in tutto quella resti satisfacta 1' ad- 
visiamo como di questa maledetta stirpe non se ne 
trovera mai piu radice. Et del facto delle rocche 
speramo che per tutto el di de oggi haverne una, et 

1' altra 



APPENDIX. NO LXXI. SSS 

V altra assediarli in modo, che per forza bisognera, che 
pigli partito. Ex Foiiivio die 19. Aprilis 1488. 



NO LXXII. 

Magistro Francisco de Pistorio Ordinia Mi7ioVniiu 

Poggiua Florenti7ius, 

VeNERABILIS Pater. Pridem habui literas a te 
ex Chio duplicatas. Ante habueram alias, quibus res- 
pondi, et item scripsi ad praestantissimum virum An- 
dream Justinianum ; quas literas misi Cajetam, et inde 
relatum est, literas ad te missas per quandam navem 
Januensium. Eas existimo qiiamprimiim ad te delatum 
iri. In prioribus Uteris, ut primum rescribam ad ea, 
quae mihi cordi admodum sunt, scribis te habere nomine 
meo, hoc est, quae te ad me delaturum polliceris, tria 
capita marmorea eximii operis, unum Minervae, alterum 
Junonis, teriium Bacchi. Itaque scias me, receptis Ute- 
ris, magno gaudio affectum. Delector enim supra mo- 
dum his sculpturis : adeo ut curiosus earum dici possim. 
Movet me ingenium artificis, cum videam naturae ipsius 
vires repraesentari in marmore. Nunc vero scribis te 
habere caput Phoebi, et addis ad ejus excellentiam Vir- 
gilii versum, 

Miros ducent de marmore vultua. 

Nihil potes mihi facere acceptius, mi Francisce, quam 
si similibus sculpturis ad me onustus redieris : in quo 
meo animo morem geres, satisfaciesque quampluri- 
mum. Multi variis morbis laborant, hie praecipue me 

tenet, 



354 APPENDIX. NO LXXII. 

tenet, ut iiimium forsan, et ultra quam sit docto viro 
satis. Admiror haec marmora ab egregiis artificibus 
sculpta ; licet enim natura ipsa excellentior sit iis, quae 
instar ejus fiunt ; tamen cogor admirari artem ejus, 
qui in re muta ipsam exprimit animantem, ita ut nil 
praeter spiritum persaepe abesse videatur. Itaque in 
hoc maxime incumbas, oro, ut coUigas, ac corradas un- 
dequaque, vel precibus, vel pretio quicquid ejusmodi 
magnum putes ; si quod vero signum integrum posses 
reperire, quod tecum afferres, triumpharem certe. Ad 
hoc advoca consilium Andreae nostri, cui etiam hac 
de re scribo : qui si mihi aliquid de suis miserit, bene 
foeneratum feret : id certe re ipsa experietur, se com- 
placuisse homini minime ingrato. Satisfaciam saltem 
Uteris beneficio suo, eumque celebrem reddam apud 
multos pro sua, si qua erit, in me beneficentia. Nam, 
quod centum ferme statuas integras scripsisti repertas 
fuisse Chii, in antro quodam, me diutius suspensum 
tenuisti varia cogitantem, quid sibi tot statuarum in eo 
loco voluerit congregatio. Cupiebam certe alas mihi 
dari, ut quantocius maria possem trajicere, ad ea signa 
inspicienda. Quid id sit, exquiras perdiligenter, et 
nihil omittas, quin his rebus suffultus venias, confi- 
dasque Poggium tuum pro hoc tuo labore diligentiaque 
tibi cumulate satisfacturum. Quod tamdiu fueris 
Chii, culparem, nisi capita ilia pro te causam egissent. 
Sed optimum consilium videtur, quod conferas te eo, 
unde frequentiores Alexandriam navigant. Unum te 
oro, ut in reditu naviges tuto mari, et navi tuta. De 
capitibus, quod scribis, gratum est ; sed omnia mihi 
devota et concessa existimabo. Cum aspexero imagi- 
nes illas, quae mihi rebus caeteris, te excepto, erunt 

jucundiores, 



APPENDIX. NO LXXII. 355 

jucundiores, Pontifici, cum tempus se dabit, dicam 
quae videbuntur aptiora ad banc moram excusandam. 
Sed, ut dicere solebat Cato, Satis citb, si satis bene. 
Dixi Cypriano contribuli tuo, te bene valere, idem ut 
tuis significet rogans, quod se facturum recepit, cum 
primum scribet ad suos. Sed tamen scias Pistorii per- 
magnam fuisse pestem praeterita aestate. Quoniam 
scio te non esse pecuniosum, quicquid dandum esset 
pro his, et aliis capitibus, aut signis, pro adimplendo 
memoriali meo, sumas alicunde mutuo sub fide mea ; 
nam praesto tibi erunt in reditu tuo : quanquam co- 
gam quemdam Januensem, ut scribat istic Andreolo 
nostro, aut alteri, ut tibi vel xx. vel xxx. aureos no- 
mine meo tradat, si tibi fuerit opus pro emendis sculp- 
turis. Hos sume pro libito ; nam tibi praesto erunt, 
quemadmodum pollicitus est. Vale, et me Andreolo 
nostro commenda. Romae. 



NO LXXIII. 



Poggiiis Florentinus^ Suffreto^ Rhodi commoranti. 

V IR insignis, existimo te fortassis miraturum, me 
hominem ignotum tibi longoque a terrarum tractu dis- 
junctum audere te aliquid rogare, ac si tibi magna 
consuetudine conjunctus essem. Sed cum videam te 
eisdem rebus delectari quas ego summo studio per- 
quiro, scio te mihi veniam daturum, si diligentiam 
tuam fuero imitatus, ut quae tu omni cura investigas, 
mihi quoque summe sentias placere. Dedi olim in 

mandatis 



356 APPENDIX. NO LXXIII. 

mandatis egregio viro fratri Francisco Pistoriensi, ma- 
gistro in theologia, ad partes Graeciae proficiscenti ut 
diligenter inquireret, si quid signorum reperire pos- 
set, quae ad me deferret. Delector enim admodum 
picturis Sc sculpturis in memoriam priscorum excellen- 
tium virorum, quorum ingenium atque artem admi- 
rari cogor, cum rem mutam atque inanem veluti spi- 
rantem ac loquentem reddunt. In qviibus persaepe 
etiam passiones animi ita rtpresentant, ut quod neque 
laetari, neque dolere potest, simile tristanti ac ridenti 
conspicias. Scripsit mihi nuper Franciscus magnam 
copiam horum signorum te congregasse, et ilia prae- 
cipue quae fuerunt Garsiae, quorum et aliqua mihi 
descripsit. Hoc idem asseverabat modo mihi Petrus 
Laviola, thesaurarius religionis, vir mihi amicissimus. 
Quo cum de hujusmodi signis agerem, percunctarer- 
que, quomodo aliquid ex tuis habere possera, dixit mihi 
e vestigio, ut ad te scriberem, aliquidque postularem, 
te virum doctissimum esse atque humanissimum, ideo- 
que mihi quae pete rem non negaturum. Credidi 
equidem te talem esse. Neque enim ejusmodi signa 
estimantur, nisi a viris excellenti ingenio et doctrina 
eleganti, et praesertim dedito studiis humanitatis. Sed 
quo doctior et liberalior, eo prudentior esse debeo in 
poscendo. Urget me cupiditas ad petendum, pudor 
trepide et remisse cogit rogare. Itaque tantum a te 
petam, quantum patitur humanitas ac liberalitas tua. 
Gratissimum mihi erit et prae caeteris acceptum, si 
quid signorum quae habes egregiorum, quae quidem 
multa esse dicuntur, et varii generis, mihi impertitus 
fueris. Collocabis munus apud hominem non ingra- 
tum, sed qui agere gratias et reddere paratus sit, cum 
tempus dederit facultatem. Franciscus tecum super 

hujusmodi 



I 



APPENDIX. NO LXXIII. 357 

hujusmodi re loquetur, rogabitque nomine meo, qui et 
ipse majorem in modum rogo, ut aliquid niihi conce- 
dere velis, aut precibus, aut precio, meqiie hoc beneficio 
devincere, quod non frustra in me conferes. Dulce est, 
inquit Cicero, officium serere, beneficium ut possis mete- 
re. Sed nolo multis precibus tecum agere, ne videar 
di^idere tuae liberalitati. Romae. 



NO LXXIV. 
Poggius Florentinus viro insigni Andreolo Juetiniano. 

Won respondi antea Uteris tuis, neque libi gratias 
egi pro muneribus quae ad me misisti, propterea quod 
Franciscus Pistoriensis qui ea detulit, adeo suis men- 
daciis, quae plura sunt verbis, mihi stomachum com- 
movit, ut non possem quieto esse animo ad responden- 
dum, praesertim cum de eo mihi scribendum esset, 
qui longe abest a boni viri moribus, qualem eum esse 
existimabam. Itaque compressi calamum quoad refri- 
gesceret indignatio quam erga eum concepi. Sed ne 
nunc quidem continere manum potui, quin paulum 
querar levitatem hominis (ut verbis levioribus utar) ac 
vanitatem. Nam cum is olim in primo suo ad Grae- 
ciam accessu, multa mihi scripsisset, maria, ut aiunt, 
et montes poUicitus, cum signa pku-a ad me se dela- 
turum promisisset tua, suaque pariter opera adinventa, 
non solum postea non attuiit ad me, quae toticns suis 
Uteris praedicaret quaecunque tu ei tradideras mihi de- 
ferenda, sed cum Suffrctus quidam PJiodius ei consis*-- 
nasset tria capita marmorea, et si gnu m inte^jrum duo- 
voL. III. 3 a rum 



358 APPENDIX. NO LXXIV. 

rum feiv cubitoruni) quae Franciscus se ad me aliatu- 
rum promisit, capita quaedam dedit, slgno autem me 
fraudavlt, asserens id sibi infirmo corpore e navi esse 
sublatum. In quo, ut conjicio, manifeste mentitus 
fuit. Noil enim marmoris sculpti Cathalani cupidi 
sunt, sed auri, & servorum quibus ad remigium utan- 
tur. Capita vero ilia quae mihi tradi volebas, non Ca- 
thalani vi aut ferro subripuerunt, sed Florentiam sunt 
comportata, quae ille quibus voluit donavit. Quae 
cum tgo^ moleste ferrem, tamen promissionibus suis 
credens, cum in Graeciam rediturus esset, (cupiebam 
enim praesentem injuriam futuro beneficio compen- 
sari,) nihil de ea re ad te scripsi. Adde quod cum ille 
secum detulisset quaedam capita impressa in cera, ap- 
tissima ad obsignandum iiteras, idque se tuo mandate 
fecisse testaretur, ut aliquod elicerem quod ad me 
destinare cupiebas, non modo signum non attulit, cum 
ilium multis ad id verbis hortatus essem, sed alia in- 
sup&r promissione elusit. Primae literae quas ad me 
scripsisti, capite quodam satis venusto erant obsignatae, 
quod ille nomine tuo mihi promisit, cum ille nunc in 
adventu suo (novissimae enim literae alio capite signa- 
tae erant) nihil secum tulisset. Dixit item te secun- 
dum signum mihi, si id cuperem, traditurum, quod 
idem etiam alteri promisit. Capita vero quae ad me 
per eum misisti, cura.vit ut Cosmo traderentur, mihi 
simulans, se aegre ferre quod in manus alterius devenis- 
sent. Cosmo vero qui hie est, dixit se illi gratias 
agere quod ilia accipere dignatus esset, et simul illi 
quoque signum quo epistolam obsignasti, quod est 
Trajani caput, se daturum operam dixit ut sibi tradere- 
tur. Itaque, vides quanta hominis hujus sit fallacia, 

quanta 



y' 



APPENDIX. NO LXXIV. 359 

*|uanta verbositas, quanta verborum officina. Scio ego, 
iieqiie hoc exprobandi causa dico, quantum nuhi Fran- 
ciscus debeat. Scio quae mea fuerint in ilium ofPicia. 
Taceo benevolentiam, charitatem, amorem, quo ilium 
lit virum bonum compicctebar, ut paulum ista abster- 
rere hominem debuissent, ne me totiens fallendo decipe- 
ret. At ilium non solum priori s errati non poenituit, sed 
illud majore fraude cumulavit. Reddidit tamen numis- 
ma aureum, cultelios, et item munuscula quae preclaris- 
sima foemina uxor tua ad meam uxorem destinavit : quae 
fuerunt- ambobus gratissima. Pro his ago tibi Uteris 
gratias, quandoquidem re ipsa non possum. Dona tua 
Pontifici me intermedio sunt reddita, quae ilie grato 
animo cepit. Dispensationem pro iilia tua nubenda 
ego solus procuravi, feciqire ut satisfacerem aliqua ex 
parte meritis in me tuis : pro ea vero nihil expensum 
est. Reliquorum vero quae quaerebas, curam Fran- 
cisco reliqui, ut ea procuret apud eos quos piurls 
quam me fecit. Sed nisi cito deficiam, reddani ei 
beneficium cumulatum. Ilaec quae scripsi vera esse 
si cut Evangelium puta, nulla in re mentior, scripta 
sunt ex ipsius ore veritatis. Si qua deinceps a me 
velis, aut si quid ampiius ad me mittere voiueris, nulla 
in re utaris opera, aut intercessione Francisci ; qui 
enim praesentem decipere non est veritus, multo auda- 
cius fraudare absentem non formidabit. Sum tecum 
de eo pro suis operibus parcissime locutus. Haec ad 
te scripsi manu festina. Saluta laetissimam miilierem 
uxorem tuam, et simul filiam, meis et uxoris meae 
verbis. Ego mi Andrcole tuus sum. Vellem tecum 
aliquid rerum mearum participare, sed cui trad am nes- 
cio. Scribas mihi ad quern Januae ea mittere possim, 
qui ilia curet ad te deferenda. Vale, et me ama. Vel- 
lem 



360 APPENDIX. NO LXXIV. 

lem ego signum aliquod aptum ad signandum literas. 
Si quod habes superfluum usui tuo, quod quidem 
egregium sit, rogo per amicitiam nostram, ut illud mihi 
elargiri digneris. Aliqua in re alia munus recognos- 
cam. Ferrariae die 15 mensis Maii. 



NO LXXV. 

Extat Liber in Tabulario Mediceo qui inscribitur Libro 
scritto anno 1464, appartenente a Piero di Cosmo 
de' Medici, in quo hae gemmae et numismata enume- 
rantur, 

M[eDAGLIE cento d' oro pesano libbre 2 oncie 

una fior ....... 300 

Medaglie cinquecentotre dariento pesano libre 
sei ........ 

Un' anello d' oro con una corniuola d' una 



mosca m cavo ...... 

Un' anello d' oro con una corniuola con uno 



100 

r 

r 

10 



Un' anello con una testa d' un Fauno di rilie- 

Yo di diaspro ...... 

Un' anello d' oro con una testa di donna di 

rilievo in cammeo 10 

Un' antlio d' oro con due rubini con una test^ 

di Domitiano di rilievo . . • • 15 

Un' anello d' oro con la testa di Medusa di 

rilievo . ...... 2© 

Un' anello d' oro con la testa di Cammilla in 

cammeo di rilievo 60 

Un 



APPENDIX. NO LXXV. 



361 



Un suggello d' oro con una figura in damatisto in 

cavo . . . . . . 

Un suggello d' oro con una testa d' uomo in daraa 

tisto in cavo .... 

Un suggello d' oro con una testa di donna in da 

matisto in cavo 
Uno Niccolo legato in oro con la testa di Vespa 

siano in cavo .... 

Una corniuola legata in oro con uno uomo mezzo 

pesce et una fanciulla in cavo 
Una corniuola legata in oro con una femina a se 

dere, et uno maschio ritto in cavo 
Un Cammeo legato in oro con una testa di uomo 

in nudo in cavo 
Un Cammeo legato in oro con una testa vestita 

in cavo .... 

Uno Sardonio legato in oro con un toro in 

cavo ..... 

Una corniuola legata in oro con una testa di Adri 

ano di rilievo . ... 

Un Cammeo legato in oro con una testa di fanci 

ullo di rilievo .... 
Uno Calidonio legato in oro con una testa di tutto 

rilievo .... 

Un Cammeo con una testa d' uomo di rilievo legato 

in oro .... 

Un Cammeo legato in oro con 2 figure ritte di 

rilievo .... 

Un Cammeo legato in oro con 2 figure, et un Hone 

di rilievo ..... 
Un Cammeo legato in oro con tre figure, ed un 

albero di rilievo 



30 
20 
15 
25 
25 
25 
40 
50 
60 
50 
50 
40 
50 
60 
60 

60 
Un 



^2 APPENDIX. NO LXXV. 

Un CanAmeo legato in oro d' assai rilievo con 2 
' figure una a sedere, e una ritta . . 70 

Un Cammeo legato in oro con due figure, e un 

albero in mezzo, Sec. di rilievo . . 80 

Un Cfccmmeo legato in oro con la storia di Dedalo 

di rilievo . . . . .100 

Un Cammeo legato in oro con una figura, et uno 

fanciuUo in spalla di rilievo . . . 200 

Un Cammeo legato in oro con 1' Area di No^y et 

piu figure, et animali di rilievo . . 300 

Una tavola di bronzo dorata con saggi di ari- 

ento. . . ... 100 

Una tavola greca con uno S. Michele de Bario 

legata in ariento dorato. . . .20 

Una tavola greca di pietra fine con nostra Donna, 

et 12 Apostoli ornata d' ariento . . 25 

Una tavola greca di Musaico con S. Jo. Batista 

intero ornata d' ariento . . .20 

Una tavola greca di Musaico ornata d' ariento col 

Giudizio. .... .30 

Una tavola alia greca con una nostra Donna ornata 

d' ariento . . . . .35 

Una tavola greca con nostro Signore dipinto or- 
nata d' ariento . . . . . . 40 

Una tavola greca con 2 figure ritte di Musaico 

ornata d' ariento . • • .50 

Una tavola greca di Musaico con una Annuntiata 

ornata d' ariento ...... 40 

Una tavola greca di Musaico con uno S. Niccolo 

ornata d' ariento . . • .50 

Una tavola greca di Musaico con uno mezzo S. 

Jo. ornata d' ariento . . • . • 60 

Una 



APPENDIX. NO LXXV. 363 

Una tavola greca di Musaico con uno S. Piero 

ornata cP ariento 50 

Una tavola greca con una i figura del Salvatore 

ornata d' ariento . - . . . .100 
Una tavola d' ariento dorato con uno quadro smal- 

tato, et tondo ...... 50 

Una tavola d' ariento intagliata la paxione di 

Cristo . . . . . . . 15 



2624 



Succedunt his e diversi vasi preziosi, e altre cose 

di valuta, che fanno la somma di Fiorini . 8110 

Varie gioje inventariate che fanno la somma di 

Fior 17689 

Gli arienti, che si trovavano in Firenze, e nelle 
Ville di Careggi, e di Cafaggiolo. 

Catalogo dei libri. 



N^ LXXVI. 
Matthaei Bossi ad Laurentium Medicem^ 

Exhortatona^ ut Abbatiam Fesulanam pergat absolvere, 
Efiiatola, 

V^UOD tu Laurenti clarissime atque magnanime for- 
tasse vix cogitas, omnes, qui in Fesulanum ad nos 
divertunt inspecturi monasterium omni opere clarum, 
intuentibusque mirabile, cum partiunculas illas, templi 
frontem scilicet, et subsellia fratrum, quae Chorus 
appellantur, nonnullaque alia minora conspiciunt in- 

ubpoluta 



364 APPENDIX. NO LXXVI. 

absoluta senescere, relictaque jacere, conversi ad tc 
suspirant, t^bique animum ad haec perficienda divini- 
tus dari, ut datae sunt divinitus vires, comprecari non 
desinunt. Ego vero, qui tcmplo, aedibusque surgenti- 
bus operam, curara, intentionemque etiam non exigu- 
am praesens adhibui, charusque ex mea hac diligentia 
tuis progenitoribus extiti, et qui mecum sub his tectis 
Concanonici Christo famulantur et militant, quantum 
foelicem hunc diem quo beneficam tuam manum ap- 
ponas operi peroptemus, nuUis plane verbis satis indi- 
carc possum. Vincit enim hie ardor, qui decorem do- 
mus Dei et locum habitation's gloriae ejus tantopere 
cupit ac diligit, eloquium meum omne, atque sermo- 
nem. Taceo ordinem universum nostrum, omni prae- 
sertim Italia diffusum, et, Deo miserante, numero vir- 
tutibusque nitentem, cujus vel tibi aliqua ratio habenda 
etiam est, cum tui peculiarius simiis omnes, et quan- 
tum fictilia et moribunda vascula possumus tua pro 
salute, quae una omnmm est et concivium tuorum et 
nostra, precibuSj gemitibus, votis, meritorumque sup- 
petiis caelum pulsamus. NulUe hinc atque hinc lit- 
terae, quibus non queratur, num perficiendi operis tibi 
insideat animus. Qoud si coeperis velle, atque ita equi- 
dem velle, ut incipias agere, non solis nobis, qui tecum 
Florentiae degimus, sed singulis qui ferme omnem, ut 
diximus, Italiam complent, nostris te confratribusj dum 
stabit Regularis haec nostra religio, excolendum memo- 
randumque praestabis : tantus est universorum delubri 
hujus amor, et ut absolvatur aviditas. Quibus plane re- 
bus versatis saepe mecum atque libratis, consilioque 
eorum maxime adhibito qui chari tibi sunt, tuaque pro 
dignitate et laude vel animas objectarent, statui equidem 
mihi te, Laurenti insignis atque magnanime, multa alia 

atque 



APPENDIX. NO LXXVI. 365 

atque diversa cogltantem, rei praeterea publicae tuae 
perpetuo consulentem, et caelestis providentiae dono 
foelici omnium commodo primatum agentem, ad nos 
etiam tanquam ad praeclaram aliquam tuam laudem, 
ac sempiternam in caelo mercedem revocare atque 
convertere, qui inchoatum a paterno tuo Avo, deinde 
a Petro genitore destitutnm nunquai-n opus, nee pror- 
sus ipse destituas, eorum virtutum omnium atque 
opum, haeres non modo pulcherrimus et nobilissimus, 
s.ed tantae praeterea foelicitatis et nominis, ut majors 
quam illi ipsi unquam, tu facile possis, qui avitam 
tirtutem omnem, fortunas, atque potentiam servasti 
non solum ac tenuisti, sed afflante tibi Christo, tarn 
longe lateque extendisti ac dilatasti, ut nemo jam videat 
quo te sublimius tua virtus possit attollere, et illustriua 
collocare. Ingens animus, ac sapientissimus tuus, ef- 
floruit in utraque fortuna admirabilis atque conspicuus, 
omniumque vocibus nobilitatus. Quid Laurenti, per 
Deum, tu virium, tu in genii, tu fortitudinis declarasti, 
cum furentem illam fragoremque tonantem, et inno- 
centissimi tui sanguinis et generosi spiritus necem extre- 
maque nefanda exanhelantem, modo cederts, modo re- 
pugnans, incredibili constantia, dexteritate, prudentiaque 
tua sub jugum traxisti, et tanquam manibus post terga 
revinctam in triumphum duxisti ? Quae tandem, cum 
grassari violentius ultra non posset, benigno te vultu 
conspexit vel invita. Quam certe fortunam, non ut in- 
sanus hominum furor, vel omnipotentem vel divinam 
appello ; sed in quo Peripatetic!, nostrique catholic! 
recte cpnveniunt, vim quandam et fiatum, unde aut 
quomodo fiat ignotum. Hanc contra assistentem tibi 
Deum, proximeque tuentem habuisti, illi te concili- 
ante virtute, Sanetorumque gemitibus, qui fidentes illi 
VOL. III. 3 s atque 



366 APPENDIX. N<3 LXXVI. 

atque clamantes novit exaudire, de angustiis eriperc, 
atque salvare : ut inde elucescat vox ilia laetissimi 
Pauli, " ut castigati et non mortificati, et quasi mo- 
« rientes, et ecce vivimus :" nianasseque et videatur 
comicus etiam ille versiculus, " Qui per virtutem pe- 
« ritat, non interit." Tu itaque protectus divinitus 
atque servatus, una et Immortalitatis gloriam tibi pro- 
pagasti, et incolumitatem patriae quietisque dulcedi- 
nem attulisti : quae cum flos Italiae jure nuncuperetur 
et extet, sic fausto caelestique dono te suum alumnum 
insignem, charissimasque delicias peperit, cujus au- 
spicio, sapientia, virtute mirabili, foelix degeret atque 
regnaret : quod semper est assecutura facillime, si 
quandiu tibi vita supererit, quibus caepisti itineribus 
gradiere, et te non cura modo, sed procuratio atque 
anxietas tuendae illius atque ornandae semper incende- 
rit, pro qua dedisti hactenus et opes et sanguinem, et 
ab cujus cervicibus bellorum pericula plerumque pro- 
pulsasti, qui et imperium auxisti, et Tuscuiti nomen 
ad barbaras usque et remotissimas gentes extendisti. 
Tibi serenissimi Reges, tibi respublicae potentissimae, 
tibi Sultanus grandis, tibi formidatus omnibus Turco- 
rum imperator mittunt et legatos et munera. Te 
Romanus pater, terrestris Deus et mortale numen, ac- 
ceptissimum et perdilectum veluti filium salutari ac 
beatissimo complexus est sinu. Complexi et pileati 
patres, qni tuum filium adhuc impuberem eu primis 
litterarum instltutis, ac Sanctis moribus sub pedagogo 
coalescentem, cardinei culminis numero adjungere ultra 
mores et leges non dubitarunt. Tu lucrosae civitati 
ubique fere gentium atque locorum commercia tutis- 
sima et mercaturam coaptasti, ut caeteris ferme Italis 
/ urbibus tua ista (dicam ut audio) et nummatior sit, et 

omni 



APPENDIX. NO LXXVI. S67 

omni cultu et affluentia rerum uberior. At vero fa- 
mem atque penuriam, si quando incidit, vel consilio, 
vel opibus ingentibus tuis, patria pietate, aut levasti, 
aut propulisti, atque ita, lit reliquae saepe Italiae orae, 
tractusque famelici, in Florentinmn agrum (quod mi- 
rum videtur, sed ita sane res est,) ad laniRcium, efTos- 
siones, cementationes, scrobationes, ligonizationes, re- 
liquaque onera sordida ac despicatissima, ceu ad beatas 
olim promissionis glebas confugerint. Sed qualis ego 
aut quantus tuarum Uudum campum usurpo, qui ab 
illo eloquentiae atque doctrinae nitore longe equidem 
absum, qui explicandae convenit rei ? cui neque hujus 
negotii im-praesens est ullo modo propositum, cum ad 
incitandum te magis ac permovendum mea tota anni- 
tatur et gliscit oratio : quam ut exaudias, Laurenti 
benefice, invocatum supplex te venio, cohortor, adjuro. 
Neque enim alium praeter te incolumem haec fabrica 
habet, quern citra injuriani possit rogare. Ex te pen- 
det tota, tuoque genere sui auctore, ut quae per ilios 
crevit in tantam admirationem et decus, per te aeque 
haereditario quodam jure accipiat postremam digiiiia- 
tem, levigationem, et manum. Negotium exigui sane 
temporis, parvique sumptus, at speciosissimuni, at iie- 
cessarium, at pium, at sanctum, planeque et onmibus 
gratum, his maxime, qui tam pio inflammatoque studio 
opus coepere, majoribus illustribus tuis, nisi tam hu- 
manis exuti, ut superstitiose in poetarum fabulis est, 
lethaeo amne libato humana dememinere. Sed absit a 
nobis, et ab salutari sanctaque fide somniatus hie gur- 
ges, oblivionem ac noctem offundens atque invoivens 
profectis a nobis. Perniciosa haec infideiitas est, ra- 
tione vacans et mente, sacrisque repugnans litteris, 
praeclarisque et multis Sanctorum exempUs, ac visis. 

Sed 



368 APPENDIX. NO LXXVI. 

Sed quod ad te attinet, dabit ista res imprimis immen- 
sum tibi ac sempiteraum praemium apud ilium, Lau- 
renti, ilium inquam, qui pro his caducis parvisque 
muneribus spondet munus aeternum. Dabit et inter 
mortales, quibus omnibus magis, quam nobis ipsis nati 
singuli sumus, tibi laudem et gratiam, qua nulla hones- 
tior, nulla communior, nulla dulcior, nullaque est 
diuturnior. Pecunia, signa toreumata, purpura, gem- 
mae, ambitiosus victus et prodigus, equorum strata, 
multitudo puerorum, omnia vix, diurna, quin effugiunt 
velut umbra. At operum magnificentia sanctorum, 
maxime et publicorum, aeternitatem quandam aemula- 
tur, vel monumentis litterarum illustrata, vel quod ut 
permanere hujusmodi talia diutissime possint, vim ha- 
bent atque naturam ; cumque ea ipsa senuerint, reli- 
gione praecipua turn excolantur, quod vicinitatem. ha- 
bere cum Deo videntur quae longissime perstant ; 
cum lapsa corruerint, misericordiam et pietatem etiam 
ab hostibus sentiant. Sane itaque quaecunque ad 
magnum illud sacrificium transtuleris, caelestique area 
condideris, ea sola, Laurenti, et tua, et tibi propria 
erunt, neque cum iis varia insolensque fortuna com- 
municabit unquam, sed neque ulla temerabit invidia. 
Cogita tu omnium prudentissime, quantum ex hoc 
majores tui Medicae familiae reliquerunt honoris et 
nominis ; quantus odor religionis et pietatis omnium 
impievit aures atque intuitus, et ad devotionem animos 
incitavit. Vestes et gemmas, servos, ministros, ancil- 
las, caeteraque id genus nemo curat, nemo commemo- 
rat, nemo et praedicat, quoniam utique danda fortunae 
sunt ista. Aedificiorum vero sumptus, et sacrarum 
aedium ornatus, quoniam virtutis sunt opera, quisque 
non civis niodo, sed peregrinus, non Italus noster, sed 
Barbarus quoque obstupescit, nee urbem praeterit, nisi 

^ prius 



J 



APPENDIX. NO LXXVI. «6& 

prills collustratis tantis operibus, tamque magnificis at- 
que sublimibus. Haec qiiaeriintur studiose, haec vi- 
suntur cupide, haec obstupescunt quotidie omnigenae 
gentes et populi. Hinc per omnium ora, Cosmi no- 
men, et Petri genitoris tui vagatur et volitat, et emor- 
tui adhuc versantur in luce celebrati omnium Unguis 
et litteris. Quaeso, quo zelo incendebatur Cosmus 
idem noster jam senex, eventusque praesagiens, cum 
Fesulanum, quo de nunc agimus, opus construeretur ? 
qui nos exsuscitans frequenter aiebat, " Euge fratres, 
" instate strenue operi, satagite, manus ducite, ad 
" vesperum inclinatur, et properat dies, festinatque 
" et subit occasus." Et tuum genitorem eo tempore 
dixisse memini, " Quantum vestro pecuniarum im- 
" pendimus operi, tantum extra petulantiam ludumque 
" fortunae nobis in lucrum concedit.'' His impen- 
sis aluntur artifices, sustentantur inopes, cohonesta- 
tur patria, et religiose excolitur Deus. Te idem sen- 
sisse atque optasse jamdudum facile credimus, immo 
confidimus, Magnanime Laurenti ac pientissime. Sed 
tempora quandoque vidimus, et occasionem tuo voto 
defuisse. Nunc vero cum arrideat tibi summa pros- 
peritas, teque eo dignitatis et loci pervexerit non casus 
aliquis, sed maxima tua et admirabilis virtus, ut hono- 
ribus, potentia, opibus, ulla recordatione majoribus, 
ornatus sis ac cumulatus, aggredere ac perfice prospero 
sidere, ac benefactore Jesu Christo favente, nostram 
hanc quam te rogavimus fabricam. Quod ut queas 
efficere, ardenter omnes vitam tibi incolumitatemquc 
precabimur. Vale Tuscae gloriae splendor, et pater, 
tuosque supplices audi. Ex Abbatia Fesulana tuu, 
Nonis Septembribus. 



sro APPENDIX. NO LXXVIL 



NO LXXVIL 



Angelus Politianus^ Jacobo jinfiguano suo, S. D. 

VULGARE est, ut qui serius paulo ad amicorum 
literas respondeant, nimias occupationes suas excusent. 
Ego vero quo minus mature ad te rescripserim, non 
tain culpani confer© in occupationes (quanquam ne 
jpsae quidem defuerunt) quam in acerbissimum potius 
hunc dolorem quern mihi ejus viri obilus attulit, cujus 
patrocinio nuper unus ex omnibus literarum professori- 
bus, et eram fortunatissimus, et habebar. Illo igitur 
nunc extincto, qui fuerat unicus author eruditi laboris 
videlicet, ardor etiam scribcndi noster extuictus est, 
omnisque prope veterum studioium alacritas elanguit. 
Sed si' tantus amor casus cognoscere nostros^ et quaiem se 
ille vir in extremo quasi vitae actu gesserit audire, 
quanquam et fietu impedior, et a recordatione ipsa, quasi- 
que retractatione doloris abhorret animus, ac resilit, ob- 
temperabo tamen tuae tantae ac tani honestae voluntati, 
cui deese pro instituta inter nos atnicitia, neque volo, 
neque possum. Nam profecto ipsemet mihi nimium et 
incivilis viderer, et inhumanus, si tibi et tali viro, et 
mei tam studioso rem ausim prorsus uUam denegare. 
Caeterum quoniam de quo tibi a nobis icribi postulas, 
id ejusmodi est, ut facilius sensu quodam animi tacito, 
et cogitation e comprehendatur, quam aut verbis, aut 
Uteris exprimi possit, hac lege tibi jam nunc obsequium 
nostrum astringimus, ut neque id polliceamur quod 
implere non possimus, tua certa causa non recusemus. 
Laboraverat igitur circiter menses duos Laurentius 

Medices 



APPENDIX. NO LXXVII. 371 

Medices e doloribus iis, qui quoniam viscerum cartila- 
gini inhaereantj ex augmento Hyfiochondrii appellantur. 
Hi tametsi neminem sua quidem vi jugulant, quoniam 
tamen acutissimi sunt, etiam jure molestissimi perhi- 
bentur. Sed enim in Laurentio, fatone dixerim, an 
inscitia, incuriaque medentium id evenit, ut dum cu- 
ratio vloloribus adhibetur, febris una omnium insidio- 
sissima contracta sit, quae sensim illapsa, non quidem 
arterias, aut venas, sicuti caeterae solent, sed in artus, 
in viscera, in nervos, in ossa quoque, et medullas in- 
cubuerit* Ea vero quod subtiliter, ac latenter, quasi- 
que lenibiis vestigiis irrepserat, parum primo animad- 
versa, dein vero cum satis magnam sui significationem 
dedisset, non tamen pro eo ac debuit diligenter curata, 
sic hominem debilitaverat prorsus, atque afflixerat, ut 
non viribus modo, sed corpore etiam pene omni amisso, 
et consumpto distabesceret. Quare pridie quam na« 
turae satisfaceret, cum quidem in villa Caregia cubaret 
aeger, ita repente concidit totus, nullam ut jam suae 
salutis spem reliquam ostenderet. Quod homo, ut 
semper cautissimus, intelligens, nihil prius habuit, 
quam ut animae medicum accerseret, cui de contractis 
tota vita noxiis Christiano ritu connteretur. Quem 
ego hominem postea mirabundum, sic prope audivi 
narrantem, nihil sibi unquam neque majus, neque in- 
credibilius visum, quam quomodo Laurentius constans, 
paratusque adversus mortem, atque impeiterritus, ct 
praeteritorum meminisset, et praesentia dispensasset, 
et de futuris item reUgiosissime prudentissimeque ca- 
visset. Nocte dein media quiescenti, meditantique, 
sacerdos adesse cum sacramento nunciatur. Ibi vero 
excussus, Proculy inquit, a me hoc absit, jiatiar ut Jesum 
meum, qui mc Jinxit^ qui me redemit^ ad usque cubicidum. 

hoc 



372 APPENDIX. NO LXXVII. 

hoc venire : tollite hhic, obsecro, mc quamfirimum^ tollite, 
ut Domino occurram. Et cum dicto sublevans ipse se 
quantum poterat, atque animo corporis imbeciliitatem 
sustentans, inter familiarium manus obviam seniori ad 
aulani usque procedit, cujus ad genua prorepens, sup- 
plexque ac lachrymans : Tune<, inquit, mitissime Jesu, tic 
nequissimum hunc servum tuum dignaris invisere ? At 
quid dixi servum ? immo vere hostem potius^ et quidem 
ingratissimum, qui tantis abs te cumulatus henejiciis^ nee 
tibi dicto unquam audiens fuerim^ et tuam toties majestatem 
laeserim* Quod eg-o te^ /ler illam qua genus omne homi- 
num comfilecteris, charitatem^ quaeque te caelitus ad nos in 
terrain deduxit, nostraeque humanitatis induit involucris^ 
quae famem^ quae sitim^ quae frigus^ aestum^ labores^ ir- 
7'isus, contumelias^ Jiagella et verbera^ quae postremo etiam 
mortem^ crucemque subire te comjiulit ; Per hanc ego te, 
salutijer Jesu, quaeso, obtestorque, avertas faciem a pecca^ 
tis meis ; ut cum ante tribunal tuum constitero, quo me 
jamdudum citari plane sentio, non mea fraus, non culpa, 
plectatur, sed tuae crucis ineritis condonetur, Valeat, va- 
leat in causa mea, sanguis ille tuus Jesu preciosissimus, 
quern pro asserendis in libertatem hominibus, in ara ilia 
sublimi nostrae redemptionis effudisti. Haec atque alia 
cum diceret lachrymans ipse, lachrymantibusque qui 
aderant universis, jubet eum tandem sacerdos attolli, 
atque in lectulum suum, quo sacramentum commodius 
administraretur, referri. Quod ille, cum aliquandiu 
facturum negasset, tamen ne seniori suo foret minus 
obsequens, exorari se passus, iteratis ejusdem ferme 
sententiae verbis, corpus ac sanguinem dominicum 
plenus jam sanctitatis, et divina quadam maj estate ve- 
rendus accepit. Tum consolari Petrum filium (nam 
leliqui aberant) exorsus, ferret aeque animo vim neces- 
sitatis 



APPENDIX. NO LXXVII. 37S 

sitatis admonebat, non defuturum caelitiis patrocinium, 
quod ne sibi quidem unquam in tantis re rum, fortu- 
naeque, varietatibus defuisset ; virtutem inodo et bo- 
nam tiientem coleret, bene consulta bonos eventus 
paritura. Post ilia contemplabundus aliquanniu qui- 
evit. Exclusis dein caeteris eundem ad se natum 
■\focat, niulta monet, multa praecipit, multa edocet, 
quae nondum foras emanarunt, plena omnia tamen 
(sicuti audivimus), et sapientiae singularis, et sancti- 
moniae ; quorum tamen unum quod nobis scire qui- 
dem licuerit, adscribam. Gives, inquit, 7m Petre, sue- 
cessorem te meuvi hand dubie agnoscent, JVcc autem ve- 
reor, ne non eadem futurus authoritate in hac Refiublica 
sis, qua nos ipsi ad hanc diem fiuerimus, Sed quoniam 
civitas omnis corpus est (quod ajunt) multorum cajmum, 
neque mos geri singulis potest, memento in ejusmodi varie- 
tatibus id co7isiliur.i sequi semper, quod esse quam hoTiestis- 
simum intelliges, magisque imiver sitatis, quam seorsum 
cujusque rationem habeto, Mandavit et de funere, ut 
scilicet avi Cosmi exemplo justa sibi iierent, intra mo- 
dum videlicet eura qui privato conveniat. Venit dein 
Ticino Lazarus vester, medicus (ut quidem visum est) 
experientissimus, qui tamen &ero advocatus, ne quid 
inexpertum relinqueret, preciosissima quaedam gem- 
mis omne genus, margaritisque conterendis medica- 
menta tentabat. Quaerit ibi tum ex familiaribus Lau- 
rentius (jam enim admissi aliquot fueramus) quid ille 
agitaret medicus, quid moliretur. Cui cum ego re- 
spondissem, epithema eum concinnare, quo praecordia 
foverentur, agnita iile statim voce, ac me hiiare intuens 
(ut semper solitus) heus, inquit, he us Augele : simul 
brachia jam exhausta viribus aegre attollens, manus 
ambas arctissime prehendit. Me vero singultus iachry- 
voL. III. 3 c iiiucque 



374 APPENDIX. NO LXXVII. 

maeque cum occupavissent, quas celare tamen rejecta 
cervice conabar, nihilo ille commotior, etiam atque 
etiam manus retentabat. Ubi autem persensit fletu 
adhuc praepediri me, quo minus ei operam darem, 
sensim scilicet eas, quasique dissimulanter omisit. 
Ego me autem continuo in penetrale tnalami conjicio 
flentem, atque habenas (ut ita dicam) dolori et lachrymis 
laxo. Mox tamen reverter eodem, siccatis quantum 
licebat oculis. Ille ubi me vidit (vidit autem statim) 
vocat ad se rursum, quaeritque perblande, quid Picus 
Mirandula suus ageret. Respondeo, manere eum in 
urbe, quod vereatur, ne illo si veniat, molestior sit. 
At ego, inquit, vicissim ni verear, ne molestum sit ei 
hoc iter, videre atque alloqui extremum exoptem, pri- 
usquam plane a vobis emigro. Vin' tu, inquam, ac- 
cersatur? Ego vero, ait ille, quamprimum. Ita sane 
facio. Venerat jam, assederat, atque ego quoque juxta 
genibus incubueram, quo loquentem patronum faci- 
lius, utpote defecta jam vocula, exaudirem. Bone 
Deus, qua ille liunc hominem comitate, qua humani- 
tate, cjuibus etiam quasi blanditiis excepit ? Rogavit 
primo, ignosceret quod ei laborem hunc injunxisset, 
amori hoc tamen et bene volenti ae in ilium suae adscri- 
beret, libentius sese animam editurum, si prius amicis- 
simi hominis aspectu morientes oculos satiasset. Turn 
sermones injecit urbanos, ut solebat, et familiares. 
Non nihil etiam tunc quoque jocatus nobiscum, quin 
utrosque intuens nos : Vellem^ ait, distulisset me saltern 
mors haec ad eum diem^ uuo vestratn plane bibliothecam 
absoliu8snn, Ne muitis. Abierat vix dum Picus, cum 
Ferrariensis Hieronymus, insignis et doctrina, et sanc- 
timonia vir, caelestisque doclrinae predicator egregius, 
cubiculum ingreditur : hortatur ut fidem teneat ; ille 

vero 



APPENDIX. NO LXXVII. 375 

vero tenere se ait inconcussam : iit quam emendatissi- 
me posthac vivere destinet ; scilicet facturum obnixe 
respondit : ut mortem denique, si necesse sit, aequo 
animo tolleret ; nihil vero^ inquit ille, jucuvdius, sicjui- 
dem ita Deo dccretum sit, Recedebat homo jam, cum 
Laurentius, Heiis^ inquit, henedictiontin fiatcr^ priusijuam 
a nobis firojicisceris, Simul demisso capita vultuque, et 
in omnem piae religionis imaginem formatus, subinde 
ad verba illius et preces rite ac memoriter responsita- 
bat, ne tantillum quidem familiarium luctu, aperto 
jam, neque se ulterius dissimulante, commotus. Di- 
ceres indictam caeteris, uno excepto Laurentio, 
mortem. bic scilicet unus ex omnibus ipse nul- 
1am doloris, imihan perturbationis, nullam tristitiae 
significationem dabat, consuetumque animi vigo- 
rem, constantiam, aequabiiitateni, magnitudinero, ad 
extremum usque spiritum producebat. Instabant Me- 
dici adhuc tamcn, et ne nihil agere videreutur, oi- 
ficiosissime hominem vexabant. iSinil ille tamea as- 
pernari, nihil aversari quod illi modo obtr.lissent, non 
quidem quoniam spe vitae blandientis iiiiceretur, sed 
ne quein forte moriens, vel levissime perstringeret. 
Adeoque fortis ad extremum perstitit, ut de sua quo- 
que ipsius morte nonnihil caviilaretur, sicuti cum por- 
rigenti cuidam cibum, rogantique mox quam piacuis- 
set, respondit : quam solet morienti. Post id blande 
singulos amplexatus, petitaque suppliciter venia, si cui 
gravior forte, si molestior morbi vitio fuisset, totum se 
post ilia perunctioni summae, deniigrantisque animae 
commendationi dedidit. Recitari dein evangelica histo- 
iia coepta est, qua scilicet irrogati Christo cruciatus 
explicantur, cujus ille agnoscere se verba et sententias 
prope omnes, rnodo labra tacitus movens, modo lau- 

fruentes 



376 APPENDIX. NO LXXVII. 

giicnlcs oculos erigens, interdum etiam digitorum 
geslu signilicabat. Postremo sigillum crucifixi argen- 
teura, margarids geinmisque magnifice adornatum, de- 
fixis usciuequaqiie oculis intuens, identidemque deoscu- 
lans expiiavit — Vir ad omnia summa natus, et qui 
flantem reflantemque — ^toties fortunam, usque adeo sit 
alterna veiificatione moaeratus, ut nescias utrum se- 
cundis rebus constantior, arx adversis aequior ac teni- 
perantior apparuerit : ingenio vero tanto ac tarn facili, 
et perspicaci, ut quibus in singulis excellere alii mag- 
num putant, ille universis pariter emineret. Nam pro- 
bilatem, justitiam, fidem, nemo arbitror nescit ita sibi 
Laurentii Medicis pectus atque animum, quasi gratis- 
simum aliquod domicilium, templumque delegisse. 
Jam comitas, humanitas, affabilitas quanta fuerit, eximia 
quadam in eum totius populi, atque omnium plane or- 
dinum benevolentia declaratur. Sed enim inter haec 
omnia, liberalitas tamen, et magnificentia explendes- 
cebat, quae ilium pene immortali quadam gloria ad 
Deos usque provexerat : cum interim nihil ille fam.ae 
duntaxat Cc.usa, & nominis, omnia vero virtutis amore 
persequebatur. Quanto autem literatos homines studio 
<:omplectebatur r Quantum honoris, quantum etiam 
reverenliae omnibus exhibebat ? Quantum denique ope- 
rae industriaeque suae conquirendis toto orbe terra- 
rum, coemendisque linguae utriusque voluminibus po* 
suit, quantosque in ea re quam immanes sumptus fecit ? 
lit non aetas mcdo haec, aut hci*c seculum, sed pos- 
teritas etiam ipsa, maximam in hujus hominis interitu 
iacturam fecerlt. Caeterum consolantur nos maximo 
in luctu liberi ejus, tanto patre dignissimi, quorum qui 
niaximus natu Petrus, vixdum primum et vigesimum 
ingressus annum, tanta jam et gravitate, et prudentia, 

et 



APPENDIX. NO LXXVII. S77 

et authoritate molem t.otius Reip. sustentat, ut in eo 
statim revixisse genitor Laurentius existimetur. Alter 
annorum duodeviginti Joannes, et Cardinalis amplis» 
simus (quod nunquam ciiiqiiam id aetatis contigerit) 
et idem pontifici maximo, non in ecclesiae patrimonio 
duntaxat, sed in patriae quoque suae ditione legatus, 
talcm tantumque se jam tarn arduis negotiis gerit, et 
praestat, ut omnium in se mortalium oculos converterit, 
atque incredibilem quandam, cui responsurus planis- 
sime est, expectationem concitaverit. Tertius porro 
Julianus, impubes adhuc, pudore tamen ac venustate, 
neque non probitatis, et ingenii miriiica quadam sua- 
vissimaque indole, totius sibi jam civitatis animos 
devinxit. Verum ut de aliis in praesenti taceam, de 
Petro certe ipso cohibere me non possum, quin recenti 
re testimonium hoc loco paternum adscribam. Duobus 
circiter ante obitum mensibus, cum in suo cubiculo se- 
dens (ut solebat) Laurentius, de Philosophia, et Uteris 
nobiscmn fabularetur, ac se destinasse diceret reliquam 
aetatem in iis studiis mecum, et cum Ficino, Picoque 
ipso Mirandula consumere, procul scilicet ab urbe, et 
strepitu ; negabam equidem hoc ei per suos cives licere, 
qui quidem indies viderentur rnagis magisque ipsius et 
consilium, et authoritatem desideraturi. Turn subri- 
dens ille, Atqui jam, inquit, vices nostras alumno tuo 
delegabimus, atque in emn sarcinam hanc, et onus omncy 
reclinabimiis, Cumque ego rogassem, an adhuc' in 
adolescente, tantum virium deprehendisset, ut eis bona 
fide incumbere jam possemus, E^o vera, ait ille, quanta 
ejus et quam solida video esse fundanienla^ laturum sficro 
haud duhie quicguid inaedijicavero. Cave igiiur flutes, 
Jng-e/e, quenqiiam adhuc ex nostris, indole fidsse tanta, 
quantam jam Petrus ostcndit^ ut sfierem. fore, atque adco 

a usurer 



573 APPENDIX. N^ LXXVII. 

augur er (nisi me ipsius ingenii aliquot jam experimenter 
fefellerint) ne cui sit ma'pruin suorum coyicessuru^:. At- 
que hujus quidem judicii praesagiique p?iterni, magnum 
profecto et clarum specimen hoc nuper dedit, quod 
aegrotanti praesto fuit semper, omniaque per se pene 
etiam sordida ministeria obivit, vigiliainim patientissi- 
mus, et inediae ; nunquamque a lectulo ipso patris^ 
nisi cum maxime Respublica urgeret, avelli passus. 
Et cum mirifica pietas extaret in vultu, tamen ne mor- 
bum aut solicitudinem paternam moerore suo adau- 
geret, gemitus omneis, et lachrymas incredibili virtute 
quasi devorabat. Porro autem, quod unum tristissima 
in re pulcheirimum, ceu specfaculum videbamus, in- 
vicem pater quoque ipse, ne tristiorem filium tristitia 
sua redderet, frontem sibi extempore velut aliam fin- 
gebat, ac fluenies oculos in illius gratiam continebat, 
nunquam aut consternatus animo, aut fractus, donee 
ante ora natus obversaretur. Ita uterque, cercatim vim 
facere afFectibus suis, ac dissimulare pietatem pietatis 
studio nitebatur. Ut autem Laurentius e vita decessit, 
dici vix potest, quanta et humanitiite, et gravitate cives 
omneis suos Fetrus noster ad se domum confluentes 
exceperit, quam et apposite, et varie, et blande etiam 
dolentibus, consolantibusque pro tempore, suamque 
operam pollicentibus respondent ; quantam deinde, et 
quam soiertem rei constituendae famiiiari curam im- 
penderit ; ut necessitudines suas omneis gravissimo 
casu perculsas sublevarit : ut vel minutissimum quem- 
que ex familiaribus dejectum, diffidentemque sibi ad- 
versis rebus coliegerit, erexerit, animaverit, ut in 
obeunda quoque Republica nulli unquam, aut loco, 
aut tempori, aut muneri, aut homini defuerit, nulla 
denique in parte cessaverit ; sic ut eam plane institisse 

jam 



APPENDIX. NO LXXVII. 379 

jam viam atqiie ila pleno gradu iter ingressus videatur, 
brevi \it putetur parentem quoque ipsum vestigiis con- 
secuturus. De funere autem nihil est quod dicam. 
Tantum ad avi exemplum ex praescripto celebratum 
est, quemadmodum ipse, ut dixi, moriens mandaverat : 
tarn magno autem omnis generis mortalium concursu, 
quam magnum nunquam antea memincrimus. Pro- 
digia vero mortem ferme haec antecesserunt, quanquam 
alia quoque vulgo feruntur. Nonis Aprilibus, hora 
ferme diei terliaj triduo antequam animam edidit 
Laurentius, mulier, nescio quae, dum in aede sacra 
Mariae novellae, quae dicitur, declamitanti e pulpito 
dat operam, repente inter confertam populi multitu- 
dinem expave facta consternataque consurgit, lympha- 
toque cursu, et terrificis clamoribus, Heus /leus, inquit, 
cives, an hiinc non cernids fcrocientem taurum^ qui tem- 
iiluTYi hoc ingens fiammads cornibus ad terrain dt-jicit ? 
Prima porro vigilia, cum coelum nubibus de impro- 
vise foedaretur, continue Basilicae ipsius maximae 
fastigium, quod opere miro singuiarem toto terrarum 
orbe testudinem supereminet, tactum de coelo est, ita 
ut vastae quaepiam dejicerentur moles, atque in eam 
potissimum partem, qua Medicae convisuntur aedes, 
vi quadam horrenda, et impetu, marmora imnnania 
torquerentur. In quo illud etiam praescito non caruit, 
quod inaurata una pila, quales aliae quoque in eodem 
fastigio conspiciuntur, excussa fulmine est, ne non ex 
ipso quoque insigni proprium ejus familiae detrimen- 
tum portenderetur. Sed et illud memorabile, quod, 
ut primum detonuit, statim quoque serenitas reddita. 
Qua autem nocte obiit Laurentius, stella solito clarior, 
ac grandior, suburbano imminens, in quo is animam 
agebat, illo ipso temporis articvilo decidere, extinguique 

visa, 



580 APPENDIX. NO LXXVIL 

visa, quo compertum deinde est eum vita demigrassc. 
Quin excurrisse etiam faces trinoctio perpetue dc 
Faesulanis montibus, supraqne id templum, quo re- 
liquiae conduntur Medicae gentis, scintillasse nonnihil, 
moxque evanuisse feruntur. Quid ? quod et leonum 
quoque nobilissimum par in ipsa qua publice conti- 
nentur cavea, sic in pugnam ferociter concurrent, ut 
alter pessime acceptus, alter etiam leto sit datus. 
Arreti quoque supra arcem ipsam, geminae perdiu ar- 
sisse flammae, quasi Castores feruntur, ac lupa iden- 
tideni sub moenibus ululatus terrificos edidisse. Qui- 
dam iiiud etiam (ut sunt ingenia) pro monstro inter- 
pretantur, quod excellentissimus (ita enim habebatur) 
hujus aetatis medicus, quando ars eum pracscitaque 
fefellerant, animum despondent, puteoque se sponte 
demerserit, ac principi ipsi Medicae (si vocabulum 
spectes) familiae sua nece parentaverit. Sed video me, 
cum quidem multa, et magna reticuerim, ne forte in 
speciem adulationis inciderem, longius tamen provectum, 
quam a principio insdtueram. Quod ut facerem, partim 
cupiditas ipsa obsequendi, obtemperandique tibi Optimo, 
doctissimo prudentissimoque homini, mihique amicis- 
simo, cujus quidem studio satisfacere brevitas ipsa in 
transcursu non poterat : pai'tim etiam amara quaedam 
dulcedo, quasique titillatio impulit, recolendae, frequen- 
tandaeque ejus viri memoriae. Cui si parem similem- 
que nostra aetas unum forte atque alterum tulit, potest 
audacter jam de splendore nominis et gloria, cum vetus- 
tate quoque ipsa contendere. Vale 15. Cal. Junias 
MccccLxxxzii. in Faesulano Rusculo. 



APPENDIX. NO LXXVIII. 381 



NO LXXVIII. 

Rime di Jacofio Sanazzaro, 
JVella Morte di Pier Leone^ Medico. 

II qual per la morte del gran Lorenzo de^ Medici Ju gittaU 
in un pozzo a Careggi, 

XjA notte, che dal ciel carca d' obblio 

Suol portar tregua a' miseri mortali, 

Venuta era pietosa al pianger mio : 
E gia con 1" ombra delle sue grand' ali 

II volto della terra avea coverto ; 

E tacean le contrade, e gli animali ; 
Quando me lasso, e di mia vita incerto, 

Non so com', in un punto il sonno prese 

Sotto 1' asse del ciel freddo, e scoverto. 
Ed ecco il verde Dio del bel paese, 

Arno, tutto elevato sopra 1' onde, 

S' offerse agli occhi miei pronto, e palese. 
Di limo un manto avea sparso di fronde, 

E di salci vma selva in su la testa. 

Con la qual gli occhi, e'l viso si nasconde. 
Oime, Fiorenza, oime, qual rabbia e questa ? 

Venia gridando, oime, non ti rincrebbe ? 

Con voce paventosa, irata, e mesta ; 
Pietosa oggi ver te Tracia sarebbe ; 

Pietosi i fieri altar di quella terra 

La qual sol un Busiri al suo temp' ebbe. 
VOL. III. % D Bell 



382 APPENDIX. N^ LXXVIII. 

Ben fosti iiglia tu d' ingiusta guerra ; 
Ben sei madre di sangue ; e pid sarai, 
Se vendetta dal ciel non si dis^erra. 

Indi rivolto a me, disse, Che fai ? 

Fuggi le mal fondate, ed empie mura : 
Ond' io tutto smairito mi destai ; 

E tanta ebbe in me foi-za la paura, 

Che sconsigliato, e sol, presi '1 cammino 
Senz' altra scorta che di notte oscm^a. 

Errando sempre andai fin al mattino, 

Tanto, ch' allor da lunge un' ombra scorsi 
Chi in abito venia di peregrine. 

Al volto, ai gesti, ed all' andar m' accorsi 
Che spirto era di pace, al ciel amico ; 
Onde piu ratto per vederlo io corsi. 

E, mentre in arrivarlo io m' affatico, 
Ei riprese la via per entro mi bosco, 
Sempre guard ando me con volto oblico. 

Non mi tolse il veder quell' aer fosco, 

Che V lume del suo aspetto era pur tanto, 
Che basto ben per dirli, Io ti conosco ; 

O gloria di Spoleto, aspetta alquanto — 
E volendo seguire il mio sermone, 
La lingua si resto vinta dal pianto. 

Allor voltossi ; ed ioj O Pier Leone, 
Ricominciai a lui con miglior lena, 
Che del mondo sapesti ogni cagione, 

Deh dimmi, questa vita alma, e serena, 
Per qual demerto suo tanto ti spiacque, 
Che volesti morir con si gran pena ? 
Qual si fero desir nel cor ti nacque, 
Qual cieco sdegno a non curar ti strlnse 



Del 



APPENDIX. NO LXXVIII. 383 

Del corpo tuo, che 'n tanto obbrobrio giacque ? 
Che ti val, se '1 tuo senno ogn' altro vinse ? 

Che r ingegno, e '1 valor ? se l' ultim' ora 

Con la vita la gloria insieme estinse ? 
O padre, o signor mio, 1' iiscir di fora, 

Come tu sai, non e permesso all* alma ; 

Ne far si dee, se '1 ciel non vuole ancora : 
Che '1 dispregiar deila terrena salma 

A quel con piu vergogna si dibJice, 

Che piu braman d' onor aver la palma. 
Ogni riva del mondo, ogni pendice 

Cercai, rispose, e femmi nn altro Ulisse 

Filosofia, che suol far 1' uom felice. 
Per lei le sette erranti, e 1' altre fisse 

Stelle poi vidi, e le fortune, e i fati, 

Con quanto Egitto, e Babilonia scrisse ; 
E piu luogh' altri assai mi fur mostrati, 

Ch' Apollo, ed Esculapio in la bell' arte 

Lasciar quasi inaccessi, ed intentati. 
Volava il nome mio per ogni parte i 

Italia il sa ; che mesta og-gi sospira, 

Bramando il suon delle parole sparte. 
Pero chi coii ragion ben dritto mira, 

Potra veder ch' in un si colto petto 

Non trovo loco omai disdegno, od ira. 
Dunque da te rimuovi ogni sospetto ; 

E se del morir mio 1' infamia io porto, 

Sappi che pur da me non fu '1 difetto : 
Che, mal mio grado, io fui sospinto, e morto 

Nel fondo del gran pozzo orrendo, e cup9i 

Ne mi valse al pregar esser accorto : 
Che quel rapace, e famulento lupo 

Non ascoltava suon di voci umane, 

Quand© 



!84 APPENDIX. NO LXXVIIL 

Quando giii mi irjando nel gran dirupo. 

O dubbj fati, o sorti invoke, e strane, 

O niente ignara, e cieca al proprio danno, 
Come fur tue difese insulse, e vane ! 

Previsto avea ben io i' occulto inganno 
Ch' al mio morir tessea 1' avara invidia, 
E sapea ch' era giunto all' ultim' anno. 

Ma credendo i'uggir Ponto, o Nomidia, 
Di Padoa mi partii, venendo in loco 
Ove, lasso, trovai frode, e perfidia. 

E qiial farfalla al desiato foco, 
Tirata dal voler, si riconduce, 
Tanto, ch' al fin le pare amaro il gioco, 

Tal mi moss' io correndo alia mia luce ; 
Lorenzo, dico, il cui valore, e '1 senno 
A tutta Italia fu maestro, e duce. 

Cosi le stelle in me lor forza fenno. 
Or va, mente ingannata, in te ti fida, 
Che muover credi il ciel con picciol cenno. 

Quell' alma provvldenzia che '1 ciel guida, 
Non vuol ch' umano ingegno intender possa 
L' ammirando segreto ove s' annida. 

E non pur voi che sete in questa fossa. 

Ma gli Angeli non hanno ancor tal grazia, 
Quantunque scarchi si an di carne, e d' ossa. 

Di contemplar ciascun s' allegra, e sazia 
Nel sommo Sol : pur quelle leggi eterne 
Lasciando a parte, il ciel loda, e ringrazia. 

Tanto si sa la su, quanto decerne 

L' alto motor. Colui che piu ne volse. 
Or geme, e mugghia nelle notti inferne. 

Quando dal corpo mio 1' alma si sciolse, 
Non le gravo '1 partir ; ma 1' empia fama 



Che 



APPENDIX. NO LXXVIII. 385 

Che lasciava di se qua giu, le dolse : 
Ne d' altro innanzi a Dio or si richiama. 

Se '1 feci, se '1 peiisai, se fui nocente, 

Tu ciel, tu verita, tu terra, esclama. 
O mal nata avarizia, o sete ardente 

De mondani tesor, che sempre cresci ! 

Miser chi dietro a te suo mal non sente. 
Or va, infelice, a te stessa rincresci : 

Poi che fan senza te piu lieta vita 

Le fere vaghe, e gli augelletti, e i pesci. 
Ma quella man che 'n me fu tanto ardita, 

Per ch' e cagion che il mondo oggi m' incolpe 

Contra mia voglia a profetar m' invita. 
lo dico che di questa, e d' altre colpe 

Vedrassi di la su venir vendetta, 

PriiTia che '1 corpo mio si snerve, o spolpe. 
Macchiare, ahi stolta, e sanguinaria setta, 

Macchiar cercasti un nitido cristallo, 

Un* alma in ben oprar sincera, e netta. 
Sappi, crudel, se non purghi '1 tuo fallo, 

Se non ti volgi a Dio, sappi ch' i' veggio 

Alia ruina tua breve intervallo ; 
Che cadera. quel caro antico seggio, 

(Questo mi pesa,) e finira con doglia 

La vita che del mal s' elesse il peggio. 
Poi volse i passi, e disse, Quella spoglia 

Che fu gittata, ed or di tomba e priva, 

Ben verra con pieta chi la raccoglia. 
Ma che piu questo a me ? pur 1' alma e viva, 

Ed onorata nei superni chiostri, 

Ove umana virtu per fede arriva : 
Ivi convien che '1 suo ben far si mostri. 



!86 APPENDIX. NO LXXIX. 



NO LXXIX. 



JEx Diario anonymi cujiisdam Florentini^ quod extat in 
Bibliotheca Magliabechiana, 

A Di 8. d' Aprile 1492. in Domenica circa ore 5. di 
notte mori il Magnifico Lorenzo di Piero di Cosimo de' 
Medici, a Careggi, d' eta d' anni 44. non finiti, il quale 
era stato malato circa a mesi due d' una strana infer- 
mita, con grandissimi dolori di stomaco e di capo, che 
mai potettono i Medici conoscere la sua malattia. Dubi- 
tossi di veleno, e massime perche un Mess. Pierlione da 
Spuleti singolarissimo Medico, che era stato alia cura 
sua in tutta la malattia, la mattina seguente dopo la 
sua morte, fu trovato essere stato gittato in un pozzo a S. 
Cervagio alia Villa di Francesco di Ruberto Martelli, 
dove era stato trafugato, perche certi famlglj di Loren- 
zo 1' avevano voluto ammazzare, per sospetto che non 
avessi a\^'elenato Lorenzo, ma non se ne vedde segno 
alcuno. 



NO LXXX. 

Joannes Cardlnalis de* Medici, 
Magnifico viro Petro de^ Medicis, 

V-/ARISSIME frater mi, ac unicum nostrae domus 
columen. Quid scribam, mi frater, praeter lachrimas 

p,ene 



APPENDIX. N<^ LXXX. 387 

pene nihil est, perche considerando la felice memoria 
di nostro Padre essere mancliata, flere magis libet, 
quam quidpiam loqui. Pater erat, ac qualis Pater i 
In filios nemo eo indulgentior : teste non opus est, res 
ipsa indicat. Non mirum igitur, se mi dolgo, se pi- 
ango, se quiete alcuna non truovo, ma alquanto, mi 
frater, mi comforta, die ho te, quern loco defuncti 
patris semper habebo. Tuura erit imperare, mcum 
vero jussa capessere : farannomi e tua comandamenti 
sempre sommo piacere supra quam credi potest. Fac 
periculum : impera ; nihil est, quod jussa retardem. 
Oro tamen, mi Petre, is velis esse in omnes, in tuos 
praesertim, qualem desidero, beneficum, affabilem, 
comem, liberalem, con le quali cose non e cosa che 
non si acquisti, e non si conservi. Non ti ricordo ques- 
to, perche mi diffidi di te, ma perche cosi mio debito 
richiede. Confirmant me multa ac consolantur, con- 
cursus lugentium domum nostram factus, tristis totius 
urbis ac moesta facies, publicus luctus, et caetera id 
genus plurima, quae dolorem magna ex parte levant ; 
ma quello, che piu che altro mi conforta, e 1' havere te, 
nel quale tanto mi confido, quanto facilmente dire non 
posso. Di quello, che avvisi si debba tractare con N. 
S. non s' e facto nulla, perche cosi e paruto nieglio : 
piglierassi un' altra via, secondo che per le lettere delli 
Imbasciatori intenderai : credo si pigliera uno modo et 
piu comodo, et piu facile, el quale, ut quod mihi vide- 
tur, ti satisfera. Vale : nos quoque, ut possumus, 
valemiis. Ex Urbe die 12. Aprilis 1492. 



388 APPENDIX. NO LXXXL 

NO LXXXL 

Laurentio de^ Medicis, 
A bagno a Vzgnone, Filius Petrus de^ Medicis, 

MaGNIFICE Pater, &c. Intesi da Ser Piero par una 
sua, che hebbi hiermattina, quanto desideravi si fa- 
cessi circa la venuta di Messer Hermolao, el quale 
venne hieri dopo mangiare, et quasi ex improv.iso, 
che non se ne seppe nulla, se non forse un' hora in- 
nanzi. lo gli andai incontro, et da quattro o cinqu' 
altri in fuora non vi venne altri, et bisogno, che gli 
smontassi all' osteria, che ancora non era ad ordine la 
stantia, che vi si meno poi a pie. Subito che io fui 
smontato, tornai da lui per invitarlo, come mi era suto 
scripto, et visitarlo, et per intendere quanto voleva 
stare qui fermo ; invitailo per hoggi, et intesi non 
stava piu qui che oggi, et domane cavalcava per essere 
domane sera a Poggibonsi, o in luogo, che 1' altro di 
desini in Siena, dove non posso intendere se si fermera. 
Noi lo habbiamo hoggi convitato, che non si potria 
dire, quanto lui lo ha havuto a caro. Habbiamogli 
dato in compagnia a tavola chi lui dcsiderava, oltra 
quelli che lui haveva seco, che haveva un suo fratello 
carnale, un Segretario di San Marco, et un Dottore. 
Di qui vi fu el Conte dalla Mirandola, Messer Mar- 
silio, M. Agnolo da Montepulciano, et per torre un 
cittadino, et non uscire di parente et letterato, togliem- 
mo Bernardo Rucellai, che non so se habbiamo facto 
bene o male. Dipoi che havemmo desinato, li mon- 

strai 



APPENDIX. NO LXXXI. 389 

strai la casa, le medaglie, vasi et cammei, et in sum- 
ma ogni cosa per insino al giardino, di die prese 
grande piacere, benche non credo s' intenda molto di 
scultura. Pure gli piaceva assai la notitia et 1' anti- 
quita delle medaglie, et tutti si maravigliavano del 
mmiero di si buone cose, Sec. Di lui non vi saprei- 
dire particulare, se non die e un homo molto elegante 
nel parlare per quello io ne intendo. Ajutasi delle 
lettere, et fassene honore et in rubare motti, et in 
dime ancora in Latino. Lo aspecto lo vedrete, die 
non puo essere migliore, et secondo i facti. Tempe- 
rato in ogni sua cosa, et pare ne liabbi bisogno, die 
pare molto cagionevole et debole di complexione. Ha 
nome di experto in rebus agendis, ma non pare con- 
sonino queste cose insieme, die piu presto pare da 
ceremonia die no. Non potrebbe monstrare, piu die 
si faccia, essere vostro amico, et credo sia, et molto 
gratamente ha ricevuto ogni honore, die gli e state 
facto, et non punto alia \'eneziana, che non pare di 
la se non al vestire. Ma secondo che dice ha ^randis- 
simo desiderio di vedervi, et dice volere divertere per 
trovarvi ed abbracciarvi : hovdo voluto sif^fnificare se a 
voi facessi per proposito di aspettarlo, che dice have re 
commissione etiam di salutarvi da parte della sua Sig- 
noria. Qui gli e stato facto honore publico da' citta- 
dini, et ristorato del lasciarlo smontare all' Osteria, et 
stamane innanzi venisse a desinare visito . la Signoria 
con molte grate parole, le quali non scrivo, perclie 
credo Ser Niccolo ve le scrivera lui, che cosi gli ho 
decto. Fuvi un poco di scandalo, che nel rispondere 
el Gonfaloniere prese un poco di vento presso al fine, 
et cosi si resto senza troppa risposta, che credo nello 
animo suo se ne rldessi, et ab uno didicerit omnes, 
VOL. III. 3 E che 



390 APPENDIX. NO LXXXI. 

che cosi se ne doleva hoggi qualchuno de' nostri. Cir- 
ca V onore non so che mi vi dire altro. El convito 
come gl' ando faro fare una iistra all' Orafo, 8c ve la 
mandero forse con questa, se lo trovano. Jacopo Gu- 
icciardini si sta cosi presto un poco peggio che no ; 
che hieri gli venne un poco d' accidente di tossa, et 
sputo cosa, secondo dicono quelli sua, molto strana, 
et pure inoltra con gP anni in modo, che a lungo 
andare, a mio juditio, quod absit, io ne dubito piu presto 
che no. La Contessina sta bene, et ha gia tre sciloppi, 
et seguita di purgarsi : et tutta 1' altra brigata di qui sta 
benissimo. Non vi scrivo nulla della libreria, perche 
rispecto alia venuta dello Imbasciatore sono a quello 
medesimo che 1' altro di. Raccomandomi a voi. Firenzc 
a di 10. di Maggio 1490, 



NO LXXXII. 

Titi Vespasiani Strozac^ 
Ad Angelum Poetam, 
Ex, Ed, Aid, 1513. 

AnGELE, si quis erit, lacrymosi plena doloris 

Qui tua non tristi carmina fronte legat, 
Ille feras inter saevis in rupibus ortus, 

Aspera duritie vincere saxa potest. 
Non ego talis in hoc, sed amici fletibus angor, 

Immeriti quern sors vexat acerba mali. 
Certe dignus eras hominum, coelique favore, 

Nee t9i' .asus convenit iste viro. 

In 



APPENDIX. NO LXXXn. S9l 

In te consumpsit vires fortuna nocendo, 

Nil superest, ut jam possit obesse tibi. 
Sed licet in tenues concesserit irrita ventos 

Intempestiva spes tua morte Ducis, 
Nee promissa Patris servet tibi Filius haeres, 

Abstuleritque tuas Gallus adulter opes 
Non tamen ista valent rectam infortunia mentem 

Eripere, et virtus inviolata manet. 
Candidus ille viget moruni tenor, et pia vitae 

Simplvcitas nullis est labefacta dolis ; 
Parsque tui melior fraudein praedonis iniqui 

Dtspicit, ac ferrum, terribilesque uiinas. 
Namque sacros inter celebraberis, Angele, vates, 

Seraque posteritas scripta diserta leget : 
Et clarum toto stabit tibi nomen in orbe, 

Donee in aequoreas Rex Padus ibit aquas. 
Dura fuit rerum jactura, ut scribis, at illud 

Triste magis, versus tot periisse tuos. 
Namque donium, et vestes, nummosque, et praedia 
siquis 

Perdidit, haec aliqua sunt reparanda via. 
Casus, et indulgens hominum praesentia multis 

Amissas duplici foenore reddit opes. 
Quis tibi restituet non exemplaribus ullis 

Tradita, per longas carmina facta moras ? 
Quorum siqua manet memori sub mente reposta 

Pars tibi, plura tamen pectore lapsa reor. 
Atque ita susceptus frustra est labor ille, jacctqiic 

Clarorum in tenebris fama sepulta virum. 
Quo fit, ut indigner, doleamque, impune quod ausus 

In te sit tantum barbarus ille nefas. 
Ille sacras aedes potuit spoliare, Deosque 
Qui vertit duras in tua damna manus. 

Non 



;92 APPENDIX. N^ LXXXII. 

Non ilium pudor, aut pietas, aut gratia movit, 

Nee vindex magni terruit ira Dei. 
Et bona Pieridum dextro tibi numine parta, 

Sacrilega rapuit barbara turba manu. 
Sed non parva mali restant solatia, quod non 

Ullius culpae conscius ipse tibi es. 
Adde quod illustres multi graviora tulerunt 

Kis, quae tu pateris, nee meruere viri. 
Respice Threicii fatum miserabile vatis, 

Est et Arioniae cognita causa fugae. 
' Exul, inops, degens in amaris Naso querelis 

Finiit extrcmam per mala multa Diem. 
Hos praeter facile est aliorum exempla referre, 

Quae quoniam tibi sunt nota, silenda puto. 
Sed tamen ad vatem pauca haec de vatibus istis 

Dicta velim, quamvis fabula trita foret. 
Quod petis, egregii pietas spectata Casellae 

Et favet, et voto est officiosa tuo. 
Nee tibi Castellus Regi gratissimus, et qui 

Rectum amat, optatam ferre negabit opem. 
Nos quoque, si precibus quidquam, studioque vah 
mus. 

Si quid apud magnum est gratia nostra Dueem, 
Hoc erit omne tuum, nee non curabimus, una 

Consulat ut rebus Regia cura tuis. 
Caetera semper agat quamvis dignissima laude 

Borsius, baud minor hae gloria parte venit, 
Quod bonus afflictis suceurrere novit, et idem 

Magna solet meritis praemia ferre viris. 
' Saepius hoc alii senserunt. Angele, rursum 

Ad vivas sitiens ipse recurris aquas. 



APPENDIX. NO LXXXIII. 39S 



NO LXXXIII. 

Robertus Ubaldimis de Galliano, Dominicanae Faniiliae 
Monac/ms, de obitu Ang» Politiani, 

OEPULTURA Domini Angeli Politiani, Item ne 
memoria oblivioni detur omnino, ubi jacet corpus 
clarissimi, ac doctissimi, et eloquentissimi viri Domini 
Angeli Politiani, Canonici Cathedralis Ecclesiae Flo- 
rentinae, hie mihi suprascripto Fratri Roberto visum 
est justum, et bonum, annotare locum sepulturae suae, 
quoniam et teneor, quum fuerit ipse mihi olim magis- 
ter, et ego illi discipulus, et ejus infirmitati frequenter 
interfui, una cum venerando Patre, Fratre Dominico 
Pisciensi, familiari suo, ac etiam morti ejus, imo et 
qui post mortem ipsius, propriis manibus, ex commis- 
sione Reverendi Patris, Fratris Hieronymi Savonaro- 
ke, Ferrariensis, Generalis Vicarii tunc Congrega- 
tionis nostrae S. Marci, dedi eidem habitum Ordinis 
nostri, et indui corpus ejusdem habitu illo, quem antea 
in vita optaverat et petierat, et sepulturam apud nos 
requisierat. Unde et Domini Canonici Ecclesiae su- 
perscriptae ad funus ejus venerunt una cum omnibus 
Fratribus nostri Conventus. Hue detulere corpus 
ipsius de voluntate etiam suae sororis, et quorumdam 
nepotum ipsius, qui tunc aderant ea de causa Floren- 
tinae urbi, et pro tunc sub deposito quodam in capsa 
mia in Coemeterio secularium, quod juxta Ecclesiam 
nostri Conventus est, et sub ea portione, quae in Coe- 
meterio ipso est, et in capite portionis ipsius juxta Al- 
tare quod ibidem est, fuit conditum ipsum corpus habitu 

nostri 



394 APPENDIX. NO LXXXIII. 

nostri Ordinis vestitum. Sed post quum nuUus at- 
tenentium suorum adimplesset quod dixerant, faciendo 
sibi ornatum sepulchrum ad memoriale perenne, fuit 
sepultum in dicta capsa in sepulchre quod ibidem est 
commune, ubi Fratres sepeliunt eos qui apud nos sepe- 
liri petunt, et locum sepulturae apud nos minime 
habent. Obiit autem prefatus Orator summus, atque 
Poeta insignis de mense Septembris ; credo quod in 
principio illius mensis ; non tamen memoria me.a hoc 
tenet adamussim ; sed de anno Domini 1494. eo anno, 
quo Comes Mirandulanus, cujus etiam familiari con- 
suetudine utebatur, et ante ipsius obitum per duos men- 
ses ; et obiit in domo, horto qui dicebatur Giardinus 
Dominae Claricis dim uxoris magnifici Laurentii de* 
Medicis. Fuerat enim praeceptor Petri filii majoris natu 
ipsius Magnifici Laurentii. Et haec ad memoriam rei 
sint, &c. 



NO LXXXIV. 

Discorsoy o jipologia di Lorenzo de^ Medici, 

Sofira la nascita, et morte rf' Alessandro de^ Medici jirimo 
Duca di Firenze, 

ij£ 10 avessi a giustificare le mie azzioni appresso di 
coloro, i quali non sanno che cosa sia Liberta, 6 Ti- 
rannide, io m' ingegnerei di dimostrare, e provocare 
con ragioni, come gli uomini non devon desiderare 
cosa pill del viver politico, e in liberta, trovandosi la 
politica pill rara, e manco durabile in ogni altra sorte 

di 



I 



APPENDIX. NO LXXXIV. 395 

di Governo, che nella Repiiblica, e dimostrarei ancora, 
com^ essendo la Tirannide totalmente contraria al viver 
politico, ch' ei devono parimente odiarla sopra tutte le 
cose ; e com' egli e prevaluto altre volte tanto piu 
questa opinione, che quelli, che hanno liberata la lore 
Patria dalla Tirannide, soiio stati reputati degni de* 
secondi onori dopo gli Edificatori di quella. Ma aven- 
do a parlare a chi sa, e per ragione, e per pratica, che 
la Liberia e bene^ e la Tirannide e male^ presupponendo 
universale, parlero particolarmente della mia azione, 
non per domandarne premio, ma per dimostrare, che 
non solamente io ho fatto quello a che e obligato ogni 
buon cittadino, ma che io averei mancato 8c alia 
Patria, & a me medesimo, se io non V avessi fatto. 

E per cominciarmi dalle cose piu note, io dico, che 
non e alcuno, che dubiti che il Duca Alessandro, (che si 
chiamava de' Medici,) non fusse Tiranno della nostra 
Patria, se gia non son quelli, che per favorirlo, e tener la 
parte sua ne divenivan ricchi, i quali non potevan pero 
essere, ne tanto ignoranti, ne tanto aececati dall' uti- 
lita, che non conoscessero, ch' egli era Tiranno. Ma 
perche ne tornava bene a loro in particolare, curandosi 
poco del Publico, seguitavano quella fortuna ; i quali 
in vero erano uomini di poca qualita, & in poco nu- 
mero, tal che non possono in alcun modo contrape- 
sare il resto del Mondo, che Io reputava Tiranno. 
Ne, alia verita, perche essendo la Citta di Firenze 
per antica possessione del suo popolo libera, ne seguita, 
che quelli che la comandano, che non sono proposti 
dal popolo per comandarla, sono Tiranni, come ha 
fatto la Casa de' Medici, la quale ha ottenuta la supe- 
riorita della nostra Citta per molti anni, con consenso 

e par- 



396 APPENDIX. NO LXXXIV. 

e participazione della minor parte del popolo : ne, coi> 
tutto questo, ebbe ella mai autorit.i, se non limitata, 
insino a tanto che dopo molte alterazioni venne Papa 
Clemente VII. con quella violenza che sa tutto il 
Monde, per privare deila liberta la sua Patria, e fame 
questo Alessandro Padrone ; il quale giunto, che fu in 
Firenze, perche non si avesse a dubitare, s' egli era 
Tiranno, levata via ogni civilta, h. og-ni reliquia, e 
nome di Republica, e come fusse necessario per esser 
Tiranno non esser men' empio di Nerone, ne meno 
odiatore degli uomini, 6 lussurioso di Caligola, ne 
meno crudele di Falari, cerco di superare le scelera- 
tezze di tutti ; perche, oltre alle crudelta usate ne' 
cittadini, che non furono punto inferiori alle loro, 
supero (nel far morire la Madre) I'empieta di Nerone, 
perche Nerone lo fece per timore dello stato, e della 
vita sua, e per prevenire quello che dubitava non 
fusse fatto a lui. Ma Alessandro commesse tale scele- 
ratezza solo per mera crudelta, e inumanita, come io 
diro appresso ; ne fii punto inferiore a Caligola col 
vilipendere, befPare, e straziare i cittadini con gli adul- 
terii, con le violenze, con le parole villane, e con le 
minacce, che sono a gli uomini, che stiman 1' onore, 
piu dure a sopportare che la morte, con la quale al 
fine gli perseguitava. Supero la crudelta di Falari di 
gran lunga, perche dove Falari puni con giusta pena 
Perillo della crudele invenzione per tormentare e far 
morire gli uomini miseramente nel Toro di Bronzo, si 
puo pensare che Alessandro 1' averebbe premiato, se 
fosse stato al suo tempo, poiche lui medesimo cogi- 
tava, e trovata nuove sorti di tormenti, e morti, come, 
murare gli uomini vivi in luoghi cosi angusti, che non 
si potessero ne voltare, ne muovere, ma si potevan 

dire 



APPENDIX. NO LXXXIV. S97 

dire miirati insieme con le pietre, e co' maltoni, e in 
tale stato gli faceva morire, e allungare 1* infelicita 
loro pill ch' era possibile, non si saziando quel mostro 
con la morte semplice de suoi cittadini ; tal che J sei 
anni, ch' egli visse nel principato, e per libidine, e 
per avarizia, e per uccisioni, si posson comparare con 
sei altri di Nerone, di Caligola, e di Falari, scieglien- 
doli per tutta la vita loro i piii scelerati, a proporzione 
pero della citta, e dell' imperio ; perche si trovera in si 
poco tempo essere stati cacciati dalla patria loro tanti 
cittadini e perseguitati, poi moltissimi in esilio, tanti 
essere stati decapitati senza processo, e senza cause, 
e totalmente per vani sospetti, e per parole di nessuna 
importaiiza, altri essere stati avelenati, e morti di sua 
mano propria, 6 de' suoi satclliti, solamente per non 
avere a vergognarsi da certi, die 1' avevano veduto 
nella fortuna in ch' egli era nato e allevato; e si trove- 
ranno in oltre essere state fatte tante estorsioni, e 
prede, essere stati commessi tanti adulterii, e usate 
tante violenze, non solo nelle cose profane, nia nelle 
sacre ancora, ch' egli apparira. difficile a giudicare chi 
sia stato piu, 6 scelcrato e inipio il Tiranno, o pazi- 
ente e vile il popolo Fiorentino, avendo sopportato. 
tanti anni cosi grave calamita, essendo all' ora mas- 
sime piu certo il pericolo nello starsi, che nel mettersi 
con qualche speranza a liberar la patria, e assicurarla 
per 1' avenire. Per<^ quelli, che pensano, che Ales- 
sandro non si dovesse chiamar Tiranno, e per essere 
itato messo in Firenze dall' imperatore, qual' e opi- 
nionc che abbia autorita. d' investire dcgli stati che 
gli pare, s' ingannano, perche quando I' imperatore 
abbia cotesta autorita, egli non 1' ha da fare senza 
giusta causa, e nel particolare di Firenze egli non lo 
VOL. III. 3 F poteva 



398 APPENDIX. NO LXXXIV. 

poteva fare in nessun modo, e&seDcloci ne' i capitoli 
ch' ei fece col popolo FiorentinD, dlla fine dell' assedio 
del 1530, expressamente dichiarato, che non potesse 
mettere quella citt^c sotto la servitu de' Medici ; oltre 
che quando ben 1' imperatore avesse avuta autorita 
di fado, e non 1' avesse fatto con tutte le ragioni e 
giustificazloni del iVlondo, tal ch' ei fusse stato piu 
legitimo prenclpe del Re di Francia, la sua vita disso- 
luta- la sua avarizia, la sua crudelta, V avrebbono fatto 
Tiranno ; il che si puo manifestamente conoscere per 
V esempio di lerone, e del leronimo Siracusano , de' 
quali 1' uno fii chiamato Re, e 1' altro Tiranno, perch' es- 
sendo lerone di quella santita di vita che testificano tutti 
gli scrittori, fu amato mentre visse, e desiderato dopo 
la moite sua, da' sijoi cittadini, ma leronimo suo fig- 
liuolo, che poteva parere piu confermato nello stato, 
e piu legitimo mediante la successione, fu per la sua 
trista vita cosi odiato da' medesimi cittadini, ch' egli 
visse e mori da Tiranno, e quelli che 1' ammazzarona 
furono lodati e celebrati, dove, s' eglino avessino morto 
il padre, sarebbono stati biasimati, e reputati parricidi ; 
si che i costumi son quelli, che fanno divenire i pren- 
cipi tiranni contro a tutte 1' investitiu'e, tutte le ragioni, 
e successioni del Mondo. Ma per non consumar piu 
parole in provar quello, ch' e piii chiaro del sole, 
vengo a risponder a quelli, che dicono, ancorch' egli 
fusse Tiranno, che io non lo dovevo ammazzare, 
essenc'o io suo servitore, e de' sangue suo, e fidandosi 
egli di me ; i quali non voriei, che portassino altra 
pena dell' invidia, e malignita loro,, so non che Dio 
gli facesse parenti, servitori, e confidenti del Tiranno 
della loro Patria, se non e cosa troppo empia deside- 
rare tanto male ad una Citta per ia colpa di pochi, 

poiche 



APPENDIX. NO LXXXIV. 399 

poiche cercano di oscurare la buona intenzione con 
queste calunnie, che quando le fussino vere, non 
avrebbono elle forza alcuna di farlo, e tanto piu, che 
io sostengo, che io non fui mai servitore di Ales- 
sandro, ne lui era del sangue mio, o mio parente, e 
jprovero, ch' ei non si fido mai di me volontariamente. 
In due modi si puo dire, che uno sia servo, o servi- 
tore di un altro, 6 piscliando da lui premio per servirlo 
6 per essergli fedele, o essendo suo schiavo, pcrche 
i sudditi ordinariamente non son compresi sotto questo 
nome di servo, e di servitore. Che io non fussi 
schiavo ad Alessandro e chiarissimo, si come e chiaro 
ancora (a chi si cura di saper'o) che io, non solo non 
ricevevo premio, 6 stipendio alcuno, ma che io pagavo 
a lui la mia parte delle gravezze, come gli altri cittadini ; 
e s' egli credeva, che io fussi suo suddito, 6 vassalo, 
perch' egli poteva pivi di me, ei dovette conoscere ch' 
ei s' ingannava, quando noi fummo del pari, si che io 
non fui mai, ne potcvo esser chiamato suo servitore. 
Ch' egli non fusse della casa de' Medici, e mio parente 
€ manifesto, perch' egli era nato di una donna in- 
fima, e di vilissimo stato, da Colle Vecchio, in quel 
di Roma, che serviva in casa di Lorenzo agli ultimi 
servizi della casa, ed era maritata a un vetturale, e 
infin qui e manifestissimo. Dubitasi, se il duca Lo- 
renzo in quel tempo, ch' egli era Fuoruscito, ebbe che 
fare con questa serva, e s' egli accadde, non accadde 
piu d' una volta ; ma chi e cosi imperito del consenso 
degli uomini, e della legge, ch' ei non sappia, che 
quando un donna ha marito, e ch' ei sia dove lei, 
ancorch' ella sia trista, e ch' ella esponga il corpo suo 
alia libidine di ogn' uno, che tutti i figliuoli, ch' ella 
fa, con sempre giudicati, e sono del marito? perche 

le 



400 APPENDIX. NO LXXXIV. 

le legg-i vogliono conservar 1' onesta, quanto si pu6. 
Se dunque questa serva da Coilevecchio (della quale 
non si sa per la sua nobilitd ne nome, ne cognome). 
era marltata a un vetturale, (e questo e manifesto e 
noto a tutto il mondo,) Alessandro, secondo le leggi 
umane e divine, era figliuolo di quel vetturale, e non 
del duco Lorenzo ; tanto ch' egli non aveva meco altro 
interesse, se non ch' egli era figliuolo di un vetturale 
della casa de' Medici. Ch' egU non si fidasse di me, 
lo proYo, perch' egli non voile mai acconsentire, che 
io poitassi armi, ma mi tenne sempre disarmato, come 
faceva gli altri cittadini, i quali egli aveva tutti a sos- 
petto. Oltre a questo mai si fido meco solo, ancor 
che io fussi sempre senz' armi, e lui armato, che del 
continuo aveva seco tre 6 quattro de' suoi satelliti ; ne 
quella notte, che fu 1' ultima, si sarebbe fidato, se non 
fusse stata la sfrenata sua libidine che 1' occeco, e 
lo fece mutare, contro a sua voglia, proposito ; ma 
come poteva egli essere, ch' egli si fidasse di me, che 
non si fido mai d' uomo del mondo ? perche non amo 
mai persona, e ordinariamente gli uomini non si posson 
fidare, se non di quelli, che amano. E ch' egli non 
amasse mai persona, anzi ch' egli odiasse ogn' uno, si 
conosce, poich' egli odio, e perseguito con veleni, e 
insino alia morte le cose sue proprie, che gli dovevano 
esser piu care, cioe la Madre, et il cardinale Ipolito 
de' Medici, ch' era riputato suo Cugino. Io non 
vorrei, che la grandezza delle sceleratezza vi facesse 
pensare, che queste cose fussono finte da me per 
aggravarlo, perche io son tanto lontano dall' averle 
finte, che io le dico piu semplicemente che io posso, 
per non le fare piu incredibili di quelle ch' elle sono 
per natura. Ma di questo ci sono infiniti testimonii, 

infiniti 



APPENDIX. NO LXXXIV. 404 

infiniti examini, la fama freschissima, d' onde si sa 
per ttrto, che qucsto mostro, questo portenio, fece 
avelenare la piopria Madre, non per altra causa, se 
non perche vivendo ella, faceva testimonianza della 
sua ignobiita, perche, ancorche fusse stalo molti anni 
in giandezza, egii I' aveva lasciata nella sua poverta, 
e ne' suoi esercizi a lavorar la Terra, sin tanto che 
quel cittadini, che avevan fuggita dalla nostra citta la 
crudelta, e P avarizia del Tiranno, insieme con quelli 
che da lui n' erano stati cacciati, volsono menare all' 
imperatore a Napoli questa sua Madre, per mostrare 
a sua maesta d' end' era nato colui, il quale ei com- 
portava che comandasse Firenze. All' era Alessandro, 
non scordatosi per la vergogna della pieta ed amor 
della Madre (quale lui non ebbe mai) ma per una sua 
innata crudelta e ferit^, commesse, che sua madre 
fusse morta, avanti ch' ella andasse alia presenza di 
Cesare ; il che quanto li fusse difficile, si pub con- 
siderare, immaginandosi una vecchia, che stava a filar 
la lana, e da pascer le pecore ; e s' ella non sperava 
piu ben nessuno dal suo figliuolo, almeno la non 
temeva cosa si inumana, e si orrenda, e se ei non 
fusse stato, oltre il piu crudele, il piu insensato uomo 
del Mondo, ei poteva pure condurla in qualche luogo 
segretamente, dove se non 1' avesse voluta tener da 
madre, la poteva tener almanco viva, e non voler all' 
ignobiita sua aggiugnere tanto vituperio, e cosi nc- 
fanda sceleratezza. E, per tornar a proposito, io 
conclude, che, perche lui non amo sua madre, ne il 
cardinale de' Medici, ne alcuno altro di quelli che gli 
erano piu congiunti, che egli non amo mai alcuno, 
perche, ccme io ho detto, non ci possiamo noi fidare 
di quelli che noi non amiamo ; si che io non fui mai 

suo 



402 APPENDIX. NQ LXXXIV. 

siio servitore, ne parente, ne lui mai si fido di me. 
Ma mi par bene, che per esser male informali, o per 
qualche altro rispetto, diccno, che io ho errato ad 
amazzare Alessandro, allegandone le sopradette ra- 
gioni ; mostrino esser molto meno informati delle 
ieggi ordinate contro a Tlranni, e delle azzioni lodate 
dag'li uomini, che hanno morto infino i pioprii fratelli 
per la liberta della patria : perche se le leggi non solo 
permetlono, ma aGtringrono il figliuolo ad accusare il 
padre, in caso ch' ei cerchi di occiipare la Tirannide 
della sua patria, noa ero io tanto piu obligato a cer- 
car di liberar la patria, gia serva, con la morte di 
lino, che quando fusse sta^o di casa mia (che non era) 
a loro modo sarebbe stato bastardo, e lontano 5, o 6 
gradi da me ? e se Timoleone si trovo ad ammazzare 
il pro]»rio frattello per liberar la patria, e ne fu tanto 
lodato e celebrato, che ne e ancora, perche averanno 
questi malevoli autorita di biasimarmi ? Ma quanto 
air ammazzare un che si fidi (il che io non dico di 
aver fatto) dico bene, che se io 1' avessi fatto, io non 
avrei errato, e se io noii 1' avessi potuto fare altri- 
menti, I'avrei fatto. Io domando a questi tali, se la 
loro patria fusse oppressa da un Tiranno, se Io chia- 
merebbono a combattere ? o se gli farebbono prima 
intendere, che Io volessino ammazzare i o se eglino 
andrebbono deliberati per ammazzarlo, sapendo di 
aver ancor loro a morire ? ovvero, se cercherebbono 
di ammazzarlo per tutte le vie, e con tutti gli inganni, 
« con tutte le strategemme, purch' egli restasse morto, 
e loro vivi ? Quanto a me, io penso, che non piglia- 
rebbono briga di ammazzarlo nelF un modo, e neir 
altro, ne si puo credere altrimenti ; poiche biasimano, 
che io ho preso quel modo, ch' era piu da pigliare. 

Se 



APPENDIX. NO LXXXIV. 403 

Se questo consenso, e questa legge, che e fra gli 
iiomini santissima, di non ingannare chi si fida, fusse 
levata via, io credo certo che sarebbe peggio essere 
uomo, che bestia, perche gli uomini mancherebbono 
principalmente della fede, dell' amicizia, del consorzio, 
e della maggior parte delle qualita, che ci fanno su- 
perior! agli animi bruti, essendo che nel resto, una 
parte di loro e di piu forze di noi, e di piu vita, e 
manco sottoposti a casi e alle necessita umane ; ma 
non per questo vale la consequenza, che questa fede, 
che questa amicizia, si abbia da osservare ancora con 
i Tiranni, perche siccome loro pervertono, e confon- 
dono tutte le leggi, e tutti li buoni costumi, cosi gli 
uomini sono obligati, contro a tutte le leggi e tutte 
Pusaze, cercar di levargli di terra, e quanto prima la 
fanno, tanto piu sono da lodare. Certo sarebbe una 
buona legge per i Tiranni questa, che vorrebbero 
introdurre, ma cattiva per il Mondo, che nessuno 
debba offendere il Tiranno di quelli in cui egli si fida, 
perche fidandosi egli di ogni uno, non potrebbe per 
vigore di questa nostra legge esser offeso da persona, 
e non avrebbe bisogno di guardie, o fortezze ; si che 
io concludo, che i Tiranni in qualunque modo si 
ammazzino, siano ben morti. Io vengo ora a rispon- 
dere a quelli, che non dicono gia, che io facessi errore 
ad ammazzare Alessandro, ma che io errai bene nel 
modo del proceder poi dopo la morte ; a' quali mi sara 
un poco piu difficile rispondere, che a gli altri, per- 
che P evento pare, che accompagni la loro opinione, 
dal quale loro si muovono totalmente, senz' aver altra 
considerazione, ancorche gli uomini savii siano cosi 
alieni dal giudicare le cose da gh eventi, che gli usino 
lodar le buone, e savie operazioni, ancorche P effetto 

soiiisca 



404 APPENDIX. NO LXXXIV. 

sortisca tristo, e biasimar le triste, ancorche lo sortis^ 
cano buono. lo voglio oitre a questo dimostrare, non 
solo, che io non potevo far piu di quello, che io feci, 
ma ancora, che se io tentava altro, chelne risultava 
danno alia causa, e a me biasimo. Dico dunque, che 
il fine mio era di iiberar Firenze, e V ammazzar 
Alessandro era il mezzo. Ma perche io conoscevo, 
che questa era mi' im.presa, che in non potevo condur 
solo, e communicarla non voievo per il pericolo mani- 
festo, che si corre in ailargar cose simile, non tanto 
della vita, quanto del non poter condarle a fine, io 
mi risolvetti a far da me, finche io potetti fare senza 
la compagnia, e quando io non potevo far piu da me 
cosa alcuna, all' ora allargarmi, e domandare ajuto, 
il quale consiglio mi successe felicemente fino alia 
morte di Alessandro, che insino all' ora ero stato suf- 
ficiente a far quanto bisognava, ina d' allora in qua 
cominciai ad aver bisogno di ajuto, perche io mi tro- 
vavo solo senz' amici, e confidenti, e non avendo altre 
armi, che quella spada, con cui 1' avevo morto. Bi- 
sognandomi dunque domandar ajuto, non potevo io 
piu convenientemente sperare in quelli di fuora, che 
in quelli di Firenze ? avendo visto con quanto ardore 
e quanto animo loro cercavano di riavere la loro liber- 
ta, e per il contrario con quanta pazienza e vilta, 
quelli ch' erano in Firenze sopportavano la servitu, 
e sapendo, che gli eran parte di quelli, che nel 1530 
si eran trovati a difender cosi viiluosamente la loro 
liberta, e che il resto erano Fuorusciti volontari, d' 
onde si poteva piu sperare in loro, che in quelli di 
dentro, poiche questi vivevano sotto la Tirannide, e 
quelli volevano piu tosto esser liberi che servi ; sa- 
pendo 



APPENDIX. NO LXXXIV. 405 

pendo ancora, die i Fuorusciti erano armati, e quel 
di dentro disarmati. In oltre tenendo per certo, che 
quel di fuora volessono unitamente la liberta, e sapen- 
do, che in Firenze vi erano mescolati moiti di quei, 
che volevano la Tirannide, poiche si vidde poi, (che 
rale il giudicar dagli eventi,) che in tutta quella citta 
in tante occasioni non fu chi si portasse, non dico da 
buon cittadino, ma da uomo, fuorche due, o tre ; e 
quest! tali che mi biasimano, pare che cerchino da me, 
che io atevo da andar convocando per la citta il popolo 
alia liberta, e mostrar loro il Tiranno raorto, e vogU- 
ono, che le parole avesson mosso quel popolo, il quale 
conoscevano non • esscr stato mosso da fatti. Avevo io 
dunque a levarmi in spalla quel corpo a uso di Facchi- 
no, e andar gridando solo per Firenze, come i pazzi ? 
Dico solo, perche Piero mio serritore, che nell' ajutar- 
melo ammazzare si era portato cosl animosamente, 
dopo il fatto, e poi ch' egli ebbe a pensar il pericolo, 
ch' egli avea corso, era tanto avilito, che di lui non 
potevo disegnare cos' alcuna, e non avevo io a pensare, 
sendo nel mezzo della guardia del Tiranno, e si puo 
dire nella medesima casa, dov' eran tutti i suoi servi- 
tori, e essendo la notte un lume di luna splendissimo, 
di aver io a essere, o preso, o morto prima, che io 
avessi fatto tre passi fuora dell' uscio ? e se io avessi 
levatag-li la testa, che quella si poteva celare sotto a un 
mantcUo, dove avevo io a indirizzarmi essendo solo, 
e non conoscendo in Firenze alcuno, in chi io con- 
fidassi ? chi mi avrebbe creduto ? perchj una testa 
tagliata si transfigura tanto, che aggiunto il sospetto 
ordinario, che hanno gli uomini di esser tentati, o 
ingannati, e massime da me, ch' ero tenuto di mente 
contraria a quella, che io avevo fatto, io poteva pen- 
voL. III. 3 G sarc 



406 APPENDIX. NO LXXXIV. 

sare di trovar prima uno, che mi ammazzasse, clie 
uno, che mi credesse, e la morte mia in quel caso im- 
portava assai, perche averebbe data riputazione alia 
paite contraiia, e a quelli, che volevano la Tirannide, 
potendo parere, chs in quel moto fusse in parte la 
morte di Alessandro vendicata, e cosi procedendo per 
quel verso, io potevo piu niiocere alia causa, che 
giovare ; pero io fui di tanto contraria opinione di 
costoro, che non che io publicassi la morte di Ales- 
sandro, io cercai di occultarla e piu che io poteva in 
quell' istante, e portai meco la chiave di quella stanza, 
dov' eg-li era rimasto morto, come quello, che averei 
voluto, se fusse stato possibile, che in un medesimo 
tempo si fusse scoperto, che il Tiranno era morto, 
e che i Fuorusciti erano mossi per venire a ricuperar la 
liberta ; e da me non resto, che cosi non fusse* 
Certi altri dicono, che io dovevo chiamar la guardia 
del Tiranno, e mostrarglielo morto, e domandar loro, 
che mi conservassono in quello stato, come succes- 
sore, e in somma darmi loro in preda, e di poi, quando 
le cose fussono state in mio potere, che io avessi resti- 
tuita la Republica, come si conveniva. Questi che la 
discorrono per questo verso, almanco conoscono, che 
nel popolo non era da confidare in conto alcuno, ma 
non conoscono gia, che se quei soldati in quei primi 
moti, e per il dolore di veder morto il loro signore 
avessono morto me (come e versimile) che io avrei 
perso insieme la vita, e I'onore, perche ogn' uno av- 
rebbe creduto, che io avessi voluto far Tiranno me, e 
non liberar la patria ; dal qual concetto, si come io 
sono stato sempre alienissimo nel mio pensiero, cos> 
mi sono ingegnato di tener lontani gli animi degli 

altri ; 



APPENDIX. NO LXXXIV. 407 

altri ; si che nell' un modo io avrei noclulo alia causa, 
e nell' altro all' onor mio : ma io confessarei facil- 
mente di avere errato, non avendo preso uno d'l questi, 
o simili partiti, se io non avessi avuto da pensare, che 
i Fuorusciti dovessero finir meco 1' ope '-a, che io avevo 
cominciata ; perche avendoli io visti venire cosi fran- 
camente a Napoli con tanta ripiitazione, e con tanto 
animo, e cos? unitamente, a ridomandare la loro 
liberta in presenza del Tiranno, ch' era non solo 
vivoj ma Genero dell' Imperadore, non avevo io a 
tener per certo, che da poi, ch' egli era niorto, che 
1' Imperadore era in Spagna, e non a Napoli, ch' 
eglino avessono a raddoppiare, e la potenza, e V ani- 
mo che io avevo visto in loro, e che dovessono ripigli- 
are la loro liberta, dove non avessono piu constrasto ? 
Certo che mi parrebbe di essere stato maligno, se io 
non avessi sperato questd da loro, e temerario, se io 
non avessi preso questo partito. Io confesso, che non 
mi venne mai in considerazione, che Cosimo de* 
Medici dovesse succedere ad Alessandro, ma qiiando 
io r avessi pens;ito, o creduto, io non mi sarei gover- 
nato al altrimenti dopo la morte del Tiranno, che 
come io feci, perche io non mi sarei mai immaginato, 
che gli uomini (che noi repiitiamo Savii) dovessero 
preporre alia vera presente gloria, la futura incerta, 
c trista ambizione. 

a 

Egli e altrettanta difliicolta dal discorrer le cose al 
farle, quanta ne e dal discorrerle inanzi al dopo. 
Pert) quelli che discorrono ora cosi facilmente quello, 
che io dovevo fare all' ora, se si fussono trovati in sul 
fatto, avrebbono un poco meglio considerato quanto 
era posslbile soUevare un popolo, che si trovava in 

corpo 



408 APPENDIX. NO LXXXIV. 

corpo una Guardia, e in capo una Fortezza, che gli 
era di magu^iore spavento, quanto la cosa era piu nu- 
ova, ed insolita a Firenze, tanto piu era a me difficile, 
che oltre al poilare il nome de' Medici, ero in con- 
cetto di amatore della Tirannide ; e cosi quelli, che 
discorrono le cose dopo il fatto, veggono che le sono 
mai successe : se mi avessino avuto a consigliare all' ora 
quando eglino avrebbono visto da una banda tanta diffi- 
culta, e dall' altra i Fuorusciti con tanta riputazione, e 
tanto numero, cosi ricchi, cosi uniti per la liberta. come 
tutto il Mordo credeva, e che non avessono ostacolo 
alcuno al tomare in Firenze, poiche il Tiranno era 
levato via, io credo-, che sarebbono stati di contraria 
opinione a quella che ora sono ; e in somma la cosa 
si riduce qui\ che dove volevaiio, che io solo disarmato 
andassi svegliando, e convocando il popolo alia liberta, 
e che io mi opponessi a quelli, ch' erano di contraria 
opinione (il ch' era impossibile) io Io volevo fare in 
compagnia de' Fuorusciti, e col favore degli uomini 
del dominio, quali io sapevo, ch' erano la maggior 
parte per noi. E se noi fussimo andati alia volta di 
Firenze con quella celerita, e risoluzione, che si ricer- 
cava, noi non trovavamo fattoci contro provedimento 
alcuno ; ne 1' elezione di Cosimo (che era si mal 
fondata, e cosi fresca) ci poteva nuocere, o impedire. 
Se dunque io avessi trovati i Fuorusciti di quell' ani- 
mo, e di quella prontezza (ch' era pero la mag^or 
pane di loro, ma quelli che potevano m^anco, non 
avendo altre qualita che di esser Fuorusciti) nessuno 
neghera, che la cosa non fusse successa appunto, come 
io mi ero immaginato ; il che si puo provare, e con 
molte ragioni, che per non esser troppo lungo, si 
tralasciano, e per il caSo di Monte Murlo, perche 

dopo 



APPENDIX. N^ LXXXIV. 40§ 

dopo molti niesi, che dovevano, e da poiche eglino 
avevano lasciato acquistare agli avversarii tanta riputa- 
zione, quanto loro ne avevano perduta, succedess' 
egli di liberar Firenze, se la malignitu, e V innetta 
ambizione di pochi non avesse dato agli avversarii 
quella vittoria, che loro stessi non speravano mai, e 
che quando si viddero vincitori, non jx)tevano ancor 
credere di aver vinto : tanto che i Fuorusciti perderono 
un impresa, che da ogn' uno era giudicato, che non si 
potesse perdere. Pero chi vorra di nuovD giudicare 
dagli eventi, conoscera, che all' ora eglino avrebbon 
rimesso Firenze in liberta, se si fussono saputi gover- 
nare ; tanto piu era la cosa certa, se dopo la morte di 
Alessandro immediatamente avessono fatto la meta 
della sforza, che feciono all' ora, e che non fecero, 
quando eglino dovevano, perche non volsono ; che 
altra ragione non se ne puo assegnare. Ancora voglio 
confessare a qiiesti tali di essermi nial governato dopo 
la morte di Alessandro, se loro confessano a me di 
aver fatto quel medesimo giudizio in quell' instante, 
ch' eglino intesero, che io 1' avevo morto, e che io 
mi era salvato, ma se feciono all' ora giudizio con- 
trario, e se parve all' ora, che io avessi fatto assai ad 
ammazzarlo, e salvarmi, e se giudicarono (essendo 
usciti fuora tanti cittadini, e cosi potenti, e di tanta 
riputazione) che Firenze avesse riavuta la liberta, io 
non voglio concedere loro ora, che si ridichino, ne che 
pensino, che io mi partissi di Firenze per poco animo, 
o per soverchio desiderio di vivere, conciosiacosache 
mi stimerebbono di troppo poco giudizio, se volessino 
che io avessi indugiato insino all' ora a conoscere, che 
quello che io trattava era non pericolo, ma se conside- 
ravano, che io non pensai mai alia salute mi a piu di 

quello, 



410 APPENDIX. NO LXXXIV. 

quelle, e ragionevole pensarvi, e se io me ne andai di 
poi a Constantinopoll, io Io feci quando io vidde le cose, 
non solo andate a mal cammino, ma disperate, e se la 
mala fortuna non mi avesse perseguliato infin la, forse 
quel viaggio non sarebbe riuscito vano. Per tutte queste 
ragioni io posso piu tosto vantarmi di aver liberata 
Firenze, avendola lasciata senza Tiranno, che non possoa 
loro dire, che io abbia mancato in conto alcuno, perche 
non solo io ho morto il Tiranno, ma sono andato io mede- 
Simo ad essortare, e sollecitare quelli, che io Scipeva, che 
potevano, e pensava, che vollessino fare piu de9;U altri 
per la liberla della patria loro. E clie colpa dunque e la 
mia, se io non gli ho trovati di quella prontezza, e di 
quell' ardore, ch' eglino dovevano essere ? o che piu ne 
posso io ? Guardisi in quello, che io ho potuto far senza 
1' ajuto d' altri, se io ho mancato. Nel resto non doman- 
date degli uomini, se non quello, che possono, e tenete 
per certo, che si mi fusse stato possibile fare, che tutti i 
cittadini di Firenze fussero di quell' animo verso la patria 
che dovrebbono, che cosi, come io non ebbi rispetto per 
levar via il Tiranno, ch' era il mezzo per conseguire il 
fine propostomi, e metter a manifesto pericolo la vita 
mia, e lasciar in abbandono mio padre, mio fratello, e le 
mie cose piu care, e metter tutta la mia casa in quella 
rovina, ch' ella si trova al presente, che per il fine stesso 
non mi sarebbe tanta fatica spargere il proprio s?ngue, e 
quello de' miei insieme, essendo certo, che ne loro, ne 
io averessimo potuto finire la vita nostra piu gloriosamcnte 
in servizio della patria. 



APPENDIX. NO LXXXV. 4U 

NO LXXXV. 

DEO LIBERATOR!, 

Jt ER non venire piu in potere de' maligni inimici 
miei, ove, oltre all' essere stato ingiustamente e crudel- 
mente straziato, sia costretto di nuovo, per violenza 
di toinnenti, dire alcuna cosa in pregiudizio delP 
onore dell' innocenti parenti, et amici miei, la qual 
cosa e accaduta a questi giorni alio sventurato Giu- 
liano Gondi : lo Filippo Strozzi mi sono deliberato, 
in quel modo che io posso, quantunque duro (rispetto 
all' anima) mi paia, con le mie proprie mani finire la 
vita mia : L' anima mia a Iddio, somma miserecordia, 
raccomando, humilmente pregandolo, se altro darle 
di bene non vuole, che le dia almeno quel luogo dove 
Catone Uticense, e altri simili virtuosi uomini hanno 
fatto tal fine. 

Prego D. Giovan di Luna castellano, che mandi a 
torre del mio sangue dopo la mia morte, e ne faccia 
fare un migliaccio, mandandolo a Cibo cardinale, af- 
fine che si satii in morte di quello, che satiare non si 
e potuto in vita, perche altro grado non gli manca per 
arrivare al ponteficato, a che esso si disonestamente 
aspira : E lo prego che faccia sepellire il mio corpo in 
Santa Maria Novella, appresso a quello della mia 
donna, quando che no, mi staro dove mi metteranno : 
Prego bene i miei Figliuoli che osservino il testamento 
fatto da me in Castello, il quale e in mano di Bene- 
detto Ulivieri, eccetto clie la partita del Bundino ; E 

sodisfare 



4l2 



APPENDIX. NO LXXXV, 



sodisfare ancora al signor D. Giovan di Luna di molti 
comodi da lui ricevuti, e spese fatte per me, non 1' aven- 
do sodisfatto mai di cos' alcuna ; e tu Cesare con ogni 
riverenza ti prego t' inform! meglio de' modi della povera 
citla di Firenze, riguardando altrimenti, che tu non hai 
fatto al ben di quella, se gia il fine tuo non e di rovinarla. 



Philippiis Strozza, jam] am mori turns. 



Exoriare aliquis nostris ex ossibiis iiltor. 



END OF THE APPENDIX, 



DESCRIPTIOJ\r OF THE PLATES, 



VOL. I. 

Frontispiece— Portrait of Lorenzo de' Medici, from the 
museum of Gimian Batt.ista Dei, at Florence. I have pre- 
ferred this portrait to that pubhshed by FabrOni, after Ghir- 
landajo, as bearing a grea'"er resemblance to the medallions 
that remain of Lorenzo, and as being more conformable to 
the description of his person by Valori and others. 

Title Page — The arms of the Medici family. 

Chap. I — Portrait of Cosmo de' Medici, from Pontormo. The em- 
blem in the reverse was adopted by Cosmo in reference to 
the death of his son Giovanni de' Medici, in 1461, and 
the hopes which he entertained from his surviving offspring. 

Chap. II — The Giostra, or Tournament of Lorenzo, from the an- 
. cient edition, without date, of the poem on that subject by 
Luca Pulci. 

Chap. Ill — Portrait of Giuliano de' Medici, with his seal, as preser- 
ved in the Strozzi library. 

Chap. IV — The Medal struck by Antonio .Pollajuolo,"^on the conspi- 
racy of the Pazzi. 

Chap. V — A Bacchanalian Scene, from an antique gem in the Mu- 
seum Florentmum, in allusion lo the Ca7iti Carnascialeschi. 

End of vol. I — Medallions of Marsilio Ficino, and Luigi Pulci. 
The former from the Promptuarlum Iconuni, Lugd. 157Q. 
The latter from the rare edition of the Morga?2te,F/or. 1546. 

VOL. III. 3 H 



DESCRIPTIOJ^ OF THE PLATES. 



VOL. II. 

Title Page — The Impresa, ordevice assumed by Lorenzo de' Me- 
dici, and which generally accompanies his portrait. 

Chap. VI — Medallion of Lorenzo, with the emblem of Florence in 
the reverse, as given by Adimari in his edition of the Com' 
merit. Conjur. Factiattae, of Politiano, Napoli, 1769. 

Chap. VII — Medallion of Politiano, with the emblem of Study as 
the reverse ; from the same work. 

Chap. VIII— The Palace of the Medici in Florence, erected by Mi- 
chelozzi, and now the residence of the family of Riccardi. 

Chap. IX — Portrait of Michelagnolo Buonaroti, from the original 
print of Giulio Bonasoni, published by Gori, in his edition 
of the life of Michelagnolo, by Condivi, Flor. 1746. 

Chap. X — Portrait of Leo X. after Raffaello, with his arms and 
pontifical emblems. 

End of vol. II — Medal ofNiccolo Valori, the first historian of 
Lorenzo de' Medici, with the arms of his family, anciently 
called Rustichelli, from the Famiglie nobili Florentine of 
Scip. Ammirato. Flor. 1615. 

VOL. III. 



Title page — The arms of the Medici reclinedagainst a Laurel, 
in allusion to Lauro, the poetical name assumed by Loren- 
zo de' Medici. 



INDEX. 



AcCIAJUOLI Jgnolo, his letter to Piero de' 

Medici . , . . . 

Donato, inscribes several of his works to Piero 

de' Medici 
his embassy to Rome 
death . ... 

AccoLTi Benedetto^ his history of the wars be 

tween the Christians and the Turks 
Agnana, a farm of Lor. de' Medici 
Alberti Leo Battista^ his Latin comedy enti 

tied Philodoxios 
introduced by Landino in his Disfiutationes Ca 

maldulenses . . 

Albizi Rinaldo de\ opposes Cosmo de' Medici 

banished ....... 

Alexander VI. his elevation to the pontiii 

cate .... 

Ambra^ an Italian poem by Lorenzo de' Medici 
Ambra^ a Latin poem of Politiano 
Ancient authors, their works discovered 
Ancients and moderns compared 
Architecture encouraged by Lor. de' Medici 
Argyropylus Johannes^ instructs Lorenzo in the 

Aristotelian philosophy 
teaches the Greek language at Florence 
his death .... 

Arts, their progress 



i. 125 


i. 278 


i. 290 


i. 124 


ii. 191 



1. 119 



!• 


I'i^ 


i. 


20 


'• 


28 


i. 


338 


i. 


375 


ii. 


186 


i. 


33 


i. 


257 


ii. 


294 


i. 


101 


ii. 


107 


ii. 


110 


ii. 


237 


Arts, 



416 



INDEX. 



Arts, state of them in tlie middle ages 
revival in Italy .... 
their imperfection 
causes of their improvement 

Augur ELLi Aurelio^ a Latin poet 



ii. 238 

ii. 239 

ii. 256 

ii. 259 

ii. 147 



B 

Baldini Baccio^ an early engraver on copper 
Baldovinetti, excelled in painting portraits 
Baldovini, Lamento di Cecco da Varlunga 
Bandini Bernardo^ an accomplice in the conspi 

racy of the Pazzi .... 
Bar BAR o Rtmolao .... 

Beca da Dicomano^ rustick poem of Luigi Pulci 
Beccatelli Antonio^ his Hermaphroditus^ an< 

other poems . . . i. 71 

Bembo, Bernardo .... 

Pietro 

verses to the memory of Politiano 
Bentivoglio Giovanni^ assists Lor. 

attacks Manfredi, prince of Faenza 
Beoni, a satirical poem of Lor. de' Medici 
Berlinghieri Francesco^ ha Geograjia 
Bessarion Cardinal, his dispute with George of 

Trebisond 
Bianchi and JVeri 
Boccaccio Giovanni^ his Decanierone 

Latin writings 
Bologna, battle of, . 
Bos so Matteo^ his character and works 
Braccio Alessandro^ a Latin poet 
Brunelleschi Filipjio 
Bruni Leonardo^ called Leonardo Aretino, his 
character and writings 
promotes the cause of learning 



ii. 304 
ii. 252 
i. 397 



12; 



243 
348 
396 

141 

288 
lb. 
356 
270 
232 
386 
154 



11 



74 

7 

322 

70 

i. 115 

ii. 216 

ii. 147 

i. 84 



i. 29 

ii. 73 
Buonaroti 



INDEX. 



4ir 



BuoNAROTi Michelag-nolo, studies in the gardens 
of S. Marco ...... 

resides with Lorenzo . . • • . 

advantages over his predecessors 

his sculptures 

great improvement of taste introduced by him 

unjustly censured . . . . » 

Michelagnolo the younger, his rustick comedy 

entitled La Tancia . . . • . 

BuRCHiELLo, his wdtings . . • . 



ii. 275 
ii. 278 
ii. 281 
ii. 282 
ii. 284 
ii. 287 



397 
325 



Caffagiolo, description of, . - • 

Calabria duke of, defeats the Florentines 

defeated by Roberto Malatesta 
Calphurnius, his writings discovered in En 

gland ^ 

Cantalicio, a modern Latin poet . 
Canti Carnascialeschi .... 

Careggi, description of, ... 

Castagna Andrea da, paints the portraits of the 
Pazzi conspirators .... 
introduces the practice of painting in oil 
Cennini BevTiardo, the first Florentine printer 
Chalcondyles Demetrius, teaches the Greek 
language at Florence .... 

story of his quarrel with Politiano refuted 
Chrysoloras Emanuel . . . . . 

the modern father of classical learning 
CiBO Giambattista, v. Innocent VIII. 
CiBO Francesco, marries Madalena, daughter of 

Lorenzo de' Medici 

Cicero, several of his writings discovered by 
Poggio 



ii. 191 
i. 292 
ii. 15 



i. 41 
ii. 147 
i. 406 



n. 


188 


i. 


278 


ii. 


253 


ii. 


83 


ii. 


110 


ii. 


112 


i. 


29 


ii. 


74 



ii. 206 



Cirifo 



418 



INDEX. 



Ciriffo Cahjaneo, heroick poem of Luca Piilci 
Clarice, wife of Lorenzo . , i. 158 

quarrels with Politiano 

her death . . • 
Classical learning, progress of, in Italy 
Classick authors discovered 

eai'ly editions of, 
Collectiones Cosmianae • 
CoLONNA OttOs Martin V. elected pope 
Columella, his works discovered . 
Constantinople, capture of, 
CoNTucci Andrea^ an eminent painter 
CoRNiuoLi Giovanni delle, a celebrated engraver 

Qn gems 
CossA, Balthazar John XXIII 
Council of Florence 1438 
Cremona, congress of, 
Crescimbeni, his character of the poetry of Lo 
renzo ... .... 



1. 


330 


ii. 


168 


ii. 


174 


ii. 


219 


67. 


135 


i. 


33 


ii. 


84 


i. 


70 


i. 


16 


i. 


3§ 


i. 


60 


ii. 


292 


ii. 


309 


1. 


16 


i. 


47 


ii. 


19 



i. 417 



D 



Dante, his Inferno .... 

character of his sonnets 
Latin writings 
Denmark, king of, at Florence 
DoMENico de' Camei, an engraver on gems 
DoNATELLO, favourcd by Cos. de' Medici 

his works in sculpture 
DoNATO Lucrezia^ mistress of Lor. 
Drama, Italian, its rise .... 
musical, its origin .... 
Driadeo d'' Amore^ pastoral romance of Luca 
Pulci 



i. 319 

i. 367 

ii. 68 

i. 213 

ii. 310 

i. 84 

ii. 257 

i. 145 

i. 397 

i. 404 



i. 33; 



Engraving 



INDEX 



419 



Engraving on copper, invention of, 

on gems, revival of, . 
EsTE Borso d\ marqviis of Ferrara 

jErcole d\ duke of Ferrara, assists Lorenzo 

is succoured by Lorenzo 



• ii. 


303 


. ii. 


307 


i. 


172 


i. 


271 


• ii* 


13 



Federigo of Aragon, his interview with Lo 
renzo at Pisa 
Lorenzo addresses his poems to him . 
Ferdinand king of Naples, his letter to Lo 
renzo .... 

declines the proposed marriage between his 

daughter and the dauphin of France 
leagues with the pope against the Florentines 
is visited by Lorenzo at Naples 
concludes a peace with him 
threatened by the pope . • . 

defended by Lorenzo 
reconciled to the pope 
his cruelty and perfidy 
Ferrara, its government 
Ferrara duke of, attacked by the Venetians and 
the pope ..... 

defended by Lorenzo 
FiciNo Marsilio, educated in the Platonick phi 
losophy ...... 

instructs Lorenzo 

his abstract of the doctrines of Plato 
introduced by Lorenzo in his Altercazione 
YiBELis Cassandra, her extraordinary accom 
plishments . . . » . 



i. 102 
i. 341 

i. 112 

i. 210 
i. 282 
i. 293 
304 
29 
32 
35 
46 
172 



50 
101 
217 
218 



ii. 132 
Fiesole, 



420 



INDEX. 



Fiesole, its situation 

destroyed .... 

FiLELFo Francesco^ his character 

researches after ancient manuscripts 

dissensions with Poggio 
Florence, its origin 
government 

council of, . 

its state at the death of Piero de' Medici 

review of its government 

regulations introduced by Lorenzo 

its prosperity .... 

extinction of the republick 
Florentine secretaries, eminent scholars, 
FoLENGi JWcco/o, a Latin poet . 
Franco Matteo^ his sonnets 
Frescobaldi, conspiracy of, . 



1. 


4 


i. 


5 


i. 


44 


i. 


46 


i. 


77 


i. 


4 


i. 


6 


i. 


4r 


i. 


iro 


ii. 


50 


ii. 


53 


ii. 


55 


ii. 


422 


ii. 


117 


ii. 


147 


i. 


337 


ii. 


17 



Genazano M(fzna;zo, a distinguished preacher ii. 211 
Gentile d^ Urbmo, bishop of Arezzo, instructs 

Lorenzo . . . . . . . i. 98 

ode addressed to him by Politiano . . i. 272 
summons a convention at Florence against 

Sixtus IV i. 281 

George of Trebisond^ his dispute with cardinal 

Bessarion . . . . . , i. 74 
Ghiberti Lorenzo^ his works in sculpture i. 87. ii. 256 

Gfos/ra of Lorenzo and Giuliano . . . i. 126 

Giotto, character of his paintings . . . ii. 241 
Granacci Francesco^ a fellow-student of Michel- 

agnolo ....... ii. 276 

his talents ii. 292 

Greek academy instituted at Florence . . ii. 104 

Grocin ffzY/zam, a student at Florence. . . ii. 114 

Grosso 



INDEX. 421 

Grosso JViccolo^ called // Cafmrra^ his works in 

iron . . . . . ii. 293 

GuARiNo Veronese, an eminent scholar i. 31. ii. 73 
his researches after the remains of ancient au- 
thors . . . . . i. 40 

Guelphs and Ghibelines . . • i. 7 

H 

Hawking, poem on, by Lor. de' Medici . i. 377 

Hermaphroditus^ a licentious work of Beccatelli i. 71 



Innocent VIII. his election to the pontificate, 
and character 

Lorenzo gains his confidence 

he prepares to attack the king of Naples 

opposed by Lorenzo 

is reconciled to the king 

threatens him with fresh hostilities 

pacified by Lorenzo 

his death 
Isabella of Aragon, her nuptials with Galeazza 
Sforza, duke of Milan 

anecdote respecting her 
Italian language, its degradation 

revivers of it in the XV. century 
Italy, its political state 

general traquillity of, 
invaded by the French 





. ii. 


23 




. ii. 


ib. 




. ii. 


28 




. ii. 


31 




ii. 


35 




ii. 


46 




. ii. 


49 




ii. 


338 


zzs 


ii. 


208 




ii. 


209 




i. 


322 




i. 


325 


16 


5. ii. 


4 




ii. 


61 




ii. 


339 



Landing Christoforo^ instructs Lor. . . i. JOd 

his character . . . . i. 122 

Disfiutatioiies Camalduknses • . i, 140. ii. 84 

VOL. III. 3 I Landino, 



422 



INDEX. 



ii. 


71 


ii. 


86 


i. 


381 


ii. 


385 


i. 


25 


i. 


51 


ii. 


77 


ii. 


346 


ii. 


387 


1. 


53 


i. 


SI 



Landing, his poetry .... ii. 142 
his commentary on Dante 
his edition of Horace 
Laudi of Lorenzo de' Medici 
Leo X. -v. Giovanni de' Medici, age of, 
Library of S. George at Venice founded by Cos 
mo de' Medici 
Laurentian, established 
its progress 

plmidered by the French 
restored .... 

Library of S. Marco at Florence founded by Nic 
colo Niccoli 
of the Vatican, founded by Nicholas V. 
LiNACER Thomas^ studies the Greek tongue at 

Florence 
LiPPi Filif}fio^ the elder, favoured by Cosmo de 
Medici . . . 

monument erected to him by Lorenzo 
Filijipo^ the younger, his paintings . 
LivY, researches after his writings 
Louis XI. of France, negotiates for the marriage 
of the dauphin with a daughter of the king 
of Naples . . . . i. 

advises Lorenzo not to attend the congress of 
Cremona . . - . ii, 

Lucretius, discovery of his works . . i. 

M 

Madalena, daughter of Lorenzo, marries Fran- 
cesco Cibo . . . . ii. 

Maffei ji?Uo?iio, an accomplice in the Pazzi con- 
spiracy 

Maffei Rafflaello^ kindness of Lorenzo to him 

Mahomet II. captures Constantinople , . 



ii. 1!4 



1. 86 
ii. 250 
ii. 253 

i. 40 



207 

19 

38 



ii. 206 

i. 243 
i, 277 
. i. 60 
Mahomet 



INDEX. 



423 



Mahomet II. captures the island of Negropont 
captures Otranto 

his death .... 

Malatesta Roberto^ commands the Florentine 

troops .... 

engages in the service of the pope 

his death .... 

Manetti Giannozzo 

studies perspective 

Manfredi Galeotto, his tragical death 

Mantegna Aiidrea^ his engravings 

Masaccio, favoured by Cosmo de* Medici 

Maximis Carolus de\ his poem on the restoration 

of the academy at Pisa 
Medici family, antiquity of 

nature of their influence in Florence . 

sources of their wealth 

their commercial concerns 

other sources of their revenue 

expelled from Florence 

their adherents decapitated 

restored to Florence. 

Alessandro de\ natural son of Lorenzo, duke 

of Urbiiio 
assumes the sovereignty of Florence . 
assassinated by Lorenzino de' Medici 
Cosmo de\ Pater Patriae 
assists Balthaz. Cossa, John XXIII. 
is banished to Padua 
is allowed to reside at Venice 
founds the library of S. George at Venice 
recalled from banishment 
encoura.ges men of learning , 

founds the Laurentian Library 
applies himself to study 



1. 178 
i. 309. 
ii. 10 



291 
U 
15 
30 
ii. 248 
ii. 229 
ii. 304 
i. 86 



i4r 

IL 

IS 

179 

182 
183- 
342 
368 
378 



403 
409 
412 
15 
16 
21 
24 
25 
i. 27 
i. 28 
i. 51 
i. 63 
IMedici 



424 



INDEX. 



Medici Cosmo de*, his celebrity 
his death and character 
encourages the arts . • 
his collection of antiques 
his repartees 
his great prosperity 
Cosmo de\ first grand duke . 
Giovaimi de\ an ancestor of Lorenzo, reen 

forces the fortress of Scarperia 
Giovanni de\ surnamed cfe' Bicci^ father of Cos 

mo Pater Patriae 
his last advice to his two sons 
Giovanrd de\ son of Cosmo, his death 
Giovanni de\ Leo X. second son of Lorenzo, 

born .... 

his character 

raised to the dignity of cardinal 
letter to him from Lorenzo on his promotion 
letter from him to his brother Piero, on the 

death of their father . 
his conduct in his exile 
his election to the pontificate 
promotes his relations 
restores his dominions to peace 
Giovanni de\ son of Pierfrancesco, assumes 

the name of Popolani 
Giovanni de\ captain of the Bande nere 
Giidia7io de\ brother of Lorenzo, born . 
his Giostra, and poem on that subject by Poll 



tiano 



his character ..... 
assassinated in the conspiracy of the Pazzi 
his obsequies ..... 
personal accomplishments 
Giuliano de\ duke of Nemomrs, third son of 
Lorenzo, born 



i. 68 

i. 80 

i. 83 

ii. 270 

i. 88 

i. 90 

ii. 421 

i. 12 



13 
14 
67 



ii. 168 

ii. 178 

ii. 195 

ii. 197 

ii. 336 

ii. 376 

ii. 379 

ii. 380 

ii. 382 

ii. 405 

ii. 406 

i. 65 



i. 125 
i. 176 
i. 246 
i. 262 
i. ih. 



ii. 168 
Medici 



INDEX. 



4'25 



Medici GiuUano dt\ his character « 

his death ...... 

Giulio de\ Clement VII. born 

follows the fortunes of the cardinal Giovanni 

obtains the pontificate and erects a building 

for the Laurentian Library 
IfipMito de\ natural son of Giuliano, duke o 

Nemours ..... 

his death ,,..•. 

Lorenzo de\ brother of Cosmo 

collects remains of antiquity 

Lorenzo il Magnifico, born 

his early accomplishments 

his person and character 

education ...... 

studies under Landino and Argyropylo 

his interview with Federigo of Aragon at Pisa 

visits Rome ..... 

rescues his father from an attempt on his life 

defeats the conspiracy of Luca Pitti 

letter to him from Ferdinand king of Naples 

his clemency 

his Giostra^ and poem of Luca Pulci on that 

subject ...... 

his description of his mistress 

sonnets in her praise .... 

marries Clarice Orsini 

his journey to Milan . . . 

intrusted with the direction of the Florentine 

state ...... 

appointed syndick of the republick 
devotes his leisure to literature • 
his embassy to Sixtus IV. 
suppresses the revolt at Volterra 
establishes the academy at Pisa 



ii. 590 

ii. 394 

i. 263 

ii. 379 

ii. 391 

ii. 396 

ii. 411 

i. 14. 43 

ii. 266 



65 

95 
97 
98 
100 
102 
103 
108 
111 
112 
113 

125 
146 
152 
158 
159 



174 
179 
187 
198 
200 
203 
Medici 



426 



INDEX. 



Medici Lorenzo de\ negotiates for a marriage 
between the dauphin and a daughter of the 
king of Naples 

his poem entitled Altercazione 

wounded in the conspiracy of the Pazzi 

conduct after the conspiracy 

prepared to resist the pope and the king of 
Naples .... 

his kindness to the relations of the conspirator 

danger of his situation 

sends his family to Pistoia 

negotiates for peace 

resolves to visit the king of Naples 

his letter to the magistrates of Florence 

embarks at Pisa 
interview with the king 

concludes a treaty with him 
his reception at f lorence 

concludes a peace with the pope 

his studies 

his early writings 

inquiry into his poetical character 

his talents for description 

poetick comparison 

personification 

of the passions and affections 

his talents for the Prosolwfioeia 

various species of poetry cultivated by him 

sonnets and lyrick pieces 

Selve cf amove 

Ambra^ a fable . . . 

poem on hawking 

moral pieces 

sacred poems 

I Beoni^ a satire . 



2or 

217 

248 
260 



268 
275 
285 
286 
288 
293 
295 
300 
301 
302 
307 
311 
315 
341 
343 
345 
347 
354 
:^56 
357 
363 
368 
371 
375 
376 
377 
381 
386 
Medici 



INDEX. 



427 



Medici Lorenzo de\ la Nencia da Barberino 
dramatick works 
Canti Carnascialeschi 
Canzo7ii a ballo 
character of his poetry by Pico of Mirandula 

and others 
celebrated in the Mutricia of Politiano 
he endeavours to secure the peace of Italy 
conspiracy against him by Frescobaldi 
defends the duke of Ferrara against the pope 
and Venetians 

obtains the confidence of Innocent VIII. 
joins the army before Pietra Santa 
defends the king of Naples against- Innocent 

VIII 

reconciles the pope and the king 
suppresses the insurrection at Osimo 
joins the army, and captures Sarzana 
protects the smaller slates of Italy 

reconciles the pope and the king of Naples 
second time 

regulates the government of Florence 

his high reputation 

his ardour in collecting ancient manuscripts 

establishes the Greek academy at Florence 

domestick character . . • 

accused of being addicted to licentious amour 

vindicated .... 

conduct towards his children 

discharges his debts, and quits commerce for 
agriculture 

favours learned ecclesiasticks 

erects a bust of Giotto 

encourages the arts 

raises a monument to Fra Filippo at Spoleto 



i. 


396 


i. 


400 


i. 


406 


i- 


410 


i. 


414 


i. 


419 


ii. 


3 


ii. 


r 


ii. 


13 


ii. 


23 


ii. 


27 


ii. 


33 


ii. 


35 


ii. 


38 


ii. 


40 


ii. 


43 


ii. 


47 


ii. 


53 


ii. 


58 


ii. 


79 


ii. 


105 


ii. 


159 


ii. 


164 


ii. 


165 


ii. 


169 


ii. 


180 


ii. 


211 


ii. 


244 


ii. 


247 


ii. 


250 


Medici 



428 



INDEX. 



Medici Lorenzo de\ augments his collection of 
antique sculptures 
establishes a school for the study of the antique 
favours Michelagnolo 
other artists favoured by him . 
attempts to revive I\Iosaick 
intends to retire from publick life 
is taken sick, and removes to Careggi 
conduct in his last sickness 
interview with Pico and Politiano. 
with Savonarola 

his death .... 

his character .... 
review of his conduct as a statesman . 
attachment of the Florentines to him 
circumstances attending his death 
testimonies of respect to his memory 
monody on his death by Politiano 
Lorenzo c/e', duke of Urbino . 
his death and monument 
Lorenzo de% son of Pierfrancesco, called Lo 

retizino .... 

assassinates the duke Alessandro. 
motives and consequences of the attempt 
is assassinated at Venice 
Fiero de\ son of Cosmo, marries Lucretia Tor 

nabuoni . 
his conduct after the death of Cosmo 
promotes the interests of learning 
his death and character 

Fiero de\ son of Lorenzo il Magnifico^ born 
his character .... 
visits pope Innocent VIII. 
marries Alfonsina Orsini 
visits Milan .... 



. ii. 


271 


e ii. 


272 


. ii. 


274 


. ii. 


290 


. ii. 


300 


. ii. 


315 


. ii. 


318 


. ii. 


320 


. ii. 


322 


. ii. 


324 


. ii. 


326 


. ii. 


327 


. ii. 


329 


. ii. 


331 


. ii. 


332 


. ii. 


335 


. ii. 


352 


. ii. 


398 


ii. 


399 


. ii. 


406 


ii. 


412 


. ii. 


418 


. ii. 


421 


i. 


65 


i. 


104 


i. 


117 


i. 


160 


I ii. 


168 


• ii. 


176 


. ii. 


193 


. ii. 


204 


ii. 


208 


Medici 



INDEX, 



4%$ 



Medici Piero de\ expelled from Florence 

his death and character 

sonnet by him ...... 

Salvestro de' •••••• 

Veri de' 

Merula Giorgio, his contix5versy with Politiano 
MicHELOzzi Michelozzo, accompanies Cosmo in 

his banishment • 

Milan, its government • 
Miscellanea of Politiano 
MoNTESicco Giambaftista^ an accomplice 

conspiracy of th e Pazzi 
Morgante Maggiore of Luig;i Pulci . 
Mosaick, attempts to revive it 
Museum Florentinum, its origin 



in the 



344 
372 
374 
12 
13 
100 

25 

168 

93 

243 
333 
300 
270 



N 

Naldo de JValdis^ his Latin poetry . . . ii 
Naples, its government . . . . i 

Nardi Bernardo^ attacks the town of Prato . i 
JVencia da Barberino, rustick poem of Lorenzo de' 

Medici • i 

NiccoLi Niccolo., a promoter of learning 

founds the library of S. Marco 

collects the remains of ancient art 
Nicholas V. founds the Vatican Library 



142 
167 
177 

396 

54 

266 



o 



Olgiato Girolamo^ assassinates the duke of Milan i. 

Orazioni of Lorenzo de' Medici . . . i. 

Orfeo of Politiano ...... i, 

Orsini Clarice^ wife of Lorenzo, v, Clarice. 

Otranto, captured by the Turks . . . i. 

retaken by the duke of Calabria . . . ii« 



■9-OL. Ill 



3 K 



232 
381 
404 

309 
11 

PALEOLOGU? 



430 



INDEX, 



Paleologus John^ emperonr of the east, at Flo- 
rence .... 
Paul II. his death and character 

a prosecutor of men of learning 
Pazzi, conspiracy of 

origin of the attempt 

the family of . . . 

reasons of their enmity to the Medici 

arrangements for its execution 

the conspirators attack the palace 

repulsed by Cesare Petrucci 

memorials of it . 

Giacojio dt'*^ his miserable death 

Guglidmo de^^ banished 
Perugia, battle of 
Petrarca, his writings . 

his sonnets 

his Latin writings 

collects ancient medals 
Petronius, his works discovered 
Petrucci Cemre, defends the palace 
Pico Giovanni^ of Mirandula, his character of 
the poetry of Lorenzo 

his history and character 

last interviev/ with Lorenzo 

his death * 

Pietra Santa, captured by the Florentines 
Pisa, its academy established . 

poem thereon by Carolus de Maximis 
Pi SAN I A'icolo, isf Andrea^ their works in sculp' 
ture 



1. 


47 


i. 


194 


i. 


195 


i. 


235 


i. 


241 


i. 


238 


i. 


239 


i. 


243 


i. 


250 


i. 


252 


i. 


265 


i. 


256 


i. 


258 


i. 


291 


i. 


320 


i. 


367 


ii. 


70 


ii. 


265 


i. 


41 


i. 


251 


i. 


414 


ii. 


125 


ii. 


322 


ii. 


349' 


ii. 


27 


i. 


203 


ii. 


147 


ii. 


255 


PiTTI 



INDEX. 



43^ 



PiTTi Luca^ his conspiracy against the Medici 
Palazzo^ its erection and progress 
Plato, revival of liis philosophy 
Platonick academy, its progress 

festival ..... 

cITectD of this institution 

number and celebrity of its members 
Platus Fiatinus of Milan, a Latin poet 
pLAUTUs, his works discovered 
Pletho GeiniGihus 
PoGGio, studies under Chrysoloras 

discovers the writings of many of the ancient 
authors ..... 

his quarrel with Filelfo 

industry in collecting antique sculptures 

Giacofio, engaged in the conspiracy of the Pazzi 

his death ..... 
Poggio Cajano, description of 
PoLiTiANo Jlgnolo^ his Giostra of Giuliano de 
Medici .... 

his birth and education 

temper and character 

his ode to Gentile d' Urbino 

his musical drama entitled Or/so 

his JVutricia .... 

ode Ad Horatium Flaccum . 

his industry as a commentator 

authors commented by hiin 

corrects the Pandects of Justinian 

his Miscellanea .... 

controversy with Merula 

controversy with Scala 

his translation of Herodian 

of Homer into Latin hexameter verse 

character of his Latin poetry 

accompanies the family of Lorenzo to Pistoia 



i. 106 

i. 110 

i. 49 

i. 215 

i. 223 

i. 224 

i. 226 



146 
38 
49 
31 



12 



37 

77 
267 
242 
i. 253 
ii. 182 

5. 134 
i. 188 
i. 192 
i. 272 
i. 404 
i. 419 



87 

89 

92 

93 

93 

100 

120 

ii. 137 

ii. 139 

ii. 149 

ii. 170 

POLITIANO 



11. 

ii. 

ii. 
ii. 
ii. 
ii. 
ii. 



432 



INDEX. 



PoLiTiANO, his letters to Lucrezia, the mother 
of Lorenzo . . . , , 

dissensions between him and Madonna Clarice 

she expels him the house 

he retires to Fiesole, and writes his poem en 
titled Rusticus .... 

his last interview with Lorenzo de^ Medici 

absurd account respecting his death . 

his monody on Lorenzo 

celebrated by cardinal Bembo 

authentick account of his death 
PoLLAjuoLO Antonio^ his medal on the conspi 
racy of the Pazzi .... 

introduces the study of anatomy 
Printing, invention of, . . . . , 

introduction in Florence 
PuLCi Bernardo^ his writings . • 

Luca^ his Giostra of Lorenzo de' Medici i. 

his other writings .... 

Lmgi^ his Morgante . . . 

sonnets ...... 

La Beca da Dicomano^ a rustick poem 



11. 


172 


ii. 


173 


ii. 


174 


ii. 


175 


ii. 


322 


ii. 


350 


ii. 


351 


ii. 


356 


ii. 


359 


i. 


268 


ii. 


251 


i. 


58 


ii. 


82 


i. 


327 


125. 


132 


i. 


329 


i. 


333 


i. 


337 


i. 


396 



Q 

QuiNTiLiAN, his works discovered 



37 



R 

Raimondi Marc Jntonio, his engravings 

JRapJirtsentazione antichi 

Bccujierationes Fesulanae of Matteo Bosso 

Reformation, its rise 

RiARio riero^ his dissipation 

Girolamo ..... 

engages in the conspiracy of the Pazzi 
assassinated .... 



11* 


305 




400 


. ii. 


217 


. ii. 


383 




211 




212 




236 


. ii. 


221 


Ri 


A.RIO 



INDEX. 



4SS 



RiARio Raffaetto^ an instrument in the Pazzi 
conspiracy » • • 

escapes with his life • 

Rome,, its government 

RucELLAi Bernardo^ marries Nannina sister of 
Lorenzo 

RusTici Gianfrancesco^ an eminent painter 

jRicsHcus, a Latin poem of Politiano 

S 

Salviati Francesco, archbishop of Pisa, engages 
in the conspiracy of the Pazzi 
his death ..... 

Averardo, favoured by Lorenzo de* Medici 
Giacopo, marries Lucrezia, daughter of Lorenzo 

i. 276 
Salutati Coluccio, congratulates Demetrius Cy- 

donius on his arrival in Italy 
Sangallo Giidiano da, an eminent architect 
Sarzana, attacked by the Florentines 

captured .... 

Satire, jocose Italian, its rise 
Savonarola Girolamo, his character 
visits Lorenzo in his last sickness 
commotions excited by him at Florence 
his disgrace and execution 
Saxus Pamjihilus, his verses to the memory of 

Politiano 

Scala Bartolomeo, draws up a memorial of the 
conspiracy of the Pazzi 
his character 
controversy with Politiano 
Jlessandra, her learning and accomplishments 
Sculpture, progress of, . * 

state amongst the ancient Romans 



. 


i. 


236 


i.253. 


276 


• 


i. 


168 


of 






. 


ii. 


205 


• 


ii. 


291 


, 


ii. 


175 



242 
255 
276 



ii. 207 



11. 


76 


ii. 


296 


ii. 


25 


ii. 


140 


i. 


387 


ii. 


214 


ii. 


324 


ii. 


363 


ii. 


368 



161 



i. 


28S 


ii. 


117 


ii. 


120 


ii. 


130 


ii. 


255 


ii. 


261 



Sculpture, 



454 



INDEX. 



Sculpture, researches after the works of the an 

cients in sculpture 
Selve d^ amove of Lorenzo de' Medici 
Sforza Constantino^ general of the Florentines 

Galeazzo Maria, duiie of Milan 

visits Florence ..... 

assassinated ..... 

Galeazzo^Mvs nuptials with Isabella of Aragon 

Lodovico^ called // Moro, his ambition 

invites the French into Italy 
SiGNORELLi Luca, character of his paintings 
SiLius Italicus, discovery of his poem 
Sim ONE TT A, mistress of Giuliano de* Medici 

her death and funeral 
SiMONETA Ceccoj opposcs the authority of Lo 
dovico Sforza .... 

his death . . . . . . 

SixTUs IV. succeeds to the pontificate 

engages in the conspiracy of the Pazzi 

his extreme violence .... 

excommunicates Lorenzo and the magistrate;: 
of Florence ..... 

endeavours to prevail on the Florentines to dc 
liver up Lorenzo .... 

his obstinacy . . 

perseveres in the war 

his ambition and rapacity 

leagues with the Venetians against the duke 
of Ferrara ..... 

deserts and excommunicates the Venetians 

his declh and character . . 

Sonnet, Italian, its origin and defects 
Squarcialupi Antonio, a celebrated musician 
Statius, his works discovered 



11. 264 

i. 371 

i. 291 

i. 168 

i. 185 

i. 231 

ii. 203 

i. 233 

ii. 339 

ii. 254 

i. 38 

i. 140 

i. 148 

i. 234 
i. 235 
i. 198 
i. 236 
i. 278 

i. 279 

!. 282 



1. 



!90 



i. 


308 


ii. 


16 


ii. 


11 


ii. 


19 


ii. 


21 


i. 


364 


ii. 


155 


i. 


39 


Strozzi 



INDEX. 435 

Strozzi Filijijio^ opposes the authority of Cosmo 

de' Medici iirst grand duke . . • ii. 423 

his death . ii. 424 

Synod convened at Florence . . . i. 281 

reply to Sixtus IV. .... ih» 



ToscANELLi Pao/o, erects the Florentine Gnomon ii. 152 
Traversari Ambrogio^ visits Cosmo de' Medici 

in his banishment . . . . i. 26 

his character . . . . i. 27 

studies under Emanuel Chrysoloras . . i. 29 

U 

UccELn Paolo^ studies perspective and fore- . 

shortening . , . . . ii. 248 

Urbino Raffaello de% his obligations to Michel- 

agnolo . . . . . ii. 285 



Valerius Flaccus, his works discovered by 

Poggio . . . . . i. 37 

Venice, its government and resources . . i. 166 

Verini Ugolino, his Latin poetry . . ii. 143 

ikTz'cAae/, his accomplishments and early death ii. 144 

Vicentino Valerio^ an engraver on gems . ii. 311 
VoLPAijA Lorenzo de\ constructs a time-piece 

for Lorenzo de' Medici . . . ii. 153 

Volterra, its revolt and sackage . . . i. 200 

Z 

Zambino of Pistoia, his library . . ii. 17 i 

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Charles F. Mercer, Esq. 

Hon. William C. Nicholas, 

Mary Peyton, 

Mr. John Ranee, jun. 

Robert F. N. Smith, Esq. 

Mr. Carey Selden, 

Hon. Bushrod Washington. 



NORTH-CAROLINA. 



John Devereux, Esq. 
Mr. William Graston, 

Edv. ard Graham, 

F. Nash, 

John S. Pasteur, 



Hon. John Stanly, 
John Lewis Taylor, Esq, 
Benjamin Woods, Esq. 
Mr. B. Wait. 



SUBSCRIBERS' NAMES. 

SOUTH-CAROLINA. 
Hon. Charles C. Pinckney, Mr. John J. Kimly. 

GEORGIA. 

Hon. James Jackson. 

KENTUCKY. 
Hon. John Brown. 



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